LA CORVINA LUNGO LE COSTE ITALIANE

Nell’analisi delle prede catturate nelle varie regioni non poteva mancare all’appello la corvina, un pesce ambito da parecchi pescatori in apnea soprattutto per la difficoltà che presenta nell’individuazione, nell’avvicinamento, nell’eccezionale rapidità con cui riesce a scansare l’arpione. La presenza di questo elegantissimo pinnuto, dalle carni bianche altrettanto delicate e fini come peculiarità organolettiche, è abbastanza limitata nel senso che non tutte le aree del Mediterraneo possono vantare una colonizzazione corposa ed estesa. Restano comunque zone del nostro paese in cui è possibile vedere spettacoli di decine e decine di corvine sospese davanti ad uno spacco nel granito, o assistere alle manovre tattiche che alcuni esemplari di mole mettono in atto per scomparire furtivi tra i meandri inviolabili di una frana. La corvina ama socializzare e di norma si raggruppa in famigliole ben nutrite però con il passare degli anni questa abitudine ancestrale si è adattata alle mutate variazioni ambientali e ora gli sciami di pesci scelgono preferibilmente tane tranquille, situate sempre più in profondità e maggiormente protette dai clamori di superficie. I campioni selezionati per descrivere l’approccio con la corvina nelle proprie realtà territoriali sono personaggi famosi nell’ambiente agonistico e il breve colloquio con ognuno di loro è stata una vera e propria immersione nella passione più sconfinata! Renzo Mazzarri, il mito, mi ha raccontato la sua esperienza di pesca alla corvina nell’arcipelago Toscano svelandomi che i professionisti locali hanno inventato un micidiale sistema di reti per catturarne a decine (e pensare che la corvina sino a questa notizia era considerata una preda esclusiva del pescatore subacqueo…), e un aneddoto personale che svela il peso massimo che le corvine catturate con il fucile possono raggiungere. Riccardo Molteni, uno dei profondisti più bravi e competenti che il mondo della pesca subacquea sportiva internazionale ha conosciuto continua a scendere a quote abissali nella sua Sicilia godendo di spettacoli che lasciano senza fiato con voli di centinaia di corvine che giocano sopra delle magiche lastre isolate nell’alga. Silvano Agostini, sui campi di gara da moltissimi anni e a livelli costantemente alti pesca le corvine prevalentemente nel grotto della sua Liguria notando che in certe situazioni ambientali e stagionali il branco di corvine si associa a quello dei dentici in un carosello …da far perdere i lumi della ragione. Bruno De Silvestri è il più giovane del gruppetto di agguerriti pescatori ma la sua classe sopraffina è riconosciuta da tutti e anche le compagini straniere ne hanno un religioso timore; i voli di corvine visibili in Sardegna sono ancora numerosi e nelle stagioni intermedie è addirittura possibile sorprendere in pochissima acqua.

Con queste effervescenti premesse iniziamo il viaggio nel fantastico mondo della corvina…  

nomi regionali corvina (Corvina nigra - Sciaena umbra). Nelle mie ricerche bibliografiche sulla terminologia con cui viene denominata la corvina non ho riscontrato che pochi termini dialettali propri e tipici di una determinata regione. La motivazione è facile da intuirsi: la corvina non è una preda classica e molto comune tra i pescatori professionisti, e in molti casi è considerata la “brutta copia” della più nobile ombrina. 

Su un antico testo ho scoperto che l’unico sistema per allamarne qualche individuo consisteva in una prima fase, l’avvistamento diretto, cioè l’esplorazione dalla superficie del mare tramite il bugliolo (lo specchio d’acqua) mentre la seconda prevedeva di calare la lenza esattamente davanti alla bocca dei pesci. Bisognava che le condizioni meteo marine fossero calme, la trasparenza dell’acqua ottimale, e che la corvina abboccasse all’amo confezionato con un granchietto privo di zampe, chele e guscio oppure con un gamberetto di scoglio. Ora da come mi ha riferito Renzo Mazzarri, è stato trovato l’inghippo tramite le famigerate reti a vela…

Il termine volgare più comune per definire la corvina in quasi tutte le regioni, e anche tra i pescatori in apnea, è corvo, più raramente, ombrina di scoglio (la vera ombrina, Umbrina cirrosa, appartiene sempre alla famiglia degli Scienidi, ha una corporatura simile, ma possiede una diversa livrea, è molto più rara rispetto alla corvina, si considera più pregiata come carni, vive quasi esclusivamente su sabbia, può raggiungere pesi di oltre 10 chilogrammi e dimensioni in lunghezza di oltre 100 cm). Il colore della schiena tendente al bruno scuro con riflessi bronzei man mano che si procede verso i fianchi dà perfettamente l’idea dell’appellativo popolare. 

In Liguria, nel Genovese, la corvina è chiamata, per l’appunto, “cröu”; nel sud e in altre regioni d’Italia ho reperito i seguenti termini dialettali generici: corbagliu, corbagliunu, corbel de sasso, corbo da aspreo, corbo de sasso, corvina di scoglio, corvina locca, corvo reale, corvu pisci, courb, courbo, cuerve, cuervu, curviellu, cuorb, cuorve de mare, cuovoro, curbaghiu, curbeddu, curveddi, curveddu neru, curviello, ombra, ombrela o ombrella, ombrina bastarda, ombrina corvina, ombrina di castro, ombrina locca.  

