IL
BRANZINO
| Articoli Pesca Sub
scritti da Emanuele Zara |
Branzino lungo le coste Italiane |
E’
difficile da ricercare e da spiegare, con parole semplici, il motivo per il
quale un tranquillo padre di famiglia o uno studente irreprensibile attuino, in
un preciso periodo dell’anno, una metamorfosi repentina e inaspettata,
sconvolgendo abitudini, consolidate, parentame, consorti, amici. Le feste
natalizie sono trascorse al calduccio, con i propri cari, tra libagioni e
abbuffate che incrementano verticalmente i valori ematici del colesterolo e dei
trigliceridi; la rilassatezza che consegue al periodo edonistico, contagia una
parte della popolazione e traina verso gli abissi della pigrizia, in una
decadenza fisica paurosa, senza che provvidenziali freni inibitori intervengano.
Tanti week-end assumono i “vispi” connotati che molti (speriamo tra i
lettori pochi) ben conoscono. L’inverno è duro, certamente, ma con il
riscaldamento a manetta si sta benissimo chiusi in casa, a leggere un bel libro
o ad ascoltare un po di musica: peccato che la quiete sia compromessa, a tratti,
da pargoli festosi che si abbattono come piccole iene sulle membra abbandonate
mollemente sul divano. Cosa volete, siamo stati tutti bambini, cercate di
pazientare; prima o poi, tutti crescono...
| Il primo quadrimestre va a gonfie vele, i vecchi sono contenti e ieri sera, con la banda, ci siamo scatenati in discoteca, come matti. Saltavamo quanto dei grilli ed io ho ancora la schiena che mi duole dalla prima vertebra cervicale sino al coccige. Questa notte sarò arrivato non prima delle quattro: meno male che ho il passo felpato...Ora la testa sembra scoppiare e quindi me ne sto nel letto, sotto il piumone, fino alle tre, sperando che nessuno rompa. Oggi pomeriggio mi passano a prendere e c’è in programma una festa a casa del Biagino: niente male come ammazzatempo. Ultimi pensieri famosi...- Carlooo! Vieni, al telefono! Corri, c’è Pippo! - La voce della mamma troneggia tra le pareti dell’abitazione come un gong. Il babbo solleva stoicamente il “quintale” e scansando le sedie, le poltrone e le suppellettili varie, in un difficilissimo rodeo, raggiunge affannosamente la postazione. -Pronto? Haa! Ciao! Come va la vitaccia? Freddino eh? Ma non lamentarti! Abiti al mare, capisci? Quassù non c’è molto da ridere ma sai, si tiene duro, (meno male che non vedete l’espressione alterata del viso) e poi gli anni passano per tutti e si prova una certa invidia a vederli scorrere così rapidamente. | ![]() |
Beati i giovani! Pensavamo proprio di fare un salto a trovarvi, una visita rapida, ma sapessi quanti problemi in casa! Sarà per la prossima. Dimmi, dimmi... perdonami se ti stresso sempre sulla questione, come vanno le pescate? Eh? Come? Cosa? Non ci credo, non è possibile, non contarmi delle “cucche”, dai. Ma dove? Aspetta solo un secondo...
| Il
soggetto, in preda ad uno stato apparente di disorientamento psichico, si guarda
intorno. Il suo occhio, a metà tra
il languido di un laggione e lo scioccato di un muggine, cerca disperatamente di
incrociare la figura della dolce mogliettina. Vaga come un fantasma verso il
tinello e la scorge intenta a rassettare il desco, precisa come non mai.
Fissandola profondamente, sospira. Le meningi fumano in pensieri trattenuti
forzatamente. La lingua cerca di disarticolarsi e lentamente inizia a sillabare.
Meno male che, come uno zombi risuscitato, fa capolino dalla porta della sua camera il figlio origliatore: trascorrono istanti lunghissimi di silenzio e accade, inaspettatamente, il miracolo. - |
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Mammina,
dai, ti prego!- Facci partire!- Non ti domando mai nulla!
Ho sempre cercato di essere un bravo studente, non ti deludo mai...!-
Colpita dritta nel cuore da manovre tattiche psicologiche, di cui non c’è
dato sapere, la graziosa creatura, superata la batosta, accondiscende con brevi
e rassegnati cenni del capo. Un urlo di vittoria sconquassa l’appartamento e
anche quelli dell’ultimo piano si rendono conto che la famigliola esiste.
All’altro capo della linea, il povero amico, che ha terminato
sofferentemente le elucubrazioni mentali sulla prevedibile chilometrica bolletta
telefonica, aspetta, paziente, notizie. Forse
ha già intuito precocemente la situazione ma la voce coraggiosa e ferma del papà
conferma indissolubilmente la positività dell’avvenimento.
