TORRE S.GIOVANNI E MARINE DI UGENTO  

I recenti campionati di prima categoria 2005 si sono tenuti in Puglia, precisamente nella porzione di mare antistante le marine di Ugento, nella costa del Salento. La sede si è rivelata quanto mai valida e foriera di una gara con buoni carnieri nonostante i concorrenti si siano spostati esclusivamente a nuoto, ad eccezione del primo segnale raggiunto tramite un mezzo nautico. L’itinerario che sto per presentarvi, a differenza di tutti gli altri fin qui pubblicati dal sottoscritto, non è stato esplorato con il fucile bensì vissuto con la macchina fotografica al collo a seguito dei trenta fortissimi atleti che hanno partecipato alla manifestazione agonistica assoluta. Ho voluto inserire nel programma autunnale di PescaSub l’analisi di questi ambienti costieri perché affrontati fuori stagione sanno regalare ancora spettacoli notevoli con buona presenza di pesce bianco in tana e predatori al libero. Per descrivervi minuziosamente il tipo di fondale presente sott’acqua, l’equipaggiamento da portarvi appresso per trovarvi sempre nella condizione migliore per pescare, i tipi di prede incontrabili mi sono avvalso dell’esperienza maturata dai sopracitati sportivi, e da altri soggetti legati all’evento, in una settimana di preparazione e nel corso delle due giornate di gara. Essere inviato per la prima volta a raccontare il Campionato Italiano Assoluto è stata una circostanza che non dimenticherò tanto facilmente poiché ho vissuto dei bellissimi e appassionanti momenti. Stare fianco a fianco con  pescatori che hanno raggiunto il vertice dell’agonismo nazionale, osservarli mentre allestiscono l’attrezzatura, partecipare alle loro catture, sentire i loro racconti e quelli dei bravissimi barcaioli che li hanno aiutati e assistiti in maniera ammirevole a preparare i campi gara è un avvenimento che permette di conoscere posti nuovi, di “immergersi insieme”sulle strisciate di grotto, sui cigli, sulle pettate, sulle secche al largo. Ma oltre la raccolta dati derivata dall’osservazione diretta dei punti d’immersione e le successive interviste ai concorrenti, devo fare un pubblico ringraziamento alle notizie fornitemi dai subacquei locali nella persona di un giudice di gara nonché espertissimo istruttore Fipsas di Lecce, Massimo Donno, e di due ottimi assistenti subacquei, Piero Lubrano e Paolino Santoro che mi hanno fatto da secondo durante lo svolgimento delle due giornate di gara. Piero Lubrano, in particolare, è un pescatore in apnea agonista che ha partecipato a diversi campionati di seconda categoria negli anni 90 (risulta iscritto allo stesso circolo leccese di due atleti che hanno partecipato alla prima categoria, Alessandro Congedo e Giuseppe Lezzi, il C.J.S. Atlantide): è stato un compagno davvero eccezionale poiché, con una pazienza incredibile, mi ha accompagnato nei punti dove si concentravano i campioni illustrandomi la direzione presa dai garisti e preventivando esattamente la zona in cui si sarebbero successivamente diretti, il tipo di fondo che avrebbero trovato, la presenza di pesce in base alla variazione delle correnti, eccetera.  