 

Suoni emessi dalle corvine. Gli otoliti. Una caratteristica tipica della corvina, e in generale della famiglia degli Scienidi, è quella di essere dei pesci “chiacchieroni”, in quanto comunicano con gli altri elementi del gruppo tramite dei suoni. Chiunque  possieda una discreta esperienza di pesca subacquea alla corvina sa che quando si sente un rumore singolare, simile a un ticchettio frequente e avvertibile anche a discreta distanza, si è quasi certi che sotto a qualche pietra del fondo si nascondono questi pesci. A tale proposito mi viene in mente l’incredibile fondale antistante a Maratea, in Basilicata: in una caduta strutturata da roccia strettamente fessurata e ricoperta dall’alga appena si compie un volo di planata a qualche metro dal fondo si avverte chiaramente l’eco di decine e decine di forti richiami sonori. Un bravo pescatore in apnea locale, Biagino, mi ha confessato che le corvine in quel posto sono probabilmente presenti in centinaia di esemplari che però non si vedono quasi mai in acqua libera, a parte rarissime eccezioni. Risultano intanate così profondamente nei tagli verticali e nelle camere che si aprono sotto che si può solo intuire il numero dei pesci, segnalato puntualmente da una miriade di ticchettii...

Gli Otoliti. Il rumore proveniente dalla corvina non è, con tutta probabilità e come si ipotizza frequentemente nel nostro ambiente di pescatori, prodotto da due piastrine ossee biancastre situate all’interno della teca cranica, i famosi otoliti. Essi non sono appaiati ma risultano disposti ai lati del cervello, uno a destra e uno a sinistra, e anatomicamente non ci sono muscolature atte a mettere in contatto e a far “suonare” i due elementi. La fonte del rumore potrebbe essere causato molto più semplicemente dalla contrazione dei muscoli faringei o dalla vescica natatoria. Ho ascoltato, in merito, il parere di un insigne biologo marino, A.Mojetta. - Come avviene in tutti i pesci, gli otoliti sono strutture solide, dure, che si trovano nell'orecchio interno dei pesci e sono circondati da cellule sensibili alle variazioni di pressione. Proprio come avviene nell'uomo, l'azione degli otoliti su un gruppo di cellule o un altro provoca l'emissione di segnali nervosi che consentono al pesce di capire in che posizione si trova. Praticamente sono una componete delle strutture anatomiche che determinano l'equilibrio di un essere vivente. Quanto alla loro struttura, gli otoliti sono composti da calcare e sostanze simili e si accrescono progressivamente con ritmi abbastanza regolari esattamente come avviene nelle scaglie dei pesci. Non è un caso, dunque, che anche gli otoliti vengano utilizzati per determinare l'età e la velocità di crescita dei pesci. Inoltre negli otoliti possono restare imprigionate sostanze presenti nelle acque circostanti tanto da permettere di ricostruire con tecnologie abbastanza sofisticate gli spostamenti dei pesci e le masse d'acqua in cui essi hanno soggiornato.-

La dimensione degli otoliti, quindi, varia a seconda della corporatura della preda (con corvine attorno al chilo di peso sono grandi pressappoco come un’unghia di un pollice) e se si ha la costanza di prelevarli dopo che si è cucinato il pesce, si può ipotizzare di far confezionare dal proprio orefice una collanina o più semplicemente due orecchini assolutamente originali e unici da regalare alla propria compagna.

 

Nella tua regione quali sono le differenze di habitat della corvina?  

Renzo Mazzarri. Nell’arcipelago toscano ci sono varie conformazioni rocciose e la corvina le abita entrambe ma a secondo dei posti che frequenta presenta delle grandi differenze riguardo la difficoltà di cattura. Nell’arenaria mista a posidonia, un tipo di fondo che possiedono i Banchi di Mezzo Canale o l’interdetta isola di Pianosa, per fare un semplice esempio, sono quelli più favorevoli alla pesca della corvina perché fanno lastroni e tagli facili da esplorare. La corvina ama l’alga, sceglie e vive a contatto con le distese di posidonia o le tane sempre in prossimità di queste. In altre realtà come l’Elba, il Giglio le corvine scelgono come habitat privilegiato direttamente la franata. In questo fondale caotico e zeppo di mille passaggi le vedi sopra i massi ma sono molto più difficili da prendere. E poi, secondo me se in territorio manca la posidonia le corvine sono presenti in minor numero. Riguardo la rarefazione delle corvine ho un’interessante rivelazione da fare. Qui all’Elba ma penso che il sistema si stia diffondendo anche ad altre marine, i professionisti stanno adoperando delle reti con “la vela”. Si tratta di tramagli appositi composti da un tratto di rete a maglia larga alta un metro e mezzo, due; sopra di queste c’è un altro spezzone a maglie più fini, la cosiddetta vela, che spaventa i pesci e li costringe a immagliarsi nel tratto di rete sottostante: in primavera questo stratagemma compie un’ecatombe di corvine. All’Elba un itinerario buono per i pescatori in apnea potrebbe essere una visita a Capo S. Andrea che resta una bella zona per corvine, come anche Punta Fetovaia, Capo Stella, qui dove vivo io, che ancora qualche bella tana di corvine a quote comprese tra i 20 e i 30 metri di fondo la presenta.

