LA SPIGOLA LUNGO LE COSTE ITALIANE
Con l’avvento della stagione invernale quasi la totalità dei pescatori in apnea della penisola trovano il coraggio e la costanza di entrare in acqua unicamente per tentare la cattura di una bella spigola. D’altronde l’immersione in gelide acque spesso caratterizzate da scarsa visibilità, da un moto ondoso possente, da una risacca fastidiosa, da un ambiente che lascia intravedere pochi pesci lungo costa è giustificata appieno dall’attesa di vedersi comparire dinanzi una silhouette argentea di cospicue dimensioni. In ogni regione italiana affacciata in Mediterraneo la pesca subacquea al branzino si pratica secondo una strategia che a prima vista potrebbe essere definita comune per molte località marine ma se riflettiamo sulle varie realtà territoriali si scopre che esistono differenze anche notevoli da un posto all’altro e ciò si verifica per una serie di motivi facilmente deducibili. Ognuno di noi matura vari tipi di esperienza a secondo dei siti che riesce a battere e modifica il proprio stile di caccia al fine di conquistare la “padronanza” di un territorio. La mia personale esperienza mi ha portato a scendere in acqua in varie regioni italiane e straniere: bene, pescare spigole in differenti parti del Mediterraneo comporta un diverso tipo di conoscenze, di approccio, di tecnica, di attrezzatura. Prendiamo a esempio il parametro della visibilità sottomarina.
| Ci sono luoghi a spiccata natura rocciosa, compatta, dove l’acqua resta costantemente limpida e permette una visibilità sempre superiore ai tre quattro metri anche dopo mareggiate spaventose; si reperiscono altri siti costieri dove è sufficiente una pioggerellina di qualche ora o un mare forza tre/quattro per innalzare una sospensione fangosa che riduce la visione subacquea a pochi decimetri sia in verticale che in orizzontale; esistono, infine, ambienti dove l’acqua dolce scaricata dalle montagne, da vari fiumi e scarichi stratifica per la sua differente densità e da origine a un sottocosta a “doppia visione”. Paragonando la temperatura del mare tirrenico a quella adriatico si scopre altresì che il gradiente termico è sostanzialmente differente: in certe giornate di gennaio o febbraio nella costa romagnola, triestina, pescarese si raggiungono temperature davvero polari, di parecchio inferiori a dieci gradi centigradi (!) circostanza che non succede praticamente mai nei litorali della penisola posti a occidente (fanno eccezione i distretti limitrofi di alcune foci di fiumi o torrenti provenienti da cime innevate alpine o appenniniche). Il comportamento della spigola non è perfettamente identico da una località all’altra e addirittura ci possono essere consistenti mutamenti nel litorale di levante o di ponente, in un tratto di costa a prevalenza granitico e in uno sabbioso o algoso, tra una costa a nord esposta a un determinato tipo di vento e una porzione a sud mantenuta a ridosso. | ![]() |
Cercare di arpionare un bel branzino in tutti questi vari frangenti costringerà il pescatore in apnea a vagliare bene la morfologia del fondo, a capire dove appostarsi, a scegliere una muta idonea, e conseguente sistema di piombatura, a proteggersi dal freddo più o meno intenso, eccetera. Esiste poi il capitolo appassionante delle armi che devono essere scelte con cura in relazione alla quota d’esercizio, al tipo di visibilità, all’intensità delle condizioni marine, al bisogno soggettivo di maneggevolezza. Se poi aneliamo alla cattura di uno spigolone gigante, se il posto promette particolarmente bene in tal senso (la sorpresa può esserci in qualsiasi luogo), dobbiamo dotarci di un arbalete o di un pneumatico che diano la possibilità di trapassare da parte a parte il corpo dell’eventuale bestione (Daniele Petrollini in un intervista di qualche tempo fa mi aveva confidato di frequentare un itinerario dove l’incontro con pesci di taglia eccezionale era altamente probabile ed era entrato con un fucile poco adattato allo scopo: bene, gli si parò dinanzi il branzino della vita, un mostro, un pesce superiore ai dodici, tredici chili, ma non riuscì a fermarlo!).
