AVVENTURE
PRIMAVERILI di R.Molteni; N.Riolo; S.Bellani.
E’ fatto risaputo che i mesi di marzo e aprile risultano i più ostici per la maggioranza dei pescatori in apnea: nonostante il clima bizzarro di questi ultimi tempi la temperatura dell’acqua continua a essere, statisticamente, la più fredda se confrontata con tutte le altre stagioni dell’anno; le correnti di profondità innescano il rimescolamento del mare con moti prevalentemente convettivi e lo caratterizzano con una torbidità marcata; i pesci di taglia sembrano scomparsi dai soliti itinerari invernali e non si trovano neppure esplorando percorsi alternativi o raggiungendo quote d’immersione estive. Non è certamente un momento di transizione che stuzzica la passione, che invoglia e induce ad affrontare, per esempio, un lungo viaggio o intraprendere una navigazione di ore per raggiungere il posto di battuta. Ma ognuno di noi, nonostante le avversità che scoraggerebbero qualsiasi persona, trova sempre la motivazione per entrare in mare.
Chissà a che cosa, a quali fattori è dovuta
la nostra incredibile determinazione. Ho pensato di raccogliere le testimonianze
di tre fortissimi campioni riguardo il periodo primaverile, tre racconti di
pesca in grado di svelare come vivono i grandi personaggi del nostro sport
questo tempo poco fruttuoso in termini di catture. Nelle varie interviste ho
scoperto che anche i nostri miti soffrono le situazioni tipiche del momento, le
giornate in cui si fa “fatica” ad effettuare la vestizione e a entrare in
quell’acqua torbida e fredda, a esplorare quel tratto di costa in cui si sa già
che sarà assai difficile vedere in giro dei bei pesci. “ La costanza premia
gli audaci” recita il detto popolare, e così è accaduto a Stefano Bellani
che in una bella giornata di aprile, in una baietta di Capo Corso, ha sorpreso
uno dei pesci più prestigiosi della sua carriera; a Riccardo Molteni che in un
tuffo esplorativo nell’isola di Pantelleria, meta di un weekend primaverile,
è riuscito a catturare una preda davvero inconsueta per una cacciatore
subacqueo; a Nicola Riolo che dopo un lunghissimo spostamento in automobile da
un versante all’altro della sua Sicilia, in un periodo per altro
straordinariamente gelido, si è trovato al cospetto di un serranide che ogni
pescatore del bassofondo spera di incontrare almeno una volta nella vita…
Riccardo Molteni. I mesi di marzo, aprile, solitamente, rappresentano un periodo povero di pesci per noi pescatori. L’acqua diventa molto fredda, il mare appare più torbido ma non solo per le mareggiate frequenti bensì per una serie di fenomeni biologici. Qualcuno lo definisce “mare in fiore” nel senso che sospensione, plancton, mangianza varia caratterizzano marcatamente l’ambiente subacqueo. L’insieme di questi avvenimenti determina una visibilità limitata, un’oggettiva difficoltà a esplorare bene i fondali.
A questo punto il pescatore in apnea deve trovare una determinazione molto forte, la voglia di divertirsi sopra ogni difficoltà per proseguire alacremente la sua attività oppure si rassegna e si candida per un periodo più o meno lungo di inattività e di riposo. Detto questo devo dire che la pervicacia è sempre premiata, alla fine. E non parlo di bronchiti e raffreddamenti intensi, perchè spogliarsi per indossare la muta a marzo o ad aprile, magari con un vento teso di ponente o maestrale, è sempre un test di quelli particolarmente duri, ma di quelle circostanze singolari che inducono a perseverare, a ricercare sempre il divertimento nelle gesta sportive. Capitano episodi interessanti, non grandi pescate, non la storia mirabolante, estrema, ma la cattura speciale, quella da ricordare. Quando peschi in “regime di sopravvivenza”, la classica pescata di fine inverno, metà primavera, ti possono capitare avventure davvero uniche.