Silvano Agostini. L’habitat dove riusciamo a trovare il maggior numero di corvine in assoluto, in Liguria, è il grotto, situato in prevalenza davanti alla costa genovese. Da Bogliasco sino quasi al porto di Genova si trova questo tipo di fondale chiamato zina. La zina non è altro che la piattaforma continentale che crolla: dalla profondità di 8/10 metri sino ai 22/23 c’è questa conformazione calcarea poi si incontra il ciglio che cade nel fango. Il grotto fa zone più o meno spaccate, più o meno alte, più o meno ricche di vita. Un aspetto singolare e curioso è che le macchie in cui sono presenti le migliori tane di corvine sono situate in prossimità di sbocchi d’acqua dolce. Comunque capita anche di osservare interi branchi di corvine, nei soliti punti, rifugiate nella posidonia, nella sola alga senza una pietra limitrofa: è risaputo che amano molto nascondersi tra gli steli. A levante, verso Spezia la corvina abita zone diverse anche perché di grotto non c’è n’è molto e la costa è molto più scoscesa, molto più profonda. 

 

Le troviamo su franatine, sul lungo costa roccioso caduto in mare e tutti i pescatori in apnea liguri ne conoscono l’ubicazione. Le corvine di Punta Manara, di Moneglia, di Levanto sono alla base della franata, le corvine di Bonassola abitano una spaccatura nella roccia, non ci sono corvi nel grotto. Per dovere di cronaca ti dico che le corvine ci sono anche attorno alle isole del Tino, Tinetto e Palmaria: sulla parete si trovano dei tagli e ogni tanto si prende qualche corvina così come in una specie di grotto davanti a Grotta azzurra. Però da questa primavera non si potrà più pescare in queste zone perché entrano a far parte dell’ennesima area marina protetta. A Ponente bisogna cercarle davanti a Vado Ligure: hanno depositato sul fondo dei detriti e ci abitano i corvi. Altri punti topici si trovano sulla secca omonima davanti a S.Stefano a Mare nell’Imperiese, oppure fuori a Capo Nero che fa un ottimo grotto e dove conosco due belle tane di corvine; un’altra area da esplorare con varie secche e relitti è situata verso il confine con la Francia, in località la Mortola.

Bruno De Silvestri. In Sardegna non c’è una separazione netta tra le zone a prevalenza di granito e quelle caratterizzate da lastre di calcare o grotto. Da noi il fondale è misto, variegato: in Gallura c’è più granito, come a capo Testa o le isole dell’arcipelago della Maddalena ma ci sono località della stessa provincia, come l’Isola Rossa, che hanno un fondale ricco di grotto. Davanti a Costa Paradiso nei primi metri si incontra il granito poi si trova il grotto, e tantissime corvine. Tutta la costa occidentale ha parecchi posti buoni per la pesca della corvina: da Stintino ad Alghero, da Bosa ad Oristano, dalla Costa Verde sino alle isole di S.Pietro e S.Antioco, il golfo di Cagliari, la zona di Arbatax, Orosei, l’Olbiese. La corvina in Sardegna c’è dappertutto ma le zone in cui risulta più facile prenderle sono quelle di lastre di calcare (le famose “autostrade” bianche, le beach rock) o dei tagli del granito per via delle tane regolari che formano questi substrati. In frana o nel grotto c’è ne sono molte di più ma non è certamente facile pescarle: è per questo che se ne trovano sempre, anche in inverno.

Riccardo Molteni. Nelle zone meridionali della Sicilia c’è il problema della torbidità dell’acqua che di fatto non consente di andare in acqua con una certa frequenza. Il fondale è bello, c’è tufo, grotto alto e fessurato, distese di posidonia, un habitat  eccellente per la corvina ma di fatto il pesce è mobile, si sposta molto e risulta difficile impostare una battuta selettiva. La zona più interessante per il pesce bianco è sempre il versante occidentale: dal Trapanese fino alla zona fuori Mazara Del Vallo, tutta l’estremità occidentale della Sicilia. Queste zone che si estendono verso il largo presentano un fondo calcareo fessurato con lastroni ed è possibile, quando le condizioni meteo marine lo permettono, trovare ancora delle tane zeppe di corvine. Continuando nell’ipotetico itinerario, procedendo in senso antiorario, tutta la costa nord non è molto interessante. Escluderei da questo giudizio il fondale di Terrasini dove in alcune piccole aree si trovano ancora branchi di corvine soprattutto in certi periodi dell’anno come la tarda primavera. Ci spostiamo sulle isole Eolie, e al cospetto delle grandi franate di ponente di Alicudi, Punta Valle La Spina di Salina, il canale tra Strombolicchio e terra di Stromboli capita di trovare degli spettacoli strepitosi con cinquanta, cento corvine sollevate a qualche metro dalle frane ma è molto difficile prelevare più di uno o due esemplari per zona. Il momento magico è quello di maggio, giugno poi cresce la pressione antropica e le corvine si fanno vedere molto di meno in giro perché non hanno ancora sviluppato il talento della convivenza…

Che comportamento possiede la corvina a secondo del periodo stagionale?

