Pesci Pelagici
| Articoli Pesca Sub
scritti da Emanuele Zara |
La Ricciola di Molteni |
E’ da poco terminata l’estate e abbiamo ancora negli occhi quelle interminabili code automobilistiche ai caselli autostradali. Tutti presi dalla frenesia del ritorno vacanziero ci siamo ritrovati incolonnati nel lunghissimo serpentone, imbottigliati come un banco di sardine assediato da stuoli di gabbiani. Tra le luccicanti lamiere si notavano ogni tanto dei carrelli sormontati da gommoni ancora opacizzati dall’acqua e dalla salsedine, e lo sguardo correva curioso sugli adesivi appiccicati ai lunotti e sui portelloni delle macchine: si trattava di qualche modello pneumatico spartano, semplice, di pescatori subacquei, perbacco! Il desiderio di familiarizzare e di scambiarsi quattro parole balenava istantaneamente nella testa ma l’idea si spegneva rapidamente tra nuvole di smog e stridore molesto dei freni. Chissà quanti chilometri ha fatto l’equipaggio per cercare un luogo abbastanza tranquillo.
| Dove saranno
stati? Avranno pescato? Si saranno divertiti? Al pari di tante formichine si
riparte ordinatamente in fila, spegnendo l’interruttore della fantasia e il
viaggio può incamminarsi stancamente verso l’epilogo cittadino. Ritornano in
mente le giornate magiche trascorse su quella secca pugliese, lontanissimi dalla
costa e sprofondati nel liquido blu, intenso e sfumato, delicato e forte,
ricchissimo di enormi pallonate di pesciolini luccicanti. Impagabili momenti,
emozioni indecifrabili che valgono bene millecinquecento chilometri d’asfalto
rovente, di occhiate stanche e aride sulle luci monotone del cruscotto. La
corrente s’impennava sul ciglio grigiastro e come un fiume puntava dritto al
successivo canalone, e poi a un altro ancora, creando misteriosi flussi,
girandole vitali; si cacciava tra i rialzi, nei valloni. Sembrava quasi che tra
i vari passaggi rocciosi l’acqua traesse maggiore velocità e giungesse al
termine della rimonta con impeto raddoppiato. La corrente miracolosa che traina
tonnellate di plancton, che attira, che nutre ininterrottamente i pesci
pelagici, che li guida in tragitti atavici. Noi, sospesi come piume soffici su
una tavolozza di emozioni erranti, osservavamo sbigottiti la morfologia del
fondo, incantati dalla bellezza e dalla magnificenza della natura subacquea. La
mangianza abbondantissima non era sparpagliata dappertutto in modo caotico ma
seguiva un ordinamento particolare, indotto o costretto, con tutta probabilità,
dall’intensità del flusso e dalle fasce stratificate del mare di differenti
temperature; sfruttava i ripari di qualche crestina e i vortici che si creavano
qua e là, rimanendo in sospensione, oscillando in verticale o giocherellando a
mezz’acqua.
Il termoclino non era stabile su un livello poiché nell’arco della pescata si verificavano delle strane miscellanee che innalzavano o abbassavano la falda di acqua fredda di qualche metro. Il risultato evidente era che in un battibaleno cambiavano le condizioni biologiche del sommo: talvolta in meglio o decisamente in peggio. Si potevano ammirare molte specie, qualcuna localizzata appena sotto la superficie, intenta a mangiucchiare microrganismi pelagici, e altre disposte a muro, in colonne guizzanti e fragili, in perenne dondolio. |
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Il fiotto liquido costituiva un limite fisico oltre il quale i branchi non procedevano volentieri: restavano allineati su una linea ritta, invisibile, dai contorni sfumati, sfarfallanti. C’erano pesciolini dall’abito nero e violaceo; dalle microscopiche squame argentee; dalla pancina chiara e dal dorso scuro; dalla livrea omogenea o tigrata; colorazioni brillanti, specchiate o tinte smorte, discrete, sobrie; taglie di qualche etto, paffutelle o corporature esili, affusolate, idrodinamiche.