La storia che intendo raccontare è capitata l’anno scorso. A fine marzo sono andato a pescare sull’isola di Pantelleria. Mi capita abbastanza spesso di muovere alla volta di posti diversi da quelli soliti nei pressi di casa: verifico sempre che ci sia una finestra di alta pressione, di bel tempo allora non è raro che nei fine settimana programmi l’uscita su qualche isola. Ero in compagnia di un carissimo amico e come consuetudine non siamo usciti in gommone: abbiamo affittato la solita Panda a 15 euro e ci siamo spostati lungo costa. Pantelleria in questo senso presenta molti punti accessibili da terra, ad esempio tutto il lato nord, il lato ovest sino a Scauri, il lato sud. Ci sarà poco meno di un terzo dell’isola non accessibile e questo tratto non è nemmeno il più bello. Ma veniamo al dunque.
| Il primo giorno troviamo Maestrale quindi ci dedichiamo a battere una punta esposta, nell’onda. Prendiamo qualche pesce a testa, siamo soddisfatti per qualche grosso sarago e una spigola sorpresi in un paio di metri d’acqua ma attendiamo la giornata successiva perché le previsioni meteo danno tempo e vento in netto miglioramento. Ci alziamo di buon mattino e raggiungiamo la cala di Martingana, versante a sud dell’isola, con la nostra Pandina sferragliante. Parcheggiamo la vettura, percorriamo circa 200 metri, la distanza che ci separa dall’accesso alla scogliera, e ci buttiamo in acqua. La visibilità si dimostra scarsa nel senso che a Pantelleria si è soliti osservare dettagli del fondo a 25 se non a 30 metri mentre in quella giornata ce n’erano si e no una quindicina. C’è lo spazio per una pescata tradizionale, nel mezzo fondo; il mare è calmo, ci possiamo staccare da riva. All’inizio non abbiamo visto un pesce ma piano piano, con pazienza e meticolosità il mio compagno prende una bella corvina. Io mi accodo e con il Monoscocca 90 arpiono un dentice di circa un chilo e mezzo. Dopodichè ruoto in senso anti orario la costa e mi dirigo verso il faraglione. Identifico una zona con dei sassi un po più grossi degli altri in mezzo alla sabbia, sui 18, 20 metri d’acqua. | ![]() |
Devo ammettere che soffro pescando a queste quote, a fine marzo: la muta spessa, una giacca da 7 mm, si comprime per effetto della colonna d’acqua e per noi “magroni” significa patire un freddo bestia! Mi soffermo su 5/6 pietre leggermente distaccate, isolate dalle altre. Dalla superficie non vedo bene il fondo ma distinguo abbastanza chiaramente la sommità di questi grandi scogli di cui, qualcuno, ricco di tagli e aperture invitanti. Faccio un tuffo in diagonale per aumentare il campo visivo e ad un certo punto della discesa vedo muoversi una piccola cernia dentro una chiazza di sabbia, un serranide di 3/4 chili. Vista la giornata non particolarmente esaltante un pesce di quelle dimensioni non era da scartare, nell’ottica di un bel manicaretto da piazzare nella teglia da forno circondato da patate. Per cui mi fermo e continuo a cadere, per altro con velocità piuttosto alta vista la difficoltà a controllare la discesa con la muta spessa.
Punto un’area limitrofa rispetto quella dove ho individuato la cerniotta, sono scostato dall’esatta verticale in modo da non intimorirla eccessivamente e arrivo a 4, 5 metri dal bersaglio. Piego appena il polso per allineare l’arbalete pronto a spararle fuori tana; sono contento per questa situazione inaspettata, divertente per il modo in cui si sta realizzando. Sto quasi per premere il grilletto quando, completamente a sinistra, dalla parte opposta del mio campo visivo, colgo un movimento. Resto fermo con il capo ma roteo gli occhi cercando di identificarne l’origine e non appena metto a fuoco l’immagine scorgo sfilare via, a 7/8 metri dalla mia posizione, un grosso animale. La identifico come una cernia strana, per la verità, scurissima, che sta camminando raso fondo e si nasconde a fianco dello scoglio. A questo punto correggo l’assetto delle pinne per completare la discesa e mi dirigo nella direzione del nuovo bersaglio. In vicinanza del sasso vedo la cernia che esce dalla parte opposta, scapola il masso senza rintanarsi.
