PISCINAS
Le dune di Piscinas rappresentano uno dei complessi dunali costieri più importanti a livello nazionale e mediterraneo.
Siamo nel territorio della costa arburese.
Nella mia esplorazione delle coste sarde c’è una località che mi ha lasciato ammaliato sin dalla prima escursione: la spiaggia e il territorio nei dintorni di Piscinas. Ho già descritto, nell’itinerario pubblicato su PescaSub & Apnea di Marzo, il tratto di mare prospiciente Marina di Arbus, un posto dove la natura è ancora ampiamente incontaminata e impreziosita da un ambiente sottomarino ricco di ogni specie ittica ma ora ci spostiamo qualche chilometro verso sud, in Costa Verde prima, e subito dopo nel cuore dell’itinerario d’affrontato in questo numero, la zona di Piscinas, un'altra serie di hot spot eccellenti. Vi sembrerà un’assurdità che alle soglie del 2005 parli di ambienti costieri quasi vergini ma in quest’angolo di Sardegna la realtà è proprio così: le strade asfaltate sono poche e spesso confluiscono in tratti sterrati polverosissimi e pieni di buche, le cosiddette strade bianche; gli insediamenti urbani sono limitati come volumetria e abitati soprattutto nel periodo estivo o nei fine settimana dai residenti o dai turisti; gli scivoli a mare, un paio, sono impraticabili non appena un po d’onda si alza; i porti sicuri e degni di questo nome sono situati a decine di miglia di distanza. Lo scotto che si paga in termini di comodità e servizi esterni si recupera con la presenza di una fauna sottomarina florida e ben assortita sin dai primi metri di fondo: polpi, murene, muggini, spigole, mormore, saraghi, corvine, tracine, mostelle, cernie, dentici, ricciole, lecce, lampughe, pesci serra, ombrine. Lo scenario naturale che si è aperto ai miei occhi mostra un panorama esterno mozzafiato: dalla sommità dei monti che dominano la valle dell’Ingurtosu, segnata dagli stabilimenti estrattivi smessi e dalle casette diroccate in cui dimoravano i minatori (ora parco geo minerario che vale davvero la pena di visitare), si giunge alle possenti dune di sabbia (dune altissime di sabbia fine quasi ci trovassimo in qualche deserto africano!), estese linearmente per circa sette chilometri, che si susseguono sino al mare.
| Ci sono tutte le motivazioni per restare in una sorta di contemplazione meditativa. Avevo promesso al mio amico Marco Sardu, presidente del Circolo Subacqueo di Arbus, conoscitore profondo dei fondali locali, di tornare a trovarlo per farci una pescata insieme e infatti, appena il tempo lo ha concesso, ci siamo visti. Manca pochissimo all’inizio dell’estate, il caldo si fa sentire ma il tempo più stabile ci ha permesso di uscire anche in gommone. La prima uscita la compiamo comunque partendo da terra: potrebbe sembrare strano che in Sardegna spesso si decida di uscire a pinne piuttosto che in barca ma purtroppo il mare di queste parti svolge un ruolo guardiano severissimo. La costa occidentale è esposta soprattutto al maestrale e da queste parti nessuno si sognerebbe di uscire in barca con un forza 4/5 perché già con mare appena mosso diventa un azzardo salpare l’imbarcazione dagli scivoli “approssimativi” della zona (quello di Gutturu e Flumini è nato abusivamente attorno agli anni 80 da una campata di cemento). Gli impegni di lavoro non mi permettono di raggiungere il mio amico ad Arbus di mattina, come convenuto, e nonostante le previsioni del giorno siano tranquille, non riusciamo più a organizzarsi per uscire con l’imbarcazione. Riusciremo comunque a ritrovarci qualche settimana dopo e nel corso di questo stesso articolo vi svelerò com’è andata. | ![]() |
Con la mitica Panda di Marco
stipata di attrezzature partiamo da Arbus e ci spostiamo verso costa: dopo il
percorso tortuoso tra le colline e i pascoli di una ventina di chilometri
giungiamo in vista del litorale. Lasciamo alle nostre spalle lo scivolo di
Gutturu e Flumini e ci dirigiamo verso la Costa Verde. A qualche centinaio di
