L’ISOLA DI S.PIETRO
L’ultimo
campionato italiano di seconda categoria, Portoscuso-S.Pietro 2005, si è svolto
nella Sardegna sud occidentale, un tratto di regione straordinariamente bello e
ricchissimo di fascino ambientale. L’itinerario che mi accingo a presentare
parla nello specifico dell’isola di San Pietro, teatro di gara di entrambe le
giornate, una località che merita una visita turistica perché le pareti a
picco sul mare stratificate in mille colori e l’alternanza con rare ma
bianchissime spiagge costituiscono un vero paradiso. Chi ama i posti dove non si
vede traccia esuberante di colonizzazione umana (fuori stagione è l’ideale
per una vacanza di pesca in completo relax), chi desidera assaporare le essenze
di una natura marina “vera”, selvaggia troverà in questi luoghi tutte le
risposte ai propri quesiti intimistici. Mentre scorrevo il campo imbarcato sul
gommone dell’assistenza (la prima giornata con condizioni meteo variabili, la
seconda con pioggia battente, mare mosso e un tempo da lupi) rimiravo l’alta
costa, magnifica nella sua imponenza e lambita da un mare che qui sfoga tutta la
sua potenza disegnando le pietre come un provetto scultore: ogni angolo, ogni
insenatura meritano davvero una sosta. Sembra impossibile che alle soglie del
terzo millennio ci siano luoghi ancora poco abitati ma la parte dell’isola di
S.Pietro esposta completamente a settentrione, la più interessante per i
pescatori in apnea, non mostra villette o paesini abbarbicati sui pendii perché
questa zona oltre che essere impervia è fortemente assoggettata ai temibili
venti dei quadranti superiori, tra i quali si esalta il caratteristico
Maestrale. Il vento in questione, originario del Golfo del Leone, attraversa il
Mediterraneo, si rinforza senza incontrare catene montuose di sbarramento e
flagella per gran parte dell’anno tutta la costa occidentale della Sardegna,
compresa l’isola di S.Pietro, sollevando onde e nuvole di aria salmastra alte
diversi metri. Sempre a causa del Maestrale i collegamenti con la terra ferma
sono talvolta problematici e tra l’altro possibili solo con i traghetti
provenienti da Calasetta e Portoscuso che fanno la spola con l’unico centro
abitato e porticciolo dell’isola, Carloforte.
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Tralasciamo questo breve preambolo descrittivo per analizzare ciò che maggiormente ci interessa: il panorama subacqueo. Se la parte emersa è incantevole immaginatevi cosa si osserva sotto la superficie del mare! L’isola di San Pietro offre uno scenario sottomarino entusiasmante con un acqua costantemente limpida anche dopo una mareggiata e visioni di roccia in tutte le tipologie disponibili in Mediterraneo. C’è alga, sabbia, grotto, granito, franate a massoni, cadute a lastre, secche, cigliate, promontori e golfetti frequentati da tutte le specie ittiche. Naturalmente il pesce è scaltro, mobile (qui si pratica da anni il bracconaggio, soprattutto di notte e impiegando bombole) e avendo la possibilità di rifugiarsi in profondità sceglie spesso questa opzione: i profondisti rivelano che oltre i venticinque, trenta metri è ancora possibile godere di spettacoli d’altri tempi. Chi desidera sommozzare in meno acqua magari non avrà la possibilità di vedere il volo di cinquanta corvine con il cernione da venti chili nel mezzo ma state certi che non tornerà a casa deluso perché i pesci ci sono anche a quote da principianti come dimostrato ampiamente durante il campionato italiano: parecchi atleti hanno pescato dagli otto ai quindici metri portando al peso saragoni da chilo e stupende corvine. Un discorso a parte vorrei dedicarlo agli amanti dell’acqua libera, alla cattura singola vissuta in un contesto esclusivamente qualitativo: l’isola di S. Pietro è frequentata da tonni, ricciole e da molti dentici enormi da insidiare sulle varie rimonte disseminate un po dappertutto. |
Vale la pena soffermarsi qualche giorno a
Carloforte per tentare di arpionare la preda record, quella da ricordare per
sempre. L’atleta che ci accompagnerà intorno all’isola di San Pietro è
Bruno Corsini, Ghigo per gli amici, un bravo pescatore cagliaritano del team
Seatec e profondo conoscitore di questo itinerario. Nell’ultimo campionato
italiano si è classificato al quinto posto strappando d’autorità il
biglietto per gli assoluti 2006. Procederemo a visitare l’isola in senso
orario partendo dalla porzione di isola che guarda la costa.
