La Corvina
| Articoli Pesca Sub
scritti da Emanuele Zara |
La Corvina vista da De silvestri |
Il tempo degli esami arriva per tutti nella vita e anche nella pesca subacquea questa affermazione è impregnata e straripa di verità assodate. L’aver avuto maestri eccellenti non automatizza il fatto che l’allievo sappia già tutto, sia in grado di esprimersi in ogni dove, perché senza il personale vissuto di sangue e sudore, di esperienze e di catture, ci si accorge che il livello raggiunto è scarno e passabile di miglioramenti sostanziali. Nel mio caso successe che, dopo aver alloggiato sotto l’ala protettiva di docenti esperti per qualche annetto, venne l’ora di abbandonare la chioccia ed esprimere ed evidenziare a tutto campo l’assorbimento delle tecniche, le conoscenze dei fondali, l’individuazione della pietra buona tra mille, l’adattamento a nuovi litorali, ecc. L’occasione straordinaria capitò una serata di giugno. Eravamo in procinto di abbassare le serrande del negozio quando un cliente dell’ultimo minuto si affacciò tra le griglie metalliche e chiese, non rammento più, quale prodotto. Una parola tirò l’altra e da uno scambio di pareri nacque un discorso. Per farla breve il signor Pier cercava un ragazzotto che sapesse andare sott’acqua, che insegnasse qualche rudimento sportivo (!) e che avesse voglia di accompagnare lui e la sua famigliola in Corsica, per un breve periodo. Lì per lì rimasi titubante e dubbioso ma poi la concitazione e la frenesia presero il sopravvento. Si era presentata un’occasione mitica, da non perdere per nessun motivo! Non sapevo neanche, a momenti, dove si trovava la Corsica e già fantasticavo alla grande. Potevo finalmente verificare dal vero, senza tutori, il grado di apprendimento totale dell’arte della caccia sub. Presi un attimo di tempo e stabilimmo di risentirci in settimana. I giorni passavano come fulmini e intanto sul fido atlante geografico prendevano forma sogni e progetti. La preparazione della vacanza ebbe il silenzio assenso dei vecchi e i compagni di viaggio si dimostrarono delle persone di una squisitezza sopraffina. L’isola francese dei primi anni 80 era una meravigliosa realtà. Ricca, ricchissima di pesci e straordinariamente selvaggia, con i suoi paesaggi verdi e profumati intensamente di macchia mediterranea.
| Eravamo alloggiati in un carrello tenda all’interno di un’ampia baia, qualche chilometro sotto la città di Ajaccio. Avevo sentito parlare di franate molto belle, di punte frequentate da pelagici da brivido e di specie assai appetibili. Mi accorsi ben presto però che non ero in grado né di apprezzare tutte le offerte che si presentavano né di gestirle con sufficiente autorevolezza: tra il dire, il pensare e l’agire c’era di mezzo una marea d’acqua salata. Esplorando con metodo e ripassando umilmente le lezioni e gli insegnamenti del passato, visionai chilometri di fondo fintantoché, dopo delusioni e batoste a cascata, giunsi, in un caldo pomeriggio, su un tratto di costa apparentemente brulla e monotona. Le isole di posidonie si aprivano dinanzi alla maschera come giardini monocromatici e allargandosi verso il largo adornavano una sottile frattura nella roccia candida. Decisi di seguirla e la percorsi in tutta la sua lunghezza: ben presto iniziò a sprofondare a quote di tutto rispetto e i contorni si disperdevano alla vista. Non era un giretto molto edificante e la noia faceva capolino dal boccaglio. L’andamento era quasi perpendicolare alla dorsale montana e ogni tanto la crepa si dilatava in piccole piazzole macchiate da ricci ed oloturie. Ad un tratto la solcatura si trasformò in una franatina, formata da tanti sassetti piatti; compii un altro volo di planata, a cinque, sei metri da essi, e notai che non “facevano tana”. Decisi di percorrere un tragitto zigzagante, nella speranza che dal piattume grigiastro si evidenziasse una zona buona. Dopo una mezz’oretta chiamai il barcaiolo per farmi ripescare, impazientito e non soddisfatto dell’andamento esplorativo: questo episodio si rivelò inaspettatamente la chiave di volta dell’intero soggiorno. Per raggiungere lo scafo pinneggiai svogliatamente e mentre girovagavo tra mille pensieri, mi sembrò di scorgere un rialzo appena accennato, tra l’alone opaco di blu e i chiaroscuri del fondale. | ![]() |
Giunsi sulla verticale della supposizione e sotto ad una pallonata di castagnole e occhiatine vidi la piattaforma rocciosa che precipitava disassatamente con un dislivello di qualche metro. La depressione dava vita ad un crocicchio di lastroni che morivano dapprima sulla sabbia rossastra e poi su un prato di alghe. Chissà cosa avrei trovato in un posto all’apparenza brullo e sterile adornato inaspettatamente da un habitat interessante? Avvertii l’amico di ancorare silenziosamente e lo raggiunsi per la sostituzione del fucile. Abbandonai il corto settanta con la fiocina ed impugnai il novantacinque con tahitiana e mulinello. Ricordavo l’imperativo dei maestri che suggeriva sempre di effettuare un paio di aspetti per studiare un’area potenzialmente valida e cilindrare eventualmente qualche pesce curioso.
