COME
SPARARE ALLE DIVERSE PREDE
La
pesca in apnea è uno sport incredibilmente appassionante. Non c’è dubbio che
ognuno di noi quando si tuffa dalla scogliera impegna tutte le sue energie per
battere accuratamente il fondale e soprattutto spera, sino al termine
dell’apnea, di scoprire un bel bersaglio da colpire e mettere in carniere.
Ripetiamo centinaia di volte, giorno dopo giorno, stagione dopo stagione, le
stesse modalità operative e tutte concorrono a presentarsi davanti alle
possibile prede pronti per l’atto finale, il tiro. Per un principiante la
conclusione dell’azione ha un sapore eccitante ma le stesse emozioni le prova
anche chi si considera esperto, un pescatore con tante prede all’attivo. Credo
di poter affermare che l’essenza della pesca subacquea sia condensata in
questo attimo fuggente che rappresenta la somma di tutto il lavoro svolto
precedentemente. Il pesce, solitamente, non offre molto tempo per effettuare un
tiro mirato, a parte certi incontri fortunati, quindi dalla velocità di
conclusione e soprattutto dalla conoscenza della situazione ideale, del momento
esatto per effettuare il colpo dipenderà l’esito dell’avventura. Ogni pesce
svela un comportamento diverso nei confronti dell’uomo immerso cosicché
bisogna conoscere, a grandi linee, la modalità d’approccio in rapporto alle
diverse specie ittiche, un capitolo estremamente coinvolgente nelle dinamiche di
caccia subacquea. Le posizioni con cui i pesci si avvicinano all’uomo immerso
o quelle che vengono scoperte quando il sub riesce ad anticipare l’animale
sono svariate e comportano una marea di varianti. Infine l’importanza di
sparare correttamente a un pesce si intuisce nel confronto di animali di grandi
dimensioni, pesci dotati di un fisico potente, di una capacità reattiva che se
non è minata sul nascere può complicare moltissimo il recupero.
Il
Barracuda. Iniziamo
la descrizione delle varie prede con il pesce che ha letteralmente invaso il
bacino del Mediterraneo. Ormai in tutti i posti più belli del panorama
subacqueo italiano, secche, rimonte, capi in corrente, eccetera, i branchi di
barracuda scorrazzano in lungo e in largo sottraendo spazio ad altri predatori
tipici come ad esempio i dentici. Dal punto di vista venatorio il tiro al
barracuda non è un atto malvagio, anzi: sparare a una silhouette affusolata e
lunga anche più di un metro è un’operazione che richiede precisione.
Aggiungiamo il fatto che il predone dal dorso tigrato e il temibile apparato
boccale in bella mostra frequenta anche il bassofondo invernale, ha un’indole
combattiva, è buono da mangiare ne scaturisce un quadro sportivo allettante. Il
barracuda ama riunirsi in branco ma capita di incontrare grossi esemplari
solitari che giungono all’aspetto. Su bestioni di quattro o cinque chili non
ci sono problemi di mira perché la loro circonferenza assomiglia a un tubo di
stufa! Quando arrivano a tiro lo fanno come siluri, sembra addirittura che non
muovano le pinne tanto sono sinuosi. La fucilata si indirizza tranquillamente a
metà corpo, subito dopo la testa: se saremo stati precisi spezzeremo la spina
dorsale e il barracuda si bloccherà come elettrizzato a mezz’acqua. Il tiro
eccessivamente alto o troppo basso espone al rischio di lacerazione perché il
pesce non ha carni e pelli coriacee. Considerate anche che se ferito il
barracuda esprime una fuga rabbiosa, abbastanza lunga e resistente.
Nell’incontro con i branchi composti da esemplari più piccoli diventa
divertente centrare pesci di un paio di chili che quasi sempre saranno sparati
di lato, oppure di tre quarti, mentre ci sfilano a breve distanza dalla punta
della tahitiana. L’arma non deve disporre di requisiti speciali: è
sufficiente che disponga di una linea di mira pulita e di una buona precisione
su bersagli posti a media e lunga distanza.
| Il
Branzino.