Renzo Mazzarri. A maggio le corvine fanno le uova. Si raggruppano insieme nelle tane e le vedi meno veloci, con il ventre rigonfio, purtroppo anche più facili da pescare. Nel periodo estivo da noi se ne trovano abbastanza poche, non ne conosco esattamente il motivo, mentre il periodo più bello entra con i mesi di ottobre e novembre. In autunno le corvine si possono pescare a quote più abbordabili e infatti quando si organizzano delle gare escono delle corvine di ottimo peso che in estate non vedi praticamente mai.

Silvano Agostini. A maggio e giugno entrano pesci molto grandi, esemplari sino a un chilo e sette, un chilo e otto, qualche corvo si riconosce addirittura di anno in anno perché sul corpo rivela i chiari segni di precedenti fucilate. Sono pesci che regolarmente coabitano il sottocosta poi però si trasferiscono verso zone più fonde situate a 35/40 metri di quota probabilmente in piena alga. Gli esemplari “migratori” sono pieni di uova e nel loro tragitto si portano appresso altre corvine più piccole, uno sciame di pesci. Il loro comportamento è abbastanza tranquillo nel senso che se ci passa un subacqueo sopra si intanano ma dopo un paio d’ore si vedono i corvi di nuovo tutti fuori. In estate devi uscire all’alba perché durante il giorno non le scorgi più e diventano “isteriche”: al massimo fuori tana trovo solo le corvine più piccole. In inverno capita di sorprendere ancora qualche corvina ma si tratta di esemplari, anche corpulenti, che stanno infilati nelle loro tane e non hanno la propensione di farsi vedere molto all’esterno.

Bruno De Silvestri. In Sardegna la corvina è pescabile tutto l’anno con una riduzione delle quote operative durante l’inverno. Da dicembre a tutto marzo, infatti, le corvine si trovano vicino alla costa anche in acqua molto bassa. Ci sono tane che si ripopolano in pieno inverno: può addirittura capitare un posto ottimo in un metro e mezzo d’acqua. Probabilmente si avvicinano per la riproduzione come i saraghi e le spigole. Non si vedono branchi numerosi fuori in vela mentre d’estate è più facile trovarle fuori tana in ammassi numericamente consistenti. Sembra tutto programmato dalla natura: d’inverno non sei al massimo come forma fisica e le corvine stanno in basso fondo, d’estate il mare è trasparente, calmo i pesci sprofondano ma gli atleti hanno più apnea, più capacità psicofisiche, più allenamento.

Riccardo Molteni. In Sicilia il periodo in cui risultano maggiormente imbrancate va da metà primavera fino all’inizio dell’estate. In questi mesi le corvine sono piuttosto tranquille, riunite in folti gruppi, e si vedono mentre sollevate di un metro dal fondo sciamano sulle orlate, sulle quattro pietre scelte come rifugio. Quindici, venti pesci che nuotano molto lentamente intorno alla zona che rappresenta l’habitat di residenza. E’ un comportamento gregario, si notano prevalentemente in acqua libera. Man mano che la stagione va verso l’estate la condotta delle corvine muta progressivamente e si fa più sospettoso, i branchi si assottigliano di numero e compaiono esemplari isolati, coppie di pesci. Questo processo ha due cause: è terminata la riproduzione ed è iniziato il disturbo indotto dalle molteplici attività umane. D’inverno si tende a fare un altro tipo di pesca e quindi si tende a vederne di meno ma non sono affatto scomparse. Nelle giornate di alta pressione e temperatura mite, se si ha la costanza di battere il medio fondale, intorno alla batimetria di 15/18 metri, si prendono anche grandi esemplari di corvine, pesci oltre i due chili, magari in posti che d’estate non si degnano di attenzione.

Dove vai a cercarle preferibilmente?

Renzo Mazzarri. Se esco con la precisa intenzione di prendere delle corvine esploro innanzi tutto le cosiddette tane madri, quelle conosciute e dove ogni anno ci trovo i pesci. Nel caso affronti una zona nuova mi indirizzo alla ricerca di pietre immerse nella posidonia, meglio se lastre isolate. In autunno e fino a dicembre inoltrato le cerco dai dieci ai venti metri di fondo, a fine primavera e per tutta l’estate a batimetriche molto più profonde.

Silvano Agostini. Ho già detto poc’anzi che in Liguria le tane buone che fanno corvine sono le solite. Davanti a casa mia c’è il grotto ed è qui che si riescono a fare ancora le più belle catture. Naturalmente non è facile pescare nel grotto ma chi ci è nato fa di necessità virtù. Dovessi privilegiare un punto rispetto ad un altro dove pescare i corvi direi una bella macchia di grotto a stretto contatto con un folto banco di posidonie.

Bruno De Silvestri. Il posto migliore è una zona di rocce tra le alghe. La corvina cerca sicuramente parte della sua alimentazione tra le alghe, e se un pescatore ha la possibilità di rintracciare un posto roccioso isolato in una prateria di posidonie ha le chances migliori. La cattura sotto una lastra di calcare o di granito è più facile rispetto al grotto che non ha una sequenza di tagli regolari e il pesce ha la facoltà di sparire tra una moltitudine di buchetti.

Riccardo Molteni. In una specifica situazione, non nel novero di un’intera giornata di pesca, il miglior posto per prendere le corvine è sicuramente il mitico, il sognato, l’idealizzato lastrone in mezzo all’alga. Se si trova un posto simile abitato si è certi di non dimenticarselo facilmente. Se invece si vogliono suddividere le catture su un fondale più ampio, la costa sud, nel periodo in cui si trova l’acqua pulita, sa regalare delle stupende pescate in un fondale di grotto molto traforato e coperto dalla posidonia ma si tratta di prendere pesci assai mobili.

