Dentici
| Articoli Pesca Sub
scritti da Emanuele Zara |
Il Dentice lungo le coste italiane |
Abbiamo passato mesi per non
dire anni e decenni a elaborare le armi con cui andiamo a pescare, traendone
davvero moltissime soddisfazioni. Ora disponiamo di fucili adattati alle nostre
specifiche e singole esigenze ma non pensiate che il processo evolutivo sia
sempre stato roseo e piacevole. Esiste anche un altro aspetto della questione e
cioè quello relegato alle difficoltà e agli insuccessi maturati nel corso dei
lavori che purtroppo, più di una volta, si sono ribaltati negativamente durante
lo svolgimento delle stesse pescate. Potreste obiettare tranquillamente che ciò
sia un fatto normale, fisiologico per un prodotto sottoposto a delle
trasformazioni artigianali, ma non avete fatto i conti con il fatto che gli
apneisti che vivono in una grande metropoli non sono del tutto “normali”.
Chi abita lontano dal mare non può e non vuole accettare di buon grado che
l’unica immersione di fine settimana possa saltare per una banalissima
quisquilia tecnica. La posta in gioco è troppo elevata. Si brama il week end in
maniera esagerata, vergognosa; si prepara tutto per filo e per segno; si
controlla la disponibilità pecuniaria, si parte per la grande avventura… e
poi si piange a dirotto per una testata che trafila gas o per un sistema di
sgancio che non libera immediatamente il codolo dell’asta!
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Immaginatevi che un fine ottobre di poco tempo fa avevamo deciso di prenderci qualche giornata di ferie per dedicarci all’attività venatoria che più ci intriga: la pesca ai dentici. Durante l’estate era maturato dopo una lunga gestazione il centodieci ad aria (chiamato affettuosamente Bambino 1°) che opportunamente “taroccato”, privo del variatore e di qualche altro pezzettino interno, esprimeva il massimo potenziale ottenibile da un oleopneumatico di serie. Erano rimasti dei dubbi riguardo lo scorrisagola della tahitiana da 6.5 mm poiché il desiderio era quello di assottigliarlo il più possibile al fine di ridurre ai minimi termini le resistenze idrodinamiche. Sparavo con la freccia nuda e rimanevo stupefatto dalla velocità e dalla gittata letale che l’arma manifestava. Nel tentativo consapevolmente utopistico di raggiungere tale obiettivo, avevo realizzato con l’aiuto di un consulente tornitore una serie di prototipi ma nei tests di collaudo seguenti mi ero accorto che nessun materiale provato soddisfaceva appieno tutti i requisiti prefissati sulla carta. Telefonai a numerose ditte che distribuivano materie plastiche evolute e riuscii a procurarmi un tondino di tecnopolimero con caratteristiche meccaniche ottime con cui realizzammo uno scorrisagola rastremato, fine ed eccezionalmente performante. Preso dall’entusiasmo ne feci tornire una decina e dopo averli ripassati manualmente uno ad uno li montai su tutti i dardi, compresi quelli di riserva. Le numerose immersioni di prova e i tanti tiri non accusarono nessun tipo di problema, anzi: il dardo scattava come un fulmine e non si vedeva quasi partire; lo scorrisagola era silenzioso quando urtava contro il fondello, non danneggiava in nessun modo l’esile monofilo di nylon ed era robusto a sufficienza in tutte le direzioni di trazione. Venne l’ora di partire e la voglia di castigare qualche bello
sparide era altissima.
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Durante l’inizio della settimana ci
divertimmo a studiare la zona, a rompere il fiato, a catturare i primi pesci ma
poi il desiderio di frequentare un posto mitico prese il sopravvento.