Il corpo è abbandonato dopo una respirazione accurata, una liberazione mentale; la capovolta è silenziosa, le bollicine defluiscono, schiacciate, verso la luce; le braccia sono allineate lungo i fianchi e la pressione inizia a farsi sentire progressivamente, comprimendo i timpani, la maschera, la gola, il torace, il neoprene. La discesa avviene tra un’orgia di occhietti mobili che si dilatano al nostro passaggio e si compattano subito dopo, quasi a sfiorare la coda delle lunghe pale in carbonio. Siamo immersi in un acquario tiepido, vittime titubanti delle nostre mille sensazioni e del bisogno assoluto di mantenere l’apnea. La visibilità non è perfetta a causa di una strana sospensione costituita da miliardi di corpuscoli planctonici, ammassi gelatinosi, piccolissime meduse, larve, uova, eccetera. Ogni tanto sentiamo sulle labbra e sul contorno del viso non protetto dalla muta, dei bruciori, dei fastidiosi contatti urticanti: chissà mai che cosa sarà… L’impatto con la piattaforma che si apre sotto di noi avviene con trepidazione. Gli sbalzi pietrosi cadono in successivi dislivelli per poi tirarsi su un po più al largo, a batimetriche progressivamente inferiori e smarrendosi in un baratro definitivo a poche centinaia di metri da dove l’ancora ha preso contatto. La vegetazione è rappresentata da sporadiche aree colonizzate da alghette rase che ornano i tratti protetti, che decorano le crepe semi nascoste del tavolato. Ci sforziamo di guardare un poco più in là ma ci perdiamo in troppe distrazioni. L’incontro, l’appuntamento straordinario con i pesci che vagano negli spazi sconfinati alla continua ricerca di cibo è abbastanza facile in questi dintorni. Si sente il profumo, si palpa l’essenza ittica. Pesci che approcciano con dignitosa riverenza e altri che non degnano di molta attenzione. Prede dalle reazioni di fuga al limite dell’immaginazione e pesci dai risvolti reattivi molto più umani.
| E’ il tipo di pesca che maggiormente ci piace, ci soddisfa, ci eccita. Potremo stare qui per delle giornate intere senza mai abbassare la guardia, senza mai stufarci, senza mai annoiarci. I fucili, le aste, il mulinello sono in grado di fermare senza difficoltà alcuna le macchine predatrici, i bestioni pelagici di svariate decine di chilogrammi. Ogni minimo particolare anche quello più assurdo, che può sembrare frivolo agli occhi di un profano è perfettamente regolato, testato, controllato di fino. Il pneumatico da centodieci centimetri, è frutto di sterminati esperimenti, modifiche, taroccature. Ha una potenza a dir poco esuberante e pochissimi elementi costruttivi; pesa meno di 950 grammi ed è super maneggevole. Il sistema di sgancio è sensibile al massimo, millimetrico; il pistone scorre costantemente in un bagno d’olio: è rapidissimo, micidiale. L’asta non punge, non si appoggia sulle squame al pari di un ferro da calza spuntato: è affilata come un rasoio, lucidata sull’apice tricuspide e lanciata a grande velocità può trapassare di brutto uno spessore di mezzo metro di carne compatta e muscolosa, senza nessuna défaillance. Le alette lunghe sono incassate quasi a filo dell’ogiva, appaiate e montate su un perno unico di diametro maggiorato, ribattuto con devozione. E’ quello che ci vuole per condurre un combattimento durissimo con autorevolezza e sicurezza di non vedersi fuggire un pesce colpito. | ![]() |
Lo scorrisagola è in tecnopolimero caricato vetro, rastremato e idrodinamico; l’abbiamo provato con un tondino fissato in morsa e con una trazione, in tutti i versi, maggiore di un quintale: assolutamente indistruttibile. Il monofilo di nylon dell’1.40, doppia forza, specifico per i terminali del big game, ha un carico di rottura di oltre 290 libbre, una morbidezza eccellente, un’altissima tenacità. Il mulinello è quasi positivo in acqua e la fattura artigianale le dona peculiarità uniche: ha un telaio di titanio di pochi grammi, una bobina galleggiante che ospita più di cento metri di sagolino, una frizione spartana, un ottimo sistema anti parrucche. Siamo pronti per tira e molla estenuanti. Non ponendo limiti alla Provvidenza diciamo che castigare una bestia di trenta, quaranta chili o anche un pinnuto più piccolo ma dotato di una resistenza e combattività eccezionale, è un aspettativa che appaga profondamente una folta schiera di apneisti. Essi sono soddisfatti a tal punto che l’unica campana che ascoltano, e a cui tendono misticamente nel corso delle stagioni, è la caccia al pescione. In tutti i posti scelti per andare a pescare, sanno che i pelagici possono nuotare dappertutto e quindi la riserva di filo portata appresso è sempre abbondante, i sensi e gli attrezzi vengono mantenuti costantemente in preallarme, la passione è pronta a esplodere.
