LA CERNIA
LUNGO LE COSTE ITALIANE
| Articoli Pesca Sub
scritti da Emanuele Zara |
La cernia vista da Riolo |
Sebbene
sia stata eliminata dal contesto agonistico la cernia resta una preda ambita
dalla maggioranza dei pescatori in apnea. Gli aspetti che la rendono appetibile
dal punto di vista sportivo sono numerosi ad iniziare dalla difficoltà di
sorprendere esemplari adulti, di insidiarli a quote normalmente profonde, di
scoprirne il punto debole, di recuperare grandi esemplari non fulminati data la
proverbiale reattività. La presenza di cernie lungo il perimetro costiero
italiano è naturalmente concentrato in quasi tutte le regioni del sud ma molti
apneisti riferiscono che anche il Liguria, in Toscana si osservano parecchi
piccoli esemplari nel sottocosta. L’incremento numerico delle cernie è un
dato di fatto da alcuni anni segno che il ripopolamento ittico segue percorsi
ancora difficili da decifrare scientificamente. Naturalmente il compito dei
pescatori subacquei responsabili resta quello di selezionare i bersagli e
limitarsi alla singola cattura giornaliera preferibilmente di soli esemplari
adulti. Campioni del calibro di Fabio Antonini, Bruno De Silvestri, Riccardo
Molteni ci spiegano la realtà delle loro regioni, da sempre famose per la
ricchezza dei fondali, Il Lazio, la Sardegna, la Sicilia sanno ancora regalare
la vista di cernioni di svariati chili ed emozioni intense nell’affrontare le
difficili dinamiche di pesca.
Nella
tua regione qual è il posto migliore per incontrare la cernia?
Fabio
Antonini. Fino a qualche tempo fa la zona di Civitavecchia e la costa nord
del Lazio erano molto rinomate per la pesca alla cernia però la
situazione locale è lentamente cambiata per via delle correnti. E’ da molto
che spirano prevalentemente venti da sud e le acque torbide del Tevere hanno
sporcato maggiormente i nostri territori, ancor più del normale, quindi il
litorale a nord di Civitavecchia sino all’Argentario resta quasi impraticabile
per la maggioranza dei giorni. Nelle zone poste a sud del Tevere, il promontorio
di Anzio, i tratti dinanzi a Latina, le isole Pontine, invece, l’acqua si è
rischiarata, si è pulita perciò si possono vedere molte più cernie. In
pratica si è capovolta la situazione del passato: ora le pescate di cernie che
si fanno, per esempio, davanti al litorale Pontino si facevano da noi dieci anni
fa. La cernia ama l’acqua chiara e lì ha trovato le condizioni ideali. Nel
nord del Lazio non è proprio che le cernie siano sparite solo che non si
riescono a vedere.
| Bruno De Silvestri. Premetto subito che qui in Sardegna le zone più belle per le cernie sono proibite ai soli pescatori in apnea! Villasimius in primis, e a seguire tutta l’area della Costa Smeralda, Tavolata e Molara, il Sinis, veri paradisi per i serranidi sono ormai tutte Aree Marine Protette. La situazione attuale negli altri settori della Sardegna è determinata da una moltitudine di esemplari piccoli e sempre meno cernie di buona stazza. Bisogna dire che come in altre regioni mediterranee c’è molto bracconaggio con le bombole e questa pratica infausta crea molti danni. Per bravo che possa essere un apneista, a certe profondità, non riesce a stanare molte cernie, è troppo rischioso, impegnativo. Il bracconiere, invece, le fa “collaborare” anche se non vogliono! Comunque rispetto ad altri litorali ci sono ancora itinerari validi sia nord che a sud, posti dove il substrato roccioso è vasto, esteso e ci sono maggiori possibilità di avvistare pesci. Per esempio il fondale granitico di Capo Sperone, nell’isola di Sant’Antioco che mi ricorda le meraviglie di Villasimius, è uno di questi posti. Aggiungerei le zone libere dell’Oristanese, l’area di Capo Testa e zone limitrofe. Nel versante Tirrenico, scendendo verso sud, nei dintorni di Arbatax, per esempio, le cernie sono fondissime perché ci sono strisciate di roccia, costoni, secche isolate e per di più si tratta di zone sparpagliate al largo e solitamente originate su una distesa di sabbia e alghe. | ![]() |
Nella zona sotto Olbia, dove fu tracciato il campo gara del Mondiale di
S.Teodoro, ho trovato una grossa cernia perché in prossimità di un sasso ho
visto due ossi di seppia. La cernia mangia la seppia poi vomita l’osso; stesso
indizio con i resti di un polpo. Infine se dovessi rivelare la quota batimetrica
in cui se trovano, e si pescano, con maggior frequenza, direi dai 27 ai 35
metri.
