LA MARINA DI ARBUS
La Sardegna è un’isola di bellezza straordinaria e da quando ci abito non finisco di stupirmi dinanzi a nuovi scenari ambientali che scopro sia tra i monti e le valli dell’interno sia, soprattutto, lungo il perimetro costiero. L’inverno è una fantastica occasione per visitarla in quanto non ci sono turisti ed è possibile godere del mare “vero” quello privo di flotte di yacht che solcano incessantemente calette e golfi. Devo ammettere che un po di pigrizia limita le velleità da esploratore indomito ma a risvegliare la passione di frequentare itinerari sconosciuti ci pensano gli amici pescatori subacquei che di tanto in tanto mi chiedono di effettuare una giornata in mare nei loro posti migliori. Qualche mese fa, per esempio, ho ricevuto una telefonata da un signore che mi ha confidato di leggere Pescasub & Apnea da moltissimi anni: dopo aver appreso da un caro amico comune il mio recapito ha deciso di contattarmi per uscire insieme a pesca. Diciamo subito che la richiesta mi ha eccitato perché ogni volta che si organizza una pescata in compagnia di apneisti sardi (incredibilmente generosi a svelare i propri territori) ho sempre vissuto delle avventure estremamente positive. Attendendo un periodo di tempo favorevole e l’assenza d’impegni reciproci ci siamo organizzati e dati appuntamento ad Arbus, un paesino abbarbicato tra le spettacolari montagne dell’Iglesiente, luogo di residenza del mio interlocutore. Finalmente in una luminosa e tranquilla giornata di fine gennaio si decide il gran momento.
| Dopo una mezz’oretta di strada giungo a Guspini, mi arrampico per altri cinque o sei chilometri tra tornanti immersi nella macchia mediterranea, uliveti e antichi siti minerari, oltrepasso il valico denominato Genna Frongia (365 s.l.m.) giungendo nella cittadina di Arbus, dove ad aspettarmi trovo Marco Sardu, presidente del CI.S.A. (Circolo Subacquei di Arbus), l’atteso compagno d’immersione. Marco è un affabile agonista sardo degli anni 70/80 e conosce a menadito tutto il litorale, e le secche al largo, che dal promontorio di Capo Pecora si estende sino a Capo Frasca: sono circa 42 chilometri di costa (secondi solo al litorale di Olbia) caratterizzate da una natura ancora incontaminata (anche se non ci sono zone protette ad eccezione della base militare di Capo Frasca e della Casa di Reclusione di Is Arenas) e da una fauna ittica ampiamente rappresentata qualitativamente e numericamente. Vi sembrerà un’assurdità che alle soglie del 2005 parli di ambienti costieri quasi vergini ma in quest’angolo di Sardegna la realtà è proprio così: le strade asfaltate sono poche, gli insediamenti urbani limitatissimi, gli sbocchi in mare comodi e accessibili si contano sulla punta delle dita di una mano sola. | ![]() |
Questo è lo scenario aspro che si è aperto ai miei occhi, un panorama che sin
dalla sommità dei monti che dominano le valli segnate dagli stabilimenti
estrattivi e dalle casette diroccate in cui dimoravano i minatori, offre le
motivazioni per restare in una sorta di contemplazione meditativa. Marco ha
pronto il gommone ma siccome le previsioni meteo non offrono un quadro di calma
assoluta per il pomeriggio si opta per partire da terra. Frequentare la zona
di Marina di Arbus, e più in generale tutta la Costa Verde, vuole dire,
innanzitutto, fare i conti con il mare; è lui il vero responsabile del
mantenimento di un fondale poco sfruttato perché la costa della Sardegna
sud-occidentale è battuta spessissimo da venti dei quadranti settentrionali che
lo agitano impedendo a tutti (pescatori professionisti, dilettanti,
villeggianti, eccetera) di uscire o peggio, di rientrare. E’ un mare blu,
pulitissimo, privo di inquinamento, ricco di pesce ma in cambio chiede
costantemente attenzione e saggezza nell’affrontarlo. Esistono un paio di
scivoli nel mezzo del tratto che ci interessa (denominato in dialetto sardo
Babari, i barbari), compreso tra Porto Palma a nord e Marina di Arbus a sud,
ma questi si possono utilizzare solo con tempo stabile e mare calmo: sono
lo scivolo di Tunaria a nord, e quello di Gutturu e Flumini a sud. Chi possiede
un fuoristrada o un gommone leggero si trova agevolato nelle operazioni di varo
e di alaggio del mezzo nautico perché le opere in cemento e i bassi fondali
contigui sono piuttosto disagevoli da affrontare in sicurezza. Partendo da
terra, ed è la scelta che quasi tutti i pescatori della zona adottano per gran
parte dell’anno, si può battere la zona di Babari anche se il mare non è in
condizioni perfette. Marco mi racconta che con Maestrale sino a forza 4/5 si
riesce a pescare, dopo l’altezza delle onde e la corrente impetuosa rendono
impraticabile oltrechè pericolosissima la frequentazione anche da riva.