In questo articolo ho reperito il parere autorevole di quattro campioni, del recente e del passato, che riportano la propria esperienza di pesca alla spigola legata al loro territorio, a determinati ambiti regionali. Bruno Corsini, atleta Seatec, entrato recentemente in prima categoria, è un pescatore sardo bravissimo nella schiuma e nel bassofondo ed è considerato nell’isola un grande specialista nella pesca alla spigola. Davide Petrini, portacolori della Cressi Sub e componente della nazionale azzurra è un ligure doc e come tale a sviluppato una particolare attitudine a cacciare branzini in fondali “poveri”, difficili, tipici di questa regione. Massimo Fauci, anch’esso presente nel team Cressi Sub e atleta ai vertici dell’agonismo da molti anni (solo quest’anno è retrocesso in seconda categoria) abita a Napoli e in queste zone caccia le spigole in una maniera molto singolare, diversa dalle tecniche abitualmente utilizzate in altri distretti. Per ultimo il punto di vista di un campione delle passato ma un vero mito per gli appassionati della cattura di branzini: in Adriatico, nel periodo invernale, sussistono condizioni assolutamente proibitive per la pesca in apnea ma Sergio Pacenti ne ha catturati tantissimi rivelando un’esperienza, un fiuto davvero eccezionale in merito.
nomi regionali. In certe discussioni ho sentito spesso fare molta confusione nella
determinazione corretta di questa pregiata specie ittica appartenete alla
famiglia dei Serranidi e qualcuno poco esperto in materia afferma addirittura
che la spigola è una specie diversa dal branzino o viceversa. Naturalmente noi
pescatori in apnea sappiamo che in realtà branzino o spigola sono lo stesso
pesce. Il nome latino Dicentrarchus labrax si presta a varie declinazioni
dialettali e ogni regione denomina la spigola o branzino con appellativi
diversi: qualcuno è ancora in uso mentre altri sono antichi e ricordati
soltanto dai pescatori più vecchi. I nomi tipici che ho reperito si riferiscono
alla terminologia dialettale genovese che nomina il branzino come “Luàssu”;
in Toscana viene tutt’ora definito “Ragno”; nel napoletano “Spinola”;
nel Chioggiano (Veneto) “Brancini”; in Sicilia nel Trapanese, “Sperítu”;
in Sardegna e nell’isola di San Pietro (tabarkino) “Arranassa o Lupu”.
Dove
cercare le spigole nelle diverse regioni.
Bruno
Corsini. La spigola abita abbastanza
uniformemente tutta la Sardegna anche se chiaramente esistono delle zone poco
estese con maggiore concentrazione di pesci in relazione al periodo dell’anno.
Le mie battute di pesca mirate esclusivamente alla cattura della spigola hanno
come campo d’azione prevalente il versante occidentale dell’isola che va
dall’isola di Sant’Antioco alle coste oristanesi. L’unico problema di
questi litorali è relativo all’esposizione del vento dominante, il Maestrale
che solleva onde di dimensioni tali da non consentire sempre una battuta di
pesca in apnea. Così ho selezionato negli anni punti alternativi che seppur
meno produttivi dal punto di vista delle catture offrono comunque la possibilità
di entrare in acqua a patto di avere una tecnica perfetta e, come al solito, un
po’ di fortuna. Mi riferisco alla costa che va da Cala Sinzias fino a Tertenia,
e il golfo di Cagliari. Anche il nord Sardegna offre innumerevoli possibilità
di pesca sia sul lato ovest che su quello est con un abbondanza di pesce
solitamente maggiore del resto della Sardegna ma dalla mia città di residenza,
Cagliari, è un po lontana da raggiungere. Quando ho a disposizione solo una o
due ore e la voglia di entrare in acqua è tanta, mi immergo nelle immediate
vicinanze di Cagliari, in fondali prevalentemente ricoperti da vaste praterie di
posidonia oceanica con fondale degradante dolcemente dai 0 ai 6-7 metri di
profondità. Sono zone molto difficili dove si pesca esclusivamente
all’aspetto, trascurate dai più per l’apparente assenza di vita e per la
temperatura rigida dell’acqua che unita alla pesca abbastanza statica non
consentono lunghe permanenze in mare, ma possono regalare grandi soddisfazioni
in termini di catture.