Riccardo
Molteni. La concentrazione più alta di cernie che però non si possono pescare
è visibile a Ustica. Anche prima dell’istituzione del parco qui si assisteva
a spettacoli importanti, ora ancora di più. Se si desidera vedere un gran
numero di cernie basta effettuare un po' di snorkeling. Per i pescatori
subacquei il posto che in assoluto mostra
più serranidi anche senza andare a segnale, sugli orli al largo o sui sassi
isolati, sono sicuramente le isole Eolie. Naturalmente bisogna escludere i mesi
in cui la pressione antropica è più intensa vale a dire da luglio a settembre.
Ma se si frequentano le Eolie nei mesi giusti e negli orari in cui il traffico
nautico è minore si possono contare 10, 15 cernie in una sola giornata di
pesca. E’ un posto che conserva una quantità di cernie rilevantissima che però
deve fare i conti con la fonte di disturbo umana. Questi pesci hanno imparato a
nascondersi, a eclissarsi completamente quando l’uomo le disturba
eccessivamente. L’unico momento in cui si hanno delle chances è il mattino
presto, l’alba piuttosto che il tramonto poiché la notte costituisce
l’unico periodo di tranquillità prolungata. Il bassofondo della Canna di
Filicudi, nei pressi di Strombolicchio, nel canale di terra di Stromboli, a
punta Vallespina di Salina, intorno Dattilo a Panarea sono zone in cui, negli
orari e nei periodi tranquilli si vedono molti serranidi compresi pesci di
ottime dimensioni. Prenderle, naturalmente, è un altro discorso. Spostandoci
sui Banchi del canale di Sicilia, di cui sono stato uno dei primi frequentatori,
devo dire che la situazione non è più incredibile come un tempo. I primissimi
anni in cui ci pescavo la situazione era addirittura imbarazzante: cernie di
taglia eccezionale concentrate un po' dappertutto e per nulla difficili da
catturare. La pesca di frodo è stata una delle cause primarie responsabile
della netta diminuzione del pesce stanziale sia compiuta con sistemi
professionali sia con autorespiratore. Appena le condizioni meteo scendono sotto
forza quattro ci sono equipaggi che martellano le secche prima a 20 metri poi a
30, 40, 50 e anche a 60 metri. Questo sistema protratto per anni e in maniera
costante ha causato un danno mirato sulla specie. Sono stati questi
comportamenti scellerati che hanno portato le organizzazioni ecologiste a certe
estremizzazioni sulla pesca subacquea.
Nella
tua regione qual è l’habitat migliore per la cernia?
Fabio
Antonini. Secondo me il fondale più promettente è costituito dai massi isolati
di grotto, da formazioni isolate immerse nel fango. Il grotto è la costante in
tutto il Lazio ma ci sono delle differenziazioni tra nord e sud; gli ammassi di
concrezioni calcaree sono molto alti, spaccati: a sud trovi sbalzi di un paio di
metri alternati a zone di lastre di arenaria mentre da noi la caduta può essere
anche di tre o quattro metri. Capita che sotto ad un sasso di una ventina di
metri quadrati si nascondano anche due o tre cernie. Davanti a Civitavecchia la
cernia è reperibile in 18/20 metri di fondo mentre verso Anzio, sempre per la
questione della limpidezza del mare, la cernia è fonda, oltre i 23/24 metri di
quota. La posidonia a Civitavecchia è quasi scomparsa a causa dell’opera di
aratura che i pescherecci compiono anche sottocosta; nell’Agropontino, invece,
c’è molta più alga e ad esempio attorno alle isole la cernia ama i posti
contigui ai banchi di posidonia e alle chiazze di sabbia.