Trasferisco l’attrezzatura nel bagagliaio della Panda blu poi seguendo la
strada che conduce al mare scendiamo per una ventina di chilometri sino a
Gutturu e Flumini (la gola del fiume). La località è composta da poche unità
abitative (lungo il tragitto abbiamo però incontrato le insegne di qualche
agriturismo, di un campeggio, di ristoranti, eccetera). C’è un fiumiciattolo
che si getta a mare prima di Punta Sa Calada Bianca e questo torrente
contribuisce a richiamare in zona la preda tipica del periodo: la spigola. E’
mattina presto e decidiamo subito di entrare qui. La morfologia del sito
richiama l’andamento di tutta la costa compresa tra Gutturu e Flumini e Porto
Palma. L’immediato bassofondo è ricco di ciottoli alternati a piccoli spiazzi
sabbiosi e poi il fondale decresce dappertutto molto lentamente. E’
preferibile piombarsi bene e compiere qualche aspetto perché già dai primi
tuffi, in un metro di fondo, capita di vedere cefali, branzini, pesci serra e
qualche grosso pelagico. Memorabile il ricordo di Marco che in questa zona ha
arpionato diverse lecce giganti, con un esemplare sopra i 30 chili di peso
sorpreso in un metro e mezzo d’acqua! La costa è scoscesa, alta ma non c’è
l‘ombra di una franata, di una cascata di massoni. Allargandosi leggermente i
piccoli sassetti lasciano il posto a strisce di roccia chiara frammista a pietra
scura. Ci sono canyon, canaloni tra gli scogli e proprio dove l’onda frange
arrivano le prime spigole. Ne vedo due di peso medio mentre Marco che sta
pescando a una trentina di metri dal mio pallone spara, ma per un’improvvisa
ondata perde l’allineamento e manca il muso di un pesce sui due chili.
L’acqua è appena torbida con una visibilità che peggiora nella schiuma e si
apre sino a sette otto metri man mano che ci si allontana. Punta Sa Calada
Bianca si getta in mare con una falesia suggestiva: è calcarea e infatti il
bianco delle lame di roccia si proiettano verso il largo. Si succede Punta
Maimoi, poche centinaia di metri oltre appare l’imponente e massiccia Punta di
Tremolia: in alto ci sono pascoli verdi poi la pietra rossastra e nera si getta
in mare producendo un contrasto cromatico che ricorda certe coste blasonate del
Nord Europa. Progrediamo nella ricerca di pesce: mediatamente non si superano i
tre, quattro metri di profondità ma in condizioni di mare più caldo conviene
puntare al largo dove le batimetriche sprofondano con una prima fascia costiera
intorno ai dieci metri poi il grotto alternato alla posidonia e alla sabbia
caratterizza il fondo sino ai 22, 23 metri. D’estate si sondano questi posti,
(aiutandosi con il gommone si velocizza l’azione e si ha la possibilità di
scorrere meglio lunghi tratti) dove nuotano e si rifugiano principalmente
saraghi e corvine ma capita anche di fiocinare qualche orata o di vedere la
scodata di belle cernie. Noto una successione di punte e insenature man mano che
guardo la costa: sono posti di eccezionale fascino e l’ambiente di caccia è
reso ancora più promettente da alcuni grossi scogli affioranti che si notano
grazie anche agli sbuffi bianchi dei frangenti. Il mio compagno mi spiega che
per battere bene la zona di Babari occorre almeno una giornata perché è vero
che in totale le miglia di mare da esplorare sono solo tre o quattro ma le
batimetriche buone sono estese da riva sino a mezzo miglio e oltre al largo.
