LOPRETE RAFFAELE

Il bricolage e le modifiche sull’attrezzatura subacquea sono argomentazioni che interessano molti appassionati pescatori in apnea. Tra gli agonisti la pratica di personalizzazione è un fenomeno assai limitato e, dal quello che ho potuto osservare direttamente in diverse manifestazioni, riguardante pochi componenti tra cui gli accessori montati sui fucili di serie, l’uso di  differenti elastici piuttosto che fiocine a quattro o cinque punte, la costruzione di pedagnetti, eccetera. Raffaele Loprete è un bravo atleta calabrese: l’ho conosciuto all’ultimo Campionato Italiano di Seconda Categoria 2006 svolto nelle acque pugliesi, dove non è riuscito a riqualificarsi. Ma si è subito impegnato ripetendo le prove selettive e quest’anno sarà presente alle semifinali meridionali in Puglia, a giugno. Mi ha colpito per una serie di interventi eseguiti sulla mimetizzazione della pala in carbonio delle pinne X-Carbon, sull’assetto degli arbalete con fusto in Ergal Black Blade, e per la disponibilità al colloquio, una qualità che non sempre è presente nei pescatori in apnea!

Raffaele qual è in tuo profilo atletico?

Sono alto 1.68 mt, peso 64 chili. Capacità vitale 5.8 litri. Sono nato in Calabria l’8 maggio del 1972. Nella vita, oltre andare assiduamente in mare tutte le volte che posso, svolgo l’attività di geometra all’interno di una studio tecnico.

I tuoi esordi come pescatore?

Mio padre è un vecchio pescatore subacqueo e a 5 anni, nel 1977, mi fece sparare con un corto pneumatico da 60 cm armato di fiocina, a una sogliola poggiata sulla sabbia. Fu la prima cattura del mio percorso sportivo! Per un bambino così piccolo è stato un flash indimenticabile, una sorta di impronta indelebile. Qualche anno più tardi, come altri ragazzini della mia età ci immergevamo lungo il fondale jonico, sono di Catanzaro, con i soliti marchingegni artigianali vale a dire stecche d’ombrello adoperate a mo di archi, canne terminate con forchettone. La mia prima muta, sempre regalata da mio papà, la ricevetti all’età di 13 anni, dopo un po arrivò anche il primo fucile vero e con questo le catture di polpi e seppie sottocosta, di pesci. La passione crebbe a dismisura così, anno dopo anno ho affinato la tecnica di prelievo.

Oltre al figura paterna hai avuto qualche maestro che ti ha insegnato l’arte di pescare sott’acqua?

No, non ho avuto insegnanti. Nella mia zona la differenza di età tra chi praticava con successo la pesca subacquea e chi era agli esordi era netta. C’è un buco generazionale, io rappresento il pescatore più anziano della mia generazione, che non mi ha consentito di sfruttare la risorsa dell’esperienza passata dai pescatori più vecchi ed esperti a quelli più giovani. Mi sono formato praticamente da solo, leggendo tutte le riviste del settore, imparando di volta in volta gli atti e le tecniche che vedevo mettere in pratica dai miei compagni di pesca. Sono sempre stato attratto dal modo di immergersi, di agire degli altri e ne ho fatto un serbatoio inestinguibile di esperienza educativa. Se qualcuno mi invita nella sua zona cerco in tutti i modi di organizzare un pescata insieme.

L’attività agonistica è coincisa con la frequentazione di un circolo, di un’associazione sportiva?  

Sono un ragazzo sportivo, mi dedico a parecchie discipline, non solo quelle subacquee. Pratico agonismo da quando avevo sette/otto anni: tiro con l’arco a livello nazionale, atletica leggera, sono allenatore di pallavolo, eccetera. Nel 97 mi sono iscritto nel circolo più vicino a casa mia, il Chico Sub, un club fondato in società con un mio amico e compagno di avventure dai tempi della scuola. Chico ha perso la vita mentre stava pescando in apnea nel 95 e a lui abbiamo voluto dedicare la società. La prima gara fu un campionato regionale disputato a Brancaleone in cui era ammesso l’impiego del gommone. Io ero alquanto sprovveduto, non disponevo di un mezzo nautico, così partii da terra con il Medisten e il 5 punte mentre il resto dei concorrenti raggiungeva a tutta birra i segnali al largo.  Mi qualificai al quarto posto tra lo stupore generale grazie a due cefali fiocinati sulla sabbia. Sempre nel 97 abbiamo affrontato  il nostro primo campionato per società, se non ricordo male nel mare di Civitavecchia. Partecipai naturalmente alle selezioni interne per stabilire il trio che doveva difendere i colori del Chico Sub. La prova consisteva in tre garette sociali da cui sarebbero stati estratti per regolamento gli atleti con i migliori tre piazzamenti conclusivi. 