Davide
Petrini. La Liguria è una regione discretamente ricca di branzini ma per le
caratteristiche proprie dei fondali si tratta di pesci abbastanza difficili da
catturare soprattutto nel litorale di Ponente che presenta poche scogliere
naturali. A Levante la morfologia costiera è completamente differente e anche
le opportunità di pesca al branzino variano e in certi frangenti sono
maggiormente facilitate. Come zone cito buona parte delle Cinque Terre, attorno
allo scoglio Ferale giù a Spezia. A ponente, nella zona compresa tra Vado
ligure e Ventimiglia ci sono tante zonette ristrette che offrono punti buoni per
l’aspetto. Posti che si distanziano di qualche centinaio di metri l’un
l’altro infatti, non a caso, qui si fa la pesca a staffetta con
l’automobile, costeggiando l’Aurelia e soffermandosi intorno ai moli posti a
protezione delle spiagge, ai rari capi, alle dighe frangiflutti tradizionali o
soffolte, ai fiumiciattoli e ai rivoli d’acqua dolce che scendono
dall’Appennino ligure o dai vari vivai di floricoltura.
Pacenti
Sergio. Anni fa mi muovevo di più
lungo tutta la costa adriatica ora pesco spigole quasi esclusivamente
nell’Anconetano, sulla riviera del Conero, quella dove ci sono sedici
chilometri di roccia naturale. Attorno ai massi affioranti, magari con una
leggera maretta, si possono prendere dei bei esemplari di branzino. Ho
esperienza di posti più a sud, il Gargano e anche il litorale di Ortona. Il
fondale del medio versante Adriatico è caratterizzato dalla successione delle
tipiche spiagge e barriere frangiflutti con l’eccezione di Monte San Bartolo,
nel Pescarese, una zona rocciosa posta in pochi metri d’acqua. Da una decina
d’anni queste barriere di protezione sono poste a pelo d’acqua (soffolte),
soluzione adottata per ridurre l’impatto ambientale e per evitare eccessivi
accumuli di sabbia tra le dighe artificiali e la riva. Dopo un paio d’anni
dalla costruzione si popolano di mangianza e sono molto interessanti per il
pescatore in apnea perché, al contrario di quelle esterne in cui eri costretto
a battere quasi esclusivamente il lato di fuori, puoi scorrere la sommità della
scogliera e incontrare in 50 centimetri d’acqua enormi branzinoni.
All’estremo nord dell’Adriatico, Duino, Grignano, s’incontra di nuovo
roccia. Da considerare, infine, alcune zone artificiali create per il
ripopolamento dei frutti di mare, in qualcuna è consentito pescare in apnea,
formate da blocchi di cemento disposti a piramide e poste in 14/15 metri
d’acqua: ogni tanto si trovano spigole. In Adriatico ma penso sia un aspetto
comune in altre parti d’Italia con vocazione balneare e turistica in autunno e
in inverno cessa la pressione dei villeggianti e tutta la costa può essere
battuta liberamente.
Fauci
Massimo. La Campania presenta una
concentrazione di spigole maggiore nei dintorni di Napoli e a nord di questa,
diciamo che ci sono tutto l’anno mentre a sud, nel Cilento, ad Agropoli, a
Licosa sin verso la Basilicata le spigole frequentano i litorali solamente in
certi periodi, prevalentemente quelli autunnali, invernali.
