IL BARRACUDA

Articoli Pesca Sub

scritti da Emanuele Zara

 Barracuda lungo le coste Italiane

 

 

Ci sono spettacoli in mare che solo un apneista può godere in tutta la loro bellezza. Uno dei più ricorrenti che osservo da qualche tempo a questa parte riguarda i branchi di barracuda, un pesce che negli ultimi anni ha colonizzato parecchi luoghi del Mediterraneo. Qui in Sardegna ma anche in molte altre regioni italiane si sente sempre più spesso parlare di avvistamenti e catture riguardanti questo splendido ma “invadente” predatore. Qualche biologo marino afferma che si tratta di una specie oceanica ben ambientata nelle acque mediterranee a causa dell’innalzamento medio della temperatura marina, e a giudicare dalla frequenza e dalle dimensioni di tutto rispetto degli animali prelevati, con taglia massima intorno ai dieci/dodici chili di peso, direi che non siamo troppo lontani dalla verità e dalla stazza originale riscontrata in qualche laguna tropicale! 

Gli studi scientifici sulla questione sono comunque in pieno svolgimento, i pareri ancora pochi e discordanti: a noi resta la vista di un pinnuto elegante, una divertente preda dalla forma affusolata, perfettamente idrodinamica che come un fantasma appare dinanzi al sub nei più svariati momenti. Il barracuda, infatti, è un pesce che sta “occupando” moltissimi ambienti subacquei e ciò sta creando qualche problema ad altre specie animali tipiche: si può intercettare mentre si caccia nella schiuma, in pochissima acqua, territorio consolidato e classico delle spigole oppure a decine di metri di profondità, al cospetto di una secca granitica stagliata nel blu, meta di caccia abituale di dentici e ricciole. Nella mia esperienza di pescatore sportivo ho selezionato due episodi da raccontarvi che testimoniano appieno la situazione “strana” venutasi a creare.Quest’inverno, insieme al mio amico Gianni, stavamo battendo il periplo di un’isoletta e pescavamo appiccicati a riva dove le onde si abbattevano con una certa veemenza. 

Cercavamo spigole, i rari gruppi di mugginetti schizzavano da tutte le parti facendo supporre che la giornata era di quelle giuste, ma è bastato qualche tuffo nella risacca per capire immediatamente la realtà della situazione. Invece dei prelibati serranidi abbiamo trovato, in non più di due, tre metri di fondo, un branco fitto di grossi barracuda. Ce ne saranno stati una cinquantina, con qualche esemplare leggermente più grande degli altri, intorno ai quattro, cinque chili, e non parevano troppo spaventati dalla nostra presenza. In un primo tempo sono rimasto sbalordito di trovarne così tanti in pieno inverno, in pochissima acqua, poi, fermo in superficie, li ho osservati mentre migravano pigramente (almeno sembrava) lungo la costa: la loro sinuosa livrea tigrata si mimetizzava benissimo con il chiaro scuro dei raggi del sole che filtravano dall’alto tanto da far difficoltà a valutarne bene le enormi dimensioni. Ad un certo punto un paio di animali si è staccato dagli altri ed è scomparso in una caletta ribollente di schiuma. Per farla breve, di branzini nella giornata, e nel week end successivo (i barracuda stazionavano sempre in zona quasi fossero divenuti stanziali) non ne abbiamo più incrociato nessuno.  

Un’altra avventura indimenticabile mi è capitata agli inizi degli anni novanta, in Corsica, e ancora oggi, in certi fondali sardi, attendo curioso possa ripresentarsi la stessa, incredibile, scena. In quel periodo i barracuda non erano tanto comuni come oggi: si, s’incontravano qualche volta, ma tutto sommato erano pesci abbastanza saltuari e si trattava di pezzi dal peso non esagerato. Scorrevo il cappello di una secca, poco fuori la cittadina di Calvi, e mi preparavo accuratamente al tuffo per i dentici. Il sommo era costituito da un ammasso di pietroni che proiettava la sua ombra su un pianoro: la corrente li circondava e nel lato a ridosso, poco prima di un gradino, una moltitudine di mangianza fluttuava a qualche metro dal fondo.

Scendo pinneggiando per i primi metri poi, in caduta, termino la discesa e mi apposto tra due rocce. Mi godo una palla gigante di castagnole sovrastata da parecchie occhiate affamate quando, improvvisamente, scorgo sulla destra un lampo d’argento seguito da un rumore di scodata secco. 