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Bruno
De Silvestri. Un tempo quando le cernie erano molto abbondanti, l’habitah
quasi vergine, erano facili da individuare un po' dappertutto in Sardegna. Ora
le trovi non nel posto migliore ma dove sono sopravvissute. La cernia si
avvicina a terra per riprodursi e ha bisogno di un termoclino alto, di una
temperatura elevata, credo superiore ai 20 C° per cui deve, forzatamente,
risalire in poca acqua per accoppiarsi. Quindi deve rimontare lungo le guglie,
dove ci sono rapide risalite di roccia e falde temperate. Un altro indizio sono
le zone ricche di polpi perché l’alimento fondamentale per la cernia è
costituita da questi molluschi. Il classico granitone tra sabbia e alghe, magari
coabitato da corvine che sono i vicini tradizionali dei serranidi costituisce
l’habitat migliore. Riccardo Molteni. Nelle Eolie, ma l’esempio calza per tutti quei posti con morfologia subacquea simile, si vedono molte cernie nelle franate fitte costituite da massi grandi e molto accavallati. Sono ambienti bellissimi da osservare, le cernie vi abitano numerose ma in quel dedalo di passaggi trovano centinaia di rifugi. Meno appariscenti ma assai più prolifiche di catture sono le strisce, le schiene di roccia, le lingue che dipartono da riva e si allargano sul sabbione vulcanico. Nel canale di Strombolicchio e terra c’è una topografia simile, non è un fondale ripido ma pianeggiante, inframezzato da queste strisciate, alcune sono isolate e rarefatte, alternate a macchie di scogli appoggiati sopra. Le quote operative sono abbondantemente oltre i 20 metri. Il tratto di mare tra Mazzara del Vallo e Marsala, il cosiddetto Biscione, è in assoluto uno dei posti più belli. L’estensione dei fondali su cui si può pescare è vastissimo, si parla
di dieci, quindici miglia di
larghezza con una propaggine verso il largo di altre cinque, sei miglia. Fondali
che da pochi metri arrivano fino a trenta, trentacinque metri di profondità.
Questa enorme piattaforma è intervallata da distese di posidonia, da catini, da
pezzi di roccia, lastroni isolati, consecutivi. L’area è spazzata dalle
correnti e ciò determina una ricca distribuzione di fauna ittica. Qui le cernie
non sono numerose come ad esempio capita di osservare attorno alla canna di
Filicudi ma la taglia è mediamente più grande, i pesci vivono in un habitat più
semplice e in cui si possono fare delle belle catture. |
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Nel
periodo di inizio estate come si comportano i serranidi nella tua regione?
Fabio
Antonini. Da noi il mese migliore è luglio, il periodo in cui la cernia si
avvicina maggiormente al sottocosta. Diciamo che c’è un riscontro diretto con
l’avvicinarsi già dei primi caldi e infatti da metà maggio in poi, con la
comparsa delle corvine si notano anche le prime cernie. Non è difficile infatti
imbattersi in un branco di corvine e osservare vicino, nello stesso spacco,
anche qualche serrande. Ricordo le parole che mi disse tanti anni fa un vecchio
pescatore con le reti: “Dove trovi le corvine sappi che c’è anche la
cernia”. L’inizio dell’estate non c’è ancora troppo traffico, a parte i
week end, il pesce non è troppo spaventato e con le condizioni di visibilità
giuste si assiste ancora a notevoli spettacoli.
Bruno
De Silvestri. E’ il momento in cui le cernie iniziano a risalire dal fondale.
Si avvicinavano pronte alla riproduzione. Infatti a volte non ci si spiega come,
in una secca frequentatissima, attorno ai pinnacoli, di colpo si trova una
grossa cernia. Il pescatore, da questo punto di vista, fa un danno perché la
cattura proprio nel momento della riproduzione. Se si conosce la zona in cui si
avvista stabilmente qualche cernia è possibile che ci si imbatta anche in una
“vela” di corvine.
Riccardo
Molteni. Giugno, in tutta la Sicilia, sia nella parte settentrionale ma ancor di
più nel versante meridionale incominciano a formarsi degli strati caldi in
superficie con un violentissimo termoclino a fondo, un salto di diversi gradi.
E’ il periodo in cui cominci a vederne qualcuna in giro, nelle acque più
basse, dagli 0 ai 30 metri, ma svelano un comportamento più “nervoso”
rispetto ai mesi con mare più caldo. Le batimetriche da cui provengono le prime
cernie ci consegnano pesci relativamente diffidenti poiché non sono ancora
entrati nel periodo riproduttivo e non hanno conosciuto il disturbo dell’uomo
ma in acqua libera è difficile vederne. Sono rifugiate sotto le tettoie di
roccia passanti, nelle parti in ombra di scogli e massi particolarmente
voluminosi, eccetera. In conclusione se ne pesca qualcuna ma non è certamente
il miglior mese per la cernia. Luglio è il periodo riproduttivo in Sicilia e
capita di trovare addirittura branchi di cernie. C’è un momento di dieci,
quindici giorni, nel Marsalese, nel Terrasinese, nel Marsalese dove questo
fenomeno è comune, in cui capita di osservare gruppi di una decina di animali,
dal fondo a mezz’acqua.
