IL
CEFALO
| Articoli Pesca Sub
scritti da Emanuele Zara |
Se
dovessimo sottoporre un’ampia schiera di pescatori subacquei mediterranei a un
dibattito informale e domandassimo qual è il tipo di pinnuto che ha stimolato
maggiormente le prime esperienze di pesca, e se questi continua a piacere
tuttora, probabilmente otterremmo una risposta abbastanza unanime e ampia da
tutti i partecipanti. Il pesce, croce e delizia di moltissimi cacciatori, siano
essi navigati o titubanti apprendisti, è il cefalo detto comunemente muggine.
Pensiamo che davvero non esista un pescatore che non lo conosca a sufficienza.
Chissà perché questi animaletti, all’apparenza privi di particolari enfasi
culinarie, comportamentali, e non collocati al vertice della piramide delle
specie più ambite, impegnino e attirino discretamente un gran numero di atleti
nell’esercizio della loro cattura. Per carità, sfatiamo a priori
un’eccessiva considerazione venatoria: non ci troviamo dinanzi a campioni
ittici “psicologicamente” e terribilmente complicati, come succede il 99 %
delle volte al cospetto di dentici, di dotti, e neppure con elementi dotati di
una forza strabiliante, come si constata (o meglio si desidererebbe almeno una
volta constatare) durante i combattimenti con le ricciole o le lecce. Eppure,
nonostante le premesse superficialmente poco stuzzicanti, pensare e credere di
averne facile ragione, di esemplificarne necessariamente le fasi di cattura
condendo la questione con improvvisazione, faciloneria e scarso impegno, non è
storia veritiera. Sinceramente, qual è quel pesce che ai nostri tempi si può
segnalare come preda stolta da insidiare? A pensarci bene non si vedono più
all’orizzonte bersagli grulli da parecchi anni! Ed è il livello di difficoltà
crescente, unito all’intuito, alla pianificazione tattica, alle conoscenze
multi disciplinari, all’acquaticità, che attizza quella miccia misteriosa e
irresistibile all’istinto e al cuore dell’apneista, quel benedetto fuoco
passionale che avvampa e trasforma l’uomo in una superba macchina di
predazione.
| Dalle prime bollicine esistenziali fino alla vecchiaia più consumata, parecchi nemici naturali sbarrano continuamente la strada ai poveri muggini: la natura, però, li ha forniti geneticamente di alcune peculiarità che consentono loro di barcamenarsi soddisfacentemente tra mille insidie. Il cefalo allo stato neonatale è una delle basi alimentari (peccato per lui) di svariati animali marini e per ciò deve essere sempre all’erta, sul chi va là, pronto a schizzare come un fulmine al primo segnale di pericolo. Quando sono lunghi appena pochi centimetri, si aggirano tra i sassi dei bassifondi rocciosi, divenendo facile e lauto pasto per le spigole di diversa pezzatura, le ricciolette, le lecce, i serra, le palamite, le lampughe. Il balenio metallico delle squamette minute e le vibrazioni dei corpicini scodinzolanti eccitano inevitabilmente i sensi degli assalitori che li decimano senza pietà. Non serve a granché sfoderare una delle armi classiche che possiedono i pesciolini di tutti gli oceani: riunirsi a “goccia” formando branchi concentrati e compattati per disorientare gli avversari poiché l’appetito e la bramosia dei predoni risultano inarrestabili. Quando raggiungono peso e dimensioni più sostanziosi, nell’ordine di qualche centinaio di grammi, si allontanano da riva allargando anche il raggio e la batimetrica d’azione ma non sono, per questo, da ritenere al sicuro. Nubi nerastre e venti di burrasca si avvicinano all’orizzonte dell’esistenza. | ![]() |
La legge del mare è terribile e nonostante la
grande velocità di fuga e la capacità di compiere lunghi balzi fuori
dall’acqua che caratterizza le bestiole (per alcune specie notevolmente
spiccata) la festa finisce sempre malamente. Denticioni che assommano al
tramonto, lecce o ricciole solitarie o in gruppi di sterminio collaudatissimi,
tonni voracissimi: tutti quanti si danno un bel da fare per accaparrarsi una
quota soddisfacente d’approvvigionamento alimentare: la foga predatoria, in
certuni casi, è tale che qualche ricciolone può finire perfino arenato sulla
battigia nel malaugurato tentativo di riempirsi maggiormente lo stomaco. I
cefali sono pesci gregari che amano vivere in comunità numerose, sia in giovane
età che da adulti e la ricca offerta acuisce la bramosia delle specie
predatrici: non è raro che durante i raid vengano decimati a più riprese con
perdite numericamente consistenti.