| Mi ventilai con rilassatezza e sprofondai nel mare corso. La profondità era di una quindicina di metri e la visibilità non troppo marcata sfumava i contorni; dopo alcuni secondi mi appostai in un avvallamento del ciglio. La mangianza mi attorniò affabile e restò immobile: tra le sagome nerastre e le macchiette luccicanti s’intravedeva il netto contrasto tra il tavolato e il vuoto. Non c’era nulla, tutto fermo e quieto. Ripetei l’azione cambiando appostamento ma di predatori neanche l’avvisaglia. In una delle risalite scorsi un tratto della caduta e mi sembrò di vedere qualcosa al limite del campo di pesca. Organizzai la seconda immersione soffermandomi sul gradino di base, il lastricato. Mancavano pochi metri alla meta quando una serie di puntini mobili attirò la mia attenzione, parecchio più in fuori e sulla sinistra: inclinai le pinne ed il busto e preparai una breve attesa, direttamente sul fondo. Un numero discreto di saraghi fasciati svolazzava felice a mezz’acqua ma la sorpresa era caratterizzata da un folto gruppo di pesci che gironzolavano attorno a tre grossi scogli, posti a confine con le posidonie. Fu necessario un altro tuffo per riempirsi gli occhi di uno spettacolo sottomarino che ancora oggi è vivissimo e inciso indimenticabilmente nella memoria. Li osservavo di soppiatto appena coperto da un ciuffo verde: il branco era composto da tanti pinnuti bruni, con riflessi dorati e bronzei, alcuni di dimensioni ragguardevoli. Stazionavano mollemente sopra un imbuto circolare, formato dall’unione dei pietroni, e dinanzi ad un antro semi nascosto. Deglutii per l’emozione e “stropicciai” più volte le palpebre: continuavano ad entrare ed uscire dalle crepe, tutt’intorno, una moltitudine di animali, quasi incuranti dell’intrusione umana. Il silenzio era rotto da suoni strani, come se un misterioso telegrafista sottomarino azionasse il bottone del trasmettitore: il ticchettio si udiva distintamente ed era una componente che caratterizzava la tranquillità soffusa dell’ambiente. Probabilmente era un tanone vergine, un insieme di spacchi inviolati, mai disturbati da nessun cacciatore. Le corvine, le stupende corvine se ne stavano al razzolo, sciantose nella loro livrea da abito da sera. L’eleganza si ammaestrava con i raggi solari che filtravano debolmente: i luccichi delle squame e i riflessi ramati animavano aristocraticamente il palco. Non so di preciso quante ce ne fossero ma sicuramente oltrepassavano le cinquanta, sessanta unità: un vortice di passione pura e di rispetto ossequioso si miscelavano con tormento. Preparai l’agguato mortale e strisciai lentissimamente verso una delle aperture. | ![]() |
L’arma era protesa in avanti e
appena giunsi a tiro utile mi fermai stupito a contemplare ancora una volta il
volo immenso: non c’erano solamente corvi da infarto ma anche qualche saragone
gigante che interrompeva la monotonia delle apparizioni. Parte dell’ammasso
vivente si separò dai compagni e con incedere flemmatico e ordinato si diresse
verso la mia posizione. C’erano dei pezzi belli ma quelli giganti se ne
stavano nel cono d’ombra, al sicuro; l’intenzione dominante era di
prelevarne un paio per la cena ma ebbe il sopravvento il desiderio di fermare
una preda con la P maiuscola. Nel marasma intravedevo degli schienoni assurdi,
sformati e il bianchiccio di contrasto dell’apparato labiale dei più paffuti;
mirai a lungo un solo esemplare con la speranza remota di insagolarne due
o tre. Era una precisa scelta visto che uno sparo nel mezzo del gruppo
significava probabilmente smarrire l’opportunità di effettuare altre catture.
