RACCONTO D’AGOSTO di Paolo Cappucciati

In Liguria non è affatto facile prendere pesci e ciò è dimostrato da chiunque abbia provato a frequentare per un po di tempo qualsiasi località costiera. La regione è divisa in due parti: da Genova a La Spezia è denominata Riviera di Levante; da Savona a Ventimiglia, Riviera di Ponente. Io conosco abbastanza bene, di quest’ultima parte, la porzione iniziale quella che si dipana da Savona a Imperia perché mèta delle vacanze estive per parecchi anni, e palestra di mare obbligatoria per molti pescatori provenienti dal nord ovest della penisola: vi posso assicurare che per catturare delle belle prede bisogna proprio sudarsele! Il litorale è un susseguirsi di spiagge, molte delle quali riportate, il fondale è povero, pochissimi gli scogli naturali, c’è fanghiglia e le posidonie appaiono piuttosto rarefatte; i capi rocciosi, per non parlare di secche e sommi, sono davvero limitati; basta una leggera mareggiata per intorbidire l’acqua e praticamente non c’è un ridosso, a parte qualche diga frangiflutti che permette di immergersi con una visibilità che definire discreta è un eufemismo... Paolo Cappucciati, classe 1955, è un campione cresciuto qui, sin dalla tenera età si è immerso nei dintorni di Savona, sua zona di residenza e lavoro, luoghi dove realizzare un buon carniere richiede spirito di sacrificio e una dedizione sportiva nettamente sopra la media. L’atleta ligure si è sempre distinto per un carattere tenace, caparbio e dopo una breve parentesi agonistica dovuta a impegni di lavoro pressanti (Paolo svolge lavori subacquei) ha dato sfoggia della sua classe risalendo rapidamente il percorso delle gare selettive sino ad arrivare nuovamente alla prima categoria, tutto ciò sul filo dei cinquant’anni d’età! Incontrandolo dopo gli Assoluti di Bosa del 2006, in cui ha conquistato un eccellente quarto posto finale grazie a una collana strabiliante di grossi saragoni presi in sei metri d’acqua, ho approfondito la sua conoscenza e discorrendo di varie questioni sono rimasto ammirato dai suoi racconti di mare, episodi maturati in oltre quarant’anni di immersioni che mostrano quanto ha inciso nella vita, per certi uomini, la pesca subacquea. Nell’articolo odierno l’esperto Paolo Cappucciati racconterà la cattura di una ricciola gigantesca presa ad agosto ti tanti anni fa nella rada di Vado Ligure, paesino del Savonese. La particolarità di questa cattura oltre la massa inusitata del pelagico, è impreziosita dall’itinerario di pesca, un posto che indica quanto sia importante, in certe regioni povere sotto il profilo subacqueo, non tralasciare relitti, lamiere, punti dove qualsiasi struttura artificiale posta in un’area sterile calamita attorno a sé la mangianza, e da essa diparte l’intera piramide alimentare.

La grande ricciola di Vado Ligure. Intorno alla metà degli anni ottanta, in pieno periodo estivo, organizzavo le uscite in mare  alle primissime ore del mattino. La Liguria di Ponente di quegli anni era assai diversa da come la si osserva oggi, meno turismo, minori unità abitative, meno traffico nautico ma nonostante ciò i bagnanti dell’epoca accorrevano in massa lungo le spiagge e se si voleva prendere qualcosa bisognava per forza di cose fare delle levataccie assurde. Il mio compagno di pesca abituale, nonché caro amico, Gianpaolo, mi accompagnava in tutte le uscite con il gommone, un mitico Zodiak Mark II Super motorizzato con un 15 cavalli. 