metri siamo in vista del primo capo e decidiamo di fare un po di staffetta con
l’auto nel senso che uno dei due partirà da qui e l’altro sposterà la
vettura un po più avanti sino a completare il percorso con un ultimo tuffo
dinanzi allo spiaggione di Piscinas. Il tratto con una propaggine rocciosa e
qualche insenatura che rivela un po di scogliere affioranti qua e là è
denominato Campu e Sali e si snoda promettente già dinanzi all’abitato di
Marina di Arbus. Dall’alto si intravedono i colori del fondo e da una prima
osservazione ci si può già immaginare cosa si troverà sott’acqua. Entro per
primo perché non conosco bene dove riprendere il mio compagno ma ascolto i suoi
consigli preziosi in fatto di itinerario da seguire, la piombatura e la
lunghezza d’arma da portami appresso. Devo risultare leggermente negativo
inizialmente perché tutto il sottocosta è buono, si pesca bene all’aspetto e
all’agguato. Mi vesto, prendo l’arbalete da novanta, il palloncino, le
pinne, la maschera e dopo aver salutato Marco entro in acqua. Inizio a scorrere
il fondo tenendomi vicino a riva ammirando una serie di sassi e canali che si
incrociano progredendo verso il largo. Porto qualche aspetto a ridosso di uno
scoglio che fa un po di schiuma e dopo averlo circumnavigato quasi completamente
scorso un bel muggine che sta mangiando dietro a uno spuntone di roccia: non gli
vedo il testone ma la tahitiana si conficca a metà corpo immobilizzandolo.
Benissimo, il primo pesce! Continuo l’azione che mi porta a variare la
batimetrica e ad avvistare i primi saraghi. Non sono esemplari grossi ma se
girano questi penso che ci sia anche qualche fratello maggiore nei paraggi.
L’attesa si protrae per una decina di minuti finché alla fine di un lungo
aspetto non giunge a tiro un maggiore di sei/sette etti: lo colpisco male ma con
un po di fortuna riesco ad agguantarlo prima che si liberi dall’aletta.
Osservo la costa alla mia sinistra e sono colpito dalla macchia mediterranea che
si staglia sulle colline: ora capisco perché si chiama Costa Verde! Il litorale
prosegue frastagliato e ogni tanto osservo dei branchi di salpe che brucano la
rada vegetazione. Un ambiente roccioso caratterizzato da una predominanza di
massi di varie dimensioni che arrivano a sfiorare la superficie in parecchi
punti, da canali con fondo di sabbia sono ideali per orate e spigole: Marco mi
ha detto che qui si prendono tutto l’anno, basta che ci sia un po di mare. Io
non ne vedo e procedo verso Portu e Maga, una località facilmente riconoscibile
per l’architettura un può fuori luogo delle sue costruzioni abitative: dal
mare il colpo d’occhio di tutte le casette in rassegna non è dei più
edificanti. Mi allargo di quale decina di metri constatando che il fondo
decresce irregolarmente: in alcuni punti ci sono dei gradini e la mangianza è
abbondante. Chissà se qualche dentice fa già le sue apparizioni! Il mio amico
ha già preso diverse lecce lungo questo itinerario e immagino che il luogo
adatto per arpionare questi bestioni siano simile a quello appena incontrato.
Raggiungo i tredici metri e inizio a vedere le prime grosse macchie di sabbia.
Provo a pescare togliendomi un paio di piombi ed esploro qualche tana alla
ricerca di corvine. Qui ci sono e ogni tanto ci scappa anche qualche cernia! Non
scorgo pesce di taglia e intanto, pinneggiando, sono finito sulla sabbia. Cerco
il limite tra i due substrati ma la scogliera muore in maniera altalenante:
scorgo massi ricoperti di posidonia che però non fanno tane. E circa un’ora
che nuoto e adesso sono davanti alla località Su Pistoccu caratterizzata da una
vecchia casa diroccata posta su una collina. Il fondo è sempre molto bello e
infatti in un percorso all’agguato riesco finalmente a vedere una corvina che
scompare in uno stretto budello. Ridiscendo cercando di controllare la tana da
una posizione diversa e nell’oscurità mi sembra d’intravedere una sagoma ma
sono lento nella decisione di sparo così sfuma una potenziale cattura.