Non mi interessava fare un massacro, un danno biologico: bastava ed avanzava una
corvinazza magnum. Lo schiocco forte e innaturale del pneumatico scatenò un
pandemonio, il fuggi fuggi generale svuotò d’incanto l’acquario, e le
corvine s’imbucarono a mille all’ora dappertutto. L’asta fine aveva
raggiunto il bersaglio, anzi i bersagli, e si contorceva come un’indemoniata;
mi precipitai per agguantarla e mentre la recuperavo, per poco, non ebbi un
blocco coronarico. Il dardo aveva inanellato un corvo enorme, da quasi tre chili
e uno sparide che sembrava una padella, tanto era massiccio; l’emozione non
era finita lì, racchiusa nel fortunato tiro, ma proseguì in un turbine di
sensi storditi e stupefatti: la buca era farcita di pesci all’inverosimile che
cercavano di nascondersi in tutti gli angoli, che ti sbattevano quasi sul volto,
che sembravano impazziti. Recuperai le prede e risalii dai venti metri
completamente inebetito. Era uno shock, un evento indescrivibile. Mi feci
passare la torcietta e lasciai il fucile appeso fuori bordo. Quel luogo era
troppo bello e ricco per rovinare tutto con altri colpi. Il mare aveva già
dato, abbondantemente. Bisognava tornare lì per rimirarle nuovamente, subito.
Il cuore batteva forte e la concentrazione stentò ad insediarsi nella mente. La
capovolta mediocre fu seguita dalle prime falcate che mi proiettarono nuovamente
verso l’eden. Le tane ruotavano intorno a quattro aperture di cui una
verticale, a cunicolo e le altre laterali, quasi inaccessibili. L’oscurità
proiettata dalla cresta rocciosa stendeva un velo misterioso e tenebroso tutt’intorno.
Le corvine erano di nuovo sull’uscio ma appena mi avvertirono si ritirarono al
sicuro. Atterrai sulla sommità dei massi e facendo molto piano m’infilai a
testa in giù all’interno del sifone di mezzo. L’accesso si dimostrò
complicato e dovetti ruotare il busto con una torsione macchinosa per accedere
all’interno della spelonca. Appena appoggiato restai immobile, impassibile,
per non disturbare eccessivamente la popolazione locale. I corvi passavano tra
la maschera e i corridoi comunicanti senza schizzare via e squadravano
attentamente lo strano capoccione vetrato che aveva interrotto la siesta. Non
era buio pesto perché un filo di luce s’insinuava da tante micro aperture, ma
quando accesi la torcia sembrò di essere finiti in una vasca d’acquacultura.
Dove dirigevo il fascio compatto si verificava uno scoppio di bagliori aurei e
di brevi scatti di fuga; sembrava che i raggi luminosi sulla pelle squamosa dei
corvi decuplicassero la loro efficienza. L’occhio vitreo dei pesci illuminati
si accendeva di una luce trasparente, timida e riservata. C’era
un’abbondanza ittica fuori da ogni più rosea previsione: decine e decine di
ventri, teste e codoni che s’intrecciavano continuamente, un’orgia
rumoreggiante di brusii ticchettanti, corpi piccini e masse imponenti. Notai
anche delle aragoste incastonate sul soffitto e una cerniotta mimetizzata in
fondo ad un budellino. Con non poca difficoltà mi sospinsi a ritroso e riemersi
definitivamente. Presi accuratamente le mire a terra, le annotai minuziosamente
sul block notes e decisi da quel preciso istante di serbare un trattamento
speciale agli anfratti: per dieci anni, tutte le estati ci tornavo sopra,
salutavo tutti gli abitanti, sottraevo qualche esemplare mediamente sopra i due
chili e rispettavo tutti gli altri inquilini più piccoli. Era “la riserva”
sacra. La tana restò sempre abitata, meravigliosamente ricca e soprattutto
intatta nel corso del tempo. La favola s’interruppe amaramente quando dei
mascalzoni la trovarono, probabilmente dopo avermi visto soffermare con il
gommone al centro della baia, e la svuotarono inesorabilmente; uccisero tutte le
corvine. A distanza di anni sono rimaste due o tre aste di arbalete incastrate e
un grongo solitario che ha assunto la residenza: di corvine neppure un vivo
guizzo o un amato ticchettio.
