La pesca in Costarica  

Ricordo le letture di articoli sulle riviste di pesca che descrivevano pescatori che in scenari paradisiaci e mari

dove la vita marina era incredibilmente prosperosa. Erano i racconti dagli anni ’50 alla fine degli anni ’70 ed i nostri mari erano protagonisti di battute di pesca da favola. La pesca spregiudicata ha trasformato profondamente le nostre acque ed il pescatore subacqueo si trova spesso a portare a spasso il proprio arbalete o sudarsi miseri carnieri composti da pesci sempre più diffidenti e profondi.

Non pensavo esistessero ancora molti luoghi dove sai possibile immergersi in nuvole di pesci e prede la sogno, ma ho scoperto che in posti non troppo ospitali ed attraenti per il pescatore subacqueo esistono ancora questi paradisi. Un giorno ricevo una telefonata dal mio amico Walter il quale mi chiede se il mio passaporto è valido per il transito via America, gli rispondo di si e Lui aggiunge: “Prepara l’attrezzatura da apnea che ti porto a pescare in Costarica”.

Organizziamo la partenza per il mese di Luglio che in Costarica corrisponde alla stagione delle piogge, questo periodo non è ottimale per la pesca perché l’acqua è più calda del solito, ma il vantaggio è che si possono fare incontri mozzafiato con Balene e Squali Balena.

Durante il lungo viaggio in aereo Walter inizia a formarmi sulle modalità di pesca che dovremo utilizzare per pescare in modo efficiente, e sicuro.

Le parole che spesso ricorrono nelle sue spiegazioni sono “acqua torbida e corrente forte” questo binomio mi fa subito intuire che il mare non sarebbe stato uno dei più facili.

Finalmente arriviamo in Costarica, passiamo il primo giorno a preparare in modo accurato la barca e il materiale da pesca. Colgono la mia attenzione i fucili che fanno presagire grandi catture, ma anche modalità di pesca completamente diverse da quelle abituali.

Sono tutti arbaleti a tre gomme oltre i 100 cm che montano aste da 8mm con arpione a doppia aletta, la particolarità e che non sono dotati di mulinello. Il terminale dell’asta è infatti collegato direttamente ad un sagolone galleggiante da 8mm legato a sua volta ad una Boa.

Questa particolarità mi fa capire che si aggiunge un ulteriore elemento di disturbo alla sommozzate, anche perché Walter enfatizza l’estrema importanza di sparare solo se si è sicuri di essere liberi dalla sagola e ridendo dice:” Sai, non è divertente accorgersi che avevi la sagola attorcigliata ad una caviglia o alla cintura quando un bestione di 30Kg ti tira verso il fondo!”

Io sorrido, ma nella mia mente sia affollano le immagini di tutte le cose che avrei dovuto fare durante il tuffo in apnea e provo sensazioni contrastanti. Finalmente il primo giorno di pesca e decidiamo di pescare su quote intorno a 20m per permettermi di prendere un po’ di confidenza con le nuove variabili.

Lo scandaglio rileva la prima secca. Facciamo diverse passate in barca per capire la direzione della corrente, un’ ultima passata controcorrente e lo scandaglio marca un nuvola di Vivo dove l’acqua frange a monte della roccia sommersa.

Walter spegne i motori e i dice:” Bene ora rilassati e dimmi quando sei pronto!”, io chiedo:” Ma come non andiamo in acqua?”

Walter mi spiega che la corrente non permette di prepararsi in acqua perché si perderebbe la posizione e ci immergeremmo a decine di metri dal punto definito con pochissime probabilità di trovare pesce. Ci si deve rilassare in barca poi una volta giunti sul punto di discesa si entra in acqua, si fanno 2 (e ribadisce 2 e non 3) atti respiratori giù nel blu… volevo dire… nel grigioverde.

Inizio il rilassamento e finalmente pronuncio la frase:” Sono pronto!”. Walter accende i motori ed inizia in conto alla rovescia, io mi sento come in gara prima di un tuffo in assetto costante.

Walter:”30 secondi…. 10secondi…. Siamo sopra!..... Lo scandaglio marca vivo fino a quindici metri!....Ora!

Vai!

I motori sono ora in folle, scivolo in acqua, due respiri e via con la capovolta.