 Io ero tra i più giovani, c’erano divari di 10/15 anni con i pescatori più esperti, ma mi difesi a denti stretti riuscendo a fare tre secondi posti quindi fui convocato di diritto. In seguito partecipai ad altre campionati per società e acquisii un posto fisso in squadra.

Dal 2000 ho avuto una svolta agonistica: ho sempre conquistato il podio in tutte le gare selettive regionali e interregionali a cui ho partecipato. Il mio miglior piazzamento è stato un secondo posto in una gara a Ischia, in casa di Beppe Tortorella e Beniamino Cascone, rispettivamente primo e terzo in classifica generale. Ricordo i commenti dei presenti alla pesatura quando il mio anonimo cavetto numero 23 ha “scaricato” sulla bilancia due saragoni oltre il chilo e altri pesci! Sono rimasto in seconda categoria ma non sono mai riuscito a salire nella massima divisione; l’anno scorso mi è andata proprio male così sono retrocesso. Per fortuna ho affrontato le selettive con determinazione quindi ho conquistato l’accesso alle semifinali meridionali che si disputeranno a fine giugno 2007 in provincia di Lecce. Speriamo di entrare tra i primi dieci classificati così da partecipare di diritto agli Assoluti in Sicilia, a metà settembre! Mi manca anche una vittoria al campionato regionale visto che sono cinque anni che giungo sempre secondo e al primo posto si affermano ogni volta atleti differenti!

Cosa fai per tenerti in forma?

Io svolgo un’attività libero professionale per cui ho la possibilità e la fortuna di gestire il mio tempo libero. Di norma vado in mare a pescare tre volte la settimana e quando capita anche di più. Preferisco di gran lunga allenarmi in questa maniera piuttosto che svolgere altre attività motorie. Se invece il tempo è tiranno ne approfitto per andare a correre, passare un’ora in piscina. Come allenatore di pallavolo posso disporre di una palestra in cui fare pesistica leggera o altre forme di lavoro aerobico.  Mio suocero è preparatore nazionale nel settore degli arbitri di calcio e spesso mi fornisce gli strumenti didattici per migliorare la preparazione fisica.

Come sei entrato nel team Effesub? Come ti trovi?

A fine 2005 ho stabilito i primi contatti con i manager dell’Effesub e il prestigioso di questa giovane azienda mi ha fatto firmare il contratto nei primi mesi del 2006. Sono stato particolarmente orgoglioso di entrare in questo Team, per me l’agonismo significa perseguire degli obiettivi. Siccome il mio sogno sarebbe quello di vincere il campionato di prima categoria il supporto e le motivazioni che ti sono offerte da una squadra di questo calibro è un’opportunità che ritengo eccezionale. Il clima che ho trovato nel gruppo mi fa presagire che le potenzialità di ogni atleta potranno emergere visto che lo scambio di opinioni, lo sviluppo dell’attrezzatura, l’esempio dei campioni segue dei percorsi prioritari. Ho chiesto, al mio arrivo all’Effesub, i motivi che hanno comportato i vertici dell’azienda a convocarmi nel Team visto che non mi reputo certamente un fuoriclasse come ad esempio rappresentano personaggi del valore di Calcagno, Mancia, Petrollini. Mi è stato detto che ho le possibilità di fare meglio, di puntare a traguardi importanti e ciò mi ha donato una soddisfazione incredibile. 

La pesca nel mare di Calabria: come la riassumeresti?