La
corvina è uno dei pochissimi pesci che produce dei suoni. Il rumore che si
avverte in prossimità di una tana abitata è acuto e al contempo sordo,
inconfondibile, udibile a grande distanza subacquea. Si potrebbe paragonare ad
una rapida successione di – tà tà tàtà tà tàtàt- una specie di
mitragliata cinematografica silenziata o se preferite la percussione di un
sassolino su una superficie dura. Si afferma che è un modo per segnalare i
pericoli tra i vari membri, di far scattare l’allarme – attenti! Intrusione!
-. Questa estate, nel golfo di Policastro, transitammo su una vasta distesa di
grotto ricoperta da un tappeto di alghette: era sera e non si vedeva granché ma
una serie di cicalii martellanti, provenienti da una moltitudine di buchetti, ci
svelò che il substrato tufaceo era strapieno di corvine purtroppo invisibili e
imprendibili. I messaggi provenivano da tutte le parti tanto da supporre che i
corvi responsabili del baccano fossero centinaia. Dubbia e dibattuta è la
natura del segnale acustico. Il corvo possiede nella teca cranica due ossicini a
forma di piccolo scudo, di unghia, dai bordi sottili, denominati otoliti. C’è
chi afferma che è il contatto ripetuto tra i due elementi che provoca il suono
caratteristico. Un’altra versione accredita invece alla vescica natatoria la
responsabilità di tali rumori. Il subacqueo esperto talvolta si serve del
tipico suono per scoprire i nascondigli delle prede o per individuarne la
posizione. Gli otoliti prelevati al pesce, diventano elementi decorativi
femminili per confezionare braccialetti, orecchini, collanine: si forano con una
micro fresetta da odontotecnico (sono fragili e delicati: si scheggiano durante
le lavorazioni azzardate) e si inanellano con del filo da perle. Il loro colore
è bianco opaco e la struttura è simile al dorso di una conchiglia: falde
sovrapposte a scalare che qualcuno associa, come si fa per gli anelli dei
tronchi d’albero, agli anni posseduti dalla corvina.
Mi
piacerebbe ripetere un’esperienza simile e l’augurerei a chi ama veramente
il mare con moderazione ma purtroppo le corvine hanno subito pesantemente
l’azione di sterminatori senza scrupoli ed oggi riuscire a reperire un volo di
corvi strabiliante, a profondità accessibili, è impresa difficoltosa. Comunque
non è detta l’ultima parola e cercando con caparbietà e meticolosità lungo
le coste mediterranee è possibile ancora levarsi delle soddisfazioni
soprattutto all’inizio dell’estate quando si raggruppano per la
riproduzione. La corvina è molto graziosa esteticamente, dotata di nuances
dorate e colorazioni brunastre, rotte solamente da bordature biancastre sulle
pinnette pettorale, pelviche e anali; la bocca
è adornata da labbra carnose anch’esse chiare e vistose, poste al di sotto
del musetto; l’occhio è nero bordato di giallo ed è grande, intelligente,
gentile. Si integra perfettamente nel suo ambiente preferito fatto di zone cupe,
semi buie e riparate da un’illuminazione solare troppo accentuata. Il
portamento è distaccato, principesco, delicatissimo. C’è una peculiarità
che sorprende gli amanti della pesca sub: sembra lenta, pigra, svogliata,
indolente ma in men che non si dica si trasforma in un super pesce guizzante che
semina tutti i suoi inseguitori. Possiede l’arte di intrufolarsi nella tana
con la massima naturalezza, sempre al momento giusto, senza lasciare molte
chance a chi s’illude di averla in pugno. Il crepuscolo è il momento magico
in cui incrementa l’attività alimentare ed esce per lo “struscio” insieme
alle dame di corte. Ama i fondali prettamente rocciosi: dal buchettino passante
del grotto alle franate intricatissime di massi, dal taglio verticale nel
granito alla caverna scavata nella montagna, dalla crepa sotto al tavolato
all’anfratto tra due scogli, dalle lamiere arrugginite di un relitto ai
tripodi accatastati artificialmente. Il suo rifugio è studiato nei minimi
dettagli con ingressi nascosti, a volte così striminziti da non credere che un
pesce possa transitarvi, e da successivi antri labirintici in cui nessuno può
infastidirla. E’ una vera professionista nell’arte dell’occultamento: la
vedete imbucarsi davanti ai vostri occhi, vi precipitate
spavaldamente per sorprenderla, fulmineamente, ma non riuscite a capire
dove si sia cacciata già dalla prima occhiata indagatrice. Un accoppiamento
quasi di rigore è il pascolo di posidonia limitrofo dove la nostra amica spesso
si sposta e staziona. In alcuni casi è possibile che i corvi scelgano come
dimora preferenziale distese di posidonie e allora l’arte della pesca diverrà
un’attività difficilissima e affidata il più delle volte alla dea bendata.