Le prime pinneggiata mi ricordano i tuffi di allenamento nei laghi della Lombardia… la sospensione mi toglie il senso della profondità e non riesco a capire dove sono, allora chiudo gli occhi e cerco di controllare la verticalità del tuffo solo con le sensazioni corporee.

Al mio orecchio giungono rumori di scodate mai sentite prima, apro gli occhi e inizio ad intravedere il fondo che scorre sotto di me (sembra di essere in un fiume), finalmente scorgo la sommità della secca che si avvicina e intorno ad essa nuotano grosse ombre.

Smetto di pinneggiare e mi lascio trasportare a foglia morta ed i pescioni iniziano ad avvicinarsi in modo curioso e frenetico.

Cerco di allineare il fucile ad una grossa ricciola, ma la corrente mi impedisce di fare movimenti lenti e fluidi ed i miei scatti fanno scodare tutti i pesci all’unisono che si allontanano lasciandomi nelle vibrazioni delle loro fughe.

Riemergo dal primo tuffo un po’ confuso per la velocità con cui tutto accade in questo mare per me nuovo.

Nei tuffi successivi prendo confidenza ed inizio ad interpretare meglio le sommozzate, sono più composto e meno disorientato, finalmente un’altra ricciola si porta a tiro, questa volta scocco il colpo che la colpisce bene dietro all’occhio ed il pescione non oppone troppa resistenza per la riemersione che resta comunque faticosa a causa della corrente e della spessa a lunga sagola che fa vela in acqua.

Il mio primo pesce oltre i 25 Kg sono, felice e carico di entusiasmo. Nei due giorni successivi continuiamo a pescare su batimetriche tra i 20 ed i 25 metri per prendere il ritmo e permettermi di fare sempre più esperienza con le particolari condizioni ambientali.

Mi abituo a non vedere nei primi 15 metri, inizio a distinguere le ombre in avvicinamento ed anche il nostro carniere inizia ad essere variegato.

Prendiamo diversi parghi (Red Snapper) oltre i 20Kg, sono pesci diffidenti e se gli si spara male ti rendono il recupero un inferno. Subito dopo lo sparo, infatti, bisogna affrettarsi a tirare il sagolone e tenerli in tensione per evitare che si infilino in tane minuscole riducendo le aste come un cavatappi ed impossibilitando il recupero della preda.

Degno di racconto è stato un giorno durante il quale abbiamo avvistato in navigazione diverse balene, giunti sulla secca per la battuta di pesca abbiamo constatato che le balene nonostante non si facessero avvicinare troppo restavano sempre in un perimetro a non più di 50m da noi.

I tuffi e gli aspetti furono qualcosa di strabiliante… durante l’aspetto non riuscivamo a concentrarci perché il verso delle balene pareva così vicino che continuavamo a girarci per verificare se il molosso non fosse a pochi metri dalle nostre spalle.

Due ore di pesca indimenticabili avvolti da nuvole di pesci ed il canto delle balene. Spesso gli aspetti sconfinavano in contemplazione di fronte ad 5 o 6 aquile di mare che ti nuotavano attorno oppure una grossa testuggine che si poneva di fronte al tuo arbalete con aria incuriosita e un po’ sorgnona. Puntualmente di fronte a tanta bellezza si abbassa il fucile e ci si abbandona alla meraviglia.

Una mattina Walter mi dice:” Bene! Ora che ti sei abituato alle nuove condizioni di mare andiamo a fare qualche secca fonda”!

Sono contento perché oltre i 30 metri l’acqua è più limpida anche se la sospensione dei primi metri rende l’ambiente buio e tetro.

A quelle profondità i pesci sono solitamente meno disturbati e si portano con un po’ più di facilità a tiro. Resta comunque una forte componente emotiva e le scariche di adrenalina si susseguono a ritmo di grosse ombre che compaiono dal buio accompagnate dai rumori di scodate di bestioni invisibili.

Prendiamo alcuni pesci considerevoli e se la scoccata del dardo può apparire più semplice di altre resta la gestione della lunga risalita con un pesce enorme che cerca di portarti in direzione opposta.

Concludiamo la giornata su di una secca che risale da 45 a 32 metri di profondità, Walter mi consiglia di fare una planata ed un aspetto sul cappello della secca per vedere se arriva a tiro qualche pescione fuori taglia.