Carloforte.
La costa est dell’isola di S.Pietro, la parte rivolta a terra e orientata
verso l’altra isola dell’arcipelago sulcitano, S.Antioco, presenta
centralmente il paese di Carloforte, ottimo e sicuro come porticciolo di
partenza o ridosso al Maestrale ma tutta l’area si rivela poco interessante
per il discorso della pesca con il fucile. Sabbia e alga sono i substrati
preponderanti infatti nel raggio di poche miglia si snodano via via una serie di
spiagge stupende, Girin, Guidi, Bobba, situate tra la punta Nera e le
caratteristiche Colonne, adatte per il relax post immersione o per gli amici che
aspettano il nostro ritorno da pesca. Il tratto migliore per gli apneisti è
sicuramente tutto quello nord-occidentale, cioè da località Conca all’Isola
Piana. Scopriamolo.
Da
Conca fino a Punta Spalmatore. L’alternanza di coste a picco e franate di
massi con profondità comprese entro gli otto e i dieci metri offre a tutti una
possibilità di caccia a quote medio-basse con i risultati migliori se le
strategie di agguato e aspetto vengono abbinati ad un mare in leggera scaduta.
In questo tratto c’è una buona presenza di saraghi, di cefali, le nostre
prede principali, ma attenti perché non è raro l’incontro con qualche bella
orata e qualche barracuda. Allontanandosi da riva il fondale scende abbastanza
repentinamente lasciando spazio a sabbia e roccia poco spaccata dove razzolare
le nostre prede, diventando decisamente più interessante in prossimità di
Punta Spalmatore. Sempre in quest’area merita una visita, magari nelle
giornate di mare formato, anche la secca della Caletta, una piattaforma di
roccia abbastanza vasta situata al centro dell’omonima spiaggia, che arriva a
pochi metri dalla superficie e può ancora regalare qualche cattura interessante
pescando soprattutto all’aspetto.
Da
Punta dei Cannoni al Becco. Superato un tratto (irraggiungibile via terra)
privo di fondali interessanti perché il fondo è prevalentemente strutturato da
distese di sabbia e posidonia con rari agglomerati di roccia, peraltro
difficilmente localizzabili, ci fermiamo di fronte l’isolotto del Becco
attorno al quale possiamo iniziare a razzolare, senza tralasciare le lingue di
roccia che dallo scoglio partono direzione Capo Sandalo. Alternando pesca in
tana e aspetto potremo mettere a paiolo saraghi, corvine, cernie e pesci di
passo, dal dentice alla ricciola. Qui le scogliere a picco oltre ad offrire un
paesaggio stupendo, sono un’oasi naturalistica a protezione dell’ormai raro
Falco della Regina che in questi siti ama nidificare.
Capo
Sandalo e isolotto del Corno. A largo di Capo Sandalo spunta uno sperone
roccioso, l’isolotto del Corno, emerso da batimetriche limitrofe abissali. La
zona si può raggiungere anche da terra: qualche impavido alpinista subacqueo si
mette lo zaino in spalla e affronta una lunga discesa impervia. Certamente
l’appoggio di un mezzo nautico è preferibile anche per un supporto logistico
vista la difficoltà che qui s’incontra in ogni tipo d’immersione. Questo
punto è uno dei luoghi più belli e ricchi di fauna ittica che l’intera isola
di S.Pietro offre al subacqueo: l’unico problema è la presenza quasi
stanziale di una forte corrente, anche tre o quattro nodi, che se da un lato
favorisce l’instaurarsi di un’abbondantissima catena alimentare dall’altra
rende ardua ed estremamente impegnativa l’immersione in apnea (d’estate la
zona è presa d’assalto dai diving ma anche loro sudano sette camice per
immergersi). Un’altra osservazione riguarda la profondità d’esercizio: nel
canale di terra e attorno a capo Sperone c’è qualche pietra buona in basso
fondale ma attorno al Corno solitamente si pesca oltre i venticinque metri. La
roccia vulcanica lascia spazio, in vari settori sotto i trenta metri, ad
agglomerati di grotto mozzafiato dove le grosse cernie sono di casa insieme a
dotti giganti e a caroselli di saraghi e corvine di mole. Non sono rari neppure
gli incontri con i pelagici, in particolare dentici, ricciole, palamite, tunnidi.
