TORRE S.GIOVANNI E MARINE DI UGENTO
I
recenti campionati di prima categoria 2005 si sono tenuti in Puglia,
precisamente nella porzione di mare antistante le marine di Ugento, nella costa
del Salento. La sede si è rivelata quanto mai valida e foriera di una gara con
buoni carnieri nonostante i concorrenti si siano spostati esclusivamente a
nuoto, ad eccezione del primo segnale raggiunto tramite un mezzo nautico.
L’itinerario che sto per presentarvi, a differenza di tutti gli altri fin qui
pubblicati dal sottoscritto, non è stato esplorato con il fucile bensì vissuto
con la macchina fotografica al collo a seguito dei trenta fortissimi atleti che
hanno partecipato alla manifestazione agonistica assoluta. Ho voluto inserire
nel programma autunnale di PescaSub l’analisi di questi ambienti costieri
perché affrontati fuori stagione sanno regalare ancora spettacoli notevoli con
buona presenza di pesce bianco in tana e predatori al libero. Per descrivervi
minuziosamente il tipo di fondale presente sott’acqua, l’equipaggiamento da
portarvi appresso per trovarvi sempre nella condizione migliore per pescare, i
tipi di prede incontrabili mi sono avvalso dell’esperienza maturata dai
sopracitati sportivi, e da altri soggetti legati all’evento, in una settimana
di preparazione e nel corso delle due giornate di gara. Essere inviato per la
prima volta a raccontare il Campionato Italiano Assoluto è stata una
circostanza che non dimenticherò tanto facilmente poiché ho vissuto dei
bellissimi e appassionanti momenti. Stare fianco a fianco con
pescatori che hanno raggiunto il vertice dell’agonismo nazionale,
osservarli mentre allestiscono l’attrezzatura, partecipare alle loro catture,
sentire i loro racconti e quelli dei bravissimi barcaioli che li hanno aiutati e
assistiti in maniera ammirevole a preparare i campi gara è un avvenimento che
permette di conoscere posti nuovi, di “immergersi insieme”sulle strisciate
di grotto, sui cigli, sulle pettate, sulle secche al largo. Ma oltre la raccolta
dati derivata dall’osservazione diretta dei punti d’immersione e le
successive interviste ai concorrenti, devo fare un pubblico ringraziamento alle
notizie fornitemi dai subacquei locali nella persona di un giudice di gara nonché
espertissimo istruttore Fipsas di Lecce, Massimo Donno, e di due ottimi
assistenti subacquei, Piero Lubrano e Paolino Santoro che mi hanno fatto da
secondo durante lo svolgimento delle due giornate di gara. Piero Lubrano, in
particolare, è un pescatore in apnea agonista che ha partecipato a diversi
campionati di seconda categoria negli anni 90 (risulta iscritto allo stesso
circolo leccese di due atleti che hanno partecipato alla prima categoria,
Alessandro Congedo e Giuseppe Lezzi, il C.J.S. Atlantide): è stato un compagno
davvero eccezionale poiché, con una pazienza incredibile, mi ha accompagnato
nei punti dove si concentravano i campioni illustrandomi la direzione presa dai
garisti e preventivando esattamente la zona in cui si sarebbero successivamente
diretti, il tipo di fondo che avrebbero trovato, la presenza di pesce in base
alla variazione delle correnti, eccetera.