Uniti dal medesimo fuoco passionale, carambolando giù dai gradini a capo
collo, raggiungono concitatamente il garage, aprono l’armadio, contemplano il
contenuto per cinque secondi netti, e preparano velocissimamente i bagagli.
L’accensione dell’autovettura che borbottando si mette in moto,
produce un rombo musicale per le orecchie dei due: si partee!
Quale
sarà stata, cari amici, la notizia dirompente che ha turbato la tranquilla
domenica di quiete? Lavorando leggiadramente di fantasia, immaginate che i
protagonisti del breve racconto possiate essere proprio voi. Le pescate
dell’estate, le prestazioni “superlative ”, rappresentano un mondo
fantastico e ideale relegato, oramai, solamente nell’album delle fotografie,
sfogliato così tante volte da assomigliare ad un consumato breviario.
Si, certo che la piscina, gli allenamenti, i racconti, le foto, le
videocassette, le letture aiutano, ma in fondo in fondo sono una panacea. Il
vento di tramontana che stride, l’aria fine che punge le narici, il fragore
dei cavalloni che penetrano nell’anima, i brividi sotto la muta, non hanno
surrogati sostitutivi. Il mare d’inverno è un’incomparabile realtà. Sotto
gli indumenti pesanti, il cuore degli appassionati, continua a battere, più
forte che mai, alimentato da un “quid” che gli studiosi non potranno mai
svelare. E’ sufficiente che una
parola, uno stimolo particolare giunga in un angolo del complesso cerebrale
perché ciò induca l’individuo, o gli individui, a comportarsi secondo
determinati istinti comportamentali, senza nessi logici conosciuti dalla
restante popolazione civile. Il proprio “ego” si scatena.
Nel caso siano coinvolti sportivi delle località distanti
dall’elemento liquido salato, la questione diviene assolutamente
“rovente”. Il personaggio
chiamato Pippo, ha risvegliato la coscienza dei due, già predisposti
geneticamente all’esperimento, rivelando loro che in una settimana di fine
gennaio era riuscito a castigare un gran numero di pesci (alias spigole),
culminando l’operazione con una stupenda “branza” di oltre sei
chilogrammi.
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L’avventura
è stata come una scampanata a tre, dico tre centimetri, dall’orecchio dei
poveretti. Parlandoci apertamente, senza nascondere alcuna strategia
d’alternanza, “alzi la fiocina” il cacciatore subacqueo che non ha mai
dimostrato interesse morboso di fronte alla presunta possibilità di stirare uno
spigolone. Persistendo a mettere il
dito nella piaga non penso neppure che ci sia tra noi un solo pescatore
invernale che non scenda in acqua trainato e sospinto dalla nobile motivazione.
La bramosia di questa pesca coinvolge sia neofiti sia attempati veterani, da
Trieste a Trapani. |
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Non vengono richieste doti atletiche eccelse, non
servono polmoni di acciaio o attrezzature esoteriche. Il nostro amico non ama le
profondità abissali, né i fondali particolarmente difficili: qualsiasi
apneista, con un minimo d’allenamento, è in grado, potenzialmente, di mettere
a pagliolo stupendi esemplari. Su questo bellissimo pinnuto sono già state
scritte migliaia di pagine, e quindi cercheremo anche noi di non essere pedanti
nella narrazione, inserendo qua là dei raccontini frutto delle ore trascorse
sul campo da tanti amici, alla ricerca della prelibatissima preda.
Dove
trovarlo, dove cercarlo?
Il
branzino è un abituale frequentatore delle coste del mediterraneo lungo tutto
l’arco dell’anno ma si concentra in special modo lungo i litorali italiani
nel periodo invernale, coincidente con la fase riproduttiva. Nuota alla ricerca
di cibo in varie zone: nei pressi di grandi spiaggioni o arenili appena
accennati nel contesto naturale, sopra le distese di posidonia, all’interno di
baiette dal fondo ciotoloso, nei bassifondi rocciosi in generale, lungo dighe
foranee, frangiflutti, opere portuali, massi affioranti, cappelli di secche a
bassa profondità, estuari di fiumi e porzioni terminali degli stessi, tratti
lagunari, sbocchi naturali di acqua dolce, scarichi fognari e depuratori vari.
E’ un pesce predatore, della famiglia dei Serranidi (come la cernia),
molto vorace ed è per questo che è in perenne ricerca di cibo per soddisfare
il proprio palato. In verità non è che sia di gusti molto nobili e scelga il
suo menu con tatto e discrezione da gourmet: mangia proprio di tutto.
