Valle Grande - Riva Trigoso  

a)      Autostrada TORINO GENOVA (Km.170) poi per Livorno ancora 50 Km. per uscire a Sestri Levante poi seguire per Riva Trigoso e poi dopo la terza galleria più lunga c’è uno spiazzo per parcheggiare. Il mare è a 50 metri. Non c’è bar.

b)     A sinistra il fondale è abbastanza spoglio di flora, per cui ci sono anche pochi pesci fino a 400 metri di litorale, il fondale scende fino alla sabbia sui 10 metri. Dopo questa prima baia il fondale è più vario fino ad arrivare ad una batimetria di -20 metri sulla Punta Moneglia sempre poche tane, ma pesce più presente. Su Punta Moneglia c’è una casetta di pietre e davanti c’è una secca con cappello a -2 metri e da riva 250 metri e il fondale scende sui -15 metri. A destra c’è la zona migliore, ma anche la più battuta, presenza di più tane in fondale misto (posidonia, roccia, grotto) per finire sulla sabbia da -12 degradando fino a Punta Baffe qui -20 metri. Prima della spiaggia di Riva Trigoso. Generalmente visibilità scarsa. Inverno e Primavera: Entriamo in acqua puntando subito verso ponente, senza degnare di una sola occhiata le punte che si intravedono in rapida fuga alla nostra sinistra: pur se ben frequentate dai pesci nella stagione tardo estiva e autunnale, risultano troppo scomode, più profonde e, comunque, poco propizie per la pesca invernale. Nuotando a destra della spiaggia, invece, ecco iniziare un vasto bassofondo roccioso che, a terra, presenta numerose piccole franate e, più al largo (ma sempre su profondità massime di circa 7/8 metri), parecchi massi, anche di grandi dimensioni, e una cigliata assai interessante. 

  Una sorta di agguato veloce portato proprio a ridosso del bagnasciuga, specie con mare mosso e onda lunga, permette la cattura di cefali, salpe e di qualche sarago. Più al largo, dove le franatine lasciano il posto a sassoni di media grandezza, si può tentare l'aspetto alle spigole, orientando il fucile verso la riva, leggermente inclinati a levante (poiché le spigole, nove volte su dieci, giungono da terra e con direzione occidente-oriente). Facciamo scorrere la costa e arriviamo all'altezza di un gruppetto di scogli che bucano le acque a poca distanza dalla riva. Questo è il punto migliore per l'aspetto. Ben zavorrati e con armi lunghe e dal tiro veloce (non dimentichiamo che siamo in Liguria e che il pesce non si avvicina mai più di tanto), avremo la possibilità di insidiare cefali dorati (anche grandi) e saraghi di ogni tipo e taglia. In primavera anche le ricciolette (i cosiddetti limoni) e le piccole lecce incrociano in questa porzione di mare. Spostiamoci adesso fino a raggiungere le prime punte rocciose che chiudono i piccoli golfetti all'estremità occidentale della baia. Qui si attua, con ottimo profitto, la pesca in controluce; serve una buona zavorra (per affondare con poco sforzo e in silenzio) e un'arma molto maneggevole (sui 70 centimetri) e dal tiro bruciante, corredata di fiocina a cinque denti.