La base di partenza del nostro itinerario è Torre S.Giovanni, la stessa località scelta dagli organizzatori per la logistica degli Assoluti: si è rivelata una postazione facilmente raggiungibile per via stradale, comoda come scivolo d’alaggio e accessibilità ai campi gara, ottima come possibilità d’alloggio, di noleggio per barche e gommoni. La cittadina costiera deve il suo nome a una imponente torre antica, come d’altronde molte altre località costiere pugliesi, che svetta proprio sul porticciolo omonimo: nel corso dei decenni la costruzione è stata ristrutturata (sulla sommità è stato apposto un faro di segnalazione) e ora appare dipinta con grandi scacchi bianchi e neri visibili da molto lontano. Se doveste recarvi in quest’angolo di Puglia, troverete una disponibilità di alloggi privati, di bungalow, di camere di pensioni e alberghi, di trattorie, di ristorantini, di locali tipici davvero copiosa perché tutto il tratto di costa delle marine di Ugento è sviluppato in un ottica prettamente turistico balneare. L’inizio dell’autunno è un periodo meraviglioso per il pescatore in apnea perché la pressione dei vacanzieri diminuisce del tutto (calcolate che in questi paesi la popolazione turistica si conta in centinaia di migliaia di unità) e soprattutto lo stupendo mare ionico si rende accessibile sino alla battigia. La Capitaneria di Porto di Gallipoli ha, infatti, emesso un’Ordinanza Balneare che per la stagione 2005 impedisce l’immersione a meno di duecento metri dalle spiagge, e cento metri dalle coste rocciose: questa regola applicata il 1 giugno dovrebbe decade il 30 settembre, rendendo accessibile pure il sottocosta. L’itinerario di Torre S.Giovanni si estende per circa una decina di chilometri costieri, verso sud e verso nord, e per altrettante miglia marine (comprendendo anche le secche di Ugento). Alando il gommone allo scivolo del porticciolo di Torre S.Giovanni si gode di un punto centrale a tutto il territorio di caccia ma anche presupponendo di spostarsi lungo costa con l’autovettura, limitando però la possibilità di pescare sulle secche al largo, si reperiscono decine di comodi accessi a mare.

Da Torre San Giovanni a Torre Suda. Uscendo dal porto e dirigendoci verso nord possiamo effettuare qualche aspetto di riscaldamento dopo la diga foranea in un bassofondo poco interessante dal punto di vista morfologico ma frequentato da branchi di cefali, di mormore e nelle ore del mattino presto e della sera da qualche orata. Anche a sinistra del porticciolo troviamo un’area a predominanza sabbiosa interrotta da qualche isoletta di roccia longitudinale rispetto alle spiagge: la pietra non fa tana ma consente vari punti di riparo per i nostri aspetti. Con mare appena formato possono frequentare la zona anche spigole e lecce poiché a breve distanza c’è uno sbocco di acqua salmastra derivante da un bacino lagunare. In estate non ci si può avvicinare al canale ma dal primo ottobre la fascia costiera torna libera e si possono compiere poste negli immediati paraggi tenendo gli occhi bene aperti perché si possono presentare dinanzi delle belle sorprese. Il tragitto può essere protratto sondando gli anfratti della costa rocciosa oppure, come consigliato dalla maggioranza dei pescatori consultati, allargandosi appena in fuori. E’ comunque su una batimetrica media e medio fonda che si ottengono i carnieri più soddisfacenti nel Salento. Dinanzi allo Scoglio dei Pazzi, a circa 400/500 metri da riva, iniziamo a osservare il grotto più interessante, un substrato che può raggiungere anche il metro, il metro e mezzo di altezza: nelle strisciate più belle troviamo spacchi verticali e fessure riccamente abitate. Il grotto è alternato a lastrine calcaree sempre poggiate su un letto di sabbia e fazzoletti di posidonia. Questo habitath è ideale per i saraghi ma in zona si sono prese anche grosse corvine e qualche cernia oltre gli onnipresenti labridi; nella stagione autunnale entrano le orate che frequentano in discreto numero la costa pugliese. Si pesca in una fascia batimetrica compresa tra i 12/13 metri sino ai 22/23 di fondo che non è troppo lontana da riva quindi si può battere eventualmente anche partendo da terra. Procedendo verso Mancaversa, al limite con il riferimento di Torre Suda, il fondale si verticalizza, scende più rapidamente oltre i venti metri di quota sempre a una distanza tutto sommata ridotta dalla costa. Gli atleti non hanno raggiunto questo tratto perché posto fuori campo gara, ma hanno continuato a razzolare dai 15 ai 20 metri circa pressappoco dinanzi a Scoglio Pazzi e qualcuno ha scoperto dei punti in cui il pesce era maggiormente concentrato: si è trattato di fondali circoscritti, di piccole lingue di grotto dove gli sparidi intanati erano numerosi. A questo proposito conviene scorrere la porzione d’itinerario compiendo tratti a paperino oppure spostandosi a favore di corrente esplorando il fondo con voli di planata condotti a pochi metri dal fondo. Un alternativa che si potrebbe impiegare, invece di pescare quasi esclusivamente in tana, potrebbe essere quella di cacciare solamente all’aspetto: si possono intercettare ugualmente i grossi saraghi che abitano il grotto ma la novità consiste nel porre le premesse per la cattura di altre specie ittiche attratte nei dintorni di queste oasi di vita. Il segreto per decifrare questi posti è, infatti, capire rapidamente dove c’è maggior movimento di pesce, intuire dove si raduna e la tecnica al libero potrebbe essere l’arma vincente. Bellani e Riolo hanno trovato delle rimonte di grotto a due, tre miglia al largo dove oltre grosse corvine avevano visto anche dotti e cernie. In circa 26/27 metri d’acqua gli atleti hanno riferito di aver visto bei branchi di dentici ma in autunno questi pesci si possono pescare anche in meno acqua su qualche rialzo un po più marcato. A tale proposito converrà usare l’ecoscandaglio ed equipaggiarsi di un po di pazienza. Piero mi ha svelato che cinque, sei miglia dalla costa ci sono dei cigli e dei sommi molto belli, sono delle estensioni della secca di Ugento, in cui il fondale forma dei panettoncini rialzati, dei massoni ciclopici, poi cade a sbalzo per sei/sette metri mostrando ogni sorta di pesce!