L’alternanza di pietra, alghe, è favorevole per l’attività biologica; la
dieta è varia e costituita, più che altro, da organismi animali e vegetali che
reperisce intorno all’area abitata senza compiere migrazioni esageratamente
accentuate. Il silenzio è un fattore da tenere saggiamente in considerazione:
dove c’è troppo disturbo acustico è raro riscontrare una folta presenza di
corvi. Alcuni branchi sono scesi ormai in acque abissali per godersi la quiete:
arrivano ad oltrepassare i 50 metri. Un’altra attitudine che si osserva
comunemente è l’apprezzamento della vita in società: la scorgerete quasi
sempre in compagnia di altre sorelle sospese come marionette dinanzi ai loro
amati pertugi. Possono riunirsi in famigliole di 5/6 pesci ma anche in assemblee
di 70/80 capi e più. Si danno man forte l’una con l’altra e lo spirito
gregario è predominante. Scattano tutte insieme come dei soldatini, guidati da
un sincronismo demandato a leggi naturali misteriose. A volte c’è una figura
carismatica, affidata ad un individuo più vecchio che spicca nel contesto delle
reclute. I mesi di maggio, giugno coincidono con il periodo della frega e non è
infrequente osservare le femmine gravide che debordano il ciglio dei campi di
posidonie: in queste occasioni è possibile individuare corvine assai corpulente
che vagano in solitudine o al massimo in coppia. La corvina raggiunge pesi
straordinari di oltre cinque chili per lunghezze di 60/70 cm. La linea filante e
affusolata diviene tozza e gibbosa, con un dorso a mezzaluna, con colorazioni
scurissime della schiena e il ventre tendente al giallognolo. La visione di
creature di questa stazza è un avvenimento che scuote inesorabilmente la fiamma
della passione venatoria.
L’individuazione
dei siti frequentati dai pinnuti può essere tentata analizzando le varie
batimetriche ritenute abitate, generalmente dai 15 metri in giù, con un
osservazione minuziosa effettuata dalla superficie. La corvina, però, è
un’amante scaltra dei chiaroscuri, dei giochi di luce, dei coni d’ombra e
perciò, a meno di non possedere facoltà soprannaturali, è molto difficile
riuscire a scorgerla in assembramenti, o addirittura in solitario, solo
dall’alto. Nel caso di esemplari sperduti che gironzolano tra i sassi è
un’impresa cabalistica. Notare gli schienoni nerastri, perfettamente mimetici,
o percepire la presenza degli Scenidi da un’angolazione verticale, è arduo
compito per i principianti ma anche per occhi consumati da anni di mare.