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Da lontano quella rupe a strapiombo appariva nerastra e liscia ma quando ci soffermammo ai suoi piedi ci accorgemmo che non era poi così “burbera”: il pendio precipitava con una buona angolazione e non moriva subito nell’abisso a caduta libera. La carta nautica, a brevissima distanza dalla costa, mostrava le linee batimetriche dai 50 metri in giù metri però l’ecoscandaglio montato sulla nostra imbarcazione indicava delle terrazze e un salto, a partire da una ventina di metri. La curiosità era indescrivibile e dopo esserci allargati con il piccolo gommone ci tuffammo in acqua per controllare “dal vero”. Il mare solitamente trasparente e limpido, possedeva in quel punto un colore intenso, blu scuro, e non mostrava apertamente il fondo. Passare, dopo svariati mesi di acqua clorata e di tesserine anonime di
mosaico, a quell’indaco impenetrabile ricco di sostanze platoniche faceva
un’impressione esagerata (qualcuno di voi capirà meglio di altri il concetto
espresso). Stringevo forte il calcio del fucile quasi avessi paura di perdere la
presa e di vederlo precipitare nel nulla. Ci volle qualche minuto per
acclimatarsi, per respirare pacatamente. Iniziammo a scorgere un barlume di
contrasto a una decina di metri dalla verticale del dirupo, e la prima conferma
visiva spedì una scossa intensa a tutti i sensi. La roccia lavica era
conformata a canalone e mostrava uno sbalzo su un lato, al limite della
visibilità. Effettuo una discesa esplorativa e la bellezza mozzafiato del paesaggio sottomarino mi appare in tutto il suo fascino. La parete spazzata dalla corrente é pulita fino a che gli occhi intravedono il primo gradino costituito da un paio di pietre appoggiate ad uno spuntone. La mangianza rappresentata da nuvole di castagnole, di occhiate, di sugherelli si esibisce in pallonate giganti e avvolge a tratti la mia figura. Naturalmente se c’è tanta minutaglia bisogna stare attenti ai pesci pelagici che in autunno possono manifestarsi sotto forma di bestioni giganti. Riemergo guardandomi intorno e controllando la sede dove potermi appoggiare. Lo spazio a disposizione risulta esiguo però si può sfruttare ugualmente. |
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Prendo per l’affusto il pneumatico e inizio a verificare la chiusura delle fascette di tenuta del telaio del mulinello, la sensibilità della frizione, la posizione del nylon e delle volte intorno allo sganciasagola, la situazione dello “sleeve” che vincola il monofilo allo scorrisagola, l’apertura libera delle alette, la punta acuminata dell’asta.
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Tutto è pronto per un eventuale appuntamento. Concludo la ventilazione e inizio la discesa. Compenso sei o sette volte prima di appostarmi e dalla pressione che percepisco determino di essere intorno ai 21|22 metri di quota. Le castagnole raggruppate a palla mi mettono all’erta e infatti, dopo pochi istanti, schizzano verso l’alto all’unisono. Resto immobile, con l’arma nascosta in una piccola fenditura e qualche secondo appresso scorgo i primi dentici che provengono dal basso. Domino l’emozione fintantoché ne ho numerosi a tiro. Uno discreto mi sfila davanti ed io premo senza esitazioni il grilletto. L’urto del pistone a fine corsa è seguito da un suono strano, quasi “secco”. Il dentice colpito a metà corpo si contrae ma non accenna un minimo tentativo di fuga: il ferro appuntito ha lesionato irreparabilmente la spina dorsale. Alzo il capo e guardo in giù appena in tempo per assistere alla passerella di un immenso branco di denticioni in fuga. Le schiene e i corpi azzurrati sorvolano un canyon, una depressione che si staglia qualche metro sotto il primo sbalzo che poi sembra rimontare di nuovo poco più in fuori. Risalgo eccitatissimo senza quasi gioire per il bel pinnuto appena salpato. Maledetta ingordigia! La visione di quei dentici mi ha fatto perdere la cognizione e ci vuole tutta la pazienza di Lucia per farmi ragionare da persona civile. Ripasso il film della pescata e immagino cosa dove esserci sul secondo gradone, eccezionale come posizione e quindi come aspettative sportive. |
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Decido di effettuare ancora un tuffetto nella speranza di scaricare le
100 pompate supplementari immense nel fucile prima di partire su un pescione da
ricordare. Infatti la potenza e l’esuberanza di Bambino 1° mi avevano
impressionato per la rapidità e la botta d’impatto sull’animale. Mi
immaginavo già come si sarebbe comportato dinanzi ad una creatura molto più
grande. Lo scorrisagola modificato funzionava apparentemente benissimo.
Ripeto i controlli sul fucile senza evidenziare problemi. Un respiro accurato e le pale in fibra composita incominciano a mulinare silenziosamente l’acqua. La profondità è impegnativa e l’unica consolazione è quella di non trovare troppa corrente sul fondo. Il fondale compie una corta caduta per poi riemergere di qualche metro con una piccola piattaforma e qualche macigno: favoloso. Tutt’intorno le pendenze del fondale sono ripidissime e declinano negli abissi a perdita d’occhio. Finisco accoccolato nella fenditura creata da due blocchi contigui e sono nuovamente assalito da una moltitudine di vispi pesciolini.