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La
base di partenza del nostro itinerario è Torre S.Giovanni, la stessa località
scelta dagli organizzatori per la logistica degli Assoluti: si è rivelata una
postazione facilmente raggiungibile per via stradale, comoda come scivolo
d’alaggio e accessibilità ai campi gara, ottima come possibilità
d’alloggio, di noleggio per barche e gommoni. La cittadina costiera deve il
suo nome a una imponente torre antica, come d’altronde molte altre località
costiere pugliesi, che svetta proprio sul porticciolo omonimo: nel corso dei
decenni la costruzione è stata ristrutturata (sulla sommità è stato apposto
un faro di segnalazione) e ora appare dipinta con grandi scacchi bianchi e neri
visibili da molto lontano. Se doveste recarvi in quest’angolo di Puglia,
troverete una disponibilità di alloggi privati, di bungalow, di camere di
pensioni e alberghi, di trattorie, di ristorantini, di locali tipici davvero
copiosa perché tutto il tratto di costa delle marine di Ugento è sviluppato in
un ottica prettamente turistico balneare. L’inizio dell’autunno è un
periodo meraviglioso per il pescatore in apnea perché la pressione dei
vacanzieri diminuisce del tutto (calcolate che in questi paesi la popolazione
turistica si conta in centinaia di migliaia di unità) e soprattutto lo stupendo
mare ionico si rende accessibile sino alla battigia. La Capitaneria di Porto di
Gallipoli ha, infatti, emesso un’Ordinanza Balneare che per la stagione 2005
impedisce l’immersione a meno di duecento metri dalle spiagge, e cento metri
dalle coste rocciose: questa regola applicata il 1 giugno dovrebbe decade il 30
settembre, rendendo accessibile pure il sottocosta. L’itinerario di Torre
S.Giovanni si estende per circa una decina di chilometri costieri, verso sud e
verso nord, e per altrettante miglia marine (comprendendo anche le secche di
Ugento). Alando il gommone allo scivolo del porticciolo di Torre S.Giovanni si
gode di un punto centrale a tutto il territorio di caccia ma anche presupponendo
di spostarsi lungo costa con l’autovettura, limitando però la possibilità di
pescare sulle secche al largo, si reperiscono decine di comodi accessi a mare. |
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Da
Torre San Giovanni a Torre Suda. Uscendo
dal porto e dirigendoci verso nord possiamo effettuare qualche aspetto di
riscaldamento dopo la diga foranea in un bassofondo poco interessante dal punto
di vista morfologico ma frequentato da branchi di cefali, di mormore e nelle ore
del mattino presto e della sera da qualche orata. Anche a sinistra del
porticciolo troviamo un’area a predominanza sabbiosa interrotta da qualche
isoletta di roccia longitudinale rispetto alle spiagge: la pietra non fa tana ma
consente vari punti di riparo per i nostri aspetti. Con mare appena formato
possono frequentare la zona anche spigole e lecce poiché a breve distanza c’è
uno sbocco di acqua salmastra derivante da un bacino lagunare. In estate non ci
si può avvicinare al canale ma dal primo ottobre la fascia costiera torna
libera e si possono compiere poste negli immediati paraggi tenendo gli occhi
bene aperti perché si possono presentare dinanzi delle belle sorprese. Il
tragitto può essere protratto sondando gli anfratti della costa rocciosa
oppure, come consigliato dalla maggioranza dei pescatori consultati,
allargandosi appena in fuori. E’ comunque su una batimetrica media e medio
fonda che si ottengono i carnieri più soddisfacenti nel Salento. Dinanzi allo
Scoglio dei Pazzi, a circa 400/500 metri da riva, iniziamo a osservare il grotto
più interessante, un substrato che può raggiungere anche il metro, il metro e
mezzo di altezza: nelle strisciate più belle troviamo spacchi verticali e
fessure riccamente abitate. Il grotto è alternato a lastrine calcaree sempre
poggiate su un letto di sabbia e fazzoletti di posidonia. Questo habitath è
ideale per i saraghi ma in zona si sono prese anche grosse corvine e qualche
cernia oltre gli onnipresenti labridi; nella stagione autunnale entrano le orate
che frequentano in discreto numero la costa pugliese. Si pesca in una fascia
batimetrica compresa tra i 12/13 metri sino ai 22/23 di fondo che non è troppo
lontana da riva quindi si può battere eventualmente anche partendo da terra.