La Calabria è ancora una terra dove trovi posti selvaggi: non vedi una casa, non scorgi autoveicoli, sei solo immerso nella natura. Abitando a Catanzaro ho la possibilità di optare indifferentemente o per la costa Tirrenica o per il versante bagnato dal mar Ionio. Se il mare è mosso o brutto da un lato mi sposto rapidamente sull’altro. In questi anni ho avuto quindi la possibilità di valutare con attenzione entrambi i mari. I vantaggi dello Ionio consistono nella frequenza di correnti quindi c’è maggior transito di pesce di passo; è un mare più profondo e nei momenti e nei posti giusti si fanno catture importanti. Come morfologia costiera prevalgono le spiagge lunghe chilometri intervallate da qualche punta rocciosa. Nella parte nord della Calabria c’è grotto, la fascia che ora è parco marino; da Crotone a Le Castella si snoda un fondale di grotto bellissimo. Dopo una sequenza di spiaggioni troviamo qualche propaggine di granito sino ad arrivare giù verso Brancaleone, Capo Spartivento: la costa è aspra, compaiono falesie a picco, il mare sprofonda con linee batimetriche ravvicinate. Questo tipo di roccia continua sino a fare pendolo attorno all’estremità, a Palmi, nel Tirreno. Nello Ionio seppure caratterizzato da ampi spazi sabbiosi si trovano delle piccole risalite rocciose, o anche relitti di imbarcazioni che hanno la capacità di attrarre parecchio pesce. Nel Tirreno, invece, c’è l’acqua più mite, più calda. I fondali buoni sono in media più accessibili, 15/18 metri, seppure vale la regola che su risalite e cigli sul filo dei trenta metri si pescano dentici e cernie. Ci sono molte più franate e scogliere sottocosta per poi rincontrare nuovamente la base sabbiosa. Si riscontrano minori possibilità di organizzare battute al largo rispetto al mar Ionio; fanno eccezione località come Formicoli, Tropea, Diamante nell’alto Cosentino.

Riguardo l’attrezzatura ho avuto il piacere di constatare varie modifiche sull’attrezzatura di serie. Che elaborazioni fai?

Riguardo la maschera io non adopero il tubo aeratore inserito sotto il cinghiolo della maschera sia peschi all’aspetto sia entri in una tana: lo trovo scomodo e fastidioso. Lo piazzo all’esterno: pongo un passante di velcro sul cinghiolo, e un altro sul tubo, la tenuta è eccezionale anche pescando all’agguato nella risacca ma al contempo è semplice da rimuovere in caso di bisogno. Per la maschera uso il modello Camu che riporta i colori mimetici direttamente sul facciale in silicone. Le mute Effesub rispondono perfettamente alle mie richieste poiché trovo versioni mimetiche che “lavorano” in simbiosi con altri articoli, maschere e boccaglio. La cintura di zavorra è sempre corredata di un mulinello con circa 100 metri di filo che uso in tutte quelle occasioni in cui non è sufficiente la riserva di sagola del mulinello contenuta sotto l’affusto del fucile. Le pale in carbonio delle pinne X-Carbon le mimetizzo tramite una colorazione particolare: ho applicato un foglio adesivo color argento a specchio. In varie situazioni ho sparato a saraghi e orate provenienti dalla parte delle pinne: credo siano stati attratti probabilmente dalle “specchiate” inconsuete. Nel settore fucili apprezzo particolarmente tutta la serie Black Blade Open, gli arbalete con fusto in lega di alluminio Ergal e guida integrale. Curo molto l’assetto delle armi perché pescando spesso all’agguato con mare formato ho bisogno di un arbalete settato alla perfezione. A volte è sufficiente un cuscinetto in neoprene per aiutare il galleggiamento altre l’aggiunta di qualche piombino. Anche l’impugnatura è personalizzata perché mi aiuta a gestire meglio gli spostamenti del fucile e l’allineamento con la preda: a seconda dell’arma usata spessoro alcune parti del calcio in maniera da controllare meglio il rinculo e sentire una presa maggiormente diretta. Per le gomme tendo a montare elastici non troppo corti, non esasperati. Preferisco il diametro di 17.5 mm con mescola progressiva. Le aste sono quasi tutte da 6 mm. Questo allestimento mi consente una grande precisione di tiro.

Che tipo di pescatore sei?