Quali sono le condizioni meteo marine migliori per incontrare corvine?  

Renzo Mazzarri. Non credo che ci siano condizioni di tempo migliori di altre riguardo lo specifico caso della corvina. Nel bassofondo quando il mare è mosso le corvine stanno riparate in fondo alle tane ma non appena l’effetto dell’onda non si avverte i pesci tornano a essere quelli di sempre, sia che il mare risulti calmo o agitato. Naturalmente se l’acqua è torbida si fa più fatica a individuare il branco o il  singolo esemplare che passa da una pietra all’altra ma è una condizione negativa per il pescatore non per i corvi. Anche quando si effettuano lunghe ricerche a mezz’acqua è preferibile che il mare non sia troppo agitato più che altro per ottimizzare i tuffi e rendere più facile l’azione del barcaiolo d’appoggio.

Silvano Agostini. L’entrata di scirocco. Il giorno prima ascolti la previsione del tempo e sai che sta arrivando la perturbazione atlantica. Si crea prima la corrente di scirocco poi arriva il vento. Riscontri facilmente questa situazione di variabilità imminente perché entra qualche ondina premonitrice, entra lo scirocco ma non c’è ancora mare mosso (in ligure l’ondina che sale schiumando sul bagnasciuga si chiama “stiassa” e i vecchietti dicono “ü l’ariva, duman a l’è bruttu” ). La stiassa intorbidisce subito l’acqua e poco più al largo si rileva un taglio netto, blu. E’ corrente buona, corrente pulita che viene da fuori. Questo in Liguria è un momento magico per la pesca della corvina: le trovi fuori, con il muso rivolto verso la corrente.

Bruno De Silvestri. La corvina è un pesce scuro che ama mimetizzarsi tra le alghe. Sicuramente le condizioni migliori per individuarla sono l’acqua pulita e il sole alto. Se si pesca in penombra o con condizioni di luminosità scarsa diventa un’impresa riuscire a scovarle. In inverno la posidonia è rarefatta, ha perso le foglie e la corvina si nasconde ugualmente tra gli steli ma non sa che in queste condizioni di “nudità” è assai più vulnerabile.  

Riccardo Molteni. Non c’è a mio giudizio una situazione ottimale perché la corvina è un pesce di fondo, non è molto condizionato dal moto ondoso. A me è successo di catturare corvine con mare perfettamente calmo e di prenderle in altre occasioni con mare molto formato. Invece una differenza l’ho notata quando da noi è presente il taglio freddo: è difficile localizzare i branchi di corvine tranquilli se il termoclino è particolarmente intenso come sbalzo termico. In primavera l’acqua è generalmente più fredda ma paradossalmente più omogenea e da metà aprile ai primi di giugno, se si possiede la capacità di immergersi a certe quote è facile godersi dei veri e propri spettacoli.  

Quali sono le tecniche elettive per la cattura della corvina?

Renzo Mazzarri. Prima di parlare di tecnica pura desidero affermare che per pescare le corvine occorre un grandissimo colpo d’occhio. Al di là dell’istinto innato, del bagaglio d’esperienza personale, delle doti apneistiche, dell’attrezzatura specifica, eccetera occorre una sensibilità particolare nell’osservazione dell’ambiente. E’ un dato fondamentale per la ricerca di questo scienide. Molto spesso le corvine escono a mangiare con carenza di luce, o all’alba o al crepuscolo, per cui stanno nei coni d’ombra, all’inizio delle spaccature, in posti dove risultano difficilmente visibili. A questa abitudine si associa una livrea scura, bronzea che le rende quali invisibili dalla superficie o quando sono nascoste e sospese dietro un orletto. Sott’acqua bisogna scovarle con un colpo d’occhio speciale. Io quasi sempre faccio dei voli di planata silenziosissimi a poca distanza dal fondo cercando di proiettare lo sguardo ai limite dell’orizzonte. In altre occasioni, ad esempio quando si sente lo schiocco dei pesci, si può fare un aspetto sull’alga, a breve distanza dall’eventuale e prevista tana di roccia ma nel complesso è più redditizio effettuare un buona visione di sorvolo impiegando un occhio attentissimo ad ogni piccola sfumatura. Nel caso conosca bene una zona e so che c’è un sasso buono, o un branco negli immediati paraggi, posso compiere un breve agguato sul fondo, o anche una posta, e arrivare strisciando in prossimità dei pesci o attendere che qualche esemplare giunga spontaneamente davanti al fucile. Con le corvine fuori tana cerco di fare sempre un’operazione chirurgica prelevando gli esemplari prima che scompaiono nei loro buchi soprattutto perché a me da un’enorme soddisfazione il tiro al libero, sia portato all’aspetto, in caduta o all’agguato. Poi esiste un problema concreto e cioè che non si sa mai com’è fatta esattamente la tana in cui si andranno a nascondere: ci sono confermazioni rocciose dove succede di catturare anche due o tre corvine di seguito ma esistono dei rifugi difficilissimi, sempre bui o dove filtra pochissima luce, magari con prima camera e poi il fatidico angolo, in cui una volta entrati i pesci è impossibile intercettarli.