Procedendo verso Mancaversa, al limite con il riferimento di Torre Suda, il
fondale si verticalizza, scende più rapidamente oltre i venti metri di quota
sempre a una distanza tutto sommata ridotta dalla costa. Gli atleti non hanno
raggiunto questo tratto perché posto fuori campo gara, ma hanno continuato a
razzolare dai 15 ai 20 metri circa pressappoco dinanzi a Scoglio Pazzi e
qualcuno ha scoperto dei punti in cui il pesce era maggiormente concentrato: si
è trattato di fondali circoscritti, di piccole lingue di grotto dove gli
sparidi intanati erano numerosi. A questo proposito conviene scorrere la
porzione d’itinerario compiendo tratti a paperino oppure spostandosi a favore
di corrente esplorando il fondo con voli di planata condotti a pochi metri dal
fondo. Un alternativa che si potrebbe impiegare, invece di pescare quasi
esclusivamente in tana, potrebbe essere quella di cacciare solamente
all’aspetto: si possono intercettare ugualmente i grossi saraghi che abitano
il grotto ma la novità consiste nel porre le premesse per la cattura di altre
specie ittiche attratte nei dintorni di queste oasi di vita. Il segreto per
decifrare questi posti è, infatti, capire rapidamente dove c’è maggior
movimento di pesce, intuire dove si raduna e la tecnica al libero potrebbe
essere l’arma vincente. Bellani e Riolo hanno trovato delle rimonte di grotto
a due, tre miglia al largo dove oltre grosse corvine avevano visto anche dotti e
cernie. In circa 26/27 metri d’acqua gli atleti hanno riferito di aver visto
bei branchi di dentici ma in autunno questi pesci si possono pescare anche in
meno acqua su qualche rialzo un po più marcato. A tale proposito converrà
usare l’ecoscandaglio ed equipaggiarsi di un po di pazienza. Piero mi ha
svelato che cinque, sei miglia dalla costa ci sono dei cigli e dei sommi molto
belli, sono delle estensioni della secca di Ugento, in cui il fondale forma dei
panettoncini rialzati, dei massoni ciclopici, poi cade a sbalzo per sei/sette
metri mostrando ogni sorta di pesce!
Da
Torre S.Giovanni a Lido Marini. Lo
spazio di mare orientato a sud, teatro della seconda giornata di gara, cambia
completamente morfologia sia costiera sia subacquea. Le lunghe spiagge vanto
delle marine di Ugento corollano il territorio e il panorama subacqueo è quasi
tutto caratterizzato da distese di sabbia alternate a banchi di posidonia. Ogni
tanto c’è qualche lastrina calcarea che fa tana sugli 8/10 metri di
batimetrica, qualche macchietta di grotto ma per trovare tanta roccia bisogna
spostarsi sulle secche di Ugento. La boa di centro gara era posta prima della
classica meda luminosa che segnala il cuore della secca ai naviganti (situata a
2.2 miglia da terra e a una profondità di circa una decina di metri). Alla
partenza gli atleti si sono aperti a raggiera, a 360 gradi, e si sono fiondati
sul primo segnale scovato in preparazione e
ritenuto buono nell’ottica della competizione. Noi ci siamo accodati al carro
degli ipotetici vincitori e abbiamo seguito Bellani, Mancia, Micalizzi tallonati
da altri cinque gommoni, che pescavano su una strisciata di grotto posta in
ventuno, ventidue metri d’acqua. La pietra in questione faceva degli
agglomerati lisci e dei cumuli traforati quindi i garisti li sorvolavano e
sceglievano soltanto quelli in cui c’erano taglietti e aperture multiple. In
preparazione, su questo posto, mi hanno raccontato che hanno visto parecchio
movimento, e per movimento s’intende decine di saragoni da chilo! Purtroppo il
giorno del campionato è stato afflitto da una corrente da nord e il pesce era
limitato a una quindicina di pesci in totale. Questo raccontino spiega come è
preferibile pescare sulle secche di Ugento: bisogna scovare il pesce tra pezzi
di fondo sterili e altri copiosamente abitati compiendo miglia di esplorazione
ma quando si trova la zonetta buona il divertimento è assicurato. Il segnale
trovato dai ragazzi si trovava a nord-ovest rispetto alla meda; lo conosceva
anche Riolo che ha intelligentemente evitato la bagarre e ha cercato i pesci
tutt’intorno all’isola di grotto riuscendo a fiocinare un paio di saraghi
grossi e perdere una corvina sul chilo e mezzo. Io mi sono accodato al campione
siciliano che ha iniziato a pinneggiare come un ossesso verso terra. Qui ho
potuto rendermi conto delle distese brulle, dei fondi duri senza un taglietto,
un apertura da tana e delle praterie estese di verdi posidonie. Nicola Riolo
seguiva una pista abbastanza precisa e l’ha percorsa guidato dal bravissimo
barcaiolo così ha raggiunto piccole tettoie di roccia semi nascoste dall’alga
in cui ha catturato altri saraghi e tordi vincendo la seconda giornata. Le
secche di Ugento sono comunque estesissime e altri apneisti hanno trovato dei
cigli sul perimetro sud, delle rimonte qualche miglio fuori la meda dove la
presenza di pelagici, cernie, pesce bianco è copiosa. All’apertura
dell’articolo ho parlato di lastrine bianche isolate di brevi tratti rocciosi
persi in un mare di sabbia: è una caratteristica indubbia di queste zone ma
nessuno ipotizzava che si potesse fare una partenza su uno di questi punti perché
dopo, a nuoto, non si sapeva cosa fare. Invece, l’astuto Davide Petrini ha
dimostrato che non bisogna mai trascurare a priori nessun posto. In una decina
di metri d’acqua, dodici al massimo, pressappoco dinanzi a Torre Mozza, dove
peraltro sbocca un altro canale di acqua salmastra, l’atleta ligure della
Cressi Sub ha trovato una serie di tettoie calcaree immerse nella posidonia e ha
iniziato a batterle una per una. Risultato: ha collezionato il carniere più
prestigioso di tutto il campionato; ha portato al peso quattro bellissime orate
e quattro saraghi.