Per sparare con successo alla spigola è necessario prima di tutto “entrare”
nel suo ambiente classico, il bassofondo roccioso ricco di schiuma. Il branzino
ama cacciare nel bianco delle bollicine in sospensione e chi riesce ad
attenderlo in poche spanne d’acqua o farlo avvicinare perfettamente acquattato
tra i massi della scogliera percossi dai frangenti lo osserverà molto spesso
sfilare veloce tra i flutti oppure, se ci ha intercettati nel frattempo, lo si
vedrà puntarci quasi sempre di muso. La spigola è un predatore della famiglia
dei serranidi e come altri pesci cacciatori possiede la capacità di guardare il
suo obiettivo con entrambi gli occhi senza cioè dover girare la testa da una
parte e dall’altra per valutare la distanza che lo separano dall’oggetto in
fase d’identificazione. Questo atteggiamento comporta nell’apneista una
scarica di adrenalina immensa, almeno è ciò che prova il sottoscritto. Quando
un grosso branzino, ma la regola calza perfettamente anche nel confronto con
altri pesci, ti punta con quell’aria di sfida, di confronto diretto, vivo
un’esperienza incredibilmente appagante, un’emozione indecifrabile. Se si
disporrà di un’arma facile da allineare oppure se si avrà avuto la bravura
di collocare l’arbalete o il pneumatico già nella posizione in cui la spigola
è praticamente costretta a dirigersi verso l’intrusore sarà sufficiente
sparare in direzione del labbro superiore per trovarla infilata per lungo, come
su uno spiedo. E’ un tiro apparentemente difficile ma con un fucile preciso,
con un corretto allineamento non si sbaglierà mira e il pesce si immobilizzerà
istantaneamente rendendo facilissimo il recupero. Aspettare che si volti per
cercare di tirare su un bersaglio assai più cospicuo e appariscente è
un’opzione rischiosa perché il branzino si gira di scatto e spesso non offre
neppure il tempo di contrarre il dito sul grilletto.
Solo con bestioni immensi si può aspettare che si presentino di tre quarti, e qui si spara, preferibilmente appena dietro l’opercolo, perché sono un po più lenti a voltarsi, ma se ci troviamo al cospetto di spigole giovani sotto i due, tre chili di peso conviene sicuramente il tiro frontale, senza esitazioni. |
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Nel caso
ci vedessimo sfilare la spigola di lato dovremo tirare ad un bersaglio più
facile come dimensioni ma si tratta comunque di pesci dalla forma allungata,
bassa e occorre mirare con accuratezza se non si vuole rischiare una clamorosa
padella; la spigola non ha un nuoto particolarmente veloce e se ci passa vicino
lo fa perché ci vuole osservare quindi incede abbastanza lentamente. Nella
schiuma o nel torbido la faccenda si complica: dovremo concludere immediatamente
la sequenza istintiva di puntamento e sparo, talvolta non si ha materialmente il
tempo di mirare traguardando classicamente l’arma con il pesce, perché se
tentenneremo anche solo un istante più del dovuto il serranide sparirà nella
nebbia. Capite bene che un tiro al volo su un bersaglio sfuggente e di forma
allungata richiederà delle doti da cecchino, un immensa esperienza sul campo, e
una certa dose di fortuna. Gli specialisti dell’acqua sporca usano aste
terminate con fiocine a tre punte lunghe montate naturalmente su armi corte,
sufficientemente potenti. Qui la zona, il punto in cui colpire bene la spigola
non è così importante perché il tridente garantisce una rapidità di
puntamento, un impatto e una capacità d’arresto sempre elevati.
Il
Cefalo.
Il muggine ha una corporatura simile a quella della spigola, ancora più bassa e
allungata, vive in ambienti analoghi ma richiede un atteggiamento d’approccio
e di sparo diversi. Lo s’incontra numeroso sottocosta, frequenta molteplici
ambienti e costantemente esibisce un nuoto nervoso, un’indole votata sempre
alla fuga in quanto è soggetto all’interesse di molti predatori sin dall’età
giovanile. Per queste peculiarità è un bersaglio sportivo assai divertente,
insidiato dalla totalità dei pescatori. In Sardegna, in Puglia, in Sicilia,
capita d’intercettare cefali anche in tana e anche qui non sta mai fermo, si
sposta da un angolo all’altro, cerca di uscire subito al libero quando si
accorge che è insidiato. Sparare a un cefalo di muso è raro ma a me è
capitato di mettere sullo spiedo cefali di un paio di chili scoperti in caverne
passanti o sbucati proprio dinanzi alla punta del fucile mentre battevo il
sottocosta. E’ un tiro soddisfacente ma con un alto indice di errore a causa
dell’impronta frontale ridotta: non lo consiglio a meno che non si metta al
primo posto il divertimento assoluto, anche a scapito di una scottante padella.