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Il
comportamento del branzino. Bruno
Corsini. Non ho riscontrato differenze
comportamentali sostanziali tra le spigole del versante occidentale e quelle
delle coste orientali della Sardegna: il predone alterna comportamenti di
curiosità e spregiudicatezza, tanto da passare spesso sopra il fucile puntato
all’aspetto, a totale disinteresse, costringendo spesso il pescatore a
escogitare mille stratagemmi per cercare di portare a tiro il predone, dallo
schiaffo sull’acqua alla classica bollicina. Sicuramente le catture più
facili si fanno nel periodo della riproduzione (solitamente dicembre-gennaio, ma
a seconda della rigidità e della piovosità dell’inverno, possiamo catturare
grossi branzini già a fine ottobre e fino a primavera inoltrata) quando le
grosse femmine distratte da un folto stuolo di pretendenti portano a tiro tutto
il branco. Questo è il momento in cui bisogna mettersi la mano sulla coscienza
e puntare il fucile verso una spigola maschio anche se di minori dimensioni, per
una serie di motivi: oltre all’aspetto prettamente ecologico, la facilità di
cattura della lenta femmina offre ben poca soddisfazione tecnica. Esiste inoltre
un’opzione di convenienza in quanto il folto drappello di maschi senza più il
pesce gravido si dissolverà in un battibaleno mentre se faremo le cose per bene
potremmo effettuare diverse catture nello stesso gruppo di pesci dato che la
femmina col peso che si porta appresso non farà molta strada e seguendo la sua
linea di fuga rincontreremo con ogni probabilità il branco qualche tuffo dopo. Davide Petrini. Nella mia regione il branzino rivela un comportamento differente se lo si cerca nella porzione di Ponente o in quella di Levante. Il fattore decisivo in questo atteggiamento parte dalla diversa morfologia del fondo. La parte a Levante, dopo Genova, è sicuramente più rocciosa, offre molti più anfratti, scogliere, capi, eccetera, e l’acqua spesso conserva maggiore limpidezza; a ponente, invece, c’è una predominanza di sabbia, di fanghiglia, certe volte si caccia proprio nel caffellatte e ciò induce a praticare due tipi di pesca diametralmente differenti. A ponente ho un range di batimetriche molto più ampio e impegnativo che parte dalla superficie e si attesta sui 22/24 metri. Qui cerco nella sabbia e nella posidonia la maggior parte dei branzini, alla fine dell’inverno e all’inizio primavera. L’entrata cospicua di branzini, sempre sul versante occidentale, dura poco in Liguria, circa due settimane, e va dagli inizi di febbraio sino alla fine del mese: in questo caso batto le scogliere e con un po di fortuna incontro grossi esemplari. |
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A levante invece il
branzino si trova prettamente sottocosta, dalla superficie sino a cinque metri:
bazzica le punte che schiumano, gli acciottolati, eccetera.
Pacenti
Sergio. Il comportamento delle
spigole qui da noi si può definire molto più sospettoso rispetto a ciò che si
trova in altre parti d’Italia. Penso che la causa sia da imputare alla
costante torbidità dell’acqua che mediamente si assesta sui 60/70 centimetri.
Sino a qualche anno fa c’era una grande concentrazione di branzini ora
sono diminuiti, specialmente nel periodo estivo. Suppongo che questa rarefazione
sia indotta dalla presenza sottocosta di grossi predatori, lecce e ricciole, che
negli ultimi anni sono cresciuti di numero. Sarà una coincidenza ma da quando
sono comparsi nella riviera del Conero questi grandi predatori sono più rari i
cefali e le spigole. Capita anche che le spigole si rifugino occasionalmente in
tana e qui da me capita nei mesi di novembre e dicembre.
Fauci
Massimo. Nel napoletano le spigole
frequentano sempre gli stessi posti, hanno le medesime abitudini
comportamentali: io le pesco sui sommi, sulle secche sia in inverno che in
estate alla stessa stregua di come cerco dentici. Conosco una serie di rimonte
che partono dai 12/13 metri sino a qualche cappello sui 25/26 metri d’acqua,
sommi che fanno spigole. Ci sono rimonte che presentano tagli e spacche in cui
si rifugiano le spigole in riproduzione ma anche pesci che si aggirano attorno
ai cappelli come se fossero ricciole. D’inverno, naturalmente, esiste anche la
possibilità di trovarle a riva, lungo le dighe, le scogliere frangiflutti,
nelle zone fangose, le zone portuali ma io preferisco insidiarle in mare aperto,
su questi picchi abbastanza impegnativi che risalgono e devo ammettere che
assisto ancora a dei bellissimi spettacoli. Nel Cilento, ad esempio, la spigola
si cattura in maniera classica, sottocosta, in schiuma, ma si tratta come
consuetudine di pesci isolati, imprevedibili: le possibilità di avvistamento e
cattura aumentano con mare leggermente mosso e acqua a visibilità ridotta.
Esiste poi la possibilità di cercarle attorno ai relitti, agli ammassi di
lamiere poste nella sabbia o nel fango: io ne conosco un paio, non li frequento
molto, ma ci sono amici che nel periodo giusto trovano numerose e grosse
spigole.
Le
condizioni meteo marine.