Muovo pian piano il capo, accompagnato contemporaneamente dal lungo oleopneumatico, pensando di trovarmi al cospetto di un pescione, invece non c’era nulla, a parte dei pezzettini “strani” luccicanti che da mezz’acqua scivolavano verso il basso. 

Proietto lo sguardo verso la superficie e non faccio a tempo a mettere a fuoco la situazione reale quando assisto a una scena “terribile”. Il branco dei barracuda, mimetizzato e semi nascosto dai massi del cappello, stava sospeso sul filo della corrente poi, veloce come un fulmine, vedo partire verso l’alto un esemplare che come una freccia penetra zigzagando tra le corpulenti occhiate, azzannandone e recidendole a metà più d’una; dopo un istante di stupore ne scorgo partire un altro, rapido come una saetta, che compie identica “mattanza” sbucando come un rasoio in mezzo alla mangianza. Le emozioni non erano finite: paralizzato nel mio buco, restai ulteriormente di “sasso” nel vedere parte dei corpicini mozzati che mentre fluttuavano inanimati verso il fondo venivano divorati da altri barracuda, opportunisti e perfettamente organizzati per il facile banchetto.  

 L’habitat e comportamento. I due racconti condensano a grandi linee il territorio d’azione e l’indole del barracuda, un pesce sempre più frequente nei carnieri dei pescatori in apnea mediterranei. Il luogo d’elezione tipico è rappresentato dalle secche, dalle rimonte, dai capi ricchi di correnti e mangianza con acque temperate ma, ed è il lato meno preventivabile del suo comportamento, lo si può incontrare nel bassofondo, attorno a degli scogli affioranti, all’interno di calette in tutti i mesi dell’anno, compreso il freddo periodo invernale. Tra i miei amici sardi ce n’è uno, Carlo, che ha un debole per i barracuda nel senso che ha già preso parecchi esemplari tra cui un bestione di nove chili di peso. Discutendo e chiedendogli di raccontare la sua esperienza sul campo mi ha rivelato che non sono da trascurare neppure gli incontri in acqua libera propiziati da qualche rialzo del fondale sottostante: può succedere di scendere a mezz’acqua per sorprendere palamite o qualche tunnide di passaggio e vedere il serpentone di barracuda che sfila compatto nel blu, perfettamente a tiro di un lungo e preciso arbalete.

 Il barracuda è comunque un pesce predatore che ama principalmente gli spazi aperti in corrente e il punto statisticamente più probabile d’incontro è lo stesso ambiente spettacolare amato da dentici e ricciole. L’unica differenza, se così si può dire, e che l’affusolato predone preferisce non stare a stretto contatto del fondo e quindi si orienta verso i cappelli delle secche, in una falda d’acqua lontana dal termoclino, a qualche metro dal sommo. La velocità nel nuoto assai elevata gli permette di raggiungere i pesci più piccoli direttamente in acqua libera ma non disdegna cacciare all’agguato, celato dal cono d’ombra di una lama rocciosa e pronto a scattare come una molla sull’ignaro bersaglio. Sono pesci gregari che vivono prevalentemente in grossi branchi riuniti in individui pressappoco della stessa taglia. I barracuda adulti e di grosse dimensioni si possono incontrare in gruppetti di pochi esemplari ma viaggiano anche in solitario, peregrinando dappertutto alla ricerca di cibo.

 Il periodo di fine primavera, inizio estate è quello coincidente con la riproduzione: è il momento in cui è più facile vederli raggruppati in grandi branchi che vagano intorno alle rimonte e si spostano all’unisono, al pari (se mi si consente il paragone) di uno sciame di salpe. In merito agli orari in cui incrociarli c’è da osservare che si concentrano dove la mangianza è più fitta, quindi all’alba e al tramonto, ma non sono pesci “precisi” e abitudinari come i dentici, che assommano la maggioranza delle volte solo in determinati momenti: i barracuda possono stabilizzarsi intorno a una secca anche in pieno giorno, con la luce solare allo zenit.   