E’ una cernia ben superiore ai dieci chili, un incontro insperato per questo periodo stagionale! Cammina calma a fianco del pietrone, non accenna a voler trovare rifugio all’interno dei molteplici spacchi e aperture. Nella caduta finale, senza più muovere le pinne riduco le distanze ma mi arresto ancora troppo lontano per la gittata letale dell’arma che impugno. Il pesce si è spostato sotto una pensilina di roccia e si è fermato a guardarmi. Si mette di fianco senza darmi la testa allora avanzo con la punta delle dita cercando di non muovere altri muscoli del corpo. Guadagno così quel metro che mi manca ma nel frattempo la strana cernia si è posizionata di coda e sta per allontanarsi dal masso. Tento il tutto per tutto e scattando in avanti come una molla lascio partire un tiro limite in acqua libera, comunque difficile, lungo, per altro su un pesce di grosse dimensioni. Con enorme soddisfazione la fucilata va a segno! La prendo in uscita, a centro corpo, in direzione della testa, ma a quel punto si scatena una reazione inconsueta, violentissima.
La cernia trafitta schizza verso l’alto e invece di cercare rifugio in qualche buco mi strattona in maniera brutale verso la superficie. Incredibile! Una cernia di quella mole che non punta subito la tana e tira come un ossesso! Resto davvero sorpreso da questo comportamento inconsueto, nel mentre non so che fare, anche perché realizzo che la preda non è passata da parte a parte. Se mollo il mulinello rischio che questo pesce parta e vada chissà dove allora decido di abbandonare il fucile e raggiungere la cernia ferita per immobilizzarla. Afferro l’asta ma nel tentativo di metterle due dita negli occhi mi sfugge dalle mani e torna al riparo del masso. Riesco ad afferrare il filo e la tengo appena staccata dal fondo ma, mentre risalgo al termine dell’apnea, ho dinanzi il film del pesce che si disarpiona e fugge. In realtà l’aletta della tahitiana tiene, la cernia non si mostra più tanto reattiva e in un secondo tuffo, altrettanto sudato perché non appena mi avvicino devo nuovamente cercare di prenderla con le mani, riesco finalmente a bloccarla stringendole il muso e a pungerla meglio con l’asta. In risalita e con la sicurezza di averla trafitta guardo con enorme soddisfazione la mia preda, una cernia che al peso farà registrare più di 12 chilogrammi.
Osservando un po meglio la livrea, però, si notano riflessi bluastri, grigio
scuri, gli occhi sono grandi, mi accorgo, insomma, che non si tratta ne di una
cernia bruna ne di una cernia bianca. Giunto a terra si forma una specie di
simposio con altri pescatori e si accerta che il pesce in questione è una
cernia di profondità, quella, per capirci, che si cattura normalmente con i
palangari, o il bolentino, da alto fondo. Allora è affiorata nella mia mente
l’immagine di una cattura analoga durante una Coppa Europa, ad Ustica. Una
cernia di profondità di oltre 20 chili arpionata a terra dello Scoglio del
Medico: anche in quell’occasione il pesce aveva esibito un comportamento
strano per un classico serranide, poiché si spostava da un sasso ad un altro
senza mai imbucarsi. Ma non era un contesto primaverile…
Nicola Riolo. Statisticamente, da noi, il mese di aprile, in particolare, è considerato un periodo decisamente povero di pesce. Non trovi più le prede classiche dei mesi invernali come le spigole e neppure quelle estive perché con l’acqua esageratamente fredda si allontanano da riva. Nel dettaglio ho raccolto molti dati personali in relazione a questi ultimi dieci anni di attività subacquea che non hanno fatto altro che confermare che dall’inizio della primavera sino a maggio le mie pescate sono abbastanza scarse, salvo qualche rara eccezione, e il mio allenamento non è al top probabilmente a causa dei fenomeni appena citati.