Da Torre S.Giovanni a Lido Marini. Lo spazio di mare orientato a sud, teatro della seconda giornata di gara, cambia completamente morfologia sia costiera sia subacquea. Le lunghe spiagge vanto delle marine di Ugento corollano il territorio e il panorama subacqueo è quasi tutto caratterizzato da distese di sabbia alternate a banchi di posidonia. Ogni tanto c’è qualche lastrina calcarea che fa tana sugli 8/10 metri di batimetrica, qualche macchietta di grotto ma per trovare tanta roccia bisogna spostarsi sulle secche di Ugento. La boa di centro gara era posta prima della classica meda luminosa che segnala il cuore della secca ai naviganti (situata a 2.2 miglia da terra e a una profondità di circa una decina di metri). Alla partenza gli atleti si sono aperti a raggiera, a 360 gradi, e si sono fiondati sul primo segnale scovato in preparazione  e ritenuto buono nell’ottica della competizione. Noi ci siamo accodati al carro degli ipotetici vincitori e abbiamo seguito Bellani, Mancia, Micalizzi tallonati da altri cinque gommoni, che pescavano su una strisciata di grotto posta in ventuno, ventidue metri d’acqua. La pietra in questione faceva degli agglomerati lisci e dei cumuli traforati quindi i garisti li sorvolavano e sceglievano soltanto quelli in cui c’erano taglietti e aperture multiple. In preparazione, su questo posto, mi hanno raccontato che hanno visto parecchio movimento, e per movimento s’intende decine di saragoni da chilo! Purtroppo il giorno del campionato è stato afflitto da una corrente da nord e il pesce era limitato a una quindicina di pesci in totale. Questo raccontino spiega come è preferibile pescare sulle secche di Ugento: bisogna scovare il pesce tra pezzi di fondo sterili e altri copiosamente abitati compiendo miglia di esplorazione ma quando si trova la zonetta buona il divertimento è assicurato. Il segnale trovato dai ragazzi si trovava a nord-ovest rispetto alla meda; lo conosceva anche Riolo che ha intelligentemente evitato la bagarre e ha cercato i pesci tutt’intorno all’isola di grotto riuscendo a fiocinare un paio di saraghi grossi e perdere una corvina sul chilo e mezzo. Io mi sono accodato al campione siciliano che ha iniziato a pinneggiare come un ossesso verso terra. Qui ho potuto rendermi conto delle distese brulle, dei fondi duri senza un taglietto, un apertura da tana e delle praterie estese di verdi posidonie. Nicola Riolo seguiva una pista abbastanza precisa e l’ha percorsa guidato dal bravissimo barcaiolo così ha raggiunto piccole tettoie di roccia semi nascoste dall’alga in cui ha catturato altri saraghi e tordi vincendo la seconda giornata. Le secche di Ugento sono comunque estesissime e altri apneisti hanno trovato dei cigli sul perimetro sud, delle rimonte qualche miglio fuori la meda dove la presenza di pelagici, cernie, pesce bianco è copiosa. All’apertura dell’articolo ho parlato di lastrine bianche isolate di brevi tratti rocciosi persi in un mare di sabbia: è una caratteristica indubbia di queste zone ma nessuno ipotizzava che si potesse fare una partenza su uno di questi punti perché dopo, a nuoto, non si sapeva cosa fare. Invece, l’astuto Davide Petrini ha dimostrato che non bisogna mai trascurare a priori nessun posto. In una decina di metri d’acqua, dodici al massimo, pressappoco dinanzi a Torre Mozza, dove peraltro sbocca un altro canale di acqua salmastra, l’atleta ligure della Cressi Sub ha trovato una serie di tettoie calcaree immerse nella posidonia e ha iniziato a batterle una per una. Risultato: ha collezionato il carniere più prestigioso di tutto il campionato; ha portato al peso quattro bellissime orate e quattro saraghi.