convivenza dentici/barracuda. Uno dei problemi più gravi, secondo il mio personale giudizio, della presunta “tropicalizzazione” del mar Mediterraneo, risiede nel fatto che le nuove specie animali e vegetali entrate nell’ecosistema marino nostrano determinano l’allontanamento o il cambiamento di abitudini negli esseri autoctoni. Chiunque pesca dentici con una certa frequenza può notare che i punti buoni in cui era possibile incontrali di anno in anno sono spesso occupati da questi micidiali predatori. Il barracuda occupa lo stesso livello della catena alimentare, caccia gli stessi pesciolini amati dal dentice ma mostra una voracità impressionante durante gran parte della giornata e il suo range d’azione è indifferentemente compreso tra la spanna d’acqua o l’abisso dei quaranta metri. Il dentice non si vede spesso in compagnia del barracuda anzi: se il territorio di caccia e lo stesso quando ci sono i barracuda non si vede un dentice o meglio si può scorgere qualche nobile pinnuto molto distante e sempre in posizione defilata. Con tutta probabilità c’è un rapporto di sottomissione o di non belligeranza visto che decine e decine di barracuda riuniti in branco fanno davvero paura a chiunque!  

La tecnica di pesca. Il barracuda, soprattutto se supera i tre, quattro chili di peso e il metro di lunghezza, è una preda ambita in grado di regalare delle belle soddisfazioni sportive. Non esiste un metodo di pesca standard e sicuro per averne ragione: qualche volta arriva all’aspetto, in certi casi si sorprende all’agguato aggirando un pietrone o un cappello, in altri si prende in caduta e in corrente o planando a mezz’acqua. Diciamo anche che non è una cattura difficile come quella rappresentata dal dentice o impegnativa come quella della ricciola sia perché non è sempre sospettoso e astuto come il serranide sia perché non risulta potente e combattivo come il pelagico. Ci vuole un po di astuzia tattica nella pesca del barracuda e identificare il modo più appropriato di avvicinamento in base ai luoghi frequentati e alle abitudini riscontrate localmente. 

In bassofondo si possono arpionare dei bellissimi barracuda, anche molto grossi, mentre si sta facendo la posta ai muggini, alle spigole, ai saraghi. L’arrivo del barracuda in poca acqua è quasi sempre inatteso anche se qualche volta ci può essere un segnale di preavviso determinato da uno sciame di pesciolini che fugge nella direzione opposta a quella intrapresa dal predatore. Nella maggioranza dei casi arriverà di muso, come un siluro, avanzando senza muovere vistosamente una sola pinna. Potrà giungere a filo del fondale ma anche passare sopra la vostra postazione a poca distanza dalla superficie e non sempre nella direzione sperata. In ogni caso basta non compiere movimenti bruschi e sperare che il suo grande occhio si avvicini alla tahitiana: se il barracuda non è spaventato vi punterà e vi sfilerà dinanzi offrendovi un buon bersaglio. L’agguato è un’altra tecnica che permette di arpionare splendidi barracuda sfruttando la loro stessa metodica di predazione.

Nello specifico potete avvicinarli quando sono in branco, in poca acqua o più in profondità, sfruttando i ripari offerti dal fondale. Il barracuda ha un carattere strano e un po “lunatico”: a volte è curioso e arriva presto a tiro altre volte risulta titubante e mantiene sempre una distanza di sicurezza. L’agguato può rivelarsi un’arma letale fantastica per il barracuda perché non è il pesce che decide di muoversi verso l’apneista ma il pescatore che lo raggiunge in modo strategico. Quando il barracuda è in branco e si sta muovendo lentamente si sente forte, sicuro e talvolta non percepisce il sub che avanza sempre più pericolosamente. La manovra di avvicinamento deve essere silenziosa, occultata ma non a livelli esageratamente perfetti.Il nostro avversario si può tradire anche con un agguato non troppo curato poiché durante il percorso può capitare addirittura che qualche barracuda ci senta, si incuriosisca e decida di trascinare il resto dei pesci verso il nostro nascondiglio. 