Preferisco la tecnica dell’agguato che trovo una delle strategie di caccia più affascinanti. Non mi fossilizzo però soltanto sull’agguato ma vaglio di volta in volta la soluzione migliore per la situazione che incontro. Pesco indifferentemente all’aspetto, al razzolo, in tana, in caduta, a mezz’acqua, eccetera. Secondo me la capacità di adeguamento di un pescatore in apnea è una delle doti più preziose, quella che ti fa fare la differenza.

C’è un episodio vissuto in mare che ti è rimasto impresso?

Sì, ho il ricordo di un’avventura subacquea che non dimenticherò molto facilmente. Ero in compagnia di mio fratello, per l’occasione barcaiolo, ed eravamo nei pressi di Praia Longa, vicino  a Catanzaro. Il mare era liscio come l’olio, non spirava un filo di vento. Stavamo pescando su una striscia di grotto in appena sei metri d’acqua, dove erano intanati saraghi e corvine. Scorrevo gli spacchi con un 75 nell’intenzione di sorprendere qualche pesce fuori tana. Ad un certo punto mio fratello mi chiama: “ Ci sono delle pinnette che spuntano fuori dall’acqua a circa 100 metri da qui!” esclama con un tono sorpreso. Al che anch’io proietto lo sguardo all’orizzonte nel tentativo di vedere l’oggetto misterioso. Ho dovuto salire sul gommone e solo allora ho individuato una serie di piccole alucce che sembravano sospese a galla. Avviamo il motore e piano piano ci avviciniamo. Man mano che la distanza diminuiva le pinnette si contavano bene: erano quattro, ben distanziate l’una dall’altra, e spuntavano dal mare per sette, otto centimetri. Ho ipotizzato la presenza di un gruppetto di pelagici, di qualche pesce strano ferito ma non appena siamo arrivati a una trentina di metri le misteriosi protuberanze si sono eclissate. Stupiti dall’evento facciamo rotta verso terra quando le strane coppie di pinne spuntano di nuovo a qualche decina di metri dall’imbarcazione. A quel punto dico al barcaiolo di mollarmi in acqua perché sono intenzionato a controllare più da vicino la questione. Per sicurezza collego il fucile direttamente al mulinello in cintura e organizziamo la manovra: la barca dovrà compiere un giro largo per poi cercare di spingere nella mia direzione lo strano essere. Mio fratello compie l’ampia virata e come d’incanto le pinne mi puntano. Io non sono molto tranquillo e cerco di proiettare lo sguardo nel blu. A galla c’era un po di sospensione che limitava la visibilità mentre passato lo strato superficiale il mare era limpido come cristallo. Vedo le pinnette sempre più vicine, capisco che sono due pesci, non di più. Non faccio in tempo a formulare un’ipotesi concreta che un enorme pesce spada mi transita a brevissima distanza dalla maschera. Ho solo visto un occhio gigante e poi più nulla. D’istinto alzo l’arbalete perché mi aspetto che si materializzi il secondo animale. Così capita subito dopo. Il secondo pesce spada compare a meno di un metro dalla punta dell’asta. Ho il tempismo di premere il grilletto su quella sagoma alta una cinquantina di centimetri e di accorgermi che la tahitiana da 6 mm ha centrato il bersaglio a metà corpo perché passa un secondo e il bestione scompare trainandosi dietro tutto il filo del mulinello, una cinquantina di metri, e sfilando velocemente anche la sagola stipata nel pedagno. Il gommone mi è sopra, salgo sul tubolare e anche i 100 metri di monofilo da 1.40 sono finiti. 

Con il gommone partiamo in direzione del filo tesissimo ma per una ventina di metri è il pesce che ci guida, non riusciamo a sopravanzarlo e recuperare un solo metro di filo. Dopo una mezz’ora il pesce spada rallenta e ci permette di salpare finalmente qualche metro di filo. A quel punto non sappiamo che fare perché se erano due i pesci spada, un maschio e una femmina, può darsi che si riuniscano e la situazione diventa pericolosa. Ma non c’è il tempo di effettuare altre considerazioni perché il monofilo, all’improvviso, si detende del tutto facendoci capire che il pescione si è liberato. Recupero amareggiato la sagola e verifico che ha ceduto l’aletta della tahitiana: si è ribaltata all’indietro scalzandosi dal pernetto!

 

Testo  di Emanuele Zara.