Oggigiorno i pesci adottano comportamenti preventivi selezionati che li pongono
in condizione di fuggire alle prime avvisaglie d’insidia rifugiandosi in
fessurine o in grotte particolarmente impervie e inaccessibili. Occorre, quasi
necessariamente, effettuare planate a breve distanza dagli agglomerati rocciosi,
dai ciglietti, dagli spacchi coperti da terrazzini, dai massi confinanti con le
praterie di posidonie e le chiazze di sabbia, eccetera, e controllare “in
orizzontale” qualsiasi punto ritenuto fertile. Potrà rendersi necessario
risalire anche dal basso verso l’alto, per svelare punti in ombra e laterali
rocciosi altrimenti non evidenziabili da angolazioni differenti. L’esperienza
maturata sul campo aiuterà piano piano a scoprire tane nascoste e pascoli
preferenziali occupati da pinnuti prudentissimi. Un’eccezione forzata si attua
nei confronti del grotto, quello abbastanza spesso di sezione geologica, formato
da miriadi di traforazioni e gallerie, in cui è preferibile sorvolare la sommità
dei crateri per sorprendere gli animali che transitano rapidamente tra un buco e
l’altro. I catini tufacei che interrompono la monotonia delle praterie di
alghe nastriformi, possono presentare tagli abitati magari nati dal groviglio
dei cauli nodosi e aggrovigliati o da una falda madreporica: bisogna sporgersi
millimetricamente dai cigli e stare pronti al tiro eventuale su popolazioni
sempre in allerta. Le corvine in mezzo alle posidonie sono una brutta gatta da
pelare: quando i pesci si rifugiano tra gli steli filiformi e verdastri diviene
un vero terno al lotto capire dove si nascondano, comprendere se siano già
scappati lontano, se stiano fermi, ecc. Si spera sempre di percepire il profilo
del corpo inglobato nella vegetazione o di evidenziarne alcuni particolari come
le linee delle pettorali e le labbra chiare. Alla pari di tanti pinnuti hanno un
punto debole che può far pendere l’ago della bilancia: credendosi sicuri,
impossibili da focalizzare, se ne stanno immobili in posizione statuaria, oppure
ondeggiando seguendo il ritmo imposto dal correntino, divenendo facile bersaglio
per chi riesce a vederli anticipatamente e ad inquadrali nel mirino.
L’approccio deve considerare attentamente la psicologia del pesce e comportarsi di conseguenza: evitare a priori un avvicinamento al libero, diretto, aggressivo e veloce. Non si deve trasmettere ai pinnuti la sensazione di essere braccati con cattiveria ne tantomeno con bramosia. Un’azione condotta con raziocinio e astuzia è in grado di apportare un significativo contributo alla cattura.
| Se il branco ha subito prelievi cruenti multipli o tentativi di sterminio, spesso non consentirà il vostro avanzamento oltre un certo limite e, dopo un dietro front nobiliare e simmetrico, compiuto all’unisono da tutti gli elementi che sfileranno poi in sequenza, vi presenterà una panoramica esclusiva di splendide code dal terminale listato di nero. Scompariranno improvvisamente alla vista così come leggiadramente erano apparsi. Increduli e piantati apertamente in asso, vi contorcerete, caccerete il capo nel pertugio, stirerete le vertebre cervicali, strabuzzerete gli occhi ma degli amati bocconcini non vedrete neanche più l’ombra. Potranno essere veterani da tre chili o neonati da tre etti, fatto sta che si dilegueranno tutti in spacchetti da non credere. Nel caso, invece, che le corvine siano discretamente tranquille, oppure che voi siate degli incursori abilissimi, potrete tentare di concludere positivamente, e in prima battuta, il contenzioso. La strategia è una miscellanea tra agguato e aspetto: partite dal presupposto che i corvi sono velatamente curiosi ma anche molto timidi. Le movenze di congiunzione saranno ponderate, flemmatiche, e seguiranno un percorso che non permetta il riconoscimento immediato del pescatore subacqueo. I pesci intuiranno l’invasione di campo ma se tutto si è svolto in silenzio e al coperto, non si allarmeranno più di tanto e continueranno imperterriti con le loro moine volteggianti. Lo spettacolo di un volo di corvi che approccia lentissimo o che si sorprende saggiamente tra i pietroni di una frana, è un’esperienza emozionante. L’uomo e le corvine di fronte, faccia a faccia, in un tripudio di