Quella mattina, era una domenica, la sveglia suonò alle quattro e dopo i soliti convenevoli mettemmo l’imbarcazione in mare e ci allontanammo da riva. Impostammo la battuta dirigendoci verso Capo Noli, l’isola di Bergeggi (…che ora sta per divenire parco), poi dopo aver preso qualche sarago, un paio di cefali decidemmo di fare il rientro continuando a pescare parallelamente alla costa. Le condizioni meteo erano perfette, non un’onda, non una bava di vento. Qualche altro pesce fu preso in terra, davanti allo scarico di acqua calda della centrale Enel a Vado Ligure, un luogo dove spesso si pescava più che in tutte le altre parti grazie al gradiente termico elevato che attirava spigole, muggini, orate, eccetera. Per chiudere la giornata optammo per qualche tuffo su una boa al largo, un grosso segnale tra Savona e Vado. Una doverosa premessa: Gianpaolo mi faceva spesso da barcaiolo in numerose occasioni ma aveva un modo curioso di assistermi, gli piaceva osservarmi mentre scendevo e magari risalivo con qualche pesce, per cui quando si pescava su posti dove ciò era possibile si buttava in acqua e mi stava sulla verticale tenendo il maniglione del battello con una mano. Questa boa d’ormeggio del diametro di circa 4 metri non era più utilizzata per gli attracchi delle navi da carico e l’impianto si dimostrava molto interessante perché c’era una grossa catena che la vincolava, una catena con maglie da novanta millimetri di diametro, piena di incrostazioni che poi precipitava sul fondo fangoso a quasi quaranta metri. Il posto era per noi magico, non c’erano in zona delle belle secche, dei bei fondali rocciosi così tutto ciò che poteva rappresentare l’innesco per la catena alimentare era ben accetto. Qui ci prendevamo prede di passo come limoni (le ricciole allo stadio giovanile), palamite, lampughe, sugherelli incredibili (anche da un chilogrammo!), ma capitavano anche molti cefali, orate, saraghi, qualche branzino.

 Come si pescava sotto questo benedetto rifugio pelagico? Per prima cosa mi immergevo compiendo un mezzo tuffo che mi serviva per guardare immediatamente sotto la boa. Una sbirciatina sotto la pancia dello zatterone, una sorta di agguato lungo tutto il perimetro e a volte capitava di trovare i pesci all’ombra, tra cui saraghi che incredibilmente stavano a ventre in su, come se il loro mondo fosse capovolto, poi grosse occhiate, muggini. In seguito, accertato che non ci fosse qualche comparsa improvvisa dovuta a piccoli pelagici “ritardatari” si procedeva all’esplorazione del tramite sottomarino, la grossa catena che scendeva nell’abisso. A raccontarla così molte persone potrebbero storcere il naso in effetti cercare pesce lungo una serie di anelli non è il massimo ma in Liguria basta veramente poco, qualsiasi struttura immersa, due lamiere sovrapposte per convogliare pesce. Da qualche anno, per fare un esempio, sono stati posti sul fondo del mare dei manufatti in cemento, cinque cubi forati in serie, delle costruzioni a piramide impiegate per osservazione scientifica e ripopolamento. Bene: dovete vedere il pesce che si è raccolto attorno a queste “cattedrali nel deserto”! Torniamo a noi. La catena era ricca di cozze, di organismi animali e vegetali quindi capitava di sorprendere le orate che si avvicinavano per mangiare. Bisognava solamente essere molto accorti nella discesa, cauti, perché se si procedeva dalla parte opposta da cui si intravedevano i pinnuti c’era la possibilità di prenderle in caduta. La difficoltà di questa tecnica di pesca era mantenere un assoluto silenzio o meglio eseguire tutte le manovre di avvicinamento con movenze feline, il meno percettibili possibili; il trucco tecnico, invece, consisteva nell’adozione di una zavorra calibrata all’etto sino a ricercare un assetto poco negativo perché la discesa doveva essere controllata altrimenti si prendeva troppa velocità e se per rallentare dovevi allargare troppo le pinne come freni la tua sagoma si scopriva eccessivamente e l’eventuale preda, allarmata, scappava. 