| Le strade che i pesci pelagici frequentano nelle loro peregrinazioni giornaliere possono definirsi misteriose, cicliche, assoggettate a variabili millenarie e di cui non conosciamo i risvolti più intrinseci. Negli ultimi lustri queste appaiono abbastanza scompigliate: i mutamenti climatici, ambientali e l’intromissione violenta dell’uomo hanno dirottato parecchi animali pelagici dai soliti percorsi ciclici. Comunque la maggioranza dei pesci di passo accosta ancora con una certa regolarità dalla fine della primavera sino ai prologhi dell’inverno anche se bisogna ammettere che la situazione meteorologica ballerina di fine secolo tende a confondere le carte in tavola e a rendere più elastica la fascia di tempo in cui è possibile avvistarli e insidiarli. In genere tutte le secche e i luoghi che convogliano copiosi branchi di mangianza, come i cigli, le scarpate rocciose, le rimonte, eccetera si rivelano gli hot spot migliori per tentare di arpionare un pelagico. Gli ambienti spazzati dalla corrente esercitano incontestabilmente un interesse gastronomico eccezionale per miliardi di esseri marini in quanto favoriscono l’incontro tra i fattori basali e quelli direttamente superiori della catena alimentare: i pesci, dal più piccolo al più grande, ne sono attratti irresistibilmente. Tutti gli ostacoli rocciosi immersi in questi fiumi di vita, in particolare modo per quelli che si ergono da fondali abissali e si frammentano con brusche cadute perimetrali, costituiscono un ulteriore fattore di merito per lo sviluppo biologico marino e quindi appaiono giustamente i posti ottimali per far conoscenza con i viaggiatori del mare. In autunno il clima è ancora discreto, non ci sono più le scorribande delle barche turistiche che disturbano la fauna e così tutti i posti, compresi quelli impraticabili solo qualche settimana prima, si vestono a festa, tornano in piena attività. Si scopre il sesto continente in una dimensione pura, priva del clamore e del caos unicamente estivo. I branchi di pesciolini sono dappertutto, composti da migliaia d’individui. A volte non c’è bisogno neppure di percorrere miglia e miglia di mare alla ricerca del puntino magico sulla carta nautica: l’isoletta dinanzi alla costa o la secchetta raggiungibile a nuoto si popola di minutaglia, di pinnuti da cacciare. | ![]() |
Quando esplorate uno di questi siti fate attenzione a molti aspetti. Uno dei più importanti, lo ribadiamo per l’ennesima, è la concentrazione e l’abbondanza di mangianza: osservate le specie presenti, dove essa è più ammassata, verso che lato preferisce stare, a che quota risiede, quanto è tranquilla…Il contatto visivo con sciami di aguglie a pelo d'acqua, il drappello di sgombri a mezz’acqua o il “rivestimento” integrale attuato nei vostri confronti da un pallone d’occhiate spaurite, oltre a trasportarvi in una bellissima dimensione sportiva, vi forniscono la chiave interpretativa per sapere se ci sono pelagici, se sono in caccia, a quali specie essi appartengono. In certe località potrebbe capitare di vedere i gabbiani o le berte che fanno ressa sull’acqua che letteralmente “bolle”: con tutta probabilità gli uccelli stanno facendo man bassa di acciughe o di sardine appallate a causa dell’attacco portato dal basso da qualche famelico tunnide o scombride. Un sub speranzoso si tuffa silenziosamente nei pressi e talvolta riesce a vedere le palamite o le alalunghe che sfrecciano al di sotto o addirittura a intravede la schiena bluastra di qualche “gigante”. Un paio di anni fa ci trovavamo a pescare intorno a un isola e per non stare in balia della corrente impetuosa decidemmo di ancorare a ridosso di un macigno affiorante al limite di una baia piccina. Il flusso lambiva furiosamente il lato di fuori ma evitava di insinuarsi violentemente verso terra. Stavamo asciugando le membra al sole, mollemente sdraiati su un tubolare, quando udimmo uno sciabordio sommesso e strano: la piccola rientranza era satura di centinaia e centinaia di piccole aguglie. Non abbiamo avuto il tempo per ragionare sul fenomeno: un gruppo di ricciole si avventò fragorosamente sui belonidi in un fuggi fuggi generale a pochissimi metri dal nostro gommone. Ci buttammo con le