Il cefalo è una classica preda che si spara di lato, attenti a selezionare il
singolo esemplare all’interno del branco, adoperando della armi non
esageratamente potenti, ma dotate di una buona gittata e soprattutto di un
ottimo asse di puntamento. Il pensiero corre immediatamente a quegli arbalete di
ultima generazione con testata aperta, gomme da 16 e tahitiane mono aletta da 6
mm. Il bersaglio è in movimento, piccolo, se non lo si centra bene, a metà
corpo o sul testone, inizierà a contorcersi e la possibilità che si strappi
sono alte soprattutto se il cefalo appartiene a determinate specie con carni e
pelle delicate (ad esempio il muggine dell’oro o da salto), facilmente
lacerabili. Tornando agli esemplari incontrati in tana capita di intercettarli
pure dall’alto, come se si pescasse in caduta, magari mentre scorrono veloci
all’interno di un dedalo di rocce o affiancati in uno stretto canalone. In
questi casi si cerca di mirare la testa che da sopra è la superficie più larga
dell’intero pesce, e rappresenta un punto letale: se l’asta a punta singola
o la fiocina penetrano nell’osso cranico perforando il cervello il muggine
resta secco, si estrae subito così gli altri eventuali esemplari non si
spaventano troppo e si possono incontrare al tufo successivo.
La
Cernia.
Con questo serranide che è da cacciare solo quando raggiunge dimensioni
ragguardevoli si entra nel novero dei tiri difficili o meglio del colpo da
portare con la massima efficacia. La cernia vive a quote profonde, impegna
l’apneista in tuffi abissali quindi bisogna assolutamente colpirla in un punto
vitale altrimenti l’azione di recupero sarà difficilissima. La situazione
migliore si verifica quando il serranide è raggiunto fuori dalla sua tana: se
si riesce a sparare con precisione prima che penetri nel dedalo di massi o nel
suo spacco ridurremo a zero le possibilità che il pescione si arrocchi.
L’arma per la cernia fuori tana, in candela, dovrà essere potente, lunga, con
un tiro veloce: si dovrà mirare il testone, la zona che va da poco sopra il
labbro allo spazio tra gli occhi. I bravi apneisti premono il grilletto prima
che il serranide scatti per la fuga e se il dardo si conficca nel capo del pesce
la cattura si potrà considerare conclusa: sarà sufficiente sollevare la cernia
dal fondo di qualche metro e poi recuperarla in tutta tranquillità. La regola
che vuole il serranide colpito sulla testa vale anche per la tana solo che
l’incontro effettuato all’interno del suo rifugio non sempre esibisce le
condizioni più favorevole per esibire un tiro letale. Ci sono situazioni in cui
appena la cernia s’imbuca si gira, e attende per pochi attimi che
all’imboccatura compaia il pescatore, poi si eclissa. Con un po
d’esperienza, a volte, si riesce a sparare sull’uscio: bisogna entrare
contemporaneamente con testa e fucile sperando di trovarsi il pesce di fronte e
pregando di avere il tempo di premere il grilletto. Colpita sul muso può
risultare fulminata se si è raggiunto il cervello la cernia diviene incapace di
abbozzare una reazione di fuga efficace. Ma spesso si verifica che il serranide
penetra in fondo alla sua tana e ci porga solo il dorso. Che fare? Ho visto
all’opera direttamente Aldo Calcagno, ho parlato con Nicola Riolo: i
siciliani, specialisti sulla cattura della cernia, riescono a fulminare cernioni
anche sparati da tergo. Mirano con estrema precisione lungo l’asse del pesce
in modo che l’asta raggiunga comunque il cervello del pesce annullandone ogni
reazione vitale. Con la cernia posizionata di fianco il rischio di non
fulminarla è alto poiché esiste un punto vitale, l’inserzione del primo orlo
opercolare, ma per lesionare la massa cranica la cernia deve essere
perfettamente orizzontale e in linea con l’arpione. Per fare tiri del genere
occorre grande esperienza: nella maggioranza delle situazioni è preferibile non
sparare. Si torna sul segnale successivamente: magari la cernia ha cambiato
posizione.
| La
Corvina. Tra
i pesci che vivono prevalentemente in tana la corvina è quella più difficile e
divertente da pescare. Condivide spesso l’habitat della cernia, la roccia che
cade sull’alga, le batimetriche medio fonde. Le sue dimensioni non raggiungono
pesi considerevoli, la media delle catture è intorno al chilo con esemplari
giganti che superano occasionalmente i due, due chili e mezzo di peso. Ha un
incedere flemmatico, uno spirito gregario, comunemente si riunisce in branchi ma
quando è il momento di effettuare un prelievo il pescatore in apnea incontra
non poche difficoltà relegate in modo particolare proprio al momento del tiro.