Come ormai abituato a fare mi preparo e mi rilasso a bordo è do il Via. Walter mi lascia a monte della secca… due atti respiratori ed inizio la discesa. Quando sento che l’assetto è sufficientemente negativo inizio la planata attendendo di intravedere il cappello della secca.

Eccola! Nell’oscurità appare la sommità dello scoglio, uso le pinne come timone per avvicinarmi in modo cauto.

A pochi metri dalla roccia accade l’impensabile, la roccia immersa nell’ombra apre a ventaglio due enormi pinne laterali ed inizia a nuotare alla mia sinistra. Completamente disorientato mi accorgo che è una cernia di profondità di almeno 200 Kg, sono affascinato, sorpreso per l’incontro e decisamente impreparato per lo sparo.

Quando porto in avanti l’arbalete è ormai troppo tardi, il cernione fa tremare l’acqua con una scodata che ancora risuona nella mie orecchie e si porta a distanza di sicurezza.

Con la coda dell’occhio noto che nulla mia destra un’altra cernia più piccola mi osserva nuotando in candela. Scivolo lentamente a lato e la colpisco esattamente dietro l’occhio, la cernia resta fulminata e non oppone resistenza per la risalita.

In superficie chiamo la barca e quando Walter arriva sorrido e uso la frase del un nostro amico siciliano Leo: ” Miii, ci ho spento la centralina!”

Soddisfatti della cattura decidiamo di ultimare la giornata di pesca.

I giorni si susseguono rapidi e in un batter d’occhio eccoci in mare per l’ultima giornata di pesca. Siamo in forma ed optiamo per una battuta di pesca sulle secche più profonde. Prendiamo diverse prede di ottima taglia. Concludiamo la giornata sulla guglia più profonda che ci riserva uno spettacolo indimenticabile.

Il mare è calmo, ma le correnti sono forti.

Scendo con l’idea di passare la prima ondata di Red Snapper che mi vengono incontro verso i 25m. Continuo la caduta ed in prossimità del cappello della secca intravedo un ricciolone che si avvicina lentamente.

La corrente non mi permette di allineare il lungo fucile perciò mi distendo dando il fianco al pesce e spero che la sua curiosità la porti a tiro.

Eccola! Ora è davanti a me, anche se un po’ lontana sparo e la colpisco leggermente alta. Il pescione parte a razzo in orizzontale e questo mi rende la risalita difficilissima. Con tutti quei metri di cima orizzontale che anno vela la pinneggiata è difficoltosa e la risalita troppo lenta e decido di mollare la sagola.

Quando riemergo proviamo ad issare la preda, ma la cima non viene, è incagliata. Probabilmente la ricciola ha nuotato attorno ad una roccia e si è incastrata. Guardo il profondimetro, le ho sparato a 32m e suppongo che sia scesa ancora un po’. Mi toccherà un recupero faticoso anche perché a causa della corrente dovrò tirarmi a braccia sulla sagola obliqua che è lunga 45m.

Mi preparo bene in barca, mi faccio lasciare sul pallone, ancora qualche respiro profondo e inizio la discesa. La cima è a 45° e la corrente si oppone alla lunga discesa. Intorno ai 30 m alzo lo sguardo ed inizio ad intravedere la roccia e la ricciola avvolta attorno ad una roccia, a fianco due grosse ombre.

Giunto in prossimità resto sbalordito per la scena mozzafiato. Le vibrazioni emesse dalla ricciola hanno richiamato due enormi cernie di profondità che sostano incuriosite a pochi centimetri dalla mia preda.

Mentre libero la cima dalla roccia le cernione mi osservano senza timore e dopo pochi secondi una terza arriva e fa capolino dagli abissi.

Vorrei rimanere li a contemplare in eterno quello spettacolo ma le contrazioni diaframmatiche mi avvertono che è ora di tornare su.

Stacco dal fondo con la mia preda da oltre 30 Kg osservando i tre molossi che pigramente tornano nei loro abissi.

Quando torno in barca racconto a Walter l’accaduto che sorridendo dice:” Se lo dici in giro nessuno ti crederà!”.

Ripartiamo da questo meraviglioso posto con la mente satura di immagini che ogni pescatore subacqueo vorrebbe aver visto.  

Federico Mana

www.federicomana.com

In collaborazione con

MOVING LIMITS www.movinglimits.com

A.S.D. con lo scopo di diffondere l’apnea e lo yoga

per il miglioramento del benessere e della qualità di vita

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