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Non sono certo che i predoni ritornino ma le probabilità di incontrare altri pinnuti di generose proporzioni sono significative. Faccio in tempo a roteare le pupille quando una marea di musi aggressivi “apre” brutalmente la mangianza. Dalla crepa mi godetti appieno la scena dei dentici che sopraggiungevano da tutte le direzioni e di alcuni esemplari spessi una quindicina di centimetri. Mi appello a tutta la concentrazione possibile e ne punto uno, uno solo. Lo aspettai millimetro per millimetro fino a che la punta del fucile si soffermò precisa e allineata in mezzo alla fronte. Mancavano circa tre metri dalla maschera quando feci fuoco.
La tahitiana affilata penetrò sopra il labbro superiore e solo il codolo restò
fuori; tutta l’energia cinetica resa da trenta atmosfere accoppiate a 350
grammi di acciaio armonico si era scaricata sulla massa rosa – azzurra che
sobbalzò fremendo. La preda iniziò a contorcersi e a dibattersi su se stessa
come una furia, rimanendo più o meno nel punto in cui era stata fermata
inizialmente. Quando afferrai il monofilo per recuperare il tutto mi accorsi che
questi non era più collegato alla freccia. |
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Tiro il nylon e constato con orrore
che le spire sono libere, sospese a mezz’acqua, senza più resistenze. Dovevo
assolutamente riemergere, non c’era più tempo per raggiungere la preda. Mi
sollevo dal fondo guardando con disperazione il luccichio del pesce che stava
spostandosi lateralmente. Giunsi in superficie deluso, amareggiato. Prendo il
fucile e mi rendo amaramente conto che lo scorrisagola è crepato a metà:
scoppiato. Forse quelle cento pompate supplementari hanno rotto il delicato
equilibrio che regge il manufatto. Il rumore particolare udito al primo tiro
era, con tutta probabilità, il segnale preoccupante di una lesione strutturale.
Il materiale innovativo non aveva retto all’impatto determinato dalla velocità
d’uscita della 6.5 mm.
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Lucia si precipitò a prendere il secondo fucile, un vecchio 115, e me lo porse. Lo carico e ridiscendo immediatamente. Dalla superficie non si distingueva bene il fondo ma appena oltrepassati i 15/16 metri si apriva un secondo, spettacolare scenario. Giungo in vista del luogo di caccia, effettuo un volo di ricognizione ma non trovo traccia del mio pescione. Risalendo getto un ultima occhiata speranzosa verso il baratro e mi pare di udire un debolissimo ticchettio metallico (un allucinazione sonica, un sogno?). Sfiduciato reperisco le ultime risorse psico fisiche e mentre mi sto ossigenando mi propongo di dare un’occhiata intorno alla rimonta. Il sole del tramonto angolava i suoi raggi e il mare sembrava sempre più cupo. Il corpo abbandonato, la muta che si appiccicava alle pelle come fosse stata di due taglie più grande, la progressione sempre più rapida indicavano che la quota operativa si stava facendo seria. Scapolo il ciglio e osservando il fondale incolore ed uniforme sulla sinistra avvisto solo un precipizio vuoto; ruoto il capo dall’altra parte e, con incredibile stupore, individuo un biancore: si trattava del dentice ferito appoggiato contro un angolo della parete! |
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Ha l’asta conficcata in testa e con deboli movimenti cerca, forse, di disarpionarsi. Il ticchettio metallico era forse il battito dell’asta sulla roccia? Allungo il braccio, percorro ancora qualche metro in caduta e scocco il tiro letale da lunga distanza: preso!
Abbandonai il centoquindici con la
frizione spalancata e risalii di gran lena. Il fucile riemerse in seguito e dopo
un paio di strattoni che liberarono l’arpione conficcato nel tufo recuperai
anche il dentice. Gli ultimi metri mostrarono il superbo sparide che si rivelò
più grande del previsto.
Il muso squarciato fino sotto
l’occhio denotava i tentativi strenui che la bestia aveva compiuto mentre la
bilancia che sfiorò i nove chilogrammi premiò il sottoscritto che aveva sudato
le proverbiali casette camicie per strapparlo al mare. L’orologio aveva
registrato la quota massima di azione che oltrepassava di un filo i trenta
metri.
Dopo quell’avventura intrisa di
emozioni indicibili tutte le modifiche all’equipaggiamento sono state testate
con carichi di lavoro elevati per no dire elevatissimi in modo da scongiurare a
priori ogni potenziale declabe.
Testo di Emanuele Zara &
Lucia Notarangelo.