A
noi è capitato di assistere un paio di volte ad un evento speciale: abbiamo
visto un enorme branco di cefali, composto da diverse centinaia di individui,
cadauno di un paio di chili di peso, infilarsi precipitosamente tra le pietre di
una franata, in un bailamme di terrore indescrivibile: si potevano toccare con
le mani tanto erano spaventati e accalcati. Sfuggivano di certo a tonni o
ricciole in caccia: si percepivano agghiaccianti scodate provenire dal blu
intenso del promontorio a picco. Ci sentivamo microscopicamente piccini piccini
in un contesto stupefacente, immenso; ci sforzavamo di perforare la massa
liquida con i nostri occhietti tremanti nel tentativo rassicurante di vedere
qualcosa, qualcuno, per porre freno alla fifa e chissà a quant’altro. Uno
spettacolo bellissimo, affascinante, di quelli tosti che si vivono solamente
sott’acqua, strapieno di enigmi impetuosi, tali da far accapponare la pelle
per il resto della giornata e riscaldare le fredde serate invernali in città.
| La commistione di rapidità, di nervosità, di scaltrezza, di riservatezza, di timidezza, le dimensioni fisiche affusolate, una certa, connaturata paura riverenziale li rende “difficili” e “titubanti” all’approccio con il cacciatore: per depositarne qualcuno sulla graticola della griglia fumante dovremo considerare gli aspetti tecnici relegati all’attrezzatura e soprattutto vagliare accuratamente molteplici altri fattori oggettivi. Ognuno di noi ha ben presente il breve contatto visivo con le sagome argentee che il più delle volte schizzano fulmineamente all’orizzonte senza lasciarci il tempo di capire neanche la direzione di provenienza. Per non parlare della difficoltà ad avvicinarli senza spaventarli: sembrano non fermarsi mai, percorsi da un brivido di perenne eccitazione e motilità. E che dire, poi, del carattere schivo e astuto che consente raramente un contatto sfacciato e ardito, del fatto che solo sporadicamente s’intanano, che adorano l’acqua torbida e lo sporco, il mosso e il grande rimescolamento dei fondali ma che non disdegnano neppure l’acqua chiara, limpida e il mare piatto come l’olio? A volte li vediamo nuotare placidamente in un’insenatura paradisiaca, in altre disdicevoli occasioni si osservano ammassati nei pressi di uno scarico fognario, mentre spiluccano particelle di liquame maleodorante. Il cefalo è praticamente onnivoro, è un famelico “spazzolatore” e non va troppo per il sottile: questa abitudine ben conosciuta dagli addetti ai lavori e un po meno alle massaie che si fidano dei pescivendoli truffaldini, incide palesemente sulle caratteristiche organolettiche delle carni. Ci sono muggini assolutamente immangiabili poiché odorano di idrocarburi già da mezzo metro di distanza; altri possono accusare un sapore di fango intensissimo. Il pescatore subacqueo è forse l’unico essere umano che può cibarsi dei muggini con una certa tranquillità: sa dove li ha catturati, che cosa molto probabilmente hanno mangiato, e in che condizioni versa l’habitat sottomarino di residenza. Il nostro amico può alimentarsi con una serie infinita di prodotti biologici: i vermetti prelevati sulla sabbia candida, i micro organismi tra le alghette che ricoprono le rocce; bruca la patina organica sui massi, tra i ciottoli; “bolla” verticalmente sotto il pelo dell’acqua arraffando minuscoli detriti galleggianti, pascola a mezz’acqua con il plancton; razzola e grufola tra il fango, il limo; non si fa certamente sfuggire l’opulenza degli scoli d’acqua dolce, tutti i terminali delle cloache, i porti, i manufatti artificiali come le murate, le prismate, le dighe foranee e non, l’alveo delle foci, degli estuari, il letto stesso dei fiumi. | ![]() |
A proposito
di ciò c’è da segnalare che il muggine è un pesce vigoroso, con ampie
risorse vitali e capacità di ambientamento e adattamento a molte e svariate
situazioni: vive senza problemi in zone fortemente inquinate, in acque con un
tasso di salinità quasi nullo (è un pesce eurialino, come l’anguilla e la
spigola) e a volte in piena acqua fluviale: viene pescato dai cannisti, e in
alcune zone lagunari con le reti, anche a parecchi chilometri di distanza dal
mare. Non è insolito che durante il corso di buriane e marosi violenti trovi
rifugio proprio risalendo un tratto di fiume. I cefali possono transitare nella
schiuma, in pochi decimetri d’acqua o soffermarsi a più di venti metri di
profondità: normalmente si trovano a ridosso delle fasce costiere in medio,
medio basso e basso fondale dove l’acqua è molto ricca di nutrienti.