Le
condizioni meteo più favorevoli?
Fabio
Antonini. Due sono gli elementi vincenti con le cernie: mare piatto e acqua
cristallo. Con i venti da nord ovest il mare nelle mie zone si pulisce, la
visibilità arriva anche a oltrepassare i venti metri così posso avvistare la
cernia dalla superficie e impostare la tecnica di avvicinamento più fruttuosa.
Altrimenti, e ciò capita, purtroppo la maggioranza delle volte, peschi nel
torbido e al massimo senti solo la scodata del pesce perché non lo riesci
proprio a vedere, una condizione prioritaria per la pesca della cernia.
Bruno
De Silvestri. Parlerei di condizioni
meteo favorevoli per il pescatore piuttosto che per la cernia poiché il
problema in questo genere di pesca è riuscire a vederle. Se c’è luce e
l’acqua è pulita uno ha più probabilità di individuare il pesce, come per
la corvina, piuttosto che in una situazione di giornata nuvolosa e acqua
torbida. E poi quando c’è il termoclino abbastanza vicino al fondo la cernia,
siccome accusa il freddo come agli altri pesci, tende a stare a candela nello
strato più temperalo. Mi è successo più volte di prendere cernie staccate dal
fondo proprio per la necessità di stare al caldo. In Sardegna il mare è quasi
sempre trasparente ma piuttosto che uscire a cernie la sera è preferibile
sfruttare il sole alto, a metà giornata. Al tramonto si verifica un’altra
condizione particolarmente stuzzicante. Vai su un sommo a fare l’aspetto per i
dentici e ti vedi il cernione che sta uscendo a caccia; magari è stata
disturbata tutto il giorno e all’imbrunire è tranquilla.
Riccardo
Molteni. Le condizioni negative per la costa del Mazzarese, del Marsalese sono
legate al Maestrale, al Ponente perché si creano dei tagli d’acqua molto
freddi e sporchi a fondo. Il pesce resta intanato e la visibilità scarsa
complica lo svolgimento di qualsiasi tecnica di caccia. Le condizioni di
Scirocco, leggero ma anche moderato portano acqua molto pulita con indici di
visibilità superiori ai venti, venticinque metri. Anche la corrente tende a
mitigarsi e a non dare troppo fastidio. Sulla costa nord, nel Terrasinese, la
corrente di Ponente, non il vento, creano le condizioni di massima visibilità e
gran movimento di pesce.
Come
cacci la cernia nella tua regione.
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Nella
mia zona, a nord di Civitavecchia, la cernia è poco prevedibile nel senso che
la maggioranza delle volte, pescando nel torbido corvine e saraghi, te la vedi
sbucare davanti alla maschera all’improvviso mentre scruti un buco. Io faccio
voli di planata molto bassi e cerco di intercettare ogni piccolo movimento, un
indizio che mi fa capire che li intorno si è imbucato il pesce. Ti può
capitare anche d’incontrare pesci facili, ciò succede ad inizio stagione:
vedi scodare la cernia in anticipo davanti a una tana e te la trovi ferma
all’inizio dello spacco ma resta un incontro casuale. Pescando sui sassi
isolati sei percentualmente più sicuro di scoprire qualche cernia e in questo
caso le prendo quasi tutte in caduta. A sud del Tevere ci sono condizioni
differenti. Attorno alle Isole Pontine la cernia è molto difficile perché lì
l’acqua è sempre pulita quindi il pesce è diffidente e scaltro. Una decina
d’anni fa io le pescavo quasi tutte in caduta, riuscivi ad avvicinarle senza
troppe difficoltà tenendo conto che bisognava scendere di norma oltre i 25
metri di quota. Ora questa tattica al libero è quasi sempre infruttuosa ma la
cernia che entra in tana si lascia ancora prendere. Il litorale di Anzio, Latina
presenta delle zone buone molto fonde e anche qui le cernie si pescano il 95%