Le mire a terra. Durante la prima giornata dei Campionati di Prima Categoria ci siamo spostato a nord rispetto a Torre S.Giovanni, oltrepassando lo Scoglio Pazzi: la boa di fine campo era posta circa un miglio prima di Torre Suda. I concorrenti si sono dovuti tenere a debita distanza da terra, almeno 200 metri come ha ribadito un ufficiale della Capitaneria di Porto di Gallipoli il giorno della presentazione ufficiale dei Campionati Assoluti, e infatti un giudice di gara ha dovuto intervenire un paio di volte per allontanare due equipaggi che si mantenevano al limite. La maggioranza degli atleti era comunque dislocata molto più al largo, intorno a batimetriche medie di sedici/venti metri, ma la cosa che mi ha colpito è che nessuno di questi equipaggi ha faticato a trovare i posti segnati durante la preparazione e alla partenza ognuno si è orientato verso una zona ben precisa. Guardando costa ho avuto un’improvvisa delucidazione: c’era una selva di case bianche, di antenne, di pali, di alte gru per cui non è stato assolutamente difficile rilevare due o tre segnali a terra! Chi sceglie questo itinerario di pesca può avvalersi di una strumentazione elettronica adeguata (GPS, cartografico) peraltro usata dagli apneisti in preparazione ma proibita durante le quattro ore di gara, che aiuterà a localizzare gli ammassi o le strisciate di grotto più redditizie. Ma chi non possedesse nessuno di questi marchingegni elettronici potrà tranquillamente reperire le mire a terra, e trascriverle successivamente sulla classica tavoletta in plastica, con la semplice osservazione oculare (al massimo si può usare un binocolo che permetterà una precisione di rilevamento maniacale) sia che si esca con una plancetta sia che la pescata avvenga tramite l’imbarcazione d’appoggio.

Faccenda completamente diversa per l’altro settore dopo Torre S.Giovanni, la porzione di mare verso Lido Marini e delle secche di Ugento: qui la costa è molto meno abitata, ci sono tratti sabbiosi estesi, le colline hanno un profilo abbastanza dolce, si pesca bene a due tre miglia da riva, e soprattutto il sole impedisce di osservare gli eventuali segnali per buona parte della mattinata perché nasce proprio dietro le montagne e lo si trova ”contro”. Ho seguito Nicola Riolo in acqua (il vincitore della seconda giornata) per una buona mezz’ora e mi ha colpito la continua lettura di una serie di cartine che il barcaiolo gli mostrava di volta in volta appoggiandoli al tubolare: i disegni riproducevano alcuni tratti di costa ma c’erano anche segnati dei riferimenti subacquei proprio perché la localizzazione di alcune isole di roccia tra distese di sabbia e alghe rendeva particolarmente difficile l’orientamento e il ritrovamento dei punti migliori. Qui sarebbe bene disporre di un rilevatore di posizione satellitare oppure ci si può affidare a un cannocchiale che permetterà di segnare le mire costiere con maggiore possibilità di rilevamento, ma se usciremo al mattino presto bisognerà considerare che la luce solare diretta potrà rendere difficile il ritrovamento di una zona buona magari visitata qualche girono prima.