adrenalina. È uno studio reciproco e fatato, con le prede che squadrano di sottecchi l’uomo e valutano analiticamente il potere offensivo con elegante noncuranza, e il cacciatore sorpreso e meravigliato dalla situazione che valuta il da farsi. Gli indugi si rompono e può succedere che qualche elemento inizi a progredire verso il nostro fucile: allora, con l’arma già in linea di mira, si aspetterà che le distanze si accorcino fino a permettere la sospirata conclusione. L’alternativa è portarsi dinamicamente in fase di tiro e ciò può avvenire tramite un attacco che sfrutti l’effetto sorpresa, come una caduta diretta durante la discesa o con l’incontro ravvicinato ottenuto strisciando furtivamente tra qualche asperità rocciosa. In tutti e due i casi l’equilibrio è agganciato ad un capillare infinitesimale: un piccolo errore di valutazione, di velocità di planata, e le corvine si dilegueranno in un amen. La cosa che fa più arrabbiare è che sembrano di marmo, quasi ferme come allocchi e, invece, appena percepiscono un trabocchetto, se la svignano di brutto. Le tane scelte dai pinnuti sono generalmente delle vere roccaforti inespugnabili ma ci sono anche le eccezioni che non confermano le regole. | ![]() |
Se il primo tempo della partita non ha sortito gli effetti desiderati
e i pesci incuranti dei nostri grezzi tentativi si sono infilati al riparo, non
resta che valutare la conformazione dello speco e le modalità di accesso al
nascondiglio. La corvina aiutata dal corpo compresso lateralmente, abbastanza
idrodinamico e dalla taglia non massiccia, ha la proprietà di incunearsi nei
rifugi con agilità e tempismo eccellenti. Gli individui “scottati” da
qualche pescatore o in preda a continue sollecitazioni infauste, imparano a
celarsi con tale bravura che non si prospettano possibilità d’appello. La via
di fuga è ricercata con cura tra le mura rocciose qualsiasi esse siano. Le
entrate possono essere più d’una e spesso danno la povera illusione che
l’interno non sia difficile da esplorare: si scopre amaramente il contrario. A
volte, appena il pesce prende possesso dell’anfratto, non raggiunge in linea
retta i saloni o le pieghe imperscrutabili ma resta nell’anticamera per
qualche frazione, confidando che l’aggressore passi oltre. Noi saremo pronti
ad affacciarci, con testa e fucile contemporaneamente, e potremo sparare mentre
vagano sinuosamente tra uno spazio e l’altro. L’occasione va sfruttata con
tempismo perché i pinnuti non consentono lungaggini e perdite di tempo. Ruoli
differenti se l’accesso è fortunosamente abbastanza libero da essere
anatomizzato in tutti gli angoli: le corvine hanno l’abitudine di spingersi
nei meandri più impervi e sicuri, e se si trovano ai ferri corti anche di
appiccicarsi letteralmente al soffitto o di posizionarsi di taglio. Data la
scarsa luminosità di alcuni siti è indubbio che un buon fascio di luce
concentrato giunga in soccorso pregevolmente ma è anche vero che ciò può
mettere in allarme pesci circospetti e timorosi. E’ consigliabile effettuare
una prima passata senza luce artificiale in modo da abituare la pupilla a
percepire ogni minuscola sfumatura luminosa: sovente si riesce a individuare il
corvo per le linee biancastre delle pinnette ventrali o delle labbra che
contrastano con i toni scuri della livrea. Alcune tane obbligano a fare gli
speleologi a causa della complessità architettonica: solo in questa maniera si
riesce a far fuoco su pesci che si pigiano e si pressano in buchi
complicatissimi. Non dimenticate di essere prudenti e di pescare con un compagno
che sia pronto ad intervenire. Nella tana che vi ho descritto in apertura di
articolo, dovevo entrare di schiena a circa 19 metri e mezzo di profondità,
spingermi su una leggera discesa formata da una pietra scoscesa per un paio di
metri, penetrare fino al fondo e girarmi a viso in su per beccare finalmente le
decine e decine di corvine appoggiate e compattate alla volta.
Il
tiro è
l’atto conclusivo a cui affidiamo le trepidazioni e la fatica fin qui
perpetrata. Diciamo subito che non è un’operazione con un alto indice di
successo. I più famosi errori, che non guardano in faccia a nessuno, si sono
verificati al cospetto di questo pesce dall’aspetto dimesso e bonaccione.