delle volte fuori tana. Bruno De Silvestri. Nel bassofondo, a terra, è molto difficile sorprendere serranidi fuori tana: la vedi che s’infila in frana e poi devi fare il minatore nel tentativo di individuarla. E più facile pescare cernie quando c’è un po' più di fondo sia perché il pesce è più tranquillo sia perché ti da il tempo di scorgerla e di cambiare approccio nel tuffo. Ad esempio stai facendo una planata e hai ancora dieci, dodici metri sotto: nel momento che la intercetti hai la possibilità di optare per una caduta, di fare un agguato dietro un sasso, di decidere sul da farsi. Oppure conosci il posto e sai già da quale parte s’imbuca o che ingresso sceglie per nascondersi: puoi tagliargli la strada ben sapendo che la cernia è un animale abitudinario, tende a fare sempre gli stessi percorsi anche se si tratta di una “nuova” cernia. In una tana la cernia fa le stesse cose del pesce precedente, cioè se ti capita di catturare un esemplare in una determinata area è molto probabile che quel buco ritorni abitato da un pesce di dimensioni simili e che si comporti nella stessa maniera dell’inquilino che lo ha preceduto. |
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A me è successo addirittura di prenderne
tre esemplari, nel corso della stessa stagione e nello stesso buco. In queste
condizioni la pesca in tana è facilitata: sai già come sparararle, come
estrarla, memore delle esperienze precedenti. In uno spacco diffide, invece devi
cercare di prenderla fuori tana. Ci sono quindi due approcci per la cernia
secondo la mia esperienza: o gli spari fuori tana, e rischi, perché se non la
fulmini e riesce a entrare in tana portandosi appresso l’asta si mette
malissimo. E’ il mio incubo. Se non sono sicurissimo di prenderla così
preferisco farla entrare in tana e poi spararle da ferma, all’interno. A quel
punto si mira con calma, si studia la situazione per capire come è messa, se
c’è la possibilità di toglierla. La cernia non è come un pelagico che se
non sfrutti l’occasione in quel momento, se non tenti il tiro a tutti i costi
corri il rischio di non vederlo più. Una volta che scopri dove abita una cernia
ci puoi ritornarne lungo il corso della giornata, l’indomani, il mese
successivo. E’ un appuntamento piacevole, quasi un gioco.
Riccardo
Molteni. Al cospetto di franate fitte, come quelle delle Eolie, si applica una
tecnica molto impegnativa, ma di grandissimo divertimento che consiste in una
sorta di agguato a fondo. Si scorre la base della massicciata, si sfila da un
masso all’altro, si passa negli spazi tra un angolo di frana e il successivo
guardando a filo dei sassi per riuscire a intercettare il movimento o il muso
della cernia metri più avanti. Dopodiché si imposta l’appassionate strategia
di avvicinamento. Parlando di batimetriche impegnative, di permanenze a fondo
lunghe e dinamiche occorre naturalmente la massima cautela. Esiste però
un’altra opportunità. Se si esplora la parte meno interessante dal punto di
vista paesaggistico come le lingue di roccia che si allargano sul sabbione
vulcanico ogni tanto si trova un gruppetto di scogli e seppure la presenza di
cernie non è ricca come la precedente da maggiori speranze di successo tramite
la tecnica della caduta o il classico approccio in tana. Viceversa al Biscione
di serranidi in caduta ne ho presi pochissimi. Lì per la conformazione del
fondale con tane non troppo complicate si effettuano catture con una relativa
facilità. Naturalmente la pesca alla cernia presuppone di saper vagliare caso
per caso e nel dubbio di non poter estrarre un pesce bisogna saper rinunciare.
Personalmente mi succede spessissimo di non sparare alla cernia in tana o perché
verifico che l’operazione di recupero mi porterebbe via un sacco di tempo o
perché è posizionata in punto particolarmente ostico. Dovendo esprimere una
valutazione numerica in posti come il Biscione, il Trapanese direi che le cernie
le pesco per l’80% in tana, il restante 20% al libero. Un ambiente in cui la
caduta pura si applica con una certa frequenza è invece costituito dagli orli
sperduti al largo o dai crinali isolati che si ergono dagli abissi. Qui pescando
con un fucile lungo, a quote di tutto rispetto, oltre i trenta metri, capita
ancora di incrociare pesci relativamente calmi.
L’attrezzatura
ideale per la cattura della cernia?
Fabio
Antonini. Come muta io nel mese di giugno indosso un completo da 5 mm in liscio
spaccato perché il taglio dell’acqua fredda è presente dai 7/8 metri in giù.