Un
vecchio pescatore ligure mi raccontò, qualche anno addietro, che lui i
“luassi” non li voleva più neanche vedere da lontano, soprattutto se si
trattava di cucinarli. Rimasi
sbigottito, stupito dalle parole proferite da un lupo di mare e non dal classico
uomo di strada, e cercai di farmi svelare la curiosa notizia. Insistendo,
insistendo, vinta la proverbiale reticenza, ebbi l’agognato responso: pescando
con i palamiti, innescati a sardine, una mattina di fine gennaio, riuscì a
salpare una bestiaccia enorme, un “loassone” del peso di oltre dieci chili.
Tornato a casa, felicissimo per l’agognato trofeo, pensò di
festeggiare l’evento, organizzando un bel pranzo con la combriccola d’amici;
la moglie dispose su un tavolone il pesce, per prepararlo a dovere, e con un
affilato coltello diede inizio all’evisceramento.
Passarono solo alcuni minuti quando un urlo disumano squarciò di botto
il cortile; l’uomo si catapultò come un missile verso la donna, credendo che
si fosse ferita con l’affilatissima lama. Purtroppo la sorpresina che si parò
davanti, lo fece rimanere pietrificato dalla repulsione: in bella mostra, a
fianco del ventre del pesce, c’era un rattazzo di fogna intorno al chiletto,
ingollato per intero, lungo così...
| Perdonatemi
la cruda narrazione, io mi sono consolato aggrappandomi al fatto che, senza
dubbio, sarà stata la classica eccezione che non conferma la regola.
Tralasciando, infatti, quest’episodio, di spigole ne abbiamo mangiate una
grande quantità e, per fortuna, non abbiamo mai trovato resti di animali di
cattivo “gusto”. Il repertorio
alimentare del branzino, comunque, è vario e ricco. Per affinare ulteriormente
le conoscenze, e per impadronirmi fino in fondo dei segreti di questa pesca, ho
consultato, e spiato, numerosi pescatori con la canna che praticamente insidiano
professionalmente il branzino, sia di notte che di giorno. Il serranide si
avventa preferibilmente su esche vive come cefaletti, gamberetti, anguilline.
Non disdegna neppure i vermi, le sardine morte, le acciughe, le seppie, i
calamaretti, il pane e persino le larve di mosca carnaria. E’ talmente vorace
che si avventa tranquillamente su molti artificiali di plastica e di metallo,
scambiandoli per elementi reali e quindi credendo siano commestibili:
simulazioni di pescetti che nuotano feriti, anguilline di silicone
“spaesate”, balenii di squamettine argentee d’acciaio, ecc. |
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Il
branzino bazzica in tutte quelle zone in cui la minutaglia si concentra,
transita, vive e diviene un’eccezionale macchina da preda in presenza di mare
torbido, grosso, in fase di monta e di scaduta, al cambio delle maree. Il rumore
del mare in burrasca, le condizioni scarse o nulle di visibilità, i lastroni di
pietra lambiti dalle lame di correntino, sono il suo parco giochi. La profondità
d’azione rarissimamente lo spinge oltre i 15/20 metri di fondo; diciamo pure
che le catture, statisticamente, rientrano abbondantemente entro i primissimi
metri dalla superficie. Quando il mare è calmo e l’acqua è limpida
preferisce sostare a quote medie, magari a qualche centinaio di metri da riva,
in mezzo alle alghe o intanata in qualche ampia tana, mentre con il mosso, la
schiuma, la risacca, caccia anche in dieci centimetri d’acqua con una maestria
e un’abilità strabiliante. A proposito vi racconto due episodi caratteristici
per dimostrarvi l’arguzia e l’ecletticità del personaggio. Il primo accadde
a ridosso di una diga foranea che aveva la base di massoni sulla sabbia, a quasi
25 metri dalla superficie. Era fine autunno e la Sardegna nord occidentale
riservava carnieri cospicui, qualitativamente: orate, saraghi, ricciolette,
spigole. Pescavamo sul lato esterno della massicciata al termine di un mare
forza sette, sicuri di trovare sparidi intenti a banchettare con i numerosi
molluschi e bivalvi staccati dall’irruenza dei marosi. L’acqua non era
lattescente e la visibilità superava i 10 metri. Ci immaginavamo di trovare in
questa fascia di profondità anche le spigole e invece, trascorse un paio
d’ore, non s’era vista neanche una pinna. Provammo a fare un paio di tuffi
un po’ fondi e con sorpresa ci accorgemmo che un enorme branco nuotava quasi
radente sui massi, a circa 20/22 metri. Non li avevamo mai osservati a quella
profondità: chissà per quale motivo sostavano ad una quota simile. Pensammo a
predatori del tipo riccioloni o tonni che li terrorizzassero, ma gli altri
pinnuti non erano né spaventati né raccolti stretti per intimorire chissà
quale avversario. Pianificammo l’azione, eliminammo una parte della zavorra e
ci adeguammo alla nuova situazione. Il branco di spigole rimase nei pressi e
permise di effettuare un paio di catture che ci garantirono una cena coi
fiocchi.