La qualità che non deve mai mancare nel pescatore, però, anche al cospetto di periodi dannati come questo, è la voglia di pensare positivo, di essere ottimisti altrimenti non si trovano le motivazioni necessarie per entrare in acqua con spirito vincente. Io per gasarmi e trovare la giustificazione ad una giornata di freddo, di assenza dal lavoro, di indubbio sacrificio, richiamo alla memoria delle belle avventure, fantastico su possibili sorprese subacquee. In relazione a ciò voglio raccontare un episodio che mi è rimasto particolarmente impresso, accaduto circa due anni fa, proprio in un periodo dell’anno in cui erano più le volte che si tornava a casa a mani vuote che quelle ricordate per un bel carniere: nonostante queste premesse infauste non è mai venuta meno la voglia di pescare, di prendere qualche bel pesce. Sono partito da Palermo con una buone dose di ottimismo, carico di speranze nonostante i cappotti dei giorni precedenti. Soffiava sul capoluogo Siciliano, e su tutta costa esposta, una forte tramontana quindi abbiamo scelto l’altro versante dell’isola, quello a sud contando sul sicuro ridosso. In compagnia del mio barcaiolo Andrea, un amico, ho caricato sul tetto dell’auto il Bwa da 3.10 metri, un gommoncino ideale per effettuare i piccoli spostamenti. Sveglia alle 4 del mattino, prima dell’alba, e partenza in direzione di Ragusa, 250 chilometri da Palermo. Dopo una bella sfacchinata giungiamo sul posto ma scopriamo che nonostante il vento da terra abbia spianato completamente il mare il colore dell’acqua non lascia adito a dubbio alcuno: oggi si torna a casa. La torbidità eccessiva, il colore marrone a perdita d’occhio, rendeva impossibile ogni forma di immersione quindi di spostamento nautico. Il fondo a prevalenza fangoso era smosso dappertutto.
| Abbiamo fatto comunque un lungo tratto di costa con la macchina, avanti e indietro, cercando una caletta miracolosa. Niente da fare! Riproviamo, testardamente, a scorrere il litorale consci di non poter mettere a mare un battello ma speranzosi di reperire un angolino dove la visibilità fosse almeno di qualche decimetro, alla ricerca di una chiazzetta di pulito. Confesso di aver ceduto progressivamente, la delusione stava prendendo il sopravvento ma grazie anche all’azione del mio amico Andrea che continuava a spronarmi (quanto è importante la sinergia tra due compagni di pesca!) abbiamo continuato a insistere caparbiamente nella fase di ricerca. Nella mia mente si faceva nuovamente strada l’idea che era impossibile non ci fosse un posto per effettuare almeno qualche tuffo. Insistendo per qualche altro chilometro, finalmente, scorgiamo dalla strada costiera un golfetto dove si apprezzavano qua e là piccole aree di acqua meno sporca: così, a naso, un metro di visibilità. Decido di provare. Nel 2005, in Sicilia, la coda del maltempo era ancora ben presente nel mese d’aprile (questo fenomeno climatico non è infrequente io ho addirittura sciato nelle Madonie a primavera!): c’era ghiaccio, nevischio, si gelava! In queste condizioni, con la vista a quello specchio d’acqua per nulla invitante ho iniziato la vestizione. | ![]() |