Silvano Agostini. Quando parto da terra riesco a trovare i branchi di corvi facendo una caduta seguita da un aspetto. Da determinate direzioni mi arrivano i saraghi, io ne seguo il percorso e regolarmente, sotto alla palla di saragoni vedo le corvine. Tra l’altro queste tane madri di corvine determinano il punto di raduno dei branchi di dentici in entrata. A fine giugno, inizio luglio per ogni tana di corvi ci trovo i dentici. Non so se sono attirati dal rumore che le corvine emettono o da un ambiente estremamente favorevole sta di fatto che se voglio prendere un dentice compio un aspetto nelle strette vicinanze di uno spacco di corvi. Le corvine sono sensibili all’aspetto e a me capita di attendere fuori dai buchi e scorgere il musetto con le labbra bianche che sta sull’uscio. Quando c’è l’entrata di scirocco preparo il tuffo sopra corrente poi effettuo una caduta e mi fermo ad una decina di metri dai pesci: mi fermo all’aspetto e le corvine solitamente mi puntano come razzi oppure guadagno alcuni metri all’agguato e il risultato è identico perché riesco ad avvicinare i pesci prima che s’imbuchino. A me non piace “disfare” le tane di corvi preferisco di gran lunga prelevarle esclusivamente in acqua libera. La pesca in tana la effettuo in pratica soltanto in gara.

Bruno De Silvestri. Bisogna veder se si conosce già la tana o se si scopre un posto nuovo. A me piace molto pescare a scorrere, cercare sempre fondali diversi quindi la tecnica che adotto è il volo raso fondo poi se le vedo fuori cerco di planarci sopra in caduta oppure di sorprenderle con un agguato o una breve posta davanti all’ingresso. La regola generale, non esistono di specifiche, dovrebbe essere che in tana si entra il più tardi possibile. Se invece batto una zona in cui so dove solitamente stanno le corvine il discorso è differente. La corvina è simile alla cernia: frequenta sempre lo stesso angolo della tana, si dispone nella stessa maniera, dopo un colpo si rifugia in una determinata parte del suo buco. Pescare sopra una tana conosciuta ripropone sempre lo stesso, consolidato approccio. Insidiare le corvine all’aspetto è a mio avviso una procedura un po legata all’incontro fortuito nel senso che si aspettava il sarago o il dentice e spunta a tiro una bella corvina. Non è che le corvine non siano attirate dall’aspetto però la tecnica d’elezione privilegiata non è questa. Per la pesca alla corvina occorre essere adattabili e mobili alle varie situazioni che si presentano di volta in volta. Secondo me il metodo migliore è l’agguato e soprattutto la pesca in tana. Se si ha la fortuna di catturare un paio di esemplari fuori va bene ma poi le corvine scelgono inevitabilmente la tana, il loro luogo privilegiato. Quando mi trovo davanti ad uno spacco cerco di non accendere subito la pila ma di scrutare l’interno con l’intenzione di individuare le prime senza spaventarle tutte. Pesco quasi esclusivamente con la fiocina che mi permette di non far sbattere il pesce e di lavorare per estrarlo, se incastrato dietro uno sperone o in un avvallo di roccia, in mille modi, al contrario della tahitiana.

Riccardo Molteni. Se vai a pescare corvine in una zona di lastroni e sai che ci sono perché conosci bene l’itinerario allora l’ispezione sistematica delle fessure, degli angoli, dei controluce lunghi con un fuciletto corto è la tecnica che paga maggiormente. Laddove invece non ci sia questo habitat ma ci si trovi davanti a grandi massi, a delle orlate di secche coperte da posidonia con pietre appoggiate alla base, nel periodo di fine primavera, conviene scorrere il fondo da molto vicino, per una decina, una quindicina di metri, scrutando la sommità delle rocce, la linea dell’orizzonte sino dove è possibile, e fin dove la visibilità dell’acqua lo permette; capita di vedere così le corvine sollevate dal profilo dei sassi. A questo punto si possono effettuare due tipi di approccio: tentare il tiro fuori tana con un accostamento molto progressivo, una sorta di agguato, che quasi sempre favorisce una buona conclusione anche perché le corvine di questo periodo non sono molto allarmate e possiedono un indole abbastanza curiosa. Normalmente dopo la prima fucilata il branco si disperde e si allarga verso i sassi circostanti. Se si impugna ancora il fucile medio lungo e non c’è la possibilità di intercambiarlo con un’arma da tana per visionare i vari pertugi si può tentare di fare degli aspetti traguardando i passaggi tra un masso e l’altro: a volte s’intercettano i pesci che si spostano appunto da una pietra all’altra.

La tua attrezzatura dedicata alla corvina?

Renzo Mazzarri. Cambia ovviamente a secondo del periodo stagionale. Parlando espressamente di fucili, da giugno sino a novembre, il fucile più corto che impugno è un 100, raramente effettuo qualche colpo anche con il 90, e pesco frequentemente con lunghezze ancora superiori cioè con arbalete 110 o 115. Ribadisco che mi diverto assai di più a sparare una corvina al libero piuttosto che in tana, lo trovo assai più sportivo. In autunno esco in mare con un fucile universale, un classico 90. Tutti i miei Comanche sono equipaggiati con gomme da 16 mm e asta da 6.5 mm. Riguardo alla muta consideriamo che in mare io sono un po “una bestia” nel senso che non so cosa siano i guanti, ne in estate ne in inverno, tollero bene il freddo. Pochi giorni fa, a metà dicembre, ho partecipato a una gara organizzata dal mio circolo, il Teseo Tesei: calzavo un pantalone da 2 mm, indossavo una giacca da 5 mm con 3.7 chili di piombo in cintura. Più avanti nella stagione passo al calzone da 5 mm, aumento di qualche chilo la zavorra che carico solo in vita, non adopero schienalino. La maschera è una gloriosa Superocchio a cui sono particolarmente affezionato.