Bruno
Corsini. Sia nelle coste di ponente
che in quelle di levante solitamente scelgo tratti di costa rocciosi e
possibilmente giornate di mare in leggera scaduta (di maestro a ovest e di
scirocco a est) che offre le maggiori opportunità di fare carniere sfruttando a
mio favore lo sciacquio delle onde e l’acqua non proprio limpida, ma non sono
rari i casi in cui mi immergo con mare molto mosso o completamente calmo.
Davide
Petrini. In Liguria si pescano bene le spigole quando soffia lo scirocco, sia a
levante sia a ponente. E in inverno questo vento può determinare una condizione
di umidità, di pioggerellina fine fine (in dialetto ligure si dice “tempo
maccaioso”). E’ un ottimo periodo per insidiare la spigola sia in fase di
monta del mare, durante (se il fondale non s’intorbidisce eccessivamente e se
il mare non risulta troppo grosso) sia attendendo la sua scaduta. Andando nel
dettaglio diciamo che per la parte a ponente in queste due fasi permette di
pescare con buone chanches mentre a levante e nettamente migliore la fase di
scaduta. Io scendo in acqua anche in condizioni di visibilità estreme,
ridottissime. Dalla mia esperienza, inoltre, ho constatato che in fase di luna
crescente il branzino si avvista e si cattura con maggiore frequenza.
Pacenti
Sergio. Le condizioni buone ci sono con il vento di maestrale, tramontana. Con
un po di maretta e di schiuma si fanno le pescate migliori. Naturalmente se il
mare è grosso o ha smosso per un po di giorni il fondo è impossibile scendere
in acqua perché non si vede nulla. Le condizioni di visibilità sono
considerate buone quando ci sono almeno due metri di visibilità ma normalmente
si pesca con un metro e anche meno di visibilità. Un discorso a parte va fatto
per la temperatura dell’acqua: d’inverno l’Adriatico scende a temperature
polari. Negli ultimi anni ha fatto freddo, tanto freddo con il mare spesso
assestato sotto gli 8 gradi centigradi ma se penso agli anni 80 ricordo un
periodo in cui si erano misurati 4.5 gradi!
Da gennaio in poi il sottocosta è così gelato che il pesce non si trova
più, c’è un mondo incantato, il deserto, non c’è nulla: conviene
allargarsi in fuori sulle secche, su qualche relitto dove c’è un grado o due
di differenza e il pesce ricompare.
Fauci
Massimo. Può sembrare strano ma io le
spigole, nei tre, quattro mesi invernali buoni, da novembre a febbraio, le
catturo un po in controtendenza, tendo a ribadirlo, rispetto ai canoni classici.
Personalmente quando scendo sulle mie rimonte, e soffia tramontana o grecale, i
venti tipici di questa stagione fredda, trovo il mare chiaro, cristallino con
visibilità anche di una ventina di metri nel golfo di Napoli che da queste
parti è un evento raro da realizzarsi. Bene, le spigole anche se più
sospettose in caso di acqua pulita mi consentono comunque delle belle catture
perché…salgono a galla! Le prime volte mi sembrava impossibile ma poi
provando e riprovando le spigole continuavano a staccarsi dal fondo e risalire
sino a galla! Il periodo in cui sono in frega, sono eccitatissime, i pesci più
grandi ti puntano decisi dal basso, verso l’alto, sino a coprire anche una
ventina di metri d’acqua. Con condizioni meteo che sporcano l’acqua, tipo il
mare di scirocco, la spigola si avvicina di più, nel torbido, nella risacca ti
sbuca vicino al fucile e se ne avvantaggiano tutti coloro che pescano nel
sottocosta, in modo tradizionale.