Le mire a terra. Durante la prima
giornata dei Campionati di Prima Categoria ci siamo spostato a nord rispetto a
Torre S.Giovanni, oltrepassando lo Scoglio Pazzi: la boa di fine campo era posta
circa un miglio prima di Torre Suda. I concorrenti si sono dovuti tenere a
debita distanza da terra, almeno 200 metri come ha ribadito un ufficiale della
Capitaneria di Porto di Gallipoli il giorno della presentazione ufficiale dei
Campionati Assoluti, e infatti un giudice di gara ha dovuto intervenire un paio
di volte per allontanare due equipaggi che si mantenevano al limite. La
maggioranza degli atleti era comunque dislocata molto più al largo, intorno a
batimetriche medie di sedici/venti metri, ma la cosa che mi ha colpito è che
nessuno di questi equipaggi ha faticato a trovare i posti segnati durante la
preparazione e alla partenza ognuno si è orientato verso una zona ben precisa.
Guardando costa ho avuto un’improvvisa delucidazione: c’era una selva di
case bianche, di antenne, di pali, di alte gru per cui non è stato
assolutamente difficile rilevare due o tre segnali a terra! Chi sceglie questo
itinerario di pesca può avvalersi di una strumentazione elettronica adeguata (GPS,
cartografico) peraltro usata dagli apneisti in preparazione ma proibita durante
le quattro ore di gara, che aiuterà a localizzare gli ammassi o le strisciate
di grotto più redditizie. Ma chi non possedesse nessuno di questi marchingegni
elettronici potrà tranquillamente reperire le mire a terra, e trascriverle
successivamente sulla classica tavoletta in plastica, con la semplice
osservazione oculare (al massimo si può usare un binocolo che permetterà una
precisione di rilevamento maniacale) sia che si esca con una plancetta sia che
la pescata avvenga tramite l’imbarcazione d’appoggio.
Faccenda
completamente diversa per l’altro settore dopo Torre S.Giovanni, la porzione
di mare verso Lido Marini e delle secche di Ugento: qui la costa è molto meno
abitata, ci sono tratti sabbiosi estesi, le colline hanno un profilo abbastanza
dolce, si pesca bene a due tre miglia da riva, e soprattutto il sole impedisce
di osservare gli eventuali segnali per buona parte della mattinata perché nasce
proprio dietro le montagne e lo si trova ”contro”. Ho seguito Nicola Riolo
in acqua (il vincitore della seconda giornata) per una buona mezz’ora e mi ha
colpito la continua lettura di una serie di cartine che il barcaiolo gli
mostrava di volta in volta appoggiandoli al tubolare: i disegni riproducevano
alcuni tratti di costa ma c’erano anche segnati dei riferimenti subacquei
proprio perché la localizzazione di alcune isole di roccia tra distese di
sabbia e alghe rendeva particolarmente difficile l’orientamento e il
ritrovamento dei punti migliori. Qui sarebbe bene disporre di un rilevatore di
posizione satellitare oppure ci si può affidare a un cannocchiale che permetterà
di segnare le mire costiere con maggiore possibilità di rilevamento, ma se
usciremo al mattino presto bisognerà considerare che la luce solare diretta
potrà rendere difficile il ritrovamento di una zona buona magari visitata
qualche girono prima.
L’attrezzatura più adatta.