L’altra storiella accadde in Corsica, durante le feste di fine anno. Che cosa c’era di meglio da fare che un bel tuffetto, il primo dell’anno? La pensione dava, guarda caso, proprio su una baietta incantevole. Il luogo era già stato visitato nel periodo estivo e quindi conoscevo a menadito il tipo di fondale e le prede che abitavano la zona. L’eccezionalità del posto consisteva nella presenza di un fiume di buona portata che sfociava a breve distanza dall’insenatura. L’acqua dolce si miscelava all’acqua marina e se pioveva in montagna...il branzino era quasi una costante presenza. Un sottile strato di torbido, dovuto a sostanze organiche in sospensione e alla diversa densità dei liquidi in questione, costituivano un brumeggio fantastico per centinaia di cefali di tutte le misure. Dopo un’attenta vestizione entrai in acqua, intenzionato a castigare. Una leggera maretta accompagnava i brevi aspetti d’ambientamento.
| Praticavo delle poste in prossimità dei massetti emergenti che facevano schiuma, poiché intorno ad essi brulicavano gruppi di pesciolini, ottime “esche” per i nobili predoni. Giunsi nel mezzo di un golfetto e compii un aspetto rivolto verso la riva, dove le onde si accavallavano frizzantemente. La zavorra abbondante e ben distribuita era perfetta: in due metri di fondo stavo fermo come una statua di marmo. Impugnavo l’arbalete da novanta, poiché la visibilità intorno ai tre, quattro metri poteva richiedere tiri talvolta lunghi. Passarono alcuni istanti e un ammasso allungato, senza apparente fine, grigiastro e gelatinoso, con mille occhiettini neri, mi passò a gran velocità sopra la testa. Ruotai l’arma e la diressi verso la coda del banchetto d’acciughine, attendendo, da un momento all’altro, la comparsa del “testone”. Transitò tutta la minutaglia ma di branzini neppure l’ombra: eppure gli ingredienti c’erano tutti. Nuotai da dove avevo visto arrivare gli avannotti e finii nel “salto ” che le onde scavano a breve distanza dalla battigia quando frangono. Una sottile strisciolina di sabbia e alghe morte tappezzavano il fondale, prima della franatina di ciottoli e la serie di massetti grandi come zucche che coronavano un angolo di spiaggia. | ![]() |
Mi ancorai
dietro ad una pietra, non eccessivamente occultato, e sforzai la vista nella
speranza di individuare qualche preda che sfilava sotto l’onda. Non attesi
all’infinito poiché un bel branzino sbucò presto dalla schiuma; peccato che
non mi degnò attenzione e s’incuneò con velocità indescrivibile verso una
lama di corrente, proveniente da due speroncini di pietra. Memore, pressappoco,
di un’analoga esperienza ligure, in cui l’incertezza di scelta mi giocò un
tiraccio mancino, uscii allo scoperto preventivamente e cacciai la maschera
all’interno del breve “passaggio forzato”. La profondità era di circa
trenta, quaranta centimetri e un turbine di bollicine disturbavano lo sguardo;
ero intento a squadrare tutte le porzioni dell’avvallamento, che terminava con
uno sbarramento cieco, senza vie di fughe, quando una sciabolata d’argento mi
fece sobbalzare: avevo individuato la spigola. Schiacciatissima contro il
granito, appariva chiarissima, mimetizzata alla perfezione, quasi invisibile:
solo l’occhio nerissimo spiccava dal contesto ambientale! Sbalordito, non ebbi
il tempo di premere il grilletto, nonostante tenessi il fucile molto arretrato e
già in posizione di tiro: il branzino, stimato circa tre chili abbondanti, mi
schizzò contro, stordendomi con uno schiocco di codata, con i raggi della pinna
dorsale irti come coltelli, riuscendo a passare tra la mia spalla destra e la
maschera, tanto da farmi domandare ancora attualmente come ciò abbia potuto
verificarsi.
Perché il branzino ama specialmente l’acqua dolce?