L’attrezzatura più adatta. L’itinerario delle Marine di Ugento (Torre San Giovanni, Torre Mozza e Lido Marini) si presta ad essere affondato con diverse tecniche di predazione e conseguentemente con l’ausilio di differenti attrezzature. Per prima cosa bisognerà equipaggiarsi con una muta non troppo pesante in rapporto alla temperatura dell’acqua pugliese che a fine estate, prime settimane d’autunno è ancora abbondantemente sopra i 23/24 gradi centigradi. I locali mi hanno riferito che immergendosi a quote impegnative, oltre i 25/26 metri di profondità, si potrà usare una giacca da cinque mm e un pantalone da tre mentre bazzicando più sottocosta o in medio fondale si può azzardare anche un completo di soli tre mm di sezione, magari monofoderato, che assicura una buona protezione anche in presenza di un sole ancora molto caldo in superficie. L’unica variante per adottare un capo di maggiore spessore, anche limitato alla sola giacca, potrebbe essere dovuta a giornate di pesca intensa sempre affrontate con corrente di Scirocco (la migliore per queste zone ioniche) che portando acqua molto fredda potrebbero creare qualche problema. I fondali del Salento hanno prevalenza di aree di grotto più o meno alto e di lastre calcaree alternate a sabbia e alghe quindi gli amanti dell’aspetto e dell’agguato in basso e medio fondo possono indossare muta e accessori mimetici giocati sul tema della scomposizione d’immagine di color crema, beige, marrone. Le pinne dovranno avere una pala prestante, magari in composito (quasi tutti gli atleti partecipanti al campionato indossavano pale con questi requisiti) perché si può scendere parecchio di quota e la corrente è una costante che può complicare abbastanza la risalita da batimetriche impegnative. Discorso più semplice se si decide di battere l’immediato bassofondo: in questo caso anche un paio di pinne con pala leggermente più corta e in materiale meno nobile consente di destreggiarsi in schiuma senza problemi. Riguardo alla zavorra considerate l’eventualità di utilizzarla come peso variabile in determinati casi: se si individua una spaccatura o un panettoncino di grotto molto profondo potrebbe essere il sistema ideale per non affaticarsi e poter pescare con maggior livello di sicurezza. Ho assistito a questa operazione da parte di un paio di atleti che stavano scendendo su un ciglio attorno ai ventinove/trenta metri: un pallone serviva come segnalazione, l’altro era adoperato come galleggiante solidale al sagolone del piombo mobile. La torcia sarà un altro caposaldo del vostro equipaggiamento perché a Torre S.Giovanni e sulle secche di Ugento capita di dover esplorare tane difficili e buie per cui una fonte luminosa artificiale potente, di piccole dimensioni è d’indubbia validità. Per ultimo non dimenticate di uscire con la boetta segna sub anche in caso di appoggio con gommone, barcaiolo e bandiera regolamentare issata in consolle: il traffico nautico è discreto ed è sempre meglio tutelarsi adeguatamente.

I Fucili. Il mese scorso, nella relazione sui Campionati Italiani, ho posto l’accento sul fatto che i primi classificati della prima giornata avevano vinto grazie alla rapidità di tiro e alla maneggevolezza offerta dai corti pneumatici, da 40 a 70 centimetri, con fiocina a quattro e cinque punte. Sarà stato un caso ma vedendo due campioni all’opera sullo stesso tipo di grotto multi traforato ho notato chiaramente la differenza di velocità d’azione e di prelievo da parte del pneumatico rispetto all’arbalete da 60 centimetri, entrambi dotati di fiocinino a quattro punte. Se intendete battere a tappeto macchie di grotto alto o basso questa è sicuramente la scelta più adatta alla morfologia del fondale salentino. In caso di una tecnica più varia, mista, esplorativa si possono adoperare arbalete da 75, 90 centimetri che offrono una buona universalità di tiro e permettono di pescare in tana, all’agguato o all’aspetto. Sui sommi al largo conviene spostarsi decisamente su armi lunghe perché ci sono dentici anche di grosse dimensioni e non è infrequente trovarsi al cospetto di pelagici o addirittura tunnidi. Nel sottocosta come sulle secche  è preferibile tenere in cintura un pedagno, o un mulinello, perché proprio nei mesi autunnali possono passare bestioni superiori ai dieci, quindici chili: Piero Lubrano mi ha raccontato di catture di esemplari di leccia di circa venti chili proprio in relazione con i mesi autunnali ricchi di branchi di muggini in transito e in frega.