Tornando in prossimità di Capo Sandalo vale soffermarsi a pescare in
tana sulla frana di grossi massi che si estende in direzione Cala Fico: ci sono
saraghi anche oltre il chilo di peso, corvi, capponi, labridi, e qualche cernia.
Anche l’aspetto nell’immediato sottocosta regala, nelle giornate giuste,
grande divertimento e catture rilevanti, ad una profondità compresa tra i dieci
e i quindici metri.
Da
Cala Fico a Cala Vinagra. L’itinerario di questo tratto costiero è
facilmente raggiungibile via auto se si intende pescare a Cala Fico
mentre se si preferisce optare per cala Vinagra potremo raggiungerla da terra
solo dopo una lunga camminata. Qui la profondità di pesca è contenuta entro i
primi quindici, venti metri: si trovano alcune frane di grossi massi che
permettono sia di effettuare aspetto e agguato in acqua bassa a caccia di pesce
bianco, sia di razzolare sul medio fondale. A largo di Cala Vinagra la secca
segnata sulla carta nautica, ci regala spesso la visione di grossi dentici non
sempre disposti a farsi catturare dal sub ma per questo estremamente
stuzzicanti.
Da
Cala Vinagra a Punta delle Oche. Da Cala Vinagra spostandosi in direzione di
punta delle Oche, la costa a picco offre nell’immediato sottocosta pochi
massoni che si adagiano sul fondo sabbioso, dove solo l’agguato con mare
formato è possibile arpionare qualche bel sarago. In prossimità
dell’isolotto di Stea il fondale cambia decisamente aspetto e rivela una
distesa di grotto molto interessante che diparte dai diciotto metri e va a
morire oltre i trenta. E’ un habitat ideale per saraghi, corvine e qualche
smaliziata cernia.
Punta
delle Oche e secca omonima. In prossimità di Punta delle Oche il fondale si
ripresenta con franate di grossi massi ciclopici e profondità sempre
impegnative. E’ un altro posto difficile ma che sa regalare incontri speciali.
Le specie catturabili sono le classiche della pesca in tana, saraghi corvine e
cernie, ma in prossimità dei pianori dinanzi al promontorio si osservano
branchi di dentici e barracuda. Qualche centinaio di metri a largo della punta
si erge la secca delle Oche con il cappello situato a diciotto metri. La rimonta
offre un vasto pianoro ideale per la posta ai dentici, talvolta di grossa
taglia, ma bisogna selezionare l’orario delle uscite perché i pesci sono
disturbati spesso dalla presenza dei diving. Per i più esperti la base della
secca a trentacinque metri può consentire l’incontro con cernie e dotti di
mole.
Da
Punta delle Oche all’Isola Piana. Procedendo
da punta delle Oche verso l’Isola Piana, ci soffermiamo sulla frana denominata
delle Tacche Bianche, dove la profondità di pesca è estesissima in quanto ci
si può immergersi tra i due e i trentacinque metri. E’ un posto battuto, il
pesce è diffidente ma se ne vede sempre parecchio. Ci vuole fiuto e adattamento
alle varie tecniche di pesca per affrontare i pesci più diffidenti di tutta
l’isola di S.Pietro. Non tralasciamo la zona della Punta, sempre valutando che
la corrente non sia troppo forte: il sito offre un’ampia zona di roccia a
partire dal sottocosta fino alle solite profondità impegnative permettendoci
comunque di razzolare gli onnipresenti saraghi e di effettuare aspetti a grossi
predoni quali leccie, ricciole e dentici oltre ai soliti barracuda. Stesso tipo
di fondale si presenta attorno all’Isola Piana, dove pescando all’agguato
nelle onde non è rara anche la cattura di qualche spigola di mole.