L’itinerario
delle Marine di Ugento (Torre San Giovanni, Torre Mozza e Lido Marini) si presta
ad essere affondato con diverse tecniche di predazione e conseguentemente con
l’ausilio di differenti attrezzature. Per prima cosa bisognerà equipaggiarsi
con una muta non troppo pesante in rapporto alla temperatura dell’acqua
pugliese che a fine estate, prime settimane d’autunno è ancora
abbondantemente sopra i 23/24 gradi centigradi. I locali mi hanno riferito che
immergendosi a quote impegnative, oltre i 25/26 metri di profondità, si potrà
usare una giacca da cinque mm e un pantalone da tre mentre bazzicando più
sottocosta o in medio fondale si può azzardare anche un completo di soli tre mm
di sezione, magari monofoderato, che assicura una buona protezione anche in
presenza di un sole ancora molto caldo in superficie. L’unica variante per
adottare un capo di maggiore spessore, anche limitato alla sola giacca, potrebbe
essere dovuta a giornate di pesca intensa sempre affrontate con corrente di
Scirocco (la migliore per queste zone ioniche) che portando acqua molto fredda
potrebbero creare qualche problema. I fondali del Salento hanno prevalenza di
aree di grotto più o meno alto e di lastre calcaree alternate a sabbia e alghe
quindi gli amanti dell’aspetto e dell’agguato in basso e medio fondo possono
indossare muta e accessori mimetici giocati sul tema della scomposizione
d’immagine di color crema, beige, marrone. Le pinne dovranno avere una pala
prestante, magari in composito (quasi tutti gli atleti partecipanti al
campionato indossavano pale con questi requisiti) perché si può scendere
parecchio di quota e la corrente è una costante che può complicare abbastanza
la risalita da batimetriche impegnative. Discorso più semplice se si decide di
battere l’immediato bassofondo: in questo caso anche un paio di pinne con pala
leggermente più corta e in materiale meno nobile consente di destreggiarsi in
schiuma senza problemi. Riguardo alla zavorra considerate l’eventualità di
utilizzarla come peso variabile in determinati casi: se si individua una
spaccatura o un panettoncino di grotto molto profondo potrebbe essere il sistema
ideale per non affaticarsi e poter pescare con maggior livello di sicurezza. Ho
assistito a questa operazione da parte di un paio di atleti che stavano
scendendo su un ciglio attorno ai ventinove/trenta metri: un pallone serviva
come segnalazione, l’altro era adoperato come galleggiante solidale al
sagolone del piombo mobile. La torcia sarà un altro caposaldo del vostro
equipaggiamento perché a Torre S.Giovanni e sulle secche di Ugento capita di
dover esplorare tane difficili e buie per cui una fonte luminosa artificiale
potente, di piccole dimensioni è d’indubbia validità. Per ultimo non
dimenticate di uscire con la boetta segna sub anche in caso di appoggio con
gommone, barcaiolo e bandiera regolamentare issata in consolle: il traffico
nautico è discreto ed è sempre meglio tutelarsi adeguatamente.
I Fucili.
Il mese scorso, nella
relazione sui Campionati Italiani, ho posto l’accento sul fatto che i primi
classificati della prima giornata avevano vinto grazie alla rapidità di tiro e
alla maneggevolezza offerta dai corti pneumatici, da 40 a 70 centimetri, con
fiocina a quattro e cinque punte. Sarà stato un caso ma vedendo due campioni
all’opera sullo stesso tipo di grotto multi traforato ho notato chiaramente la
differenza di velocità d’azione e di prelievo da parte del pneumatico
rispetto all’arbalete da 60 centimetri, entrambi dotati di fiocinino a quattro
punte. Se intendete battere a tappeto macchie di grotto alto o basso questa è
sicuramente la scelta più adatta alla morfologia del fondale salentino. In caso
di una tecnica più varia, mista, esplorativa si possono adoperare arbalete da
75, 90 centimetri che offrono una buona universalità di tiro e permettono di
pescare in tana, all’agguato o all’aspetto. Sui sommi al largo conviene
spostarsi decisamente su armi lunghe perché ci sono dentici anche di grosse
dimensioni e non è infrequente trovarsi al cospetto di pelagici o addirittura
tunnidi. Nel sottocosta come sulle secche è
preferibile tenere in cintura un pedagno, o un mulinello, perché proprio nei
mesi autunnali possono passare bestioni superiori ai dieci, quindici chili:
Piero Lubrano mi ha raccontato di catture di esemplari di leccia di circa venti
chili proprio in relazione con i mesi autunnali ricchi di branchi di muggini in
transito e in frega.