La corvina intercettata fuori dal suo rifugio rappresenta un bersaglio
eccitante: la sua sagoma è compressa lateralmente ma appare slanciata verso
l’alto man mano che il pesce aumenta di peso, il carosello continuo di pesci
crea una visione a cui è difficile restare impassibili ma quando si decide di
inquadrare l’esemplare più interessante iniziano i problemi. Il nuoto
elegante della corvina trae in inganno perché anche se non da l’impressione
lo Scienide è sempre in allerta e quando avvista un pericolo ravvicinato
diventa teso come una molla. La si mira, si segue per qualche istante poi, certi
di portarsi a casa un meraviglioso trofeo si preme il grilletto. Tunf! L’asta
si conficca nel grotto e sul terminale non c’è nulla. Come è stato
possibile? La corvina conta di uno scatto proverbiale e schiva l’asta anche se
il colpo è scoccato a distanza abbastanza ravvicinata. Per riuscire a centrarne
una bisogna evitare di spaventarle troppo: a volte è sufficiente fermarsi
qualche secondo dinanzi al gruppo di pesci per vederne arrivare a tiro,
spontaneamente, più d’una. Oppure si cerca di studiare, con un minimo
d’esperienza, che l’esemplare scelto non mostri evidenti segni di nervosismo
(posizione immobile, pinne aperte, ecc.) prima di sparare. La carne della
corvina è sufficientemente compatta ma è necessario indirizzare il tiro
all’altezza della linea laterale, subito dopo l’opercolo, perché sia il
ventre che la schiena si lacerano con una certa facilità.
Direttamente in tana si spara ugualmente con difficoltà perché gli spacchi scelti dai corvi sono quasi sempre assai impegnativi da esplorare integralmente quindi è già un’impresa riuscire a identificare i pesci, fermi, raggruppati in un angolo. |
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Capiterà di premere il grilletto su bersagli in movimento, con corpi non
visibili perfettamente per una questione di livrea scura e grande capacità di
scivolare tra le pieghe di roccia, quindi si dovrà essere chirurgici
nell’azione di prelievo: precisione, tiri puliti solo su punti del bersaglio
certi, estrazione rapida delle corvine catturate per non inquietare gli altri
pesci. Il fucile più adatto nell’esplorazione dei buchi è un modello di
lunghezza medio corta con asta tahitiana o terminata con fiocina; per il libero
si adotta un’arma lunga che possegga un tiro rapido e molto preciso.
Il
Dentice. Il
tiro al dentice rappresenta una fase importantissima nell’intera
rappresentazione della cattura di questo diffidente sparide. Dalla qualità
dell’esecuzione dipenderà, infatti, un recupero del pesce facilitato
altrimenti si può incorrere addirittura nella perdita del dentice prima che
abbia toccato il fondo. Affrontare la pesca del dentice con metodo, con
dedizione è un vero e proprio stile sportivo che ha numerosi adepti. Tutti i
soggetti conoscono l’impegno che bisogna mettere in atto al fine di
localizzare il branco, la dedizione nel compiere una posta rispettando delle
regole maturate con l’esperienza, l’intuito e la competenza tecnica profusi
per portare a tiro i dentici più grossi. Dopo aver svolto per bene tutte le
fasi giunge il fatidico momento del tiro. Non ci sono invalicabili difficoltà
nel sparare bene al dentice a patto di conservare sempre una grande lucidità
interpretativa. Quando si apre la mangianza e iniziano a comparire le prime
sagome non è spontaneo restare freddi ed emotivamente assenti. La
consapevolezza di ogni bravo pescatore di dentici è proprio quella di non farsi
prendere dall’emozione, una situazione maturata nel tempo. Da ciò dipende in
buona parte la precisione del tiro. Il dentice in avvicinamento approccia il
pescatore all’aspetto frontalmente o sfilandogli di lato. Il predone, come la