Progredendo nella stagione estiva passo a un capo in monofoderato. Le condizioni
di mare temperato e termoclino spostato a fondo s’instaurano, nel Lazio, da
settembre. Con il mare trasparente, l’acqua pulita effettuo le mie discese
impugnando un 100, un 110 arbalete con asta da 6.3 mm, l’arma ideale per la
caduta. Pescando in maniera meno specifica adotto un 75. Tutti i miei fucili
hanno il mulinello. Scegliendo le pinne bisogna considerare che pescando in
profondità s’impongono attrezzature molto efficienti quindi mi affido alla
spinta delle ottime pale in carbonio Omer, il modello Rekord. Pescando al
razzolo, e a Giugno è ancora così, calzo le pinne Bat, con cui mi trovo bene
sino a quote di 24/25 metri. Un accessorio fondamentale qui da noi è la torcia:
la Omer in questo campo ha creato degli illuminatori compatti e dotati di un
fascio di luce potentissimo: quello che ci vuole per esplorare accuratamente una
tana. Io addirittura la uso anche quando pesco in caduta: l’accendo poco prima
di arrivare sul pesce così, se non riesco a spararle subito la scorgo prima che
sia penetrata troppo all’interno della tana.
Bruno
De Silvestri. Io sono un tipo
freddoloso e indosso magari una 7 mm che nel corso della stagione precedente si
è assottigliata di un paio di mm. A fondo c’è ancora freddo. Come piombatura
seguo la regola che più scendo meno piombo pongo in cintura. Adopero la zavorra
mobile molto raramente, in estate, e a quote inferiori ai 30, 31 metri. Il
fucile che impugno la maggioranza delle volte è un Comanche 75 con gomme da 20
e tahitiana da 6.5 mm, un’arma versatile e per questo uso fantastica oltrechè
potente. A corredo del 75 ho sul gommone un paio di aste senza aletta che
impiego come spaccaossa: preferisco estrarre la cernia solo dopo essere certo
che sia morta. Alterno l’arbalete corto con un 90, ma se sto pescando a
scorrere lo uso poco perché ho bisogno di maneggevolezza e di libertà
nell’inserimento e nelle manovre in tana. Sottolineo che ho sempre un arbalete
con mulinello, non si può pescare una cernia senza mulinello! Con questo
accessorio fondamentale si può mettere in trazione il pesce, non perdi il
contatto con la cernia ferita, si impedisce che l’animale traini all’interno
della tana il fucile complicando, o addirittura impedendo la fase del recupero.
Ma anche presupponendo di aver fulminato una cernia è preferibile non portarsi
su un peso cospicuo nello stesso tuffo ma salparlo dalla superficie. Sempre per
lavorare la cernia sono utilissimi sia la boetta da trazione, la Cressi ne ha
una molto funzionale in catalogo, e il raffio. Quest’ultimo deve avere oltre
il classico gancio terminale anche una punta perché si usa per girare la cernia
incastrata.
Riccardo
Molteni. Nel campo dei fucili
adopero dei Monoscocca nella lunghezza 75 e 90 nel misto, 115 nei tiri al
libero. Sui lunghi monto un mulinello mentre sulle misure corte faccio
affidamento al mio inseparabile pedagno. Per la pesca in tana alla cernia
adopero un fucile pneumatico Medisten con un’asta da 8 mm e relativo arpione a
doppia letta contrapposta: è micidiale. Il raffio è un attrezzo che ho sempre
in barca: oltre il gancio con un angolo di piega opportuno a essere inserito
senza difficoltà nei passaggi più stretti ho fatto saldare uno spezzone
appuntito come naturale prolungamento del manico che mi serve per spingere e
girare la cernia. Ribatto comunque che sono davvero rare le volte che lo
utilizzo perché sparo alla cernia solo se sono sicuro di estrarla velocemente
altrimenti rinuncio. Un’altra componente importante nella scelta della
attrezzatura sono le pinne perché le quote quasi sempre elevate in cui si opera
esigono la massima spinta. A proposito penso che quest’anno mi immergerò con
le nuove Mustang C4: le ho provate in contemporanea con le mie Flap e sono
rimasto sbalordito dall’efficienza esibita!
Mi
racconti qualche episodio sulla pesca alla cernia che ti è rimasto impresso?