Specialmente al termine di una mareggiata, col moto ondoso in diminuzione, la
presenza di cibo in sospensione è abbondantissima e ciò favorisce
l’abbuffata dei muggini, insieme a molte altre specie assai interessanti (non
scordatelo mai), in una concatenazione che non può che indurre in tentazione il
subacqueo appassionato. Gli specialisti attenti ai dettagli minuziosi segnalano
che le condizioni perfette per la pesca del cefalo sono: marea montante, alba o
tramonto, leggero vento di scirocco, mare lievemente mosso, cielo appena
coperto. Tra tutti i pesci che abitano le acque del Mediterraneo le specie dei
muggini sono tra le più prolifiche e ciò consente uno sviluppo florido e
insensibile alle varie calamità che si abbattono sul fronte della pesca
sportiva. Il periodo della frega varia da regione a regione e di solito avviene
tra la tarda primavera e l’inizio dell’autunno; difatti la presenza dei
branchi si intensifica lungo i litorali italiani da maggio inoltrato a
ottobre/novembre. I muggini sono dotati di una spiccata attività stanziale,
perdurante in tutte le stagioni, e colonizzano la quasi totalità dei nostri
litorali: sembrano non aver risentito affatto della insediamenti umani, anzi.
E’ sufficiente affacciarsi all’interno della darsena di un porto o guardare
la scia biancastra di poppa del traghetto che prende il largo: osserveremo
branchi enormi che vivacchiano tra chiazze di petrolio e ogni sorta di pattume
galleggiante col loro caratteristico musetto all’insù che esplora
instancabilmente la superficie del mare. Per trovare i cefali non bisogna
necessariamente immergersi dinanzi all’imboccatura di un porto perché i
pinnuti abitano tantissime altre porzioni di territorio molto più salubri. Le
scogliere, i capi rocciosi, le franatine, i massi affioranti che fanno capolino
lungo gli arenili, gli stessi tratti di sabbia frammisti a lembi di tufo, di
grotto, di lastroni, i fondi misti con roccia e alghette rade, i moletti e le
dighe frangiflutti, la rena al confine con le praterie di posidonie e
naturalmente dinanzi a qualsiasi rivolo di acqua dolce che si getta nel sesto
continente.
Le
tecniche di pesca
che hanno successo con il cefalo sono principalmente l’aspetto e l’agguato
ma in certe situazioni specifiche, casuali o relegate a situazioni singolari, si
può optare anche per la pesca in tana o per una sorta di caduta planante o un
misto intelligente tra le varie strategie, a seconda dell’evenienza spicciola
che si presenta di volta in volta.
In
alcune regioni italiane capita di trovare qualche volta un nutrito branco di
cefali intanati, o meglio che passa e ripassa freneticamente sotto un arco di
pietra, all’interno di caverne, di passaggi
ampi: sembra di assistere ad una passerella di moda poiché i pinnuti argentei
paiono inseguirsi l’un l’altro in un carosello pulsante di vita e di
ordinata confusione. E’ raro scorgere qualche esemplare stare fermo in uno
spacco per un certo lasso di tempo: appena è possibile cessa il movimento
accelerato delle pinnette pettorali e sguscia fuori da qualche apertura
secondaria. La livrea del dorso scura e piuttosto opaca mimetizza l’animale,
soprattutto nell’individuazione dall’alto ma il particolare del profilo
delle labbra biancastro (o del ventre, se viene visto dal basso) spicca dal
contesto della buca permettendone il riconoscimento e la localizzazione. In
questi frangenti si spara lestamente adoperando un fucile medio, meglio se
munito di asta con fiocina, sapendo che i muggini transitano con velocità, non
sono immediati da mirare per via del continuo struscio che disorienta e
potrebbero dileguarsi imprendibilmente già dopo alcuni istanti o dopo il primo
tentativo di cattura. La pila generalmente non occorre visto che i pesci
prediligono sostare in tane spaziose con varie fessure di illuminazione.