  Tale approccio potrebbe essere considerato anche come una variante all’aspetto classico, una tecnica di pesca mista composta da un tratto in movimento e una posta finale. L’aspetto tradizionale in profondità funziona in taluni casi, ma l’apneista deve trovarsi in una zona d’acqua allo stesso livello, o appena inferiore, di quello frequentato dai barracuda. Potremmo essere all’attesa di dentici o di ricciole e vederci parare davanti un muro scintillante di lunghi pesci tigrati che sposteranno l’immancabile assembramento di castagnole con un leggero anticipo. Nello specifico la mangianza si “apre” all’avvicinamento dei predatori ma se non si tratta di un bestione gigante solitario lo fa senza agitarsi eccessivamente e senza “squarciarsi” a metà come succede ad esempio con i dentici. Sempre in relazione alla mangianza mi sono accorto in numerose occasioni che non è detto che il punto dove è seccamente delineata (il cosiddetto muro verticale) corrisponda alla zona più probabile dove giungerà il predatore: i barracuda potrebbero tranquillamente arrivare da tergo o sui laterali lasciandovi l’arduo compito di orientare l’arma in posizione di tiro. Se i barracuda volteggiano a mezz’acqua e decidono di scendere di quota capita a volte di osservare le castagnole che si schiacciano verso il basso e la difficoltà risulterà quella di alzare l’arma e sparare verso la superficie luminosa su un pesce dal profilo frontale assai esile.

Le armi, il tiro, il recupero. Ho appena accennato alla difficoltà di colpire un barracuda nella posizione frontale sia di muso sia quando mostra la porzione inferiore longitudinale nell’atto di sfilare sopra la nostra posizione. Un altro problema si pone quando il branco ci passa di lato: tanti bersagli affusolati e di altezza ridotta (non fa testo un pesce di sette/otto chili lungo 150 centimetri e grosso come una condotta idrica) possono farci perdere la concentrazione di mira e la selezione visiva su un pesce soltanto. Il barracuda si rivela un bersaglio difficile, sportivo, e richiede un’arma molto precisa e con buona gittata. L’arbalete oltre i 100 centimetri di fusto con una coppia di gomme da 18/20 mm è un fucile estivo ideale per le caratteristiche fisiche del barracuda in quanto la massa del corpo non è difficile da trapassare poiché le squame non sono durissime, la carne è muscolosa ma morbida, la sezione fisica solitamente non esagerata. In acque basse conviene ridurre a 75/90 cm la lunghezza dell’arma per disporre di una facilità di puntamento maggiore. Il problema più sentito riguarda il punto da colpire perché se la lunga tahitiana da 6 mm o 6,5 mm non si conficca a metà corpo, rispetto all’altezza ridotta del pinnuto, si rischia di vederlo strappare sull’inconsistente ventre o sulla lacerabile schiena. La zona migliore è rappresentata quindi dalla spina dorsale che corre a livello della linea laterale, dove terminano le bande scure sui fianchi: se viene danneggiata o spezzata osserveremo il pesce porsi in verticale, con o senza vibrazioni terminali. La testa, anche se paurosamente raffigurata da una mascella ricoperta da numerosi denti acuminatissimi  è “vuota”, e se non si tratta di un esemplare di svariati chili di peso è meglio non tentare il colpo da cecchino vicino al grande occhio o all’attaccatura del primo bordo opercolare. Appena colpito il barracuda schizza via con rabbiosità ma si tratta di una fuga non troppo prolungata e controllabile con un mulinello qualsiasi. Certi esemplari non si allontanano e girano attorno al pescatore altri si librano generalmente in acqua libera. Se si tratta di un pesce molto grosso bisognerà cercare di non forzare troppo il recupero e attendere che esaurisca le forze altrimenti c’è il rischio che si strappi la freccia di dosso se non è colpito proprio bene. Al momento di afferrarlo con le mani non bisogna avvicinarsi alla bocca anche se il barracuda è morto stecchito poiché i denti presenti in tutta la superficie orale (anche sul palato) sono così affilati e leggermente ricurvi che rappresentano un pericolo per l’incolumità degli arti.

Box. Il barracuda in cucina. A dispetto della figura terrificante il barracuda è un pesce buono da cucinare: caratterizzato da un’alimentazione marina raffinata ha una carne bianca e saporita non esageratamente asciutta, poche spine e si presta a numerose interpretazioni culinarie. E’ molto gustoso tagliato a trance e fatto in guazzetto, rosolato al forno con patate e vino bianco, confezionato al cartoccio con un po di verdurine miste di stagione inserite tutt’intorno. Per una cucina più raffinata si può sfilettare e preparare in tante altre maniere. L’unico trucchetto consiste nell’eviscerarlo con cautela (magari subito dopo averlo pescato) e rimuovere il sangue raccolto ai lati della spina dorsale che a volte conferisce un gusto un po amaro alle carni vicine.

 

Testo di Emanuele Zara & Lucia Notarangelo.