E’ risaputo che il suo
organismo si adatta molto bene al salmastro e quindi a tassi di salinità
ridottissima. Moltissimi stabilimenti di acquacultura, infatti, allevano le
spigole in lagune e bacini artificiali. Ciò però non spiega esaurientemente il
fatto che tanti esemplari, anche di proporzioni straordinarie, abbiano scelto
spontaneamente, come habitat stanziale, il tratto terminale dei fiumi. Una
risposta esauriente, opterebbe per due fattori ipoteticamente responsabili,
naturalmente d’origine alimentare: i cefali, anch’essi soliti inquilini
delle foci dei fiumi, ma soprattutto le anguille allo stato giovanile, le famose
–
ceche -. Per questi animaletti lunghi una spanna e di colore biancastro, la
spigola farebbe follie. Quando piove abbondantemente e il fiume s’ingrossa,
divenendo limaccioso, si prepara un appetitosissimo banchetto: gli esserini
filiformi e trasparenti sono trascinati a valle, dall’impeto della corrente
che smuove i fondali dove normalmente abitano, e li sospinge nel mare, dove
divengono facilissimi bocconi. Un antico metodo di pesca dalla riva, prevede
l’impiego del rezzaglio, una rete a ventaglio che è gettata a mano, con una
tecnica particolare; l’ho vista in azione e mi è servita a capire
ulteriormente dove transitano e nuotano le spigole in caccia. I pescatori, veri
artisti, che si tramandano di generazione in generazione i segreti e i trucchi
di quest’arte, lanciano la rete circolare circondata da piombi esattamente
dove il mare s’incontra con il fiume: è lì che i serranidi attendono il
passaggio delle anguilline e di altri pesciolini.
L’occhio allenato li può scorgere mentre se ne stanno fermi, in
agguato, anche in una spanna d’acqua, prontissimi a scattare come molle. Se il
pescatore riesce a scorgerli con leggero anticipo, scaglia il rezzaglio che
piomba “a sacco” sul malcapitato, impedendogli la fuga.
Durante
i mesi di gennaio e di febbraio fanno la comparsa sotto costa, nel bagnasciuga,
le grosse femmine gravide. Sono più corte e tozze e possono essere colte nel
momento della fecondazione delle uova: esemplari maschili si strusciano contro
le grosse spigole disseminando tutt’intorno, liquido seminale. Se vi capitasse
un’eventualità simile, cercate di non sparare nel “mucchio”, poiché
danneggereste migliaia di branzinotti, possibili obiettivi degli anni venturi.
QUALE
TECNICA DI PESCA?
Le
tecniche d’elezione per la cattura del branzino sono principalmente
l’aspetto classico e l’agguato. L’aspetto consiste nell’insidiare la
preda agendo, facendo affidamento, sulla curiosità innata del pesce. La spigola
è molto curiosa come d’altronde lo sono tutti i predatori. Non si capisce
bene se vengono a controllare il sub immerso per vedere se è buono da mangiare
(per qualche specie animale ciò è meglio non verificarlo a tutti i costi), se
difendono, in quel preciso istante, il dominio del territorio di caccia o se
sono solo “curiosi” e basta. Fatto
sta che il branzino, quando tutto va per il verso giusto, viene a tiro come un
siluro. Non pensiamo però che sia stupido e facilone, perché è sufficiente
commettere un errorino, un’imprudenza piccola, piccola che il pescione sparirà
così velocemente che potreste darvi dei pizzicotti per capire se stavate solo
sognando. Con il torbido e il mare mosso, il pesce è maggiormente vulnerabile
perché, innanzi tutto, è super impegnato a cacciare la minutaglia, quindi
l’eccitazione lo porta ad un’attività frenetica, curiosa per l’appunto, e
perde un po’ il “controllo” di se. In questo caso funziona egregiamente
anche l’agguato, sebbene tra un movimento e l’altro fra i massi, o tra le
movenze sinuose sul fondo delle crepe verticali della scogliera, è bene
fermarsi, ogni tanto, in micro aspetti: probabilmente molte spigole amano
proprio venirci a controllare di loro iniziativa. Inoltre alternando l’agguato
all’aspetto, potremo aver ragione anche di alcuni esemplari non visibili
nell’azione di caccia diretta. Come visto precedentemente, “girano” più
branzini quando il mare sta montando, quando è in fase di scaduta e al cambio
di maree. Ciò si verifica perché i
branchetti di cefali e di altri pescetti arrivano sottocosta per mangiare, e la
catena biologica alimentare, legge naturale ferrea e spietata, attira come
sempre tutti i protagonisti del banchetto. Nel corso delle pescate e dei vari
tuffetti, verificheremo che esistono pietre, passaggi di corrente, buche che
“portano” pesce piccolo, minutaglia, in poche parole, pastura e invece altri
siti, magari meravigliosi dal punto di vista canonico, che risultano sterili.
Quando possederemo l’arte di “discernimento a priori” saremo apneisti
esperti: per il momento è consigliabile riempire il borsone di tanto, tanto
senso di osservazione, per incrementare il bagaglio “dell’esperienza”.