  Si spara al volo e in posizioni inusuali, spesso dal basso verso l'alto; le prede non mancano e la profondità di pesca è sempre contenuta (massimo cinque metri). Le prede più frequenti sono, ancora, i cefali e poi saraghi e qualche spigola. Nel sottocosta, in pieno inverno, grosse seppie e, a volte, totani di mole, insieme con belle triglie di scoglio, possono essere insidiati con una pesca di “passata”. Sulla strada del ritorno proviamo a spostarci un po’ più al largo, fino a incrociare (siamo sui nove metri circa) quella cigliatina di roccia bassa di cui abbiamo accennato in precedenza. Qui, l’aspetto frutta saraghi pizzuti, mormore, cefali e tanute; nelle innumerevoli tane vivono parecchi polpi e diversi gronghi di tagli Estate-Autunno: nuotando a destra della spiaggia ecco un bassofondo roccioso che, al mattino presto o verso il tramonto, regala ai meno esperti cefali e qualche sarago. Spostandoci più in là e un poco più al largo si possono incontrare branchi di mormore, da insidiare soprattutto con aspetti a media profondità, e, al limite della piccola franata rocciosa, qualche corvina di media taglia nascosta in fondo a tane buie e strette. Poco oltre, un grande scoglio si erge a poca distanza dalla riva: è un buon punto per l'aspetto in basso fondale; ben zavorrati, tanto la profondità è minima, e con armi veloci e silenziose (ottimi gli arbalete attorno ai 90 cm), avremo la possibilità di centrare grossi cefali dorati e qualche sarago di media mole. Proseguendo lungo la costa arriviamo a un piccolo golfo a semiluna, con una piccolissima spiaggia di roccia e alga; quasi al centro, a una profondità di circa dieci metri, c'è un gruppo di tre scogli con vaste tane a volta, dove soggiornano piccole aragoste e belle magnose; intorno a questi scogli, ma leggermente più al largo, si trovano alcune postazioni per l'aspetto a dentici di media taglia, a saraghi e a qualche ricciola sui 5-10 chilogrammi. Occorrono un'arma potente (meglio un oleopneumatico o un arbalete sui 115 cm), cavigliere zavorrate e una tecnica di discesa silenziosa e precisa; ci apposteremo rivolti verso la riva. Ma andiamo avanti, fino a giungere a una serie di punte rocciose che si inoltrano in mare con lunghe propaggini sommerse. Qui il fondale è più alto anche sottocosta e, ponendo attenzione alla tecnica di avvicinamento, potremo avere a tiro saraghi, orate e spigole, anche di taglia. Sono però necessarie una zavorra leggermente superiore al normale, che ci permetta di affondare immediatamente con pochissimi movimenti, armi molto veloci e maneggevoli (ottimi alcuni oleopneumatici sui 70 cm realizzati con materiali di estrema leggerezza e di assoluto equilibrio e arbalete sui 90 cm), corredate da fiocina a cinque punte o da aste tahitiane da 6 mm, pinne di media lunghezza. Ci avvicineremo alle punte con circospezione e attueremo la tecnica della pesca in controluce che da queste parti è molto fruttuosa, specialmente nei giorni di mare leggermente mosso. Si tratta di ossigenarsi bene e in silenzio, magari con la testa fuori dall'acqua, subito prima di svoltare l'angolo della punta, e di immergersi sfruttando la spinta negativa della zavorra sovrabbondante, fino a raggiungere qualche metro sotto la superficie, dove effettueremo un brevissimo aspetto (in questo caso potrebbe capitare a tiro una spigola o un cefalo in movimento) e poi, nel massimo silenzio, daremo poche pinneggiate necessarie a portarci sulla verticale dei centro della parete della punta. Se tutto si è svolto correttamente, dovremmo riuscire a scorgere i pinnuti intenti a banchettare con i mitili e i microorganismi della fascia superficiale della scogliera; basterà avvicinarsi di pochissimo e lasciare partire un tiro preciso dal basso verso l'alto per avere ragione di saraghi anche di grossa mole. Naturalmente non tutto è così facile come appare e occorre agire tempestivamente e sparare molto bene, senza mirare e in posizione precaria. Se invece i pesci vi vedono e fuggono, potrà succedere che qualcuno si fermi alla base della punta, incuriosito e disorientato, e allora potrete effettuare qualche aspetto nei dintorni, seminascosti dai massi del fondo. Altre due zone valide si trovano al centro delle ultime due baie prima della punta che chiude la scogliera, ossia Punta Baffe, riconoscibile per la presenza di una croce sugli scogli della riva. Qui, specialmente al tramonto, potremo praticare l'aspetto sui 12-17 metri, tra massi giganti e silenzio, in un'atmosfera crepuscolare. Le prede più ambite sono i dentici, la cui cattura è meno impossibile che in altri luoghi della Liguria. L'attrezzatura di base include un fucile sui 100 cm (e anche più), sia oleopneumatico sia ad elastico, corredato da un mulinello con sagola in nylon, e pinne lunghe da apnea profonda. Ma attenzione a non superare i propri limiti. Verso settembre e nei mesi più freddi, in queste acque si concentrano begli esemplari di calamari e seppie, gustosi in zuppe e fritture. Nei buchi più fondi della scogliera sono pure presenti grossi gronghi, di difficile cattura per l'esiguità delle tane, che permettono loro facili arroccamenti. Vediamo ora l'altra parte del nostro itinerario, ossia la zona a sinistra della spiaggia di Vallegrande. Troviamo il primo punto degno di nota per un breve aspetto appena fuori dalla piattaforma rocciosa costiera, dove inizia la sabbia, sui 7-9 metri di profondità. Con attrezzatura leggera e armi medie, si insidiano mormore, cefali anche enormi e saraghi di piccola taglia. Occorre nasacondersi tra gli ultimi scogli bassi del fondo. Nel piccolo golfo, proprio vicino alla riva, sulla parte sinistra, incontriamo un lungo