spigola, ha una visione binoculare, quindi si può avvicinare a breve distanza
dalla punta del fucile senza voltarsi. Il muso del dentice di buone dimensioni
è vagamente triangolare, con la base, larga, rappresentata dall’apparato
boccale, poi, verso la sommità del capo affinata; gli esemplari sopra i
quattro, cinque chili di peso hanno spessori superiori ai dieci centimetri
circa. Se l’appostamento è situato alla stessa altezza del branco in
avvicinamento non c’è neppure l’esigenza di brandeggiare l’arma: sarà
sufficiente spostarla di qualche centimetro prima che i pesci siano troppo
vicini. Una volta che si fissa il bersaglio non si deve essere distratti da
null’altro. Il nostro dentice e stop. Il resto del gruppo, l’esemplare più
grande che sta arrivando dietro a tutti, quello sulla destra… non ci devono
interessare. Il fucile è in linea con il bersaglio, la volata deve puntare lo
spazio mediale tra gli occhi e il labbro superiore; appena entra di muso
nell’area di gittata utile del fucile si può scoccare il tiro. Ci sono pesci
che arrivano dritti come fusi a meno di un metro e mezzo dalla punta
dell’asta: il tondino metallico li raggiunge nella migliore delle ipotesi
sulla guancia trapassandoli quasi per il lungo. E’ quasi impossibile colpire
il dentice esattamente di fronte, nel punto esatto dove era stato mirato. Lo
sparide è dotato di uno scatto repentino e ciò oltre che dai filmati specifici
sulla pesca del dentice si nota chiaramente nella statistica degli animali
catturati: è rarissimo trovarne uno infilzato dove era stato mirato. Se si
intuisce che il dentice in avvicinamento non è di quelli “suicidi” conviene
anticipare il tiro, sempre di muso, perché anche se il pesce scatta come un
fulmine si trova trapassato subito dietro la branchia, a livello della spina
dorsale. L’errore che fanno i neofiti è quello di inquadrare la parte più
larga del pesce in avvicinamento, la base della bocca, oppure gli occhi, con il
risultato di colpire il dentice troppo basso sul ventre oppure troppo alto sul
dorso. In questo caso si rischia di strappare l’animale prima che abbia
raggiunto un buco in cui rifugiarsi. Un'altra questione da tenere in
considerazione è la linea di sparo. Se il dentice arriva dall’alto, o dal
basso, non avremo più la certezza di centrare il bersaglio in un punto buono ma
di volta in volta dovremo considerare l’angolo di tiro e calcolare bene il
punto dove mirare. Nelle situazioni in cui i dentici sfilano di lato bisognerà
sparare con un leggero anticipo sul punto mirato soprattutto se gli animali
sfilano a una certa distanza. La zona migliore è quella centrale: se l’asta
tocca la spina dorsale lesionandola il pesce è preso. La scelta dell’arma sarà
fondamentale e dovrà possedere alcuni requisiti: precisione, alta capacità di
offesa sulle lunghe distanze, velocità. La precisione aiuta a concludere nel
migliore dei modi la cattura perché si è sicuri che il bersaglio scelto con
cura sarà esattamente raggiunto. Nel confronto con dentici che possono superare
i dieci chili di peso il tiro potente concorre a trapassare il corpo del pesce
anche se incontra squame larghe come francobolli e spesse come monete. L’alta
velocità, misurata a qualche metro dalla volata, serve per anticipare il
dentice anche se il tiro è di quelli al limite.
Il
Dotto. Questo
bellissimo pesce non è comune in tutto il Mediterraneo: lo si pesca
prevalentemente nelle due isole maggiori e in tutto il Sud. Sparare bene ad un
dotto è forse il compito più arduo tra tutte le specie ittiche perché il
serranide a parte le quote abissali in cui vive, è in grado di sfinire
l’apneista prima di giungere a distanza utile, tre o quattro metri, di tiro.