Fabio
Antonini. Nel mese di agosto avevo portato un mio amico, un ragazzo che stava
imparando a pescare, su una serie di macchie di grotto isolate. Il giovane aveva
grande potenzialità atletiche ma la sua quota di esercizio non superava mai i
dieci, dodici metri di profondità: era bloccato dalla paura dell’acqua
sporca. Quella giornata la ricorderò per sempre perché c’erano più di 30
metri di visibilità, un fenomeno eccezionale a nord di Civitavecchia! Il sommo
arrivava a 24 metri e s’intravedeva benissimo dalla superficie. Dentro una
chiazza di sabbia gli indicai il profilo di un pesce, una bellissima cernia di
oltre 15 chili. Scesi sulla verticale della preda, la fulminai e la lasciai sul
fondo. Tornato a galla chiesi al mio compagno se la sentiva di recuperarla
insieme a me e lui acconsentì. Con un paio di pinnette cortissime scese sulla
cernia senza il benché minimo problema, afferrò il pesce a oltre 25 metri, e
lo portò su. La sua espressione di felicità per aver vinto il freno
psicologico fu indimenticabile.
Bruno
De Silvestri. Da poco mi è successo un episodio curioso. Un amico mi aveva
chiesto di portare a pesca un suo conoscente. Dovevo mostrargli delle catture
importanti e così sono sceso profondo, sul filo dei 30 metri, anche a inizio
inverno nella zona dell’isola della Vacca, davanti a Capo Sperone. Ho
effettuato una planata e ho scorto due cernie in prossimità di una tana che
conoscevo. Mi sono affacciato e ho visto la prima cernia bene in posizione
mentre l’altra era dietro questa. Ho sparato con il mio 75: involontariamente
è successo di fare coppiola! La più grossa l’ho fulminata appena dopo la
branchia mentre la seconda non l’ho passata ma l’ho trattenuta con tutta la
punta dell’asta e l’aletta aperta, quanto è bastato per non permettergli di
liberarsi. Fortunatamente le cernie erano messe rispettivamente in senso opposto
poiché una spingeva da una parte l’altra al contrario: non sono riuscite a
infilarsi nel taglio e lo estratte contemporaneamente, nello stesso tuffo!
Quando le ho tirate su dalla superficie, tramite il solito mulinello, il mio
compagno è rimasto “folgorato”! Ho fatto un figurone! In gara mi è
successo un episodio analogo qualche anno addietro. Mi trovavo al campionato di
Arbatax, conoscevo la tana in cui abitava una cernia. Ho sparato fulminando il
pesce ma la momento di salparlo mi sono reso conto che ne avevo presa un’altra
subito dietro. Il lavoro più grosso è stato togliere il primo serranide: ci
sono riuscito solo strappando l’asta dalla seconda che poi si è intanata
male. Recuperata in questa maniera rocambolesca il primo pesce o poi catturato
anche la seconda cernia. Il terzo racconto riguarda l’inesperienza. In uno dei
miei primi campionati, nel 1993, a Porto Cervo, a 24 anni, avevo una cernia in
comune con Mazzarri, ma non ne ero al corrente. Ho fatto la partenza su un altro
posto, una zona di saraghi, poi mi sono spostato e sono andato sul segnale della
cernia. Sopra c’era già Renzo allora io ho tergiversato un po' sperando che
Mazzarri non avesse trovato il pesce. A metà gara l’Elbano si sposta
liberandomi la zona. Scendo sulla mira e mentre sto arrivando sul fondo scorgo
uno spezzone di sagola che fuoriusciva proprio dalla tana che conoscevo. Subito
mi sono scoraggiato ma non appena ho messo la testa sotto il sasso ho visto la
lenza, l’asta e la cernia di una decina di chili colpita benissimo. Nonostante
il tiro preciso, un colpo che solitamente fulmina l’animale, la cernia era
viva e ben incastrata. A quel punto io ho fatto una fesseria che ancora oggi mi
“brucia”, ma mi è servita d’esempio per gli anni a venire: non ho pensato
di risparare la cernia. Mi sono detto: “E’ presa benissimo, non ci vorrà
nulla per tirarla fuori!” Avrei dovuto invece intuire: “ Ma cosa ci ha fatto
lì sopra Mazzarri per due ore? ” Ho preso il filo è ho tirato con il
risultato che la cernia si è intanata ancora più a fondo. Sono rimasto su quel
pesce per un ora e mezza ho perso tutto il tempo utile per la classifica e
soprattutto senza riuscire ad estrarre l’animale ferito. Sono giunto quinto,
Mazzarri quarto. Da quell’esperienza terrificante ho imparato che la cernia va
sempre uccisa prima di decidere di recuperarla, meglio quindi due colpi
piuttosto che tribolare per ore con esito incerto.