Chi si è specializzato in questo tipo di pesca, e conosce i fondali
praticati, si comporta un po’ come fanno gli aspettisti di dentici, duri e
puri - un tuffo qui, là non è buono, un aspetto su quella punta, andiamo al
centro della baia, fermati sulla secca, ecc.-. Riassumendo, non tutti i luoghi
sono validi per il branzino anche se la casualità della cattura importante è,
in questo settore, un’evenienza non troppo rara. Osserviamo, se è possibile,
i pescatori che insidiano la spigola
con la canna: in tanti casi si possono risparmiare spostamenti con il gommone
inutili o pinneggiate vane. L’orario ideale per l’aspetto al branzino non é
ben definito, vanno bene sia il mattino sia la sera; per curiosità, molti miei
amici hanno preso tanti bestioni, in Liguria, tra mezzogiorno e le tre, momento
questo in cui avviene il cambio di marea. Con il mare limpido, calmo, i branzini
si possono pescare ugualmente, non scompaiono, non attendono sempre il moto
ondoso ”arrabbiato” per alimentarsi, anche se, effettivamente, sono presenti
in minor numero e risultano molto più sospettosi. Un amico ligure, Diego, ne
cattura parecchi facendo l’aspetto ad una certa distanza dalla costa, sui
15/16 metri, dove i grossi ciuffi di posidonia predominano. Gli spara con un 110
ad aria, perché mi racconta che a volte se ne stanno alti, a mezz’acqua e non
ci sono storie per farli venire vicino. Nell’esecuzione della tecnica normale,
in bassofondo, si seguono alcuni parametri semplici: se possibile, terremo la
luce, il sole quando c’è, alle nostre spalle per sfruttare appieno il mondo
delle ombre, e compiremo gli aspetti intervallati di una trentina di metri
l’uno dall’altro. Mediante questa metodica avviene, in primo luogo, lo
studio del territorio, e secondariamente, visto che il branzino avverte
immediatamente qualsiasi nuova presenza all’interno del suo campo d’azione
con una rapidità impressionante, gli risparmieremo di compiere tragitti
lunghissimi per controllare l’intruso. Un capitolo a parte si potrebbe aprire
sulla lunga lista dei “richiami” che qualcuno esegue per attirare in zona il
pesce. Personalmente non li utilizzo quasi mai, ma se sono appostato da un po’
e non viene a tiro proprio nulla o sono al cospetto di un serranide difficile
... Si va dallo schiaffo o dal colpo di pala sulla superficie dell’acqua prima
di compiere la capovolta, al boccaglio lasciato pieno d’aria che libera
rumorosamente il contenuto durante la discesa, ai sassetti battuti ritmicamente
sulle rocce, alle bollicine prodotte con l’emissione d’aria dalla bocca.
E’ importante la posizione che si assume sul fondo, non tanto perché
la spigola può spaventarsi per un nascondiglio
non perfetto, poiché non é sensibile come
un dentice o come un’orata
alla questione, ma perché ha la cattiva abitudine di
comparire nel nostro campo visivo da tutte le direzioni. Se sceglieremo
un riparo idoneo, ad esempio una “V” tra due massi, l’avvallamento
protetto lateralmente da una lama di roccia, il ciuffo di alghe, ecc... la
costringeremo a presentarsi in un settore facilmente controllabile. Il pesce,
per soddisfare a pieno la sua curiosità, dovrà sfilare obbligatoriamente (si
spera) davanti alla linea di mira consentendoci almeno di sparare il colpo.
Altrimenti il branzino potrebbe arrivare di fianco alla maschera, tra questa e
il calcio del fucile, tra la mano e il fusto dell’arma, lasciandoci di stucco
e impotenti. Per quanto riguarda i movimenti vari che si potrebbero compiere
involontariamente, quando siamo appostati sul fondo, é consigliabile non
indurli davanti alla preda poiché la sua immediata fuga sarà inevitabile. La
testa, le braccia, le pinne, tutto dovrà essere marmoreo, stabile.
L’avambraccio che impugna il fucile sarà leggermente flesso per essere
immediati e pronti ad allineare l’arma con il bersaglio e per compiere
impercettibili aggiustamenti. La spigola apparirà ai nostri occhi
improvvisamente, anticipata da un branco compatto di minutaglia fuggente,
avvertita preventivamente nel fango dalla classica scodata, oppure in un
contesto che io definisco: di deserto apparente. I tempi con cui si presenta
all’aspetto il branzino, possono essere così rapidi che quando vi accoccolate
sul fondo lui è già li a squadrarvi da capo a piedi con il suo occhio furbo;
di norma, in ogni caso, non si tirano gli aspetti oltre il minuto.