Il Canale tra isola di S.Pietro e Portoscuso. Infine tra l’Isola Piana e Portoscuso merita di essere menzionato anche il Secco Grande, vasta estensione rocciosa un tempo ricca di pesci di tutte le specie, oggi un po’ troppo sfruttata, ma che può comunque riservare qualche bella sorpresa. Da qualche anno e possibile visitare il relitto di una nave cargo diretta al porto industriale di Portovesme ma incagliatasi sulla secca e successivamente affondata su un fondale di quindici metri. La parte più alta del relitto è a soli 2 metri dalla superficie.
cenni storici. Cittadina prettamente turistica, Carloforte si caratterizza per le sue spiccate origini genovesi, risalenti a insediamenti di popoli liguri provenienti dalla colonia di Tabarka. L’impronta ligure si nota nelle tradizioni alimentari e linguistiche, nella topografia della caratteristica cittadina. Durante il regno Sardo-Piemontese circa 300 persone approdarono alla Caletta, sul lato sud occidentale dell’isola e fondarono il primo centro abitato, del quale ormai non è rimasto quasi nulla. I pirati tunisini, infatti, saccheggiarono e rasero al suolo il paese ripartendo per l’Africa con un migliaio di schiavi. Pochi uomini riuscirono a rifugiarsi nelle campagne dell’interno, e solo cinque anni dopo con l’intervento e la mediazione del re Carlo Emanuele III di Savoia, i Carlofortini riuscirono a recuperare gli ostaggi e ricostruire il paese nel punto dove è visibile ogg
tonnara. Da qualche anno ha ripreso a funzionare a pieno regime anche la
famosa tonnara di Carloforte, un sistema di pesca tradizionale e antico per
l’isola sulcitana. Nei mesi di maggio e giugno si effettua la mattanza: è uno
spettacolo incredibile, forte ma ricchissimo di fascino. I tonni rossi catturati
a fine primavera sono destinati soprattutto al mercato giapponese attirati nel
Mediterraneo da un prodotto ittico di qualità eccelsa. Una parte del pescato
però viene acquistato dai ristoratori e dalle cooperative locali e attorno a ciò
ruota una manifestazione turistica detta Girotonno, capace di attirate in zona
migliaia di turisti.
Pillole
itinerario dell’isola di S.Pietro.
Raggiungere
le aree di pesca. Non esistendo sufficienti mezzi pubblici per gli
spostamenti dalla cittadina di Carloforte alle zone di pesca il consiglio è
quello chiaramente di imbarcarsi con la propria auto sui servizi navetta per
potersi poi spostare, comunque limitatamente, all’interno del territorio. Per
chi invece preferisce raggiungere l’isola con la propria barca (il sistema di
spostamento migliore) ha a disposizione la comoda possibilità di alare il mezzo
dai porticcioli di Calasetta e Portoscuso che offrono due comodi scivoli da
sfruttare in base ai punti da battere (il trasferimento è di 4 miglia circa per
entrambe le località). Esiste anche una terza via: traghettare auto e carrello
con gommone al seguito, ma il costo del passaggio è abbastanza alto e conviene
solo se si intende alloggiare direttamente sull’isola per qualche giorno, a
Carloforte.
Condizioni
meteo. Il Maestrale è l’incontrastato guardiano della costa nord: ha la
cattiva abitudine di sollevarsi repentinamente rendendo difficile la navigazione
ma per fortuna ci sono i bollettini nautici che lo prevedono con anticipo. Una
saggia consultazione degli stessi o una telefonata alle autorità marittime
locali eviterà brutte sorprese. Si pesca sempre a “mare aperto”,
generalmente abbastanza lontani da un ridosso sicuro, quindi attenzione anche ai
venti da sud. Ho navigato con mare formato nei pressi dell’isolotto del Corno
e ammetto di aver avuto un po di paura: il Novamarine da 7 metri sembrava un
fuscello…tra una sequenza di onde impressionanti.