Riccardo
Molteni. Ti posso raccontare di una
cernia che mi è rimasta impressa oltre che per la bontà delle sue carni
bianche divise con una comitiva d’amici per la quota stratosferica in cui è
stata prelevata. Facevo dei tuffi di “curiosità”, delle discese senza il
desiderio di sparare a un pesce su un posto che avevamo trovato per caso
scandagliando, per altro davanti a casa. Era una specie di costone che risaliva
poi sprofondava repentinamente: da un fondo di 37/38 metri saliva a 33 poi
ridiscendeva a oltre 50. C’erano pareti verticali e spaccature profonde, un
luogo affascinate, al limite per un apneista. Queste caratteristiche mi
invogliarono a provare qualche immersione in totale relax, con il solo gusto di
partire concentratissimo, di godere di un panorama subacqueo mozzafiato, di
allenarmi per altri siti. Non c’era, stranamente molto pesce ma alla seconda o
terza discesa mi sono affacciato alla caduta esterna e all’interno di una
crepa ho notato la sagoma di una cernia che ho colpito sulla testa,
fulminandola. Non è stato un tiro difficile, il pesce era sotto i dieci chili,
la riemersone avvenne rapida anche perché mollavo la cintura ogni volta che
toccavo il fondo ma è stata una cattura con un sapore particolare. Forse perché
la preda è stata catturata intorno alla batimetrica dei 50 metri.
Un’altra
storia di quelle da ricordare è avvenuta sui Banchi qualche anno fa. Era
ottobre, le condizioni di luce non erano ideali. Stavo battendo un lato coperto
di posidonie che da una parte cascava con un orlo netto, nerissimo, e appoggiato
ad esso si apprezzava un enorme roccione. La caduta su sabbia bianca a più di
30 metri rendeva questo luogo in mezzo al mare davvero impressionante. Sul bordo
di questo ciglio passavano, ogni tanto, dei tonni, non costantemente ma ogni due
e tre tuffi. Viaggiavano in coppia, singoli, dei bestioni da una quintalata
cadauno; una situazione da “Stretto di Magellano”! Mi sono poggiato su
questa balconata immersa nell’alga scura quando, qualche metro più avanti,
scopro una crepa che sembrava l’antro di Caronte! Spettacolare! Torno in
superficie, preparo bene il tuffo, e scendo. Mentre percorro gli ultimi metri in
caduta vedo a filo di orlo e all’imboccatura della spaccatura una cernia di
proporzioni “giurassiche” una sorta di “brontosaurus guaza”, parente
della nostra “Epinephelus guaza”, un pesce nerastro chiazzato di bianco, un
mostro. Mi poggio sul fondo e mi affaccio alla fenditura. La crepa lunga una
decina di metri si allargava all’interno per poi aprirsi nuovamente sulla
sabbia. Entro con il braccio teso e, a mezz’acqua, a una grande distanza, mi
trovo davanti il gigantesco animale. Impugnavo il Monoscocca 115 e ho azzardato
il tiro ad oltre 4 metri di distanza. Colpisco bene il cernione, dietro
l’occhio, ma senza riuscire a fulminarlo. Schizzo verso l’alto ma
all’istante capisco che se mollo tutto lì chissà che fine farebbe la cernia.
Bene, per una decina di secondi buoni, a fondo, affronto una colluttazione
fisica con l’animale: prima recupero disperatamente il filo, poi afferro
l’asta, con una mano cerco di bloccare la testa del pesce mentre con l’altra
spingo forte la punta della tahitiana. Riesco a uscire dalla falda con la cernia
imbracciata, la controllo filando il mulinello ma sono costretto ad abbandonare
la cintura di zavorra senza liberare il pedagno. Per fortuna il serranide si
dibatte sull’alga e io, finalmente, riemergo. Il gommone mi raggiunge, non
perdo il punto sulla verticale e con emozione salpo la mia cernia. Ritrovo anche
la cintura per una giornata dalle mille pulsioni passionali. -“Quanto pesava
la cernia?”- Lo svelo subito: trentaquattro chili!
Testo
raccolto da Emanuele Zara.