Inoltre dal punto di vista dell’attrezzatura si richieda l’impiego di un robusto paio di guanti perché per procedere più lento ogni tanto mi afferravo alla catena che oltre le cozze era piena di ricci, di denti di cani e altre incrostazioni taglienti. Quel giorno la trasparenza dell’acqua era discreta, c’era qualche metro buono poi gli occhi si smarrivano nella nebbiolina e la sospensione chiudeva la visuale. A mezz’acqua si notava un po di mangianza ma nulla di eclatante. Preparo con calma il tuffo, mi ventilo a fianco della boa d’ormeggio e inizio a scendere nel blu. Un breve inciso: in quegli anni ero sponsorizzato dalla Mares e come fucili usavo la serie degli Sten. Uno dei miei pneumatici preferiti era il Medisten Competitione, un’arma di una novantina di centimetri equipaggiata con un’asta da 8 mm e un arpione a doppia aletta contrapposta. 

 Con questo fucile che io precaricavo di brutto mi trovavo benissimo e riuscivo a fare dei tiri splendidi. Su quel modello, però, non montavo il mulinello perché le mie prede abituali non erano i grossi pelagici ma pesci “normali! Quel giorno impugnavo proprio il pneumatico in questione. Scorro di fianco alla catena e guardo verso il basso con estrema lucidità e attenzione perché talvolta il pesce è difficile da individuare da sopra, quasi tutti i pesci hanno un dorso scuro e mimetico. Molto più in basso della mia posizione, infatti, mi sembra di percepire una sagoma. Continuo la caduta e mi rendo conto che, in corrente, c’è la silouette di una ricciola. Vedo il muso quasi attaccato alla catena. 

Tra me e me ricordo nettamente che mi sono detto: “Bella, sarà quattro o cinque chili!” Mi abbasso di qualche metro, ora la valuto meglio: “Porcaloca! Altro che cinque chili sarà almeno il doppio!” A quel punto mi concentro per il tiro, inquadro bene la testa, la posizione giusta del cervello e premo il grilletto senza aspettare di avanzare ancora. Dovrebbe essere nel raggio di gittata del Medisten Competizione. La botta del pistone rompe la tensione del momento e allo stesso tempo un tonfo sordo sul pesce mi fa realizzare che l’ho preso in pieno! Fulminato, inchiodato! La ricciola non ha avuto la benché minima reazione. Continuo la discesa, arrivo sulla preda e la blocco mettendogli un braccio nelle branchie. Poi inizio la risalita. Penso di averle tirato intorno ai 25/26 metri. Mentre pinneggio il pescione, che a quel punto mi sembrava decisamente oltre i dieci chili, inizia a vibrare e con il tremito della coda mi aiuta a riemergere più rapidamente. Incredibile! A un certo punto ho guardato in alto sia per evitare di dare una craniata sotto la boa sia per vedere dov’era il gommone.  Scorgo subito l’ombra del battello e davanti il mio amico Gianpaolo che in acqua stava sbracciando come un ossesso contento della bella ricciola. Giunto in superficie  Gianpaolo balza sul gommone e io gli passo il pelagico. Non appena il pesce si assesta sul pagliolo si disarpiona. Gli avevo sparato a una distanza considerevole, probabilmente non stimando perfettamente la mole del pesce per cui l’avevo preso proprio al limite della gittata. L’asta è penetrata per pochi centimetri nel testone, le alette non si erano aperte. Fatto sta che la ricciola non appena perde la freccia inizia a sbattere, faceva salti di mezzo metro, e nella concitazione del momento Gianpaolo si prende un colpo di coda su un ginocchio che l’ha fatto zoppicare per una settimana! Salgo a bordo anch’io, stoppiamo il bestione e lo finisco con qualche stilettata. Penso di essere stato molto fortunato perché se avessi preso la sagola in mano e avessi tirato probabilmente avrei perso subito il pesce; invece è andata bene. Arriviamo a terra, mando subito un mio amico a chiamare un fotografo, mi sono reso conto dell’eccezionalità della cattura, e chi arriva? Il fotografo del paese! Dopo vari scatti corriamo a far pesare la ricciola che naturalmente era ben più pesante di quindici chili. E prendere una di quarantatrè chili in Liguria è una gran bella soddisfazione…

Testo raccolto da Emanuele Zara.