LE AVVENTURE DI MAGGIO, I BANCHI, di Riccardo Molteni

I mesi primaverili sono contrassegnati da grande variabilità ma è proprio questa circostanza che in certi frangenti regala emozioni fortissime. Riccardo Molteni ci accompagna in questa esperienza, una serie di uscite in mare nello Stretto di Sicilia, sui famosi Banchi, posti mitici, ambiti ma difficili da raggiungere, da esplorare nelle aree più interessanti e meno sfruttate dalla pesca intensiva. Il campione siciliano approfitta del periodo pre estivo per cercare di insidiare le grandi ricciole, pelagici capaci di risalire correnti impetuose, flussi sottomarini di impressionante velocità e di presentarsi davanti al subacqueo semi nascosto in tutta la loro magnificenza. Tutto va predisposto nei minimi dettagli a iniziare dal lungo trasferimento nautico sino al calamento da approntare sul lungo fucile che si usa. Un’avventura che lascia sempre il segno…

Primo episodio. Il primo racconto attiene alla seconda metà di maggio, stiamo parlando di tarda primavera perché in realtà l’estate inizia sul calendario il 21 giugno. In questo periodo cominciano a esserci condizioni meteorologiche più accettabili, soprattutto gli strati superficiali del mare diventano più caldi. Insomma si inizia a vivere delle condizioni ambientali più compatibili con il discorso della pesca sportiva, atletica. Maggio è certamente il periodo in cui si va sulle zone che in inverno si sono trascurate, si riaprono dal punto di vista territoriale le zone più interessanti. In particolare, maggio, per quanto riguarda gli apneisti, è il mese in cui si inizia ad approcciare i Banchi del Canale di Sicilia. Dove non trovi assolutamente situazioni subacquee spettacolari dell’acqua come una visibilità cristallina, acqua calda. Anche lì scopri le medesime condizioni che trovi sottocosta: acqua ancora torbida, da noi si dice “in fiore”, con molta sospensione, molto plancton, temperatura ancora freddina a galla ma gelida sul fondo. Ma una pescata sui Banchi è sempre un occasione per osservare degli spettacoli strepitosi, unici, dove puoi vivere la circostanza straordinaria. 

Quello che ad esempio capita quando riesci a raggiungere alcune di queste secche, giungendo sulle sommità di queste rimonte con estensioni importanti, in certi momenti e soprattutto in questo periodo dell’anno, sono le visioni di cernie che un mio amico chiama cernie “pavone”. Pesci dalla livrea scura e azzurrognola, con le pinne pettorali completamente distese, bellissime da osservare mentre scorri il bordo dell’orlo. Pesci che sono risaliti da batimetriche invernali e che cominciano ad approcciare l’acqua un poco più luminosa, più tiepida, più ricca di cibo. Cibo non solo per i serranidi visto che i sommi dei Banchi si riempiono di ammassi incredibili di novellame. 

Un’altra ragione per cui diventa interessante riaprire la stagione di pesca nel Canale di Sicilia è che in questo periodo entrano e si concentrano i branchi delle grandi ricciole. Mentre nel Tirreno il periodo in cui questo pelagico accosta si riscontra a luglio. Maggio è il periodo in cui s’imbrancano, si concentrano intorno alle risalite dei fondali del Canale di Sicilia. L’anno scorso ci siamo trovati su uno di questi sommi, ma una volta in acqua abbiamo rilevato condizioni di visibilità intorno ai 15/16 metri che per questi posti è molto scarsa. C’erano delle creste sui 13 metri e s’intravedeva appena il fondale roccioso. La situazione sul posto era di una corrente molto forte, una corrente superiore ai due nodi. Minore, però di quella ancora più intensa che si trova da fine luglio a fine agosto.

 Quando arrivi da un inverno passato a pescare nella schiuma, in poco fondo e devi fare le prime immersioni in 20/25 metri con un nodo e mezzo di corrente vivi situazioni traumatiche! Per riuscire a pescare ti fai mollare sopra corrente poi cerchi di traslare il meno possibile pinneggiando in superficie e cercando di restare sul posto di interesse. 