Dalla sacca ho preso la muta mimetica da 7 mm, il modello con le alghe finte riportate; ho controllato la zavorra e la pettorina con la lastra di piombo sternale; ho verificato che il 75 fosse in ordine, pronto per la pescata. A dire il vero volevo tuffarmi con il 60, il fucile portato per la tana, mi sembrava il più adatto come lunghezza operativa, ma avevo rotto l’aletta e potevo solo montare la fiocina a quattro punte. Non mi sono fidato, ho preso l’arbalete un po più lungo ma armato con asta tahitiana e, viste le condizioni marine, ho estratto dal cilindro l’ultimo barlume di ottimismo. Coraggio Nicola- mi sono detto- buttati che qualcosa ci sarà…!- Percorro i metri che mi separano dalla battigia e faccio il mio ingresso in acqua. Subito intuisco che pescare oggi sarà un’impresa difficilissima. Devo arretrare completamente il fucile e tenerlo accostato alla maschera perché non c’è un metro di visibilità: suppongo 60/70 centimetri al massimo, meglio se considerati contro luce! Mi sposto pinneggiando in direzione di una punta, mi volto, noto Andrea che se ne sta appollaiato in macchina. Un po rimpiango anch’io la sua comodità. Non sono ancora sceso sul fondo, scruto l’ambiente circostante e intanto preparo il tuffo in un posto che mi ispira più degli altri. La propaggine fa schiuma, probabilmente c’è un rialzo a filo della superficie.
Tra me e me suppongo che sia la zonetta migliore, magari passa qualche muggine, una spigoletta. Compio un atto respiratorio più intenso degli altri, mi aggiusto il boccaglio e compio la capovolta. La piombatura ben distribuita, il piombo posto sul petto consente di stare ben appoggiato alla roccia, la testa a filo di una lama rocciosa. La muta con le frange è l’ideale in posti come questo, è micidiale come effetto mimetico dove c’è materiale organico in sospensione, alghette morte che fluttuano, una torbidità diffusa ma che lascia intravedere a breve distanza. La condizione odierna. Mi faccio coraggio. Sono incastrato alla base del fondo e mentre tengo il 75 caricato sulla seconda tacca vedo transitare proprio davanti alla punta uno sciame di sagome argentee. Spigole. Decine di spigole che si materializzano, che scorrono davanti a me con il loro profilo inconfondibile! Sono immobile, i pesci sono belli, mi sfilano a meno di 50 centimetri dalla tahitiana! Saranno passati si e no 10 secondi d’apnea! Non mi sono ancora ripreso dallo shock, concretizzo di premere il grilletto su un esemplare quando la visuale è letteralmente oscurata da una sagoma paurosamente gigante che mi sfila da sinistra verso destra.
La mamma di tutti i branzini, è la madre di tutte le
spigole! D’istinto e con il cervello ancora frastornato da quella paradisiaca
visione non faccio altro che attendere il passaggio del predone nella linea di
mira: sono immobile e piazzo la fucilata mortale subito dopo l’opercolo
branchiale. Il pesce, trapassato, precipita a fondo: è mio! Sono ancora
incredulo per l’episodio, ammiro lo spigolone di ben oltre i 5/6 chili di
peso, lo piazzo sul cavetto e con una felicità incontenibile provo un secondo
aspetto nella speranza di intercettare nuovamente il branco di spigole. La
bramosia non paga, di spigole non ne vedo più così, approfittando della
cattura miracolosa, della muta ancora bella calda, dell’eccitazione positiva
decido di tornare a riva. Non vi dico l’espressione del mio amico alla vista
di quella preda! Salgo in macchina senza svestirmi e cerchiamo una zona riparata
per non prendere altro freddo. Nello scalognato mese di aprile, dopo 250
chilometri, dopo altri 30 di ricerca costiera, nell’acqua fango, al primo
tuffo, una spigola di oltre 7 chilogrammi…cosa desiderare di più?