Io serbo ancora il ricordo di una delusione cocente avvenuta su esemplare di
dotto di oltre dieci chili di peso; colpito dopo un’interminabile aspetto sul
muso lo perdetti perché si lacerò prima che potessi recuperarlo! Da come si può
dedurre le chances di cattura si affidano soprattutto all’arma che nello
specifico deve possedere una gittata straordinaria. Alcuni specialisti impiegano
lunghi arbalete con doppia coppia di gomme in grado di scagliare frecce a oltre
5, 6 metri di distanza! Il dotto non è un pesce arduo da trapassare perché sia
la pelle che la carne bianca sono morbidi. Il problema nasce per la forma del
corpo, allungata e stretta, unita al fatto che si profila dinanzi al subacqueo
quasi sempre di muso, a una distanza esagerata, offrendo un bersaglio ridotto e
impegnativo. Una tecnica valida è quella di arretrare lentamente e sfruttare al
massimo la curiosità del serranide. Il fucile sarà posizionato in direzione
dell’animale e si conterà sul fatto sorpresa: appena entrerà nel raggio
d’azione dell’arma si scoccherà il colpo. Il dotto ha la mandibola
inferiore allungata rispetto a quella superiore: non bisogna lasciarsi trarre in
inganno dal muso ma mirare un po più in alto in maniera da centrarlo sul
testone anche se tenterà di girarsi repentinamente. Ci sono situazioni in cui
il dotto, come un sommergibile, avanza leggermente inclinato verso l’alto.
Mirate e sparate con l’obiettivo di prenderlo sulla testa o appena dietro: è
un ottimo punto che permette di recuperarlo anche forzandolo subito dopo che è
stato beccato, cercando di staccarlo dal fondo.
| L’Orata. I pesci con una grande superficie corporea, piatta, sono l’ideale come bersaglio. L’orata è uno di questi animali su cui è difficile compiere degli errori di valutazione e di mira. La questione da non sottovalutare resta sempre quella di portare un tiro preciso e il più possibile letale per impedire che la preda metta in atto un tentativo di fuga. L’orata ha un testone immenso, statuario, e un colpo inferto su tutta l’area del capo crea un grosso shock. La maggioranza dei tiri avvengono al libero con pesci sorpresi in parete mentre si alimentano, intercettati all’agguato mentre si spostano lungo le scogliere, scoperti in coda ad un branco di dentici. Il tiro è generalmente mirato anche se il tempo per allineare il fucile e fare fuoco può essere breve in quanto si potrebbe vedere spuntare lo sparide all’improvviso, dietro una cresta di roccia. Un altro punto di ottima tenuta è il centro corpo, intuitivo da porre in mira quando c’è poco tempo per ragionare. La perdita dell’orata, soprattutto se questa è di grosse dimensioni (ricordo che l’orata può superare i dieci chili di peso), si realizza se il tiro è indirizzato dietro la testa o troppo basso o troppo alto. | ![]() |
La reazione
dell’orata ferita è rabbiosa, veemente: si può creare delle lacerazioni
spaventose, disarpionarsi e fuggire. Riferendosi ad orate che si accompagnano a
dentici o che provengono dall’acqua libera bisogna considerare che la fucilata
può essere molto complicata sia perché il pesce è estremamente diffidente,
quindi si avvicina con estrema circospezione e solitamente a grande distanza dal
subacqueo appostato, sia perché giunge nello specchio di tiro da una posizione
elevata inclinando gli occhi per scrutare l’apneista appostato. Il tiro
portato dal basso verso l’alto non è facile, si rischia spesso di sparare
malamente e di mancare clamorosamente la preda che tende a non porsi di fianco
ma a sfilare dritta. Personalmente ho maturato diverse padelle in queste
condizioni e ora cerco di tirare solo con l’orata molto vicina mirando il
sottogola per colpirla sul capo. Esiste anche la possibilità di scoprire le
orate in tana: in questo frangente c’è solo da augurarsi di trovarle perché
lo sparide resta fermo anche se vede la testa del sub! L’arma da adoperare
all’agguato privilegia la facilità di brandeggio, quella da impiegare al
libero deve essere lunga, precisa e dall’ottima gittata.
La
Ricciola.