L’arma posseduta non fa miracoli qualunque sia il sistema di propulsione:
oleopneumatico o elastico. L’avete a cinquanta centimetri dalla volata e
scommettereste qualsiasi cosa sulla sua dipartita verso lidi celesti ma quando
premerete la falange sul grilletto imprecherete brutalmente: la costosa asta
tahitiana o la fiocina di nylon saranno orrendamente accartocciate sulla nuda
roccia. E’ incredibile ma il tiro è andato a vuoto. Il corvo non è stato
nemmeno toccato. Il pinnuto ha una virtù nascosta: è dotato di uno spunto da
fermo che sarà almeno di trenta, quaranta metri al secondo, talmente rapido da
non percepirne quasi la traiettoria di fuga. Non c’è nessun fucile subacqueo
che riesca ad anticiparne e imitarne la pura prestazione velocista. La
peculiarità risalta e si evidenzia quando la corvina è immobile dinanzi alla
sua tana. In vero il suo corpo lascia presagire lo scatto, rilascia una serie di
segnali: l’ampia coda, le pinne laterali, la dorsale oscillanti maliziosamente
sono prontissime alla liberazione dell’energia con un comportamento simile ad
una molla precaricata. Il dardo viene schivato a distanze così ravvicinate da
stupire qualsiasi cacciatore. Non è detto però che le padelle siano
all’ordine del giorno e non si possa trovare uno stratagemma per chiudere la
pescata con un degno atto conclusivo. La questione ha un risvolto roseo quando
la nostra amica nuota e si muove: probabilmente, impegnata nelle manovre di
spostamento, abbassa la soglia di attenzione e il suo avanzato sistema di difesa
è provvidenzialmente fuori uso. La soluzione vittoriosa è affidata ad un
osservazione banale: molti pescatori esperti aspettano solamente che il corvo si
sposti per tirargli con più garanzie di successo. In alcuni frangenti è il
cacciatore stesso che con arguzia stimola l’animale restio a compiere il passo
falso inducendolo al nuoto. Generalmente i tiri che vengono effettuati su pesci
al libero sono quelli statisticamente più difficili
in quanto il pescatore spara da distanze medio lunghe e i bersagli
appaiono esigui e tutto sommato di stazza mediocre. La corvina che pascola è
molto più vigile e tesa rispetto alla sorella che si crede sicura tra i muri di
roccia: basta che intuisca l’agguato mortale perché sviluppi un’eccezionale
sensibilità reattiva. Nel buio di una caverna il sub non deve abbassare la
guardia, bisogna sempre prevenire le brutte figure, ma si constata che il pesce
risulta meno pronto a tentativi di partenza precipitosa. La diatriba sull’uso
della fiocina o della punta unica trova come sempre diverse opinioni di scelta.
Il cinque punte ha una superficie letale abbastanza estesa e questo potrebbe
favorire una mira e una potenzialità di cattura maggiori; teniamo conto che
rallenta la velocità della freccia ed è meno preciso. In acqua libera questa
caratteristica non è evidentemente sfruttabile se non con visibilità ridotta
ma in tana è particolarmente apprezzata poiché blocca istantaneamente le
prede, non le fa sbattere, impedisce agli altri componenti di agitarsi e gli
incagli sono ridotti al lumicino. L’arpione dona elevata rapidità al tiro, ha
una tenuta valida sulle carni fragili della corvina ma risulta meno facile
l’azione di puntamento istintivo su bersagli sfuggenti.
I
fucili per l’attuazione di questa specifica pesca si divideranno in base alla
tecnica adottata. L’esplorazione e la caduta in acqua libera che prevedono
tiri su pesci lontani dovranno essere modelli lunghi, precisi, silenziosi,
velocissimi. L’arbalete sembra essere l’arma vincente: un affusto da 100/110
cm con gomme a scelta tra 16/20 mm, asta tahitiana da 6 mm. Colpirete
micidialmente corvine sia all’aspetto puro, sia all’agguato e sia in planata
lenta. La silenziosità consentirà in molti casi di catturare i pesci
all’imboccatura degli antri senza disturbare eccessivamente i coinquilini. La
rapidità del tiro non vi metterà al riparo da brutte figure ma offrirà un
contributo nei casi in cui le prede non esprimano i massimi spunti da ferme. La
precisione verrà apprezzata quando sparerete ai corvi di muso e da dietro.
Nelle tane in generale un pneumatico medio corto, dai 50 cm ai 70 cm magari
dotato di regolatore di potenza, asta da 7 mm e cinque punte mustad, garantisce
un’ottima maneggevolezza e brandeggio. Permette di penetrare in tutti gli
spacchi e di affrontare miriadi di pesci senza accusare debolezze. Personalmente
ho adoperato anche un tre punte con il telaio in nylon che mi ha dato un sacco
di soddisfazioni per il fatto che si riusciva ad infilare ovunque: l’unico neo
si è evidenziato quando il tiro non era diretto in prossimità del capo.
Qualche anno fa perdetti una corvina di peso superiore ai tre chili per un tiro
“discolo”: la colpii con il tre punte in cima al groppone e lei con un a
possente scodata si liberò squarciandosi le carni.
La
torcia, dove è permesso utilizzarla, sarà piccola, pratica, con un
interruttore sincero ma soprattutto con un fascio di luce potente e molto
concentrato. Un rivestimento insonorizzante impedirà che il contatto con le
rocce provochi allarmismi eccessivi.
Emanuele Zara & Lucia Notarangelo