Non si riesce a restare molto così quindi ti fai riportare nuovamente sopra corrente con il gommone. Non ci sono molte alternative…E quando la corrente è ancora più forte non ci sono segreti, sei costretto a diminuire drasticamente le quote operative. Naturalmente in questi posti non vai da solo, sei insieme al compagno di pesca e possibilmente a un valido barcaiolo che non deve mai perderti di vista: l’intesa con chi pilota il mezzo quando sei in acqua è fondamentale sia per la tua sicurezza sia per l’azione stessa di pesca. Ero in acqua da un’ora e mezza senza vedere nulla sia per le condizioni d’acqua sia per le condizioni di corrente. A un certo punto finendo nella parte sottocorrente di questo posto ci siamo ritrovati in una specie di cresta, di dorsale rocciosa abbastanza staccata dal pianoro algoso in cui siamo passati fino a quel momento, la parte terminale della secca sotto corrente: dalla superficie inizio a scorgere delle sagome con riflessi metallici, pesci grandi, tanti. Potevano essere tonni, non sono riuscito a decifrarne la natura quindi tento di fare un aspetto sul sommo di questa cresta. Purtroppo la corrente mi ha messo in grande difficoltà a tal punto da non riuscire bene a orientare e posizionare il fucile. Riesco comunque a fermarmi sul fondo, grossomodo intorno ai 15/16 metri d’acqua, e in breve sono circondato da una quarantina di grandi ricciole, pesci stimati dai venti ai quaranta chilogrammi. Uno spettacolo da togliere il fiato. In qualche modo cerco di selezionare quella più compatibile con la distanza, con la sagoma, con la gittata del mio Mr Carbon 119 e sparo. La passo da parte a parte ma non riesco a centrare un punto votale quindi allento la frizione del mulinello e risalgo. Mi faccio passare il secondo fucile dal mio compagno di pesca, Rocco Martello. Intanto il pesce si era allargato in fuori, lì il fondale precipita ripido sulla quarantina di metri. Scendo nuovamente e riesco a doppiarla prima che scenda ulteriormente di quote, gli ri sparo con difficoltà, scorrendo con la corrente, dall’alto verso il basso, mentre la ricciola con la coda cercava di affondare, su una quota di 23/24 metri; la centro appena dietro la testa nella parte superiore del corpo, un colpo sicuro. A quel punto la ricciola si è fatta recuperare e l’abbiamo salpata sino alla superficie naturalmente trainati da un fiume di corrente con un bel po di filo in bando e il pesce ancora reattivo. Una faticaccia. Ma quando salpi in barca un pesce di 37 chili tutto passa…  

Secondo episodio.  La seconda avventura è analoga alla precedente e risale all’anno precedente, più o meno nello stesso periodo stagionale. Il Banco raggiunto era uno dei più vicini, una navigazione di circa 25 miglia. Siamo arrivati e la situazione era di mare piatto, un olio, condizioni meravigliose. Un maggio spettacolare. Ci siamo guardati soddisfatti, eravamo davvero contenti. Il posto consiste in un sommo abbastanza esteso intorno ai 18 metri e la visibilità era buona, si scorgeva nettamente dalla superficie. Abbiamo buttato l’ancora, un’ancora con il tondino d’acciaio, quelle che si usano anche per il bolentino profondo. C’erano 50 metri di sagola, un’attrezzatura dedicata alla pesca sui Banchi, insomma. Metto i motori in folle, ero contentissimo di una giornata così quando, tutto d’un tratto, vedo Ettore, il mio compagno, che corre verso la cima che scorreva in acqua alla velocità della luce. Che cosa stava succedendo? Per farla breve la sensazione di euforia si è trasformata immediatamente in forte preoccupazione. Abbiamo trovato una corrente violentissima, eravamo dentro un fiume impetuoso, un torrente di montagna! Ettore riesce ad afferrare gli ultimi metri di cima, io intanto accendo i motori per indietreggiare e aiutarlo ma la sagola gli sfugge di mano e s’inabissa.

 Per intenderci abbiamo perso l’ancora e la cima, subito. A quel punto ci guardiamo attoniti e decidiamo di vedere se riusciamo a recuperare l’attrezzo. Tentativo infruttuoso perché questa specie di cubo di roccia viva, profondamente fessurata del diametro approssimativo di 200/300 metri è ricoperta da posidonia e da un’alga larga, delle foglie che sembrano quelle di una laminaria. Per la corrente, costante da cima a fondo, probabilmente l’ancora è stata ricoperta tanto da risultare nascosta e dunque irreperibile. Decidiamo di sospendere le ricerche dopo un’oretta e quindi optiamo per fare qualche tuffo soltanto e tornare al porto. A giornata persa decido di fare una discesa su un punto particolare, il migliore in questo periodo. Una pietra spaccata sul bordo di una caduta ripida che arriva sino a 35 metri, immagina un gradino che dall’orlo si affaccia nell’abisso. In 14 metri d’acqua, c’è questo sasso tondo, piatto dove normalmente si concentra qualche dotto, qualche pelagico, moltissima mangianza. Mi faccio mollare da Ettore 150 metri sopracorrente dalla zona e tento un tuffo. In questo tragitto cerco di rilassarmi, di preparare la discesa meglio che posso. Discendo e pinneggiando di gran lena giungo sul fondo. Mi sforzo di tenere le gambe basse, le pinne si rovesciavano all’indietro. La corrente era così intensa che l’unico posizionamento del fucile deve essere fatto lungo la direzione della corrente! Ogni tentativo differente di orientare meglio il 119 con gomme da 19 mm e asta da 6.75 mm si risolve in un insuccesso. Ma, per fortuna, mentre sono intento a capire come mettermi meglio sono stato circondato immediatamente da un branchetto di ricciole tra i 2 e i 5 chili. Cerco di mirare un pesce con difficoltà estrema da fuori l’orlo mi punta esattamente in linea con la punta della tahitiana una grossa ricciola. Riesce a risalire la corrente, una potenza nel nuoto davvero impressionante, e piano piano dal basso verso l’alto, si avvicina sempre di più. Quando è giunta a due metri, due metri e mezzo, non appena ha fatto per girarsi gli ho sparato perché era messa direttamente nella mia direzione. Non ho fatto grande difficoltà, non l’ho fulminata ma presa molto bene, e ho cercato di salparla subito verso la superficie. L’ho recuperata da galla, gli ho fatto fare alcuni giri concentrici poi l’ho afferrata per le branchie. Un bellissimo pesce di 22 chili preso in condizioni proibitive, e al primo e unico tuffo della giornata. 