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La
franata con i suoi mille anfratti passanti è il rifugio ideale per molte specie
animali e il muggine non fa eccezione. Le esplorazioni a casaccio non consentono
grandi chances: meglio strisciare tra un riparo e l’altro e soffermarsi
all’inizio delle cavità compiendo brevi aspetti. I muggini potrebbero sfilare
tra un masso e l’altro offrendoci l’invitante schienone grigio nerastro.
L’arma consigliabile è la medesima impiegata nella pesca in tana: occorrono
velocità e successiva pronta immobilità della preda appena fiocinata. Un pesce
insagolato e ferito non mortalmente si porterà appresso la sagola o il monofilo
di nylon in un bel groviglio, con il pericolo di perdere l’asta penetrata a
fondo tra i tripodi o i blocchi della frana. Un
terzo caso, fortunato, si verifica quando si scova un immenso branco compatto e
tranquillo che naviga in superficie o a mezz’acqua: sembra di trovarsi in
mezzo ad una processione liturgica e gli animali sono placidamente tranquilli
nel loro itinerare. Non sappiamo bene se si tratta di una sorta di migrazione
collettiva o di una riunione conviviale, comunque si può tentare
l’avvicinamento in caduta con successo, visto che quasi sempre avremo a che
fare con esemplari di stazza prosperosa abbastanza incuranti della nostra
presenza. Il viatico giungerà puntuale con un fucile lungo, a propulsione
elastica, dotato di una tahitiana sottile e molto appuntita: le grosse squame
dei cefali offrono una resistenza notevole all’impatto del puntale con
progressiva riduzione della capacità d’offesa su altri compagni posti in
linea, subito dietro al soggetto mirato accuratamente (leggete il riquadro!). L’agguato, specialmente quando è condotto dai cultori di questa disciplina, porta ottimi frutti, soprattutto in alcune zone rocciose delimitate da paretine verticali, numerose rientranze del profilo costiero, massoni accalcati, con il mare mosso, con l’acqua velata di torbido. Per i meno bravi l’agguato al cefalo può considerarsi, tuttavia, una buona scusa per incominciare a decifrare e metabolizzare le mille astuzie di questa impegnativa strategia. Occorrerà molta tenacia, tantissime immersioni e voglia di imparare ma i risultati finali saranno degni di nota. I muggini che mangiano avidamente, che nuotano sotto il pelo dell’acqua, che navigano a mezz’acqua, spesso non si accorgono neppure del cacciatore sornione che ha aggirato furtivamente una pietra, che sbuca da un avvallamento, che spunta da un canalone, che striscia come un lucertola e quando se ne ravvedono è ormai, quasi sempre, troppo tardi. Approfittando poi del caos sonoro cagionato dal frangersi dei marosi se ne possono portare a tiro tanti, visto che in queste situazioni aumentano la loro concentrazione numerica e abbassano la soglia d’attenzione. |
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Ci vuole una perfetta strategia d’azione
che tenga conto di ogni più piccolo particolare come: una corretta piombatura
in relazione alle batimetriche prese in esame (cavigliere, cintura in vita,
schienalino), un avanzamento ragionato e ponderato a seconda della morfologia
sottomarina, una rapidità di decisione subitanea, un fucile molto maneggevole e
“conosciuto” nei minimi particolari, un’ottima mira istintiva. Si sparerà
da molteplici posizioni, al volo, all’imbracciata, in movimento, da fermi,
ruotando il polso, l’avambraccio, ecc. Quasi tutti adoperano arbalete da 75 o
da 90/100 centimetri, a secondo della torbidità e risacca del mare, e aste
tahitiane da 6 mm ritenendoli il compromesso migliore sia per la precisione e la
velocità di tiro, sia per la silenziosità. Non dimentichiamo che, a parte il
discreto rumore indotto dal pistone a fine corsa (…e in caso di mare mosso
crediamo che la questione possa essere collocata in secondo piano) anche l’oleopneumatico
ha molte frecce al suo arco; la manovrabilità di un corto cilindro, magari
dell’ultima generazione, conico, è superlativa, le dimensioni sono sempre
accettabili in relazione alla gittata utile, la linea di puntamento è
immediata, la possibilità di montare un cinquepunte, in luogo della punta
unica, non inficia eccessivamente sulla bontà balistica del tiro.