Silvano Agostini. Ho testato direttamente sui corvi l’efficacia del nuovo mimetico 2K5: è fantastico. I pesci mi puntano decisi e nella maggioranza dei casi li sparo all’aspetto oppure riesco ad avvicinarli tranquillamente all’agguato. E’ errato il concetto di voler sparire completamente agli occhi della preda: qualche piccola “anomalia” di forma o di colore, qualche dettaglio particolare attira la corvina. Le mute con fodera 2K5 in certi punti assorbono la luce in altri la riflettono, ecco lo stratagemma che fa la differenza! Riguardo ai fucili io pesco con un arbalete 100 armato con tahitiana da 6.3 mm, doppia aletta; per i buchi mi porto appresso un Ministen con asta filettata e cinque punte. Inoltre se si cercano corvine in tana è indispensabile utilizzare una torcia dotata di un fascio molto potente e concentrato perché questi pesci scelgono spacchi e buchi solitamente molto bui.

Bruno De Silvestri. In inverno, dovessi scegliere un solo fucile, adotterei un arbalete da 60 cm e la torcia. Io mi considero un minatore per cui la pesca in tana mi è sempre piaciuta e le catture più belle le ho realizzate con questo metodo. Per un uso più versatile magari quanto scorro il fondo, preferisco un 75 con cui effettuo tiri anche a tre metri di distanza. Se devo sparare fuori tana preferisco un’arma montata con una tahitiana ma quando c’è da manovrare tra due pareti di roccia preferisco senza dubbio un’asta con fiocina.

Riccardo Molteni. Indosso una muta normale, non necessariamente mimetica perché sulla corvina, in base alla mia esperienza non ho la percezione di grande differenza tra i due capi. La corvina non è un pesce d’aspetto o d’agguato classico, è un pesce che si può sorprendere all’agguato o incuriosire all’aspetto ma in ogni caso il suo habitat prioritario resta la tana o la prateria di posidonia. Nella ricerca sul fondo, tra le rocce e nei buchi è consigliabile magari una muta con fodera esterna, resistente, che dura un po di più di un capo completamente liscio. Le mie armi sono arbalete e giostro tra il Monoscocca 75 e il 100 per quello che riguarda le conclusioni al libero altrimenti, se ne sono proprio costretto a pescare in tana, ad esempio in una garetta con gli amici, passo a un corto arbalete da 60 con fiocina.

Mi racconti un episodio che ti è rimasto impresso sulla pesca della corvina?

Renzo Mazzarri. Le due più belle pescate di corvine che ricordo le ho effettuate in gara e riguardano due Coppa Europa, una nel 1990 a Capo Formentor, nell’isola di Maiorca, e l’altra nel 1994, disputata a Stintino, in Sardegna. Il primo episodio si svolse alle Baleari nello stesso campo gara dei Mondiali dell’85. Avevo come barcaiolo il giovane Maurizio Ramacciotti: con l’Apache 75, tra uno spacco e l’altro, presi una murena, una mostella e 29 grosse corvine, tutte intanate in mezzo a delle lastre accavallate, tra i 30 e i 32 metri di fondo. La seconda gara si fece in Sardegna nel tratto cosiddetto di mare aperto, quello esposto al maestrale, dopo Capo Falcone. In preparazione scovai una cernia di circa 17/18 chili, e 25/26 corvine, tutte molto grosse, enormi, su un fondo di circa 25 metri: ci feci la partenza e pescai sempre in quel punto catturando tutte le prede segnate. Vinsi alla grande la competizione internazionale. L’ultimo episodio che mi viene in mente riguarda l’anno 89: in questa occasione vidi nei carnieri di alcuni atleti una decina di corvine di peso record, i pesci più grossi che avessi mai visto in vita mia. Si fece una gara di Coppa Europa in Marocco, nella parte di costa oceanica al confine con la Mauritania. Io effettuai una mediocre prestazione, giunsi quarto; vinse Amengual e furono prese delle corvine, perfettamente identiche alle nostre in Mediterraneo, di peso straordinario, in non più di 5 metri di profondità ma nell’acqua torbidissima. Le mie corvine erano due, una di 7.5 chili e l’altra di 6 chili. La più grossa la prese Amengual: pesava quasi 8 chili!

Silvano Agostini. Il primo episodio successe quando ero molto giovane e riguarda la cattura di un corvinone di 2.8 chilogrammi, senza la coda, probabilmente mangiata da un grongo. Una mattina all’alba mi trovavo al largo di Genova intento a seguire un branco di saraghi quando sono finito sopra una tana dove regolarmente sapevo esserci le corvine; tra i vari esemplari c’erano due o tre pesci davvero giganteschi ma di quelle prede ritenute imprendibili. Ho fatto un agguato interminabile, sono giunto davanti al buco e ho visto nell’imboccatura dello spacco le labbrone biancastre di un corvo. Mi sono detto: “Stavolta, finalmente, ci siamo”. Miro sul muso e lo prendo. Non era della stazza di quelle che solitamente vedevo ma comunque è uscito fuori un corvo di quasi tre chili: l’unica anomalia in quel pesce quasi rotondo restava il fatto curioso che non avesse più la coda!