Andare sui Banchi. Quando parliamo di banchi parliamo di punti in cui le condizioni di pesca risultano molto difficili, la corrente è lo standard, che superi il nodo e mezzo di velocità anche; come può esserci il caso assolutamente eccezionale di giornata con poca corrente, o addirittura di solo qualche ora senza corrente, che però coincide con all’assenza di pesce. Quindi sono situazioni in cui non si riesce a scendere per nessun motivo sotto i 25/30 metri di quota, non si ha l’efficacia necessaria a pescare con lucidità. Il pezzo di mare in questione è un ipotetico, enorme trapezio che parte da Trapani quindi traccia una linea immaginaria che si orienta sull’asse est/ovest; da Sciacca traccia un’altra linea in direzione sud ovest. In questo enorme tratto di mare ci sono diversi posti peraltro molto conosciuti che vanno dal Banco Graam al Banco Terribile, dal Banco Murena alla Barra, alla Secca di Scirocco, dal Talbot, al Talbottino, a Skerchi, eccetera, tantissimi posti tutti alla portata di un apneista. 

Da Palermo mi sposto in macchina sino a Trapani, o a Marsala, o a Mazara, o a Sciacca, uno spostamento che varia da un’ora a un’ora e mezza. Per quanto mi riguarda, ora, ho già un mezzo nautico da quelle parti che mi aspetta ma in altri tempi non era così e allora si portava il gommone al traino, ovvero ancora tenevamo un grande gommone a Mazara Del Vallo. 

Un ultima opzione, comoda e quella di appoggiarsi per i trasferimento agli amici, appassionati, che hanno le barche a Mazara a o a Marsala che ti aspettano e sono pronti alla grande avventura. Il dove hai deciso di andare corrisponde a distanze da un minimo di 25 miglia sino a 80, 85 miglia dalla costa. In realtà le rimonta più vicine sono un paio, mi riferisco al Banco Graam da Sciacca o la Secca Murena da Mazara ma già se parliamo di Banco Pantelleria o Talbot, o addirittura Skerchi si va da 38/40 sino a 85/90 miglia di distanza

. Bisogna calcolare anche che ci sono costole, appendici di questi Banchi non ancora conosciuti, probabilmente e se si ha del tempo, e soldi, a disposizione è un attività di ricerca che potrebbe riservare la visione di spettacoli d’altri tempi. Ci sono risalite a 27/28 metri non segnate sulle carte in cui osservi delle concentrazioni di pesce strabilianti. Posti di tale fascino che giustificano traversate così lunghe e impegnative. Solitamente si tratta di un viaggio massacrante e che dura lo spazio di una sola giornata ma capita anche di prevedere una pescata sui Banchi più lontani come ad esempio quello vastissimo di Skerchi e allora ci si organizza per passare la notte a Marittimo, si fa base lì: da qui al primo Banco ci sono circa 55 miglia. Si arriva sulla secca più vicina nell’arco di due ore, due ore e mezza. Restano quindi 5/6 ore di pesca poi si ritorna a casa. Non sto a dilungarmi sull’importanza che tutto sia perfetto e collaudato, è logico presupporre un mezzo nautico e un’attrezzatura assolutamente performante e sicura. Una sottolineatura va fatta nei riguardi delle previsioni meteo. Ci sono alcuni siti Internet che ormai illustrano la situazione meteorologica con grande precisione e affidabilità quindi la pianificazione si avvantaggia di questo supporto logistico fondamentale. Bisogna partire con una situazione di vento e mare stabile, la previsione serve a evitare un viaggio rischioso e pericoloso per la propria incolumità. I Banchi sono in un tratto di mare dove anche un vento di 15 nodi alza un mare forza tre che è un mare corto, ripido quindi anche con gommoni ben dimensionati se il vento sul tratto di ritorno spira in direzione contraria, ad esempio devi tornare verso Est e il vento soffia da Grecale diventa una “catastrofe” perché navighi al massimo a 13/14 nodi con colpi da tutte le parti. Viceversa se si ha la fortuna di uscire con una barca grossa torni senza eccessivi problemi. Relativamente al periodo primaverile capita che l’alta pressione atmosferica determini una nebbia fittissima che limita la visibilità in maniera decisa, succede che navighi con 20 metri di visibilità, e succede anche di sentire un rumore sempre più intenso che diventa assordante quando finisci al cospetto di una petroliera con la fiancata metallica alta trenta metri rischiando un naufragio catastrofico….

 

Testo raccolto da Emanuele Zara.