L’aspetto
classico è il metodo con cui la maggior parte dei cacciatori subacquei pesca il
muggine. Non si richiedono doti atletiche eccelse ma solo un fiato discreto e
una conoscenza del luogo sufficiente. Si sondano varie profondità con poste di
studio che inizieranno da una certa batimetrica e avanzeranno a scansione fino a
che individueremo la fascia in cui i gruppi o i singoli cefali stazionano.
Saranno gli animali che accorreranno a controllare gli intrusi, non il
contrario. L’esperienza, che nello specifico cresce alla svelta, aiuterà a
capire molto repentinamente l’avventura e dopo alcuni tentativi sapremo
perfettamente dove “girano” i pesci. Solitamente si incomincia a pescare più
fondi in estate con il mare tranquillo e in meno acqua durante l’autunno e
l’inverno; con il mosso, in tutte le epoche stagionali, il pesce “va in
terra” fino a rasentare il bagnasciuga. Potremo non curare eccessivamente la
posizione dietro ad un lastrone, tra due pietroni, in mezzo alla posidonia, tra
la roccia e la sabbia, poiché i muggini sono pesci abbastanza curiosi
nonostante le apparenze. Un giudizio sommario e affrettato, infatti, li potrebbe
definire piuttosto riservati e paurosi nei confronti degli estranei, esitanti,
diffidenti, ma non è proprio il loro esatto “modus vivendi”. Il cefalo ha
un caratterino flemmatico, tranquillo, e non si nega di proposito
all’appuntamento con il sub; viene a controllare con estrema pacatezza ma, al
contempo, anche con una certa decisione, ed è sempre pronto a schizzare via
come una saetta per un nonnulla. Noi saremo appostati lì da un po, dove la
cresta dell’onda di ritorno esaurisce i suoi effetti, in quattro cinque metri
d’acqua ad esempio, e questi inizialmente non si faranno vedere; ci daranno la
vaga idea che non abbiano nessuna voglia di farsi un giretto nei pressi o che il
posto sia quasi deserto. Poi, dopo un attesa che in alcuni frangenti può
protrarsi per parecchi secondi (e molto raro che vengano subito, a volte si
oltrepassa addirittura il minuto, il minuto e mezzo di apnea sul fondo) vedremo
spuntare i loro musetti caratteristici da lontano. Il branco di pesci affollato
e ricco di partecipanti è una bella visione ma anche un gruppetto composto da
una decina di grossi elementi fa una certa figura. Potrebbe succedere di vedersi
sfilare gli animali a breve distanza, di fianco, oppure potrebbero tirare dritto
per la loro strada e passarci disinvoltamente sopra la testa; potrebbero passare
singolarmente quasi in fila indiana o tutti insieme, arrivare a poca distanza
dal fucile o mantenersi al limite, ecc. In Liguria e in altri ambiti regionali,
a fine settembre, si trovano vastissimi gruppi di cefali dorini che pascolano
spesso sulla nuda sabbia. Compaiono come fantasmi all’orizzonte poiché la
loro livrea è chiarissima e si mimetizza assai bene con i riflessi ambientali.
Una parte se ne sta raso fondo mentre alcuni cacciano il muso tra le ondulazioni
della rena per nutrirsi: la larga coda svetta verticalmente e i bagliori
prodotti si notano da lontano. Per averne ragione ci si deve trasformare in
“sogliole”: bisogna stare immobili ad aspettarli o avanzare
millimetricamente per un breve tratto e poi fermarsi con l’arma abbassata,
quasi conficcata al suolo. Siamo completamente allo scoperto e nulla deve fare
identificare anticipatamente l’aggressore. Una volta vinta la curiosità il
muraglione pulsante inizia a spostarsi verso di noi, molto cautamente,
sopraggiungendo uno alla volta (quando i muggini ma anche tanti altre specie
sono in branco, solitamente c’è sempre un pesce che vince per primo le
reticenze, i dubbi e si muove per primo: l’operazione trascina subito dopo
anche tutti gli altri. Dopo un po saremo circondati da tantissimi pesci, in un
anfiteatro bellissimo, in una barriera di corpi rilucenti. La difficoltà
consisterà nel non farsi disorientare e concentrarsi su un unico muggine con la
speranza che il tiro sia molto fortunato anche dopo aver trapassato il
prescelto.