canalone roccioso. Nelle giornate di mare un po' pazzerello, con limitata visibilità e molta sostanza organica in movimento, vi bazzicano spigole di buona mole e pizzuti degni di nota. Molta zavorra, per resistere alla forza della risacca, un oleopneumatico corto e potente, con fiocina a 5 punte, pinne corte e un poco di pazienza ed ecco pronto un cocktail di tutto rispetto. Più avanti ancora troviamo parecchie lingue rocciose, mentre il fondo si alza progressivamente: vale la pena di insistere con la tecnica della pesca in controluce. Poi, al centro del terzo golfetto, ecco la migliore posta per i dentici di tutta la zona; si tratta di alcuni spiazzi sabbiosi circondati dalla roccia bassa e scura e posti proprio al limite tra gli scogli e la rena, a profondità oscillanti tra i 12 e i 18 metri. Occorre avvicinarsi in silenzio e scendere a foglia morta; nei pressi dei fondo basterà allargare leggermente le pinne per rallentare la velocità e giungere a contatto con la roccia senza rumori inopportuni; ovviamente il boccaglio andrà tolto dalla bocca all'inizio della discesa. L'arma, preferibilmente un oleopneumatico sui 100 cm con mulinello e sagola di nylon, sarà puntata rigorosamente verso il largo, da dove arriveranno gli esemplari più grossi. Occorrerà non lasciarsi distrarre dalle altre prede di minor rango che possono giungere a tiro del nostro arpione. Sarebbe un peccato perdere un bel dentice per un sarago e qui i dentici ci sono per davvero. Il punto migliore è una strana conformazione rocciosa a sbalzo, che si alza dal fondale per circa un metro ed è rintracciabile osservando l'allineamento, a riva, di un piccolo pino marittimo isolato al centro della baia con una roccia di colore chiaro, posta un po’ più in alto. Continuando lungo la costa incontriamo la prima serie di secche parallele alla riva, dove potremo rintracciare saraghi, corvine e cefali, polpi e qualche rara orata di passaggio, assieme a salpe da record. Per ritrovare le secche in questione occorre porsi in corrispondenza di una caratteristica casetta di pietra sita sulla costa, a picco su una parete rocciosa. Spostandosi al largo di soli 150 metri ecco la prima secca, che sorge da un fondale di 10 metri fino a circa due metri dalla superficie ed è caratterizzata da una sorta di stretto cappello fratturato e costellato di piccole tane e lievi guglie isolate. I pinnuti che si incontrano con più facilità sono saraghi e salpe sul cappello e grossi cefali alla base della secca, sul lato che guarda il mare aperto. Più al largo, dopo una piccola distesa sabbiosa dove dimorano rombi, mormore e triglie, c'è la seconda serie di secche, che sono in realtà piccoli rilievi del fondo con spaccature e fenditure orizzontali coperte dalle alghe. Vi abitano corvine di mole e dei bei saraghi annosi. Siamo sui 15 metri e servono fucili corti da tana, con fiocine a cinque punte. Una picola torcia può essere molto utile nei buchi più profondi. Proseguendo, vedremo ancora fiordi e grotte, dove si praticherà la pesca al volo e in controluce a saraghi e orate, anche molto grossi, e poi una franata, sede di spigole di vario peso, molto diffidenti e insidiabili solo con la tecnica dell'agguato in medio fondo. Quindi, dopo una grotta alta sul mare, ecco la punta che chiude l'itinerario, Punta Moneglia. Siamo in zona di dentici e ricciole, con una costante presenza di orate e saraghi pizzuti davvero notevoli. La punta in questione si spinge in mare aperto ed è circondata da scogli e secche di vario tipo, emergenti e no, facilmente rintracciabili. Vanno bene tutti i tipi di pesca, meglio se al primo mattino e al tramonto. Per la pesca al pesce bianco nelle rare tane abitate (di solito le meno appariscenti e le più buie) useremo fucili ad aria compressa corti, armati con fiocine a cinque punte, piccole torce e pinne medio lunghe a buona spinta, mentre per agguati e aspetti profondi opteremo per maschere a piccolo volume, armi a lunga gittata (indifferentemente arbalete o oleopneumatici), pinne lunghe e potenti e mute molto elastiche. La zavorra sarà adeguata alle varie profondità. Particolarmente difficile, ma molto affascinante, può essere l'agguato in profondità alle grandi orate stanziali. In pratica occorre posizionarsi sui 20 metri circa, dopo una perfetta discesa, e attendere, nascosti da qualche masso del fondale, una decina di secondi per dare modo alle prede di avvicinarsi dal largo, incuriosite dai piccoli rumori che avranno accompagnato la nostra azione. A questo punto, con l'arma puntata nella direzione giusta e il dito pronto sul grilletto, ci sposteremo pian piano, senza quasi pinneggiare, restando sempre nascosti, ma cercando di osservare eventuali movimenti che annuncino l'arrivo delle prede. Se la fortuna ci assisterà avremo la possibilità di scorgere qualche orata (ma anche spigole) in avvicinamento. Ovviamente questa è una pesca per esperti, soprattutto in virtù delle quote a cui si svolge e della lunghezza dell'apnea, dunque attenzione a non strafare, nessuna preda è così importante da rischiare per la sua cattura. Subito dopo la punta ecco ancora un luogo interessante, costituito da un grosso masso sommerso a non più di tre metri di profondità, attaccato alla parete che scende in verticale. Pescando in controluce potremo ancora avere pesce bianco a portata di arpione, mentre aspetti a metà parete, dove esiste un comodo pianoro sui 7-8 metri, possono fruttare pizzuti e saraghi maggiori di media taglia.

c)     Pesce presente: Tordi, Murene, Mustelle, Orate, Saraghi, Salpe, Dentici, Cefali. Riassumendo: pesca anche in tana su medio fondale (12 metri e oltre), ma si consiglia l’agguato.