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La
tecnica d’elezione. Bruno Corsini. Ovviamente la pesca da attuare è quella all’agguato alternata all’aspetto in relazione alla posizione dei pesci, alla loro diffidenza e alla morfologia del fondale. La Sardegna offre diverse varietà di fondale roccioso ma granito e grotto la fanno da padrone alternandosi a distese sabbiose e arenaria dando la possibilità al pescatore di pescare in ambienti sottomarini diversi e alle quote operative più congegnali. Da non trascurare le calette di ciottoli magari in prossimità di piccoli corsi d’acqua dolce con frammenti di alghe in sospensione, teatro spesso delle catture più corpulente. Anche i tavolati di roccia situati in pochi centimetri d’acqua sono spesso frequentati dai serranidi ma catturarli non è cosa facile vista la mancanza di ostacoli per avanzare all’agguato senza farsi scorgere o nascondersi all’aspetto; inoltre la profondità è tanto bassa che spesso il pesce nuota con la schiena fuori dall’acqua per scappare dal pescatore, e le cose si complicano in presenza di forte risacca. Un altro posto dove le spigole sono di casa sono l’interno dei porti e i loro moli esterni, ma non essendo mie abituali zone di pesca… Nelle coste a picco invece le catture sono più rare: in questo tipo di fondale possiamo trovare spigole in prossimità di scogli semi affioranti appena staccati dalla parete (discorso che comunque vale anche per le altre tipologie di costa) o nelle piccole insenature di massi accatastati che queste zone presentano di tanto in tanto anche in prossimità della superficie. Se si raggiunge un ottimo affiatamento con il compagno di pesca, è assolutamente appagante la pesca all’agguato in coppia, alternandosi nelle immersioni lungo un tratto di costa e scambiandosi, durante le pause in superficie, pareri reciproci sulle strategie da applicare nei tuffi seguenti, commentando le catture più significative, ridendo e smorzando le arrabbiature per i pesci mancati ma soprattutto incrementando il fattore sicurezza. Durante
il tuffo del compagno si approfitta della pausa per riposarsi in superficie,
ventilarsi con calma ed essere pronti a scendere non appena riemerge, magari
approfittando delle sue indicazioni che ci orientano verso un pesce che nuota
dietro una roccia lontana o che fa capolino dalla schiuma: la
soddisfazione per la cattura
effettuata in questa maniera è altissima. Le catture effettuate in tana nel
periodo della riproduzione non sono poi tanto rare, infatti ho catturato il mio
branzino più grosso, un pesce di 5 kg, sotto un massone nell’immediato
sottocosta.
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Davide
Petrini. E’ condiziona dalla
morfologia del fondale. A levante è molto più “aperta” quindi la pesca è
facilitata anche per i principianti come tipo di tecnica: si praticano
prevalentemente agguato e aspetto. Mentre a ponente si è obbligati a praticare
unicamente l’aspetto, e in versione tecnica molto curata. Tutto va impostato
con estrema perfezione perché il branzino non ti offre molto tempo per pensare.
Ti sistemi sul fondo prontissimo a sparare sul pesce che magari ti sbuca da una
coltre di sospensione impenetrabile alla vista. Io pesco nella schiuma anche con
condizioni di mare formato e per restare in pochissima acqua ben fermo adotto
una zavorra superiore ai 12/13 chili. Da noi in Liguria la pesca alla spigola in
tana è un’evenienza piuttosto rara: conosco due buchi dove ogni tanto trovo
branzini intanati ma in circa dieci anni ne ho catturati soltanto sette/otto.
Pacenti
Sergio. Qualche anno fa mi piaceva pescare molto lungo le barriere poste dinanzi
alle spiagge. E’ una tecnica che si applica in due, tre metri d’acqua ma non
per questo è da sottovalutare: è tutt’ora quella più fruttuosa in termini
di catture. C’è bisogno di apnea lunga, di rapidità di riflessi, di velocità
di tiro, di abitudine a pescare nel torbido. Una caratteristica che fa la
differenza tra un pescatore e l’altro è anche il saper riconoscere i diversi
“colori” del fango in sospensione. Tante volte non vedi neanche la sagoma
ben definita del pesce e devi carpire le sottili differenze che esistono quando
il branzino ti passa davanti. Si pesca con fucili cortissimi, con pneumatici
tenuti arretrati in maniera che accanto al telaio della maschera spunti appena
la punta dell’asta: stai immobile e selezioni dinanzi a te un ipotetica area
in cui presupponi passi il branzino. Inquadri il fazzoletto di torbido e appena
scorgi una variazione di colore, una sagoma appena più contrastata premi il
grilletto. Tanto il branzino, se c’è, arriva a sfilarti nel punto più vicino
che in questo caso è rappresentato dalla cuspide della tahitiana. E’una
questione d’esperienza, di abitudine al torbido, di fiuto. Nei miei ricordi ci
sono giornate in cui appena immerso sentivi decine di schiocchi secchi, come se
qualcuno prendesse a calci un armadio: erano scodate di spigole! Scendevi a
fondo e i branzini ti giravano intorno in un carosello invisibile: li
“sentivi” ma non li vedevi! Pensa che certe volte il pesce, con il colpo di
coda, ti alzava la nuvoletta di fango davanti ai cristalli della maschera ma non
avevi neppure il tempo di sparare perché l’animalone era già passato! Ora,
personalmente, preferisco appostarmi in zone al limite di demarcazione franoso
tra sabbia e scoglio: è una pesca meno fruttuosa ma mi diverte di più (non ho
più vent’anni!) anche perché intercetto altri tipi di prede e non mi annoio.