Stefano Bellani. Vivendo a Capraia la maggioranza dell’anno, ed essendo l’isola quasi tutta interdetta all’esercizio della pesca in apnea sono costretto a migrare sovente in Corsica per togliermi qualche bella soddisfazione. Nel periodo primaverile le cose si complicano ulteriormente perché se, da maggio/giugno sino a tutto l’inverno, nello spicchio di mare accessibile e non proibito davanti al porto qualche pesce lo prendo ancora, tra marzo e aprile devo per forza di cose aumentare il raggio d’azione perché nella mia unica porzioncina d’isola libera c’è il deserto. Quindi mi organizzo a dovere e compio una delle famose traversate Capraia/Capo Corso.
Ed è stato proprio in uno di questi viaggi primaverili che ho avuto il piacere e la fortuna di arpionare uno dei pesci a cui tengo di più, un episodio che ancora oggi mi fa riflettere sull’eccezionalità del nostro sport, in tutte le stagioni. Un giorno di fine marzo di tre anni fa ero in compagnia di un amico di Milano, Silvio, anche lui appassionato apneista, che bramava dalla voglia di fare una pescata insieme. Gli proposi l’avventura della “minicrociera”, la ventilata ipotesi di catturare qualche bella spigola, e lui acconsentì subito. Avvisai il mio fedele barcaiolo e dopo una preparazione accurata del Bwa, dello stato del motore e della riserva di carburante, di tutta l’attrezzatura necessaria partimmo alla volta della Giraglia. Era mattina presto, tirava un venticello gelido ma quando il sole si alzò un po di più sull’orizzonte ci sembrò subito di stare meglio sotto le nostre pesanti cerate. La Corsica lasciava intravedere tra qualche nube rada le cime delle montagne ancora innevate, il cielo era terso, pulito, il paesaggio privo di fonti di disturbo sembrava una cartolina d’altri tempi.
La navigazione non comportò anomalie, si svolse regolarmente e in circa 45 minuti raggiungemmo la verdissima costa corsa. Appena doppiato il capo ci siamo diretti verso il paesino di Centuri, poi in direzione S.Florent, sino ad arrivare a Punta Minerviu, in tutto altri 20 minuti di gommone. A sud di questo capo si estende una zona molto bella costituita da una serie di anse e da rigagnoli d’acqua dolce. La particolarità di quest’area è quella di attirare sotto costa le spigole che a differenza di quelle nostrane appaiono in buon numero proprio in primavera, da aprile a fine maggio. Nel periodo in cui da altre parti del Mediterraneo è raro vedere qualche pesce discreto qui si pescano spigole. La temperatura del mare era rigida, circa 13 gradi, la visione di quelle montagne con le cime imbiancate e i ruscelli che trasportavano in mare acqua di neve del disgelo non era delle più piacevoli… La trasparenza dell’acqua era notevole, in Corsica è quasi sempre pulita e limpida, diciamo almeno una quindicina di metri. Approfittando di questa realtà propongo a Silvio di pescare nel bassofondo, di scorrere i massi a riva, in tre, quattro metri d’acqua. Spiego al mio amico la tecnica da usare per catturare qualche spigola: aspetti e agguati tra i massi e nella schiumetta delle baiette, qualche controllatina sotto le lastre perché qui non è raro trovare i branzini intanati.
| Lascio Silvio all’interno di un’insenatura intanto mi allargo in
fuori. Non c’è molto, riesco a scorgere a catturare una corvina, un paio di
saraghi, vedo un branzino entrare e uscire velocemente da una tana passante poi,
trascorse un paio d’ore decido di rientrare a terra e ripescare il compagno.
Domando a Silvio se ha visto qualcosa ma ottengo una risposta negativa. Nessuna
spigola si è fatta vedere.