Può apparire come un fantasma di muso, e allora, oltre allo spettacolo
mozzafiato, si aggiungerà la sportiva difficoltà del tiro; oppure transiterà
lateralmente offrendoci un bersaglio molto più facile. Il tiro dovrà essere
veloce e in alcuni casi, su bersagli molto mobili, quasi istintivo. Quando
l’animale viene raggiunto in un punto mortale diviene di colore biancastro,
quasi come un polpo, e precipita sul fondo; se invece si ferisce, si darà ad
una breve fuga, solitamente contrastabile senza l’uso di un mulinello, a parte
casi sporadici eccezionali. Fate solo molta attenzione a quando afferrate la
preda: i robustissimi e acuminati raggi delle pinne dorsali sono in grado di
ferirvi dolorosamente. Il mio primo branzino lo ricordo con trepidanza ma anche
con un pensiero di dolore acuto; dopo averlo stirato con un bel cinque punte nel
cervello, salii su uno scoglio a contemplarne i quattro chili di peso ma,
abbracciandolo con foga, non mi accorsi che le spine erano irte col risultato di
conficcarne una serie sotto il cavo ascellare.
L’ATTREZZATURA
L’attrezzatura
per la pesca del branzino sarà composta da una muta di spessore consono alla
stagione invernale: io utilizzo a seconda del periodo una giacca da 6,5 mm,
o da 7 mm, i pantaloni a vita alta da 5 mm con la fodera esterna e
l’interno in spaccato o termoplush. Posseggo questi capi già da alcune
stagioni, perché la fodera in nylon resiste discretamente dalle abrasioni
contro le rocce inevitabili nell’aspetto in bassofondo roccioso.
Un paio di bermuda da tre millimetri, i guanti da 3.5 mm, i calzari da 5
mm, isolano completamente il sistema dai rigori del freddo. Riguardo al
mimetismo i pareri sull’effettiva utilità sono discordi. Le mie mute, poiché
mi piace dedicarmi a personalizzare tutta la mia attrezzatura, sono quasi tutte
dipinte con la tecnica già descritta nei servizi precedenti di Pesca Sub, ma ho
pescato tante volte anche con giacche normalissime: onestamente non saprei
sbilanciarmi su quale dei due metodi offra i vantaggi più significativi. Quando
l’acqua non è troppo torbida il pesce potrebbe essere ingannato da una figura
che s’inserisce, quasi perfettamente, simulando le caratteristiche ambientali
confondendogli, quel tanto che occorre, le idee. Quando invece si scorge a
malapena la testata del fucile, convenite anche voi che tante piccole
sottigliezze estetiche lasciano un po’ il tempo che trovano.
Un
bel discorso riguarda la scelta della zavorra: bisogna calibrare attentamente
sia il numero dei piombi complessivi che la loro distribuzione su tutto il
corpo. Se la piombatura non vi darà
noie come: pinne che sfarfallano a mezz’acqua o schiene ricoperte di neoprene
che si stagliano dai fondali, la vostra azione di pesca risulterà maggiormente
efficace. Consiglio delle cavigliere intorno al mezzo chilo, una cintura in vita
di cinque, sei chili e soprattutto uno schienalino o una piastra da un paio di
chili, sul dorso. Naturalmente in base alla propria corporatura, allo spessore
della muta indossata e alla profondità d’esercizio aggiungeremo o toglieremo
peso. E’ comunque meglio essere leggermente negativi. Le pinne hanno la pala
medio-lunga e sono abbastanza nervose per poter contrastare efficacemente
l’azione della risacca e della corrente. La maschera non avrà necessariamente
dimensioni microbiche poiché in questo genere di pesca più visibilità c’è
meglio è, anche a scapito del volume interno; ci sono dei modelli, che sono
impiegati da chi pratica immersioni con l’autorespiratore,
e che hanno un campo visivo molto ampio: vanno proprio bene. Chi è in
vena di sperimentazioni potrebbe testare una maschera multi vetro: l’ho usata
in un paio di frangenti conservandone un buon ricordo. Il boccaglio è opportuno
presenti un tubo non troppo accorciato perché le occasioni di bevute, in mezzo
al mare che vi sballotta su e giù, sono frequenti.
I
FUCILI
L’arma
ideale per affrontare la spigola nel suo ambiente deve possedere gran
maneggevolezza, facilità di brandeggio, rapidità di mira e di sparo, velocità
dell’asta. Una breve differenziazione si può fare per il fucile da impiegare
con l’acqua limpida. In questi casi, chi ama la propulsione ad elastico potrà
impiegare un 100 o un 110 con asta tahitiana da 6,5 mm, elastici potenti e
progressivi da 16 o 20 mm di diametro. Anche i branzini più riottosi ad
approcciare troveranno pane per i loro denti. Come oleopneumatico consiglierei
un 100 con asta da 7 mm tahitiana, senza variatore: a dispetto della lunghezza
discreta si ha un tiro veloce e lungo. Per il bassofondo, il discorso si fa più
arduo. In caso di acqua davvero sporca e torbida, può comparire il pesce dei
nostri sogni (statisticamente, con mare agitato e conseguente acqua lattescente,
le probabilità di imbattersi in pesci enormi è significativa): per lui
l’ideale è l’oleopneumatico di 60/70 cm con asta tahitiana da 8 mm
monoaletta poiché anche se il branzino fosse dodici chili lo passereste da
parte a parte come burro.