Fauci
Massimo. Quando pesco sui sommi
pratico l’aspetto come se si trattasse di attendere un branco di dentici.
Applico una tecnica meno sofisticata dal punto di vista pratico ma comunque
studio la corrente, la posizione della mangianza: le spigole possono giungere a
tiro solitarie o in branco. Come ho detto poc’anzi mi succede di attenderle a
galla in particolari condizioni di visibilità: con acqua chiara scorgo vari
testoni che dal blu risalgono sino a tre, quattro metri dalla superficie e devo
solo trovare il tempo giusto per una capriola silenziosa per sparare alla più
grande, in caduta. Ti danno poco tempo, qualche secondo: se fai bene i movimenti
sfrutti la temporanea “perdita di controllo” del pesce eccitato, e fai la
cattura. Sui relitti si tratta di pescare in caduta o all’aspetto: dove si
raggruppa la mangianza possono arrivare a tiro le spigole. Nel bassofondo
bisogna zavorrarsi bene e poi praticare gli aspetti nei punti che sembrano più
promettenti come baiette con fondo di ghiaia, punte dove l’onda spacca e
schiuma, attorno a scogli affioranti, lungo le dighe a protezione della costa,
dinanzi agli sbocchi di acqua dolce dove nuotano i branchi di mugginetti, ecc.
Nei pressi di Pozzuoli ci sono delle aree rocciose perse nel fango e qui conosco
qualche tana da visitare oppure attendo spigole all’aspetto. Io non amo
pescare in pochissima acqua e mi piace tenere sotto le pinne almeno sei, sette
metri di fondo.
L’attrezzatura.
Bruno
Corsini. Viste le profondità
d’esercizio decisamente ridotte mi piombo abbastanza abbinando alla consueta
cintura dei piombi uno schienalino da 3 o 4 kg che la Seatec, la squadra a cui
appartengo, produce. Adopero anche delle cavigliere, solo 500 g per gamba, per
evitare di sovraffaticare le gambe, soprattutto in presenza di mare grosso. Per
quanto riguarda la muta la desidero confezionata su misura per evitare
fastidiose infiltrazioni d’acqua e bolle d’aria che in questo periodo
dell’anno diventano insopportabili: il pantalone da 5-6 mm e la giacca da 7-8
mm sono il mio compromesso ideale. Le asperità del fondo e la forza dei marosi
sono i nemici numero uno delle ginocchia e dei gomiti quindi un rinforzo sulla
muta in corrispondenza dei punti di maggior abrasione non guasta. Quando mi
immergo da terra indosso una versione foderata esternamente, molto più
resistente alle sollecitazioni. Obbligata invece la scelta per chi utilizza la
barca: con un capo liscio esternamente non si patisce il freddo durante gli
spostamenti. Se la muta possiede un buon mimetismo, più che per la pesca della
spigola, serve per la cattura di altri pesci che condividono lo stesso habitat:
orate, saraghi, cefali, etc. Solitamente i guanti e i calzari sono da 3 mm ma
nei giorni di freddo più intenso i calzari possono essere anche da 5 mm. Per
quanto riguarda le pinne utilizzo le Vela, un prototipo Seatec in materiale
composito di prossima immissione sul mercato. La maschera ad ampia visuale è la
Eye, accoppiata all’aeratore Eolo; il pugnale invece è il piccolo Pro con il
fodero in resistentissima Cordura e scoccia-aste incorporato. La scelta
dell’arma varia a seconda della potenza del moto ondoso, della tecnica da
effettuare, della visibilità dell’acqua: sostituisco l’universale Gabbiano
90 con un modello più lungo, fino al 110 per la pesca all’aspetto con acqua
chiara e un 100 per l’agguato con mare non troppo agitato; lo Skua 83 e 75
trovano invece nell’acqua torbida la loro massima espressione. Le aste Seatec,
rigorosamente monoaletta per la pesca all’agguato, da 6 o 6,3 mm equipaggiano
i miei fucili fino al 100, mentre monto sui lunghi per l’aspetto aste da 6.5
mm doppia aletta, ultimamente nella versione con le tacche in rilievo.