Un po contrariato mi domanda come mai non ha scorto nulla, mi chiede se ha sbagliato la tecnica d’approccio, se per caso non abbiamo battuto il posto sbagliato. Capisco il suo comprensibile stato d’animo, cerco di rassicurarlo della bontà della strategia del luogo, gli spiego che la giornata non è delle migliori ma lui insiste nel fargli vedere come il sottoscritto imposta la tecnica giusta per i branzini. Metto un paio di piombi in cintura, prendo il Comanche 75 e gli dico di seguirmi. Mostro la sequenza di un agguato, alterniamo un tuffo a testa, un percorso dopo l’altro ma di spigole, effettivamente, non c’è ombra. Ad un certo punto mi sto ventilando in superficie quando Silvio urla: “Ho visto un pescione, ho visto un pescione!” Mi precipito verso la sua posizione e mi informo di quale specie si tratta. L’amico appare incerto, mi parla di un enorme sagoma, di una coda alta una spanna che si è eclissata tra i massi di una frana. Mi sposto di una decina di metri e tento di scoprire e intercettare il pennuto misterioso. Durante la prima apnea mi aggiro tra questa serie di rocce molto belle ma non scorgo niente. Tento nuovamente un percorso all’agguato e, tra due fessure poco distanti dal punto di discesa vedo anch’io, per un istante, la silhouette descritta da Silvio. “Immagino si tratti di una spigola gigante, un pesce di almeno 8/9 chili perché l’ho vista scivolare goffa tra le rocce” penso tra me e me. Concentrato e al contempo eccitato da quel contatto misterioso continuo ad aggirare gli scogli procedendo dalla parte opposta sino a che giungo nel punto esatto dove ho visto eclissarsi la preda. Caccio la testa qualche centimetro oltre l’angolo di roccia, prima da una parte poi dall’altra. Niente. Non può essersi volatilizzato così, d’amblé! |
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Compio una posta, fermo, magari la spigola mi ha sentito e viene a controllare.
Non faccio a tempo a completare il pensiero che dalla mia destra compare un
denticione colossale. E’ talmente imponente, massiccio, vicinissimo che ho
quasi un sussulto di sorpresa mentre mi passa davanti ma l’istinto di
cacciatore mi ha già fatto ruotare il polso e puntare l’arma sull’immensa
sagoma. Ho l’elastico posizionato solo sulla prima tacca, l’asta è una
tahitiana da 6 mm ma riesco a colpirlo in diagonale, prima che scatti
completamente in avanti, su un fianco. Aggancio subito il mulinellino in cintura
e osservo il dentice che s’infila dentro una caverna. Torno in superficie
felice come una pasqua. Silvio è a una quindicina di metri da me, mi osserva
mentre armeggio con il pedagnetto, senza portare su l’arbalete. Lo chiamo
mentre ho il filo in mano, gli urlo che ho preso un bel pesce ma il mio compagno
crede che gli abbia giocato una burla come mi capita di fare qualche volta con
gli amici di pesca. Ma stavolta gli dico che non è uno scherzo. Viene verso di
me senza fretta, crede proprio che faccio finta di aver preso chissà che pesce.
A pochi metri di distanza mi chiede se ho preso una spigola. Io gli dico di
sbrigarsi, di fare in fretta perché il pescione è reale, si è cacciato in un
buco, è ferito…- non sono neppure riuscito a trapassarlo!- Silvio si immerge
rapidamente, raggiunge l’apertura dello spacco situato in 4 metri d’acqua, e
guarda dentro la tana da dove usciva la sagola e un bel po di polverino.
Riemerge dicendomi che vede l’asta ma non riesce a scorgere la preda. Sicché
gli spiego di fare presto, di sparare ugualmente, di tirare vicino alla mia
tahitiana, alla cieca. Il dentice era impigiamato (la caratteristica livrea a
fascioni trasversali scuri) ed effettivamente non si scorgeva nel buio
dell’antro. Silvio eccitatissimo fa la capovolta, mira bene a fianco della
freccia e scocca il tiro. Da sopra si sentono i colpo di coda e osservo il
subacqueo che tira il filo del suo fucile portandosi dietro la mia asta e il
denticione. In superficie Silvio sbianca, il dentice è spettacolare, un pesce
così non l’ho mai preso. E’ il mio record personale: dieci chili e cento
grammi!
Testo
raccolto da Emanuele Zara.