Il
mio amico Marco durante una posta subì un grosso quanto imprevisto spavento:
era nascosto dietro ad una cresta quando un’immensa “cosa” oscurò di
brutto la luce solare. Preso da panico e pensando di suscitare gli appetiti più
scabrosi di qualche Elasmobranco dai denti triangolari e aguzzi, alzò il capo
per vedere almeno di che morte doveva perire. Sorpresa! Un branco esagerato di
enormi cefali, forse centinaia e centinaia, vicini vicini, stava transitando in
zona, esattamente sopra la sua posizione, tanto da fare “il buio” su una
vasta area.
L’incedere
del pesce di fronte all’aspettista è quasi sempre sostenuto, a volte anche
abbastanza teso. Capitano anche giornate in cui i cefali sono particolarmente
“elettrici” e solitamente ci può essere il mare limaccioso e ripieno di
cibo che giustifica in parte la nervosità: il loro nuoto è maggiormente
schizzato e possiamo trovarli sparpagliati un po dappertutto. Li vedremo sbucare
dal torbido con poco o nullo preavviso visivo e ciò complica in senso sportivo
l’azione di pesca. Il corpo sinuoso, rastremato, terminante con una
testa appiattita e un paio di occhietti neri, non è un bersaglio dei più
facili, anzi, è una delle silhouette più difficili da centrare nel panorama
ittico. Potremo sparare radenti il fondo ma è molto più facile che i muggini
passino sopra o di fianco a noi e ci obblighino a spostare delicatamente ma con
sollecitudine il fucile. Capite anche voi che le padelle saranno una
caratteristica inscindibile di questa pesca. Taluni armano i loro archibugi con
dardi muniti di fiocina ma il massimo della lealtà sarebbe quella di adoperare
un arma con una tahitiana da 6 mm o da 6.5 mm. L’arbalete forse è la migliore
soluzione per l’aspetto ai cefali visto che la capacità di centrare
esattamente dei bersagli molto ridotti è superlativa. Sfruttando anche la
silenziosità delle gomme da 16 mm si potrà disturbare meno l’animale o il
gruppo e ripetere l’esploit dopo un lasso di tempo corto. La reazione della
preda centrata è fortissima, inarrestabile nella fase iniziale. Si contorce
come un ossesso, si lacera incredibilmente le carni, si strappa ampie parti di
addome, scompare in un mare di squamone bianche, non si arrende fino a quando
gli conficcherete lo stiletto o lo spillo nel cervello. Durante questa
operazione state attenti a non far scivolare la lama sulla testa durissima e
tagliarvi malamente. Quando li allineerete ordinatamente sul cavetto porta pesci
passateli per le cavità orbitali perché gli opercoli e il sottogola sono
fragili e non sareste gli unici sub che hanno seminato muggini sulla via del
ritorno. L’ideale sarebbe un sacchetto porta conchiglie tenuto appeso sotto
alla boa, dalla bocca rigida larga e richiudibile.
Una
nota che ci prodighiamo a ribattere chiaramente è quella relativa all’uso del
mulinello. Da più parti si continua a dire che non è il caso di montarlo
sempre, che appesantisce il fucile, che non serve in poca acqua, che limita il
brandeggio, eccetera. Noi non vogliamo condizionare scelte o cambiare il modo di
agire ma ricordatevi che il mare è un immenso serbatoio di imprevedibilità. I
cefali sono pesci che richiamano attorno a loro predoni di stirpe nobilissima.
Piangere a dirotto come bambini per una leccia da trenta chili che vi ha
strappato di brutto il fucile in tre metri di fondo o battere la testa contro
uno scoglio di granito perché non siete riusciti ad agganciare il pedagno al
calcio dell’arma, solidale al ricciolone immenso che si è trascinato via un
pezzo del vostro cuore, non ha prezzo. O no?