La corrente. In questo angolo di Puglia la variabilità sia meteorologica sia marina è a livelli molto alti. Siamo vicinissimi alla confluenza dell’Adriatico e dello Ionio, non ci sono montagne elevate a deviare il corso delle perturbazioni provenienti dal fronte Balcanico, siamo all’estremo sud della penisola, e anche nel corso di una mattinata il tempo può cambiare radicalmente. Prima di affrontare l’uscita a mare conviene sempre consultare la Capitaneria di Porto di Gallipoli (0833-266862) in grado di darvi il bollettino meteo perfettamente aggiornato, oppure consultare qualche quotidiano locale. Il mare più pericoloso in assoluto è quello con venti di Libeccio che solitamente possono essere previsti con ampio margine temporale dai meteorologi. Riguardo la corrente non si possono fare previsioni esatte perché anche con stati di alta pressione, assenza di perturbazioni capita di osservare il flusso costante da sud per una settimana poi, di colpo, trovarsi in mezzo a un “fiume” proveniente da nord. E’ capitato così ai ragazzi del campionato italiano nel mese di giugno: dal lunedì al giovedì corrente prevalente da Scirocco e grande presenza di pesce; venerdì, prima giornata e sabato, seconda giornata, cambio di programma: corrente da nord e pesce che sembrava scomparso o sensibilmente ridotto. I pescatori locali mi hanno confermato che la corrente è capace di girare completamente anche solo nel corso di qualche ora. Ma che ruolo fondamentale gioca la corrente in questa area del sud Italia? La spiegazione più esauriente l’ho avuta direttamente dal nuovo campione italiano 2005, il siciliano Sandro Mancia. L’atleta Effesub mi ha spiegato che sin dai primi giorni di preparazione si è accorto (quando si dice l’esperienza…) che ad una certa ora della mattinata variava appena la corrente e la presenza dei pesci si modificava. La corrente da sud, quella proveniente da S. Maria di Leuca per intenderci, è fredda, pulisce il fondo e i saraghi, ad esempio, si aggiravano copiosi negli spacchi del grotto perché il substrato era ampiamente ossigenato. Con flusso inverso, da nord, l’acqua risultava più sporca, torbida e il pesce bianco sembrava quasi scomparso o lo trovava intanato profondamente, nelle fenditure e nei buchetti più stretti. Tenete a mente che anche uscendo da riva bisogna considerare la direzione del flusso: meglio faticare all’inizio per poi tornare a favore di corrente.
Come raggiungere le Marine D’Ugento. Vi cito la mia esperienza diretta: sono giunto all’aeroporto di Brindisi distante una novantina di chilometri da Ugento e subito fuori dallo scalo aeroportuale ho trovato un comodo servizio navetta che fa servizio sino a Lecce (chi desidera potrebbe noleggiare un’auto). Qui mi sono venuti a prendermi degli amici (c’è comunque il treno o un altro pullman che fa collegamento con Ugento) e tramite la superstrada per S. Maria di Leuca abbiamo raggiunto l’uscita di Ugento e poi, dopo circa sette chilometri siamo arrivati alla cittadina turistica di Torre S.Giovanni.
Cosa vedere. Il Salento è una terra incantevole dal punto di vista ambientale è già solo attraversando distese infinite di olivi (a proposito non scordatevi, potendo, di farvi una piccola scorta di olio extravergine spremuto a freddo) si resta ammaliati dal paesaggio rurale che incontrate prima di arrivare a Torre S.Giovanni. Il mare poi, è un altro spettacolo: dagli scenari aspri e affascinanti dello sperone d’Italia, S. Maria di Leuca, distante solo qualche decina di chilometri da Torre S. Giovanni, alla quiete, alle spiagge tranquille e alle coste basse delle Marine di Ugento affacciate sullo Ionio. I locali per soggiornare o per godersi una cenetta coi fiocchi, naturalmente a base di pesce, non mancano e l’offerta spazia enormemente con prezzi per tutte le tasche. Per compiere un giretto turistico post immersione con la famiglia si può optare per la cittadina di Ugento, ricca di testimonianze preistoriche e storiche come l’antica Cattedrale (1700 circa), la chiesetta del Curato, il castello di Ugento, la Torre dell’Orologio, il Museo Civico di Archeologia.
Testo Emanuele Zara