Nel capitolo della ricciola considero anche i pelagici come la leccia o i
tunnidi in generale. Sparare a un enorme pescione è il sogno di tutti i
pescatori subacquei. Chi ha provato l’emozione di catturare una leccia o una
ricciola oltre i 15/20 chili serba per tutta la vita le immagini
dell’avvenimento. Il denominatore comune di tutti i pelagici è la potenza
della fuga che nel caso del tonno raggiunge livelli incredibili. Nel tiro alla
ricciola, ad esempio, si deve considerare che il colpo difficilmente risulterà
letale per cui deve possedere il requisito primario di passare da parte a parte
la spessa corporatura del pesce. Anche una leccia che sbuca all’improvviso nel
bassofondo richiede un’attrezzatura efficiente in tal senso. Un pelagico
trapassato da un’asta con una punta acuminata, un sistema di alette ben
collaudato in fatto di robustezza consentirà di affrontare il combattimento con
una certa dose di sicurezza anche nel caso pesi svariate decine di chili. Come
sparare ad un pelagico? L’unica possibilità razionale di effettuare un tiro
letale è quella di colpire il pesce in caduta, sulla sommità del capo. Di
fianco è difficilissimo uccidere istantaneamente un pelagico perché il
cervello è abbastanza piccolo e difficilmente raggiungibile se non dal basso o
dall’alto. Se si ha la fortuna di trovare una ricciola sopra una rimonta ci si
tuffa sulla verticale e si punterà esattamente il cervello, posto sopra gli
occhi. Un errore di qualche centimetro farà si che il pelagico non resterà
fulminato ma inizierà una fuga potente. Nella mia esperienza non ho mai ucciso
al primo colpo una ricciola in caduta; ci sono riuscito all’aspetto,
indirizzando una pesante asta da 9 mm sul muso, esattamente dentro l’occhio,
di un bestione di una cinquantina di chili. I pelagici si sparano normalmente di
fianco e il bersaglio non è certamente di quelli difficili. Si mira la linea
laterale, l’attaccatura della pinnetta laterale oppure il troncone di coda nel
caso si voglia ridurre di molto la capacità di nuotare. Si attende che il pesce
riduca le distanze sino a quando ipotizziamo che la nostra arma sia in grado di
offendere, e si preme il grilletto contrastando per bene l’azione di rinculo a
braccio fermo. L’asta dovrà risultare di massa adeguata, non presentare punti
di potenziale rottura, il sistema di collegamento con il tramite di sagola
proveniente dal mulinello dovrà essere collaudato. Naturalmente per non temere
l’incontro con pesci di dimensioni ciclopiche si dovranno battere le secche i
capi a strapiombo, le rimonte dove si sa che girano ricciole e tonni con un
fucile subacqueo lungo e potentissimo, dotato di asta pesante, e una scorta
abbondante di filo raccolta nella bobina del mulinello.
Il
Sarago. La
famiglia dei saraghi è quella che richiede le situazioni di tiro più varie, in
tana, in caduta, all’agguato, al libero, in poca acqua, in profondità.
Generalmente il bersaglio offerto dal suo corpo piatto non è considerato
impegnativo salvo le occasioni in cui sfila in strettissimi spacchi e offre solo
il profilo di taglio, spesso pochi centimetri. Un’altra situazione delicata si
attua in parete quando il sarago si rivela una saetta nel scappare verso il
largo. In tutte le altre occasioni, al libero o in tana gli sparidi si
presentano al pescatore offrendo il fianco argenteo. Quasi tutti gli agonisti
sparano ai saraghi intanati con fiocine a quattro e cinque punte montati su
fucili ad aria o a propulsione elastica corti. Occorre grande maneggevolezza per
battere i meandri dove si rifugiano i saraghi e anche nel caso si trovino in un
taglio “facile” la fiocina permette di arrestare subito i pinnuti e di
puntare le prede con estrema velocità. La carne e la pelle del sarago sono
tenaci, compatte, non creano praticamente problemi anche se i pesci non
risultano colpiti esattamente a centro corpo. Il tiro al libero è in grado di
dare grosse soddisfazioni venatorie anche perché si spara generalmente a
esemplari di dimensioni generose. Quando si insidiano padelloni da chilo si
mettono in campo parecchie energie perché non è facile prendere saraghi in
questo modo. Il tiro sarà quasi sempre effettuato a fine apnea, il bersaglio
apparirà talvolta solo di muso, e per pochi istanti, oppure di piatto ma mai a
distanza troppo ravvicinata. L’arma dovrà risultare lunga e con una gittata
considerevole in modo da trarre in inganno i saragoni più scaltri e diffidenti.
Si mira a centro corpo ma capiterà di cucire pesci anche sparati di muso perché
il sarago è rapido nel voltarsi. Anche in caduta si usano fucili lunghi perché
si cerca di anticipare il colpo su pesci pronti a defilarsi alla captazione del
pericolo.
testo di Emanuele Zara