La
coppiola non è un evento del tutto sporadico: nel caso dei cefali è più
probabile realizzarla che con altre specie ittiche sempre se avete dalla vostra
la fortuna e un discreto senso di calcolo matematico. Personalmente posso
raccontarvi una serie di tiri che, baciati da chissà quale divinità subacquea,
hanno colto dei risultati assolutamente imprevisti e sensazionali. Mi trovavo in
Corsica, appena sotto la città di Cargese, in un polare capodanno. La breve
vacanza all’insegna di sane pescate era appena al suo prologo. L’intenzione
di mettere al fresco qualche bel branzinaccio c’era tutta e gli animi temprati
in quella direzione quasi obbligati. Il tempo era di quelli tosti ma
d’altronde non era il caso di fare le signorine delicate e uggiose. Uscimmo di
buon mattino (fatto eccezionale per noi pigroni) e penso proprio si sia trattata
dell’ultima levataccia della nostra esistenza. Già dalle prime decine di
metri percorsi ci venne da piangere. Lucia mi faceva eroicamente da barcaiola ma
il freddo era così intenso che nonostante indossasse la muta sotto al piumino e
calzasse guanti e berretto spessi, era quasi surgelata. Poveretta! Io me ne
stavo abbarbicato sulla barra del motore e inguainato nella mia sette millimetri
felpata non proferivo una sola parola. I sensi di colpa erano immensi. Il vento
di tramontana, terribile, sferzava il viso e tutte le membra, in una stretta
bestiale. Prendeva slancio tra le gole di quelle cime rossastre imbiancate da
una spessa coltre di neve e giù a capofitto, a spazzolare il mare. Più davo
gas al quindici più morivamo di
brividi. Procedemmo al minimo fino alla meta. La temperatura lambiva a malapena
i due o tre gradi centigradi che navigando sono un vero e proprio supplizio. La
tentazione di ritornare a terra era forte durante la traversata ma vinse, ancora
una volta, l’inguaribile virus passionale. Dal canto mio sentivo una vocina
interiore, un rimorso continuo e tra mille pensieri infreddoliti mi convincevo
sempre di più che una ragazza simile non l’avrei trovavo neppure in capo al
mondo. Guardavo la prua del gommoncino:) la rugiada del mattino depositata sopra
la tela gommata era divenuta biancastra e i cristalli che brillavano
sinistramente non facevano presagire di certo un clima soddisfacente
(probabilmente non avrebbe sfigurato neanche come micro rompighiaccio. Il sole
pallido di gennaio stentava a far capolino dalle alte montagne e prima di
sentire i suoi benefici raggi dovemmo aspettare un paio d’ore buone.
Raggiungemmo con fatica la prima serie di golfetti e decisi di tuffarmi nella
maretta con Slaks, visto che l’acqua era sempre limpida e la visibilità
piuttosto buona. L’acqua al confronto dell’ambiente esterno era almeno di
dieci gradi superiore e ciò era l’unica nota felice. Dopo una serie di
immersioni di studio non vidi l’ombra di una spigola e, fatto il punto della
situazione, decidemmo di spostarci su un’altra cala più interna,
caratterizzata da una cascatina di acqua che scendeva a dirotto da una crepa
della parete. Attendevo qualche bestione ma dopo un paio di aspetti infruttuosi
mi giunse a tiro solo un folto gruppo di cefaloni: la considerazione che in
Corsica erano tutti buoni, rammentando che ci sono pochissime fonti
d’inquinamento e insediamenti umani (pensate poi in pieno inverno) mi fece
concludere l’azione. Non vidi spigole né in mezzo né in coda agli esemplari
che avevano quasi terminato la sfilata dinanzi alla mia postazione quindi avevo
via libera. Quando la falange intorpidita del dito decise di contrarsi sul
sensibilissimo grilletto erano finite tutte le elucubrazioni e il braccio era
allineato e fermo su un pesce. La frustata sorprese gli occhioni impassibili dei
cefali che si trovavano ad un paio di metri abbondanti dalla punta della
freccia. La frustata del caucciù da 20 mm sconquassò il silenzio irreale e,
prodigiosamente, assistetti ad un colpaccio spaziale: il lunghissimo tondino
metallico da 6.5 si contorceva come un indemoniato con subito appresso le spire
ampie del nylon trasparente. Non rammento più esattamente se tre pesci finirono
immediatamente sul monofilo da 1.40 o se uno si accomodò quando afferrai
l’asta, fatto sta che non capii esattamente quanti ne avessi trafitti. Un
cefalo era appena infilato a pochi centimetri dallo spezzone iniziale del
puntale, ma era bello secco, mentre gli altri quattro erano centrati chi nel
mezzo, chi nel troncone di coda, in un carosello di squame e giri di sagola da
urlo. Due giorni dopo, con il pneumatico da 95 e la tahitiana da 7 mm ripetei un
altro tiro mancino. Poco distante dal luogo sopra citato compii una lunga posta
e nuovamente un branco di cefali mi passò di fianco: questa volta cercai di
allinearne un paio quasi appiccicati e il fato volle che oltre a quei due mirati
se ne accollarono volontariamente altri due. La potenza del fucile ad aria si
esaltò con l’uso del dardo sottile: tre prede su quattro insagolate di prima
battuta. I muggini erano probabilmente i soliti dei giorni precedenti visto che
pesavano intorno ai 1200, 1300 grammi cadauno.