Qualche tempo dopo sono ritornato su quella medesima tana con una caro amico. Era mezzogiorno e le corvine c’erano. Scendo per primo e sparo a un bel corvo che però s’intana e incastra l’asta. Il mio compagno, un ragazzone, atleticamente un gigante, si tuffa per recuperare il pesce ferito. Va sul fondo, c’erano una ventina di metri, sposta un sasso, s’infila dentro lo spacco, lavora sull’asta e dopo un bel po esce con il corvo abbracciato al petto. Lo osservo mentre risale, con la mano libera e il pugno chiuso: mi fa segno che c’è la fatta a tirarla fuori poi, improvvisamente, accade il fattaccio. A mezz’acqua si ferma, immobile per un istante, poi ridiscende verso il fondo. Sincope! Mi butto, lo afferro per la cintura, lo porto immediatamente a galla, gli levo la maschera e appena riemersi, dopo un paio di schiaffi sul volto, l’amico si risveglia. Ti ho raccontato questa storia per smentire coloro che suppongono che certi tipi di pesca non sono pericolosi. Invece bisogna sempre uscire a pesca in due, anche quando si tratta di insidiare un “semplice” branco di corvine.

Bruno De Silvestri. Nel campionato di seconda categoria dello scorso anno, all’isola di Carloforte, mi sono trovato a pescare nello stesso punto di una selettiva regionale dell’88, tra l’altro sempre vinta dal sottoscritto. La tana è in prossimità dell’isolotto del Corno: è una spaccatura verticale nel granito molto particolare, leggermente inclinata, larga una trentina di centimetri, con un imboccatura posta a circa 24 metri e che si estende verso il basso per altri 4 o 5 metri. Le corvine si vedono sopra il taglio ma dopo un tiro i pesci entrano in questa profonda crepa e si intanano sempre più in fondo. E’ una falda conosciuta ora da moltissimi subacquei, un posto dove si prendono al massimo un paio di corvine perché le altre si eclissano nel taglio, e fino all’anno scorso, sembravano irraggiungibili. Io mi sono armato di santa pazienza e frugando frugando ho trovato un piccolo accesso per accedere al grosso del branco, una trentina di pesci in tutto. Il taglio muore su una frana e lì ho trovato la chiave d’accesso, non se per sopraggiunto livello di maturità tecnico o per pura incoscienza atletica. Il foro d’ingresso è piccolo e stretto ma una volta entrato ho scoperto una camera, che tra l’altro non si vede da sopra, dove tutte le corvine si rifugiano. Ho fatto la partenza su questa tana e il problema è stato selezionare i pesci perché ne potevo portare al peso soltanto cinque. Con il fucile spostavo le più piccole e una dopo l’altra sono riuscito a prendere le fatidiche cinque corvine grosse e una  bella mostella. Al momento di uscire ho dovuto prima far passare all’esterno l’arbalete, il filo, l’asta con il pesce fiocinato e poi, a fatica, la mia sagoma.

La corvina più grossa che ho catturato, invece, pesava 3.3 kg: l’ho presa nell’isola vicina, S.Antioco e anche in questo caso ho dovuto spostare con la fiocina tutte le altre corvine del branco infine ho centrato questo pescione che in prima istanza avevo scambiato per una cernia! 

Riccardo Molteni. Quest’anno, per la prima volta, mi è capitato di immergermi su un relitto molto frequentato dai diving. Stimolato da un amico che mi disse che il posto era molto bello mi sono deciso di organizzare un tuffo. Il luogo è di quelli molto profondi, la parte più alta della nave si ferma a 39 metri e poggia sul fango a più di 50 metri. Ero curioso di immergermi e una volta giunti in prossimità della boa che lo segnala mi sono gettato in acqua. La visibilità era scarsa, non più di una quindicina di metri così ho dovuto fare un paio di tuffi per localizzarne esattamente la sagoma. Lo spettacolo era notevole, e le dimensioni del relitto che s’intravedevano sul fondo unita alla scarsa trasparenza dell’acqua lasciavano nell’anima una sensazione particolare, vagamente inquietante. Mi appoggio sul ponte, mi affaccio sul bordo e mentre do un’occhiata verso il basso scorgo due pesci scuri di notevoli dimensioni: il primo è gigante, non capisco cos’è, mentre il secondo animale è di certo un corvinone. Per un attimo scivolo di fianco e prima che la preda scompaia dentro un oblò riesco ad anticiparla e a fulminarla; nel frattempo mi rendo conto dal movimento del corpo e da una scodata che anche il primo bestione è una corvina, una corvina di dimensioni e peso assolutamente impressionanti! Per la cronaca il corvo recuperato era oltre tre chili mentre l’altra, scomparsa nel ventre dello scafo, l’ho stimata almeno sette o otto chili, una corvina che in vita mia non avevo mai visto!

 

Testo raccolto e ordinato da Emanuele Zara.