La corrente. In questo angolo di Puglia la variabilità sia meteorologica sia marina è a livelli molto alti. Siamo vicinissimi alla confluenza dell’Adriatico e dello Ionio, non ci sono montagne elevate a deviare il corso delle perturbazioni provenienti dal fronte Balcanico, siamo all’estremo sud della penisola, e anche nel corso di una mattinata il tempo può cambiare radicalmente. Prima di affrontare l’uscita a mare conviene sempre consultare la Capitaneria di Porto di Gallipoli (0833-266862) in grado di darvi il bollettino meteo perfettamente aggiornato, oppure consultare qualche quotidiano locale. Il mare più pericoloso in assoluto è quello con venti di Libeccio che solitamente possono essere previsti con ampio margine temporale dai meteorologi. Riguardo la corrente non si possono fare previsioni esatte perché anche con stati di alta pressione, assenza di perturbazioni capita di osservare il flusso costante da sud per una settimana poi, di colpo, trovarsi in mezzo a un “fiume” proveniente da nord. E’ capitato così ai ragazzi del campionato italiano nel mese di giugno: dal lunedì al giovedì corrente prevalente da Scirocco e grande presenza di pesce; venerdì, prima giornata e sabato, seconda giornata, cambio di programma: corrente da nord e pesce che sembrava scomparso o sensibilmente ridotto. I pescatori locali mi hanno confermato che la corrente è capace di girare completamente anche solo nel corso di qualche ora. Ma che ruolo fondamentale gioca la corrente in questa area del sud Italia? La spiegazione più esauriente l’ho avuta direttamente dal nuovo campione italiano 2005, il siciliano Sandro Mancia. L’atleta Effesub mi ha spiegato che sin dai primi giorni di preparazione si è accorto  (quando si dice l’esperienza…) che ad una certa ora della mattinata variava appena la corrente e la presenza dei pesci si modificava. La corrente da sud, quella proveniente da S. Maria di Leuca per intenderci, è fredda, pulisce il fondo e i saraghi, ad esempio, si aggiravano copiosi negli spacchi del grotto perché il substrato era ampiamente ossigenato. Con flusso inverso, da nord, l’acqua risultava più sporca, torbida e il pesce bianco sembrava quasi scomparso o lo trovava intanato profondamente, nelle fenditure e nei buchetti più stretti. Tenete a mente che anche uscendo da riva bisogna considerare la direzione del flusso: meglio faticare all’inizio per poi tornare a favore di corrente.

Come raggiungere le Marine D’Ugento. Vi cito la mia esperienza diretta: sono giunto all’aeroporto di Brindisi distante una novantina di chilometri da Ugento e subito fuori dallo scalo aeroportuale ho trovato un comodo servizio navetta che fa servizio sino a Lecce (chi desidera potrebbe noleggiare un’auto). Qui mi sono venuti a prendermi degli amici (c’è comunque il treno o un altro pullman che fa collegamento con Ugento) e tramite la superstrada per S. Maria di Leuca abbiamo raggiunto l’uscita di Ugento e poi, dopo circa sette chilometri siamo arrivati alla cittadina turistica di Torre S.Giovanni.

Cosa vedere. Il Salento è una terra incantevole dal punto di vista ambientale è già solo attraversando distese infinite di olivi (a proposito non scordatevi, potendo, di farvi una piccola scorta di olio extravergine spremuto a freddo) si resta ammaliati dal paesaggio rurale che incontrate prima di arrivare a Torre S.Giovanni. Il mare poi, è un altro spettacolo: dagli scenari aspri e affascinanti dello sperone d’Italia, S. Maria di Leuca, distante solo qualche decina di chilometri da Torre S. Giovanni, alla quiete, alle spiagge tranquille e alle coste basse delle Marine di Ugento affacciate sullo Ionio. I locali per soggiornare o per godersi una cenetta coi fiocchi, naturalmente a base di pesce, non mancano e l’offerta spazia enormemente con prezzi per tutte le tasche. Per compiere un giretto turistico post immersione con la famiglia si può optare per la cittadina di Ugento, ricca di testimonianze preistoriche e storiche come l’antica Cattedrale (1700 circa), la chiesetta del Curato, il castello di Ugento, la Torre dell’Orologio, il Museo Civico di Archeologia.

 

Testo Emanuele Zara