Una
delle famiglie che presenta maggiori difficoltà di riconoscimento tra le varie
specie e quella dei muggini in quanto sono assai simili tra loro sia come forma
che come colore e solo un’attenta valutazione morfologica e biologica può
stabilire una precisa differenziazione. La bontà delle carni dipende, oltre al
luogo in cui vivono soprattutto dalla specie cui appartengono. La caratteristica
predominante che consente di distinguere le qualità migliori consiste nella
presenza di una o più macchie dorate sugli opercoli. Le specie che ne sono
totalmente prive sono di solito meno pregiate. Il cefalo che rappresenta
l’olimpo qualitativo della famiglia dei Mugilidi è il cefalo dorato o
orifrangio (Mugil auratus). Una grossa chiazza dorata sugli opercoli, il
corpo molto snello, senza il ventre pronunciato, la palpebra adiposa poco
pronunciata sugli occhietti vispi, le dimensioni che raggiungono i due chili,
due chili e mezzo di peso lo fanno identificare immediatamente. La sua carne è
molto buona, delicata e si presta ad essere cucinato al vapore senza cattive
sorprese. Si trova in determinati periodi (da maggio a novembre) coincidenti con
la riproduzione. Ama spostarsi in branco ed esclusivamente in luoghi non
inquinati. Noi spariamo quasi esclusivamente a questa qualità di cefali
tralasciando quasi tutti gli altri.
Un
altro cefalo prelibato è il muggine musino o da
salto (Mugil saliens), così denominato per la forma del muso che
è piuttosto appuntita e per le sue eccezionali doti funamboliche visto che è
capace di spiccare balzi che oltrepassano i due metri di lunghezza (quando è
inseguito da pelagici o quando viene circondato da reti da pesca). Gli opercoli
sono adornati da un numero variante di chiazze aure, generalmente tre piccoline,
(una grande e due più minute) meno lucenti del cugino, Anche lui come il
precedente è presente pressappoco da giugno fino a novembre e ama le acque
abbastanza pulite. Nelle giornate più calde si può trovare un gruppetto di
questi pesci che tiene la punta del muso fuori dall’acqua, con il corpo quasi
verticale: si mormora che lo strano comportamento indichi una variazione
atmosferica a breve. Può arrivare a due chili di peso, ha pinne potenti e una
codale assai sviluppata, occhi lucenti e assenza di strato adiposo. Dal punto di
vista commestibile è abbastanza simile al dorino.
Il
muggine comune (Mugil cephalus) è così chiamato per la testa appiattita
e larga (Cephalus). Arriva a pesare fino a quattro e più chili. Il corpo è
massiccio, imponente, gli occhi sono semicoperti da uno strato adiposo di colore
giallognolo. Questa specie è l’anello di congiunzione tra “i buoni e i
cattivi”. Infatti se questi pinnuti soggiornano in mari puliti hanno carni dal
gusto buono mentre se vivono nel fango o nel sudicio assumono un valore
culinario scadente.
Le
altre due specie che esamineremo, il muggine calamita (Mugil capito) e il
muggine nero (Mugil capito) hanno
alcune caratteristiche comuni. Assenza di macchie dorate sugli opercoli, assenza
dello strato adiposo sugli occhi di color marrone, dimensioni abbondanti, ventre
rigonfio e molle. Vivono entrambi all’interno dei porti, là dove gli scoli
fognari prendono contatto con il mare, ecc.… Le carni possiedono
caratteristiche al limite della commestibilità.
Testi
di Emanuele Zara & Lucia Notarangelo