La
corrente. Pescare a S.Pietro significa stare a braccetto con la corrente. In
alcune parti, fuori dall’isolotto del Corno o nel canale di terra, per fare un
esempio, il pesce più bello e più grosso s’incontra generalmente quando la
corrente è sostenuta ma sono pochissimi i “fenomeni” che riescono a
immergersi e a cacciare per qualche ora in simili condizioni. Un particolare
curioso si manifesta quando il vento soffia da un versante e la corrente
proviene dal senso opposto. La migliore è ritenuta quella da nord: pulisce
l’acqua; la corrente da sud, invece, la sporca e tende a marcare sensibilmente
il termoclino.
Quali
tecniche. La conformazione accidentata delle coste e conseguentemente dei
fondali, l’estrema limpidezza dell’acqua, l’abbondanza di pesce permettono
a tutti di poter pescare praticando la propria tecnica di pesca preferita e
insidiando qualunque tipo di preda, dall’agguato nella schiuma all’aspetto
profondo, dalla tana alla caduta, dalle immersioni sulle secche al razzolo nel
medio fondale. Da questo punto di vista l’itinerario di S.Pietro rappresenta
una palestra ideale.
Il
pesce simbolo. L’isola di S.Pietro è ricca di molte specie ittiche,
pelagiche e stanziali. Il pesce simbolo per i subacquei del luogo è la cernia.
Se ne incontrano numerosi esemplari un po dappertutto e qualcuno ha dimensioni
notevoli. In gara non se ne possono più prendere e durante il campionato di
seconda categoria ne sono state avvistate molte sopra i cinque, sei chili di
peso.
La
situazione in estate. Durante il periodo estivo la popolazione dell’intera
isola, o meglio di tutto l’arcipelago del Sulcis perché anche l’isola di
S.Antioco accoglie migliaia di turisti, si moltiplica esponenzialmente e la
pesca subacquea diventa molto pericolosa per l’intenso traffico di
imbarcazioni che sfrecciano in tutte le direzioni: bisogna recarsi a pesca
preferibilmente alle prime luci dell’alba e al tramonto o nelle giornate di
mare mosso.
I
mesi migliori. I periodi più favorevoli per programmare qualche giorno di
pesca sull’isola di S.Pietro sono sicuramente la fine della primavera, inizio
estate, diciamo il mese di maggio e giugno, e la fine dell’estate, da metà
settembre sino a tutto novembre. Il motivo è facilmente comprensibile:
pescherete in assoluto relax per via dell’assenza di turisti, in mare non
dovrete alzare continuamente la testa per controllare se qualche motoscafo vi
punta, i pesci saranno più numerosi e relativamente tranquilli.
Come
arrivarci.
La soluzione più comoda, e più rapida, per raggiungere l’Isola di San Pietro dalla penisola consiste nel giungere al porto di Cagliari, via traghetto, o l’aeroporto di Cagliari, Elmas. Chi sceglie il mezzo aereo e ha intenzione di noleggiare un’automobile troverà le agenzie specializzate direttamente dinanzi allo scalo, sotto il parcheggio multipiano limitrofo all’aerostazione. L’arcipelago del Sulcis si raggiunge in autovettura percorrendo la viabilità provinciale che dall’asse centrale della statale 131 (la Carlo Felice attraversa da nord a sud la Sardegna) diparte verso Iglesias (Statale 130). Anche chi proviene dal nord Sardegna, Porto Torres o Olbia dovrà percorrere la 131 poi deviare verso l’interno all’altezza di Sanluri, imboccare la statale 293 per Samassi, Vallermosa e innestarsi nella SS 130 sulla circonvallazione di Siliqua. Da qui si seguono le indicazioni per Carbonia, SS 126, e prima si troverà il bivio a destra per Portoscuso, proseguendo invece in direzione di Calasetta (isola di S.Antioco) per altri 35 chilometri si dovrà oltrepassare Carbonia, giungere a S.Giovanni Suergiu, attraversare l’istmo che unisce l’isola alla terra ferma sino al terminal dei traghetti.
Testo
di Emanuele Zara.