L’utilizzo
di un’asta filettata e di una fiocina consentono tiri quasi impossibili nel
fango, su pesci che compaiono in un flash o in posizioni assurde; ma ha due
grossi inconvenienti: nessuno vi garantisce la certezza di fermare pesci
“importanti” a meno ché non siano centrati mortalmente in testa e in caso
di prede di medio peso non è raro ritrovarsi la testa da una parte e la coda
dall’altra. Per condizioni di visibilità migliore, intorno al paio di metri,
si può usare l’arbalete da 75, se si privilegia la silenziosità e la
precisione del tiro. Un branzino che arriva di muso è un bersaglio di ridotte
dimensioni, molto sfuggente; la linea di mira dell’arbalete permette di non
sbagliare il colpo. Un pneumatico da 85/90 cm, asta tahitiana da 7 mm, con il
serbatoio rastremato, favoloso nel brandeggio rappresenta, per me, il fucile
ideale per la spigola: lo si impiega un po’ in tutte le condizioni. Il
rapporto lunghezza/gittata è estremamente favorevole poiché si sta sotto il
metro di ingombro totale; la freccia raggiunge e trapassa da parte a parte pesci
di qualsiasi stazza entro i tre metri di distanza dall’arpione. Se l’acqua
consente una visibilità ancora maggiore, diciamo tre, quattro metri, il fucile
ad elastico da 90 con asta da 6,5 offrirà prestazioni notevoli: velocità
elevata, gittata buona, mira e conseguente precisione ottima.
Vi
racconto una brevissima storiella che non ha fatto altro che consolidare le mie
personalissime convinzioni. Riviera ligure di ponente. Dopo una settimana di
mareggiata finalmente era iniziata la decantazione della sabbia in sospensione.
Quando si dice preveggenza... Scambiamo quattro parole con l’amico carissimo
che mi chiede quale fucile portare in acqua in occasione di un po’ d’aspetto
al branzino. Le solite chiacchiere e disquisizioni sul tipo di propulsione che
sarebbe meglio usare; io gli propongo il corto pneumatico, lui è orientato
verso il 75 ad elastici nuovo di zecca. Rimaniamo delle nostre idee e dopo un
paio di giorni ricevo una telefonata: “Ciao Manu! Non t’immagini cosa mi è
successo! Ieri ho fatto una battuta e ho preso due belle branze: una di due
chili e l’altra di tre e mezzo. Che bomba il fucile! Tutti e due i pesci a cui
ho sparato di muso li ho presi due dita sopra l’occhio...proprio dove ho
mirato!” Gli faccio i miei complimenti e chiudo, nostalgico, la comunicazione.
Trascorre una settimana e mi squilla il telefono quasi a mezzanotte. Accorro a
rispondere, a dire il vero, un po' irritato per l'ora tarda. “ciao, scusami
per l’ora ma avevo bisogno di scaricare la tensione nervosa” Gli rispondo
“...e che ti è successo?” “Belin! Sono proprio fuori di me! Pensa: ieri
sera avevo preso un altro bel branzino di due chili e mezzo, e gasatissimo ho
voluto continuare a pescare, nella speranza di catturarne un altro. Maledetta
ingordigia!!! Fossi tornato indietro!!!” “Perché ? Dimmi?” “L’acqua
era torbida ed è stato un attimo: ho visto uno schienone per un istante, e gli
ho sparato contro, immediatamente. Avevo gli elastici sulla seconda tacca!
L’ho preso in pieno ma ha sbattuto come una bestia e l’asta si è tolta
quasi subito! Sai, lì per lì, me la sono presa a morte ma non sapendo quanto
fosse grande ho continuato a battere la scogliera sperando di ripetere
l’exploit. Sono andato in porto questa mattina, a prendermi un caffè al
circolo, e ci ho trovato Piero che mi ha fatto morire!” “E che cosa ti ha
detto?” Parlavamo del più e del meno quando gli ho raccontato la mia
disavventura. Lui candidamente mi ha chiesto dove probabilmente pensavo di
averlo colpito e mi ha fatto parlare per un po’...ad un certo punto mi dice:
non arrabbiarti perché credo di sapere che cosa hai perso ieri.” Un momento
di silenzio e poi... la legnata. “Questa notte, Marco ha lavorato con la canna
un luasso per quasi un’ora: pesava più di sette chili, un bellissimo
esemplare peccato fosse un po’ rovinato sul fianco destro, aveva una
slabbratura fresca alta cinque dita!”
Emanuele
Zara & Lucia Notarangelo