Oltrepasso un lungo tratto misto, scogliera e sabbia, e anche a terra la
morfologia è cambiata perché la roccia sta lasciando il posto a vasti
appezzamenti di sabbia. Vedo una boa segna sub, è quella di Marco. Deve essere
rimasto in zona perché su uno spiazzo scorgo la Panda verde. Lo raggiungo
curioso di sapere che cosa ha nel cavetto e infatti prima di dare un’occhiata
al pallone mi precede dicendomi che si è divertito. Ha preso diversi saraghi,
una spigola sul chilo e mezzo, un barracuda discreto. “Dove hai pescato?”
gli chiedo subito. “Più avanti ti faccio vedere” mormora sibillino
l’amico. Torniamo all’autovettura, poniamo sui sedili due asciugamani di
spugna, e ci dirigiamo verso la spiaggia di Piscinas. La strada asfaltata è
finita e ora stiamo “rullando” su un percorso polveroso e parecchio
dissestato. La sabbia forma enormi cumuli e se non fosse per un po di
vegetazione che cresce sui sommi sembrerebbe di essere nel deserto. Ma non è
finita. Ci tocca anche guadare i torrenti! La strada sterrata è attraversata da
un fiumiciattolo (d’inverno s’ingrossa parecchio) con le pietre rosse,
residuo delle lavorazioni minerarie ferrose: si capisce che ci stiamo
avvicinando a un luogo selvaggio lasciato immutato nel corso dei secoli. La
Panda supera disinvoltamente il primo e il secondo guado) l’acqua è alta una
ventina di centimetri nei punti più profondi, e finalmente arriviamo in vista
del famoso spiaggione, Piscinas. Non ci fermiamo al posteggio: Marco conosce il
padrone di un fantastico Hotel posto a poche decine di metri dal mare, una
vecchia struttura mineraria ottocentesca dichiarata Monumento Nazionale nel 1985
dal Ministero dei Beni Culturali, l’unico locale nel giro di molti chilometri,
e lo raggiungiamo. Il titolare dell’esclusivo Hotel le Dune (si rifugiano qui,
lontano da ogni clamore moltissimi personaggi politici e del mondo dello
spettacolo), anche lui subacqueo, ci offre da bere poi ci accompagna in mare nel
settore riservato ai clienti. La spiaggia di Piscinas si perde a vista
d’occhio, e solo un manipolo di ombrelloni da l’idea che sia occupata da
qualche essere umano ma è così larga che la sensazione di libertà è immensa.
Ci tuffiamo e Marco mi fa segno di seguirlo. Puntiamo direttamente al largo.
Pinneggiamo su una distesa di sabbia bianca e quando gli occhi si sono persi tra
milioni di granellini ecco che si scorge una striscia bassa di arenaria, un
contrasto scuro. Saremo a 300 metri da riva e in mezzo a una distesa di sabbia
candida spunta la roccia. Ora penso di capire dove il mio amico ha catturato
tutto quel pesce perché precedentemente mi aveva parlato di una “strada
“sottomarina che correva parallela alla riva, da Capo Frasca a Capo Pecora ma
mai mi sarei immaginato di trovarla anche davanti alla spiaggia di Piscinas. Ci
sono tredici metri di batimetrica e si estende sia verso nord sia verso sud. Più
al largo se ne trovano altre, più profonde, dove si può incontrare di tutto.
Facciamo un po d’aspetti e i pesci più comuni che si avvistano sono saraghi.
L’acqua è un po torbida, freddina sul fondo e ciò sembra non favorire la
presenza di mangianza. Catturiamo un barracuda e ancora un paio di sparidi poi
decidiamo di ripiegare verso costa e tornare a casa. Nel tragitto di ritorno
Marco mi racconta che davanti a Piscinas ha preso delle belle prede, dalle
ricciole ai dentici, dall’ombrina di sabbia gigante a tracine di oltre un
chilo di peso.