Davide Petrini. Sono un atleta Cressi e pertanto impiego solo componenti del mio sponsor. Non apporto nessun tipo di modifica perché li trovo perfetti così. Come muta invernale ho un completo Pesca-Team con giacca da 7 mm, pantaloni da 5 mm mentre con acqua meno fredda indosso la versione da 5 mm; la maschera è la Matrix che mi assicura una visuale ottimale anche quando pesco in condizioni estreme. Un discorso a parte merita la zavorra: per pescare branzini io mi piombo parecchio, anche con 13/14 chili. Cavigliere, cintura in vita doppia, schienalino. A levante, quando imposto una battuta all’agguanto la zavorra è più limitata poiché ricerco un assetto neutro o leggermente negativo. Come fucili adopero unicamente arbalete Comanches. La misura 75 è quella utilizzata al 90% ma con mare dalla visibilità ridottissima pesco con il 60 mentre nell’alga o con acqua limpida impugno un Comanches 110. Le mie aste sono tahitiane da 6 mm, gli elastici da 20 mm.
Pacenti
Sergio. In barriera frangiflutti l’attrezzatura deve essere pensata per
pescare al massimo in tre metri d’acqua quindi bisognerà abbondare con la
zavorra: schienalino, cavigliere, cintura, eccetera. La piombatura sarà
massiccia anche perché in Adriatico s’indossano mute ad elevata coibenza
perché la temperatura del mare è, come detto prima, rigidissima. Io vesto un
sottomuta su cui aggiungo una giacca e un pantalone di neoprene sfoderato da 7
mm, calzari da 6 mm (non posso metterne un paio più spessi perché ho un piede
numero 45 e non trovo una scarpetta adatta), guanti a tre dita (quelli a cinque
non proteggono abbastanza).
Come
fucili, penso di essere rimasto in netta minoranza, adopero soltanto pneumatici.
Da circa dieci anni ho rinnovato la gamma degli Sten e ho comprato quattro
Stelth della Sporasub, un 110, un 97, un 85 e un 70, i fucili con la canna
interna da 11 mm. Il mio preferito per le spigole e il 70 cm che come tutti gli
altri modelli è preparato con asta tahitiana da 8 mm a doppia aletta della
Devoto Sub, monofilo di nylon dell’1.20 mm (tre passate), e rimozione dello
sganciasagole che essendo a contatto diretto con il grilletto interferisce con
la sensibilità di tiro: al suo posto c’è un semplice elastico sul serbatoio.
L’asta è corta, spunta appena dalla testata quindi il 70 mi permette di
sparare da posizioni incredibili e ho la certezza di fermare qualsiasi pesce.
Fauci
Massimo. Faccio parte del Team Cressi
Sub e come tale vesto il materiale della casa ligure, anche modelli del passato
che trovo quasi insuperabili. Ad esempio non mi separo dalla mia gloriosa Super
Occhio anche se riconosco che le maschere di
nuova generazione tipo la Matrix assicura una visibilità straordinaria
soprattutto utile in chi pesca sottocista e nel torbido. I miei fucili sono i
Comanches che nella brutta stagione non adopero praticamente mai sotto la misura
del 90 e del 100, equipaggiati con gomme da 16 mm potenti; le aste per
l’inverno sono rigorosamente da 6 mm, monoaletta, e sull’arbalete più lungo
applico il mulinello. Solo quando l’acqua è molto torbida posso impugnare il
75 ma si tratta di casi rari. Come muta ho una 6.5 mm con sottomuta. Non uso mai
ne cavigliere ne schienalino, adotto una semplice cintura di zavorra con
sette/otto chili di piombo in totale. Le pinne sono le Gara 3000 che hanno una
calzata che si adatta alla perfezione all’anatomia del mio piede.
Testo
di Emanuele Zara.