Attorno ai macigni e ad alcuni spuntoni monolitici il fondale cade bruscamente
per una decina di metri (qui con la temperatura del mare giusta arrivano
dentici, barracuda e anche qualche tonno). Alternando aspetti e agguati tra le
fenditure verticali delle rocce riusciamo a collezionare un paio di spigole e
tre grossi muggini che valgono l’uscita. Non abbiamo sparato appositamente
alle salpe, numerosissime, anche se qualche esemplare avrebbe meritato di finire
a filetti nel sugo della pasta! Approfittando della giornata calda torniamo
indietro, mettiamo due sacchetti di nylon sui sedili dell’autovettura e ci
dirigiamo verso nord, in direzione dello scivolo di Tunaria e dell’adiacente
punta di Sa Murta. Mentre procediamo Marco imbocca una stradina sterrata
abbastanza impervia ma a bassa andatura si superano tutti gli ostacoli. Il
tragitto è comune a quasi tutte le punte (tra un golfetto e l’altro c’è un
tripudio di massi affioranti che richiamano pesce tutt’attorno) nel senso che
invece di nuotare per ore lungo costa e poi faticare per ritornare al punto di
partenza (l’ideale sarebbe un compagno o una compagna disposta a spostare
l’autovettura all’estremo punto dell’itinerario) si possono raggiungere i
promontori più interessanti attraverso dei sentieri da percorrere a piedi,
attrezzatura in spalla. Arriviamo ai bordi della costa con il muso della vettura
a pochi centimetri dal precipizio: guardo di sotto e scopro un camminamento che
porta sino al mare. Siamo sopra Punta Su Coviu. A destra e sinistra del punto di
osservazione ho un’immagine chiara della costa: il fondale sino a un centinaio
di metri è corollato da lame di roccia e massoni che spuntano qui e là
spaccando l’onda. E’ stupendo! Marco scende il pendio (circa trecento metri
ma su altre punte ci sono sentieri che richiedono anche una mezz’ora di
camminata) per fare ancora una pescata ma io preferisco cambiarmi e scattare
qualche foto a un paesaggio mozzafiato. La battuta dell’amico frutta ancora
una spigola e un muggine.
Dopo una quindicina di giorni sono tornato a trovare Marco, siamo riusciti a uscire in gommone dirigendosi a sud, in Costa Verde. Vi racconterò la mia esperienza più avanti…
Come raggiungere la Marina di Arbus
Raggiungendo la Sardegna via mare le località più comode dove sbarcare sono sicuramente Cagliari a sud oppure Porto Torres a nord. Una volta giunti a Porto Torres occorrerà seguire le indicazioni per Sassari – Cagliari, S.S. 131, la Carlo Felice; con due orette di viaggio, superato Oristano, si imbocca l’uscita di Uras. Per raggiungere Arbus e da qui i luoghi di pesca conviene seguire la strada statale 126 per San Nicolò D’Arcidano e poi per Guspini. Giungendo da Cagliari, invece, il tragitto sulla S.S. 131 si abbrevia notevolmente: occorrono circa 30 minuti per imboccare l’uscita di Sanluri, poi seguire le indicazioni per la strada statale 197 per San Gavino Monreale e Guspini. Dalla cittadina di Guspini si lascia la comoda strada rettilinea per iniziare un tratto tortuoso ma estremamente suggestivo in piena zona mineraria dell’alto Sulcis, denominata Arburese. A circa sei chilometri s’incontra l’abitato di Arbus poi si scende verso il mare. Al bivio di Montevecchio si prosegue per Marina di Arbus che dista circa una quindicina di chilometri. Da qui, se s’intende raggiungere Porto Palma ci vogliono circa undici chilometri. Nel territorio denominato Babari (I Barbari) esistono numerose stradine bianche, sterrate che con cautela, e un mezzo che abbia una buona altezza da terra (la vecchia Panda ad esempio è stata ideale), che portano sulla sommità dei vari siti più interessanti. Una sana camminata con lo zaino in spalla consente di raggiungere le zone specifiche, farci tre, quattro ore di pesca, e poi ritornare alla base con soddisfacente carniere.
Cosa vedere fuori dall’acqua.
La
zona sita tra i centri di Guspini e Arbus possiede antiche e dure storie di
archeologia industriale legate all’attività mineraria: è proprio nel
territorio di Montevecchio e Ingurtosu che si osservano le più ampie e
significanti testimonianze. Le miniere sarde, conosciute sin dall’antichità,
ebbero intorno alla seconda metà dell’800 un periodo florido, e proprio la
miniera di Montevecchio dopo la seconda guerra mondiale fu tra le più grandi e
produttive d’Europa. Questo estremo sfruttamento portò ad un excursus storico
che fece nascere e crescere agglomerati urbani abbarbicati sugli aspri monti,
oggi ampiamente abbandonati e solo in piccola parte recuperati come siti
archeologici industriali. Aggirando alcune fra le punte più vicine alla strada
da percorrere, come s’Accorradroxiu e Is Gennas, si possono osservare ancora:
i resti dei villaggi una volta molto popolati, i caseggiati dei pozzi, i cumuli
di detriti, la vecchia attrezzatura. L’amministrazione locale, come per tutto
il Sulcis interessato da questo fenomeno, sta lavorando individuando una
politica che porti ad un completo recupero ed utilizzo dei siti a scopo
culturale e turistico; ma c’è ancora molto da fare. Ad Arbus, in una bella
casa del tardo settecento, è stato allestito il Museo del coltello sardo, opera
principalmente voluta da un artigiano coltellaio. È nota la grande dedizione
del popolo sardo verso la tradizione, ed il coltello sardo è uno di quegli
oggetti che ancora resiste alla modernità. Il pezzo di maggiore interesse
storico è sicuramente “la leppa” in dotazione alle truppe del Giudicato di
Arborea nel trecento.
Testo
di Emanuele Zara, Lucia Notarangelo.