L’uscita
in gommone. Come
anticipato sono tornato a pescare con il gommone e abbiamo riaffrontato
l’itinerario facendo prima un po di “riscaldamento” a terra dopo lo
scivolo di Gutturu e Flumini, sulle varie punte e insenature. Abbiamo preso di
nuovo dei muggini e dei saraghi poi Marco mi ha portato al alrgo, sui suoi
segnali (il monte Arcuentu è ideale per rilevare mire). In barca ho potuto
ammirare ancora meglio la bellezza
della costa ma soprattutto scoprire un tratto per pescare che non m’immaginavo
neppure esistesse. Praticamente dopo il primo tratto di scogliera che diparte da
riva e si ferma a una profondità che oscilla tra gli 8/10 metri sino ai 14/15
di alcuni punti, il fondale finisce in sabbia, declina in alcuni tratti sino a
25 metri per qualche centinaio di metri per visualizzare nuovamente una dorsale
rocciosa parallela alla riva. La risalita larga una quarantina di metri è molto
bella e soprattutto così estesa che da la possibilità a tutti di esplorare
tratti magari poco frequentati e quindi ricchi di corvine, saraghi e qualche
cernia. I sommi sono a 16/17 metri ma ne esistono di più bassi e naturalmente
di molto più fondi. Qui è possibile l’incontro con i pelagici ma anche con
grosse orate. Ci mettiamo ad esplorare i tagli verticali che ogni tanto si
aprono e le catture non mancano: saraghi di ottime dimensioni e una corvina di
poco superiore al chilo finiscono nell’Igloo. Marco controlla un’altra mira
perché la “pista” si interrompe per poi risalire magari 500 metri più
avanti. Con l’ecoscandaglio conferma il rilevamento. Il cappello è sui 20
metri. Si tuffa e dopo circa un minuto e trenta risale con un pesce strano: è
un serra di oltre sette chili!
Come arrivare a Piscinas.
Per raggiungere Arbus e da qui i luoghi di pesca, per chi proviene da nord con la S.S. 131, conviene imboccare l’uscita di Uras, proseguire sulla statale 126 per San Nicolò D’Arcidano e infine per Guspini. Giungendo da Cagliari, si prende l’uscita di Sanluri, poi la strada statale 197 per San Gavino Monreale e si giunge a Guspini. Dalla cittadina di Guspini si lascia la comoda strada rettilinea per iniziare un tratto tortuoso ma estremamente suggestivo in piena zona mineraria dell’alto Sulcis, denominata Arburese. A circa sei chilometri s’incontra l’abitato di Arbus poi si scende verso il mare. Al bivio di Montevecchio si prosegue per Marina di Arbus che dista circa una quindicina di chilometri. Giunti ad Arbus si può andare direttamente a Piscinas dirigendosi per Fluminimaggiore poi, a circa 4 Km, si trova il bivio per Ingurtosu, sito minerario e frazione di Arbus. La strada è asfaltata sino a 12/13 Km dalla famosa spiaggia con le dune, poi bisogna affondare un po di fuoristrada (l’ultimo tratto è comunque in fase di prossima ultimazione).
Cosa vedere fuori dall’acqua.
La
zona sita tra i centri di Guspini e Arbus possiede antiche e dure storie di
archeologia industriale legate all’attività mineraria: è proprio nel
territorio di Montevecchio e Ingurtosu che si osservano le più ampie e
significanti testimonianze. Le miniere sarde, conosciute sin dall’antichità,
ebbero intorno alla seconda metà dell’800 un periodo florido, e proprio la
miniera di Montevecchio dopo la seconda guerra mondiale fu tra le più grandi e
produttive d’Europa. Questo estremo sfruttamento portò ad un excursus storico
che fece nascere e crescere agglomerati urbani abbarbicati sugli aspri monti,
oggi ampiamente abbandonati e solo in piccola parte recuperati come siti
archeologici industriali. Aggirando alcune fra le punte più vicine alla strada
da percorrere, come s’Accorradroxiu e Is Gennas, si possono osservare ancora:
i resti dei villaggi una volta molto popolati, i caseggiati dei pozzi, i cumuli
di detriti, la vecchia attrezzatura. L’amministrazione locale, come per tutto
il Sulcis interessato da questo fenomeno, sta lavorando individuando una
politica che porti ad un completo recupero ed utilizzo dei siti a scopo
culturale e turistico; ma c’è ancora molto da fare. Ad Arbus, in una bella
casa del tardo settecento, è stato allestito il Museo del coltello sardo, opera
principalmente voluta da un artigiano coltellaio. È nota la grande dedizione
del popolo sardo verso la tradizione, ed il coltello sardo è uno di quegli
oggetti che ancora resiste alla modernità. Il pezzo di maggiore interesse
storico è sicuramente “la leppa” in dotazione alle truppe del Giudicato di
Arborea nel trecento.
Testo di Lorenzo Stratta