armi in pugno e riuscimmo a sparare quasi a bruciapelo su un pesce di una decina di chili; ne contammo un’altra ventina tutt’intorno. Non è neppure raro e infrequente scorgere grosse ricciole mentre compiono dei balzi incredibili fuori dall’acqua al pazzo inseguimento di muggini o di aguglie. Il tentativo diretto di intercettare un pescione che salta come un grillo ha poche probabilità di riuscita: cerchiamo invece di battere con una certa costanza il tratto del litorale incriminato insistendo soprattutto sui punti ricchi di corrente e mangianza. Le ricciole “girano”, quindi non è detto che un esemplare compaia al largo di una propaggine interessante o sulla verticale di qualche sommo, magari nelle ore o nei giorni successivi. Il termoclino vi aiuterà a conoscere meglio l’habitat favorevole valutando per esempio la quota in cui esso è stabilizzato. Il taglio gelido famigerato possiede una temperatura minore dello strato superficiale, una densità differente ed è un elemento di disturbo per i branchi di pesciolini. Gli animali preferiscono sostare a livelli dove la temperatura è stabile, senza dover adeguarsi a elevate escursioni termiche e, soprattutto, a ricerche di cibo laboriose. Molte specie pelagiche non gradiscono il fenomeno e transitano solamente dove l’acqua è calda per un’ampia sezione verticale. Ponete attenzione anche alle variazioni di flusso e d’intensità della corrente: a seconda della velocità, della direzione, dell’orario, potrete apprezzare delle notevoli evoluzioni subacquee. In occasione di repentini cambi di correnti abbiamo realizzato delle pescate magnifiche: giornate indirizzate ad un triste cappotto poi, verso sera, la corrente cambiava verso, disponendosi al contrario della mattina e come per miracolo la secca diveniva meta di peregrinazioni importanti. L’aspetto è una delle tecniche privilegiate per catturare i pelagici ma va visto in chiave dinamica, intuitiva, evolutiva. Alcuni pesci transitano dinanzi al cacciatore solo perché si trovano in rotta, altri sono abbastanza curiosi ma mantengono precauzionalmente “le distanze”. La fase di caccia entra nel pieno dell’efficienza già dopo la capovolta. Conviene scendere abbastanza lentamente in modo da osservare per bene i distretti subacquei circostanti e cogliere indizi probanti: tale manovra si rivela micidiale in numerose occasioni poiché alcuni pelagici, in primis le ricciole, si avvistano o possono giungere a tiro prima di toccare il fondo. In questo caso specifico si effettua il tiro dall’alto verso il basso o al massimo sullo stesso piano del bersaglio. Cercate di sparare con precisione in un punto vitale (il cervello o la spina dorsale) soprattutto se sotto di voi il fondale è impegnativo oppure irto di rocce o di altri potenziali incagli: trattenere in acqua libera un pinnuto di peso notevole è un vero azzardo e ricordate che se la sagola struscia ripetutamente contro una pietra prima o poi si taglia. Gli specialisti dell’aspetto dicono che quando si raggiunge il posto buono è meglio scegliere un nascondiglio abbastanza visibile e suggeriscono di non occultarsi esageratamente in modo da favorire la ricerca sensoriale del pelagico. Disponiamoci con l’arma tenuta saldamente in pugno in una nicchia esposta alla corrente: i pelagici la rimontano per cibarsi e li vedremo avvicinarsi in tutta la loro magnificenza. Se la pietra è collocata a qualche metro da un baratro stiamo vigili poiché alcuni pesci potrebbero provenire da batimetriche inferiori e apparire improvvisamente dal blu. Su un pinnacolo che si staglia dal fondo, invece, guardate in ogni direzione perché i pelagici possono sopraggiungere da qualsiasi parte, anche dalla superficie.
| Si spara a ricciole, che avanzano con circospezione puntando frontalmente il sub per poi sfilare di lato; alle lecce, che arrivano spesso all’improvviso mantenendo un certo distacco sospettoso; a barracuda, che sembrano non curarsi troppo dell’inganno venatorio; a palamite che sfilano a velocità sostenuta, a tonni, che appena presi puntano verso il fondo con una scioltezza inaudita, eccetera. Intuitivamente non è facile colpire un bersaglio affusolato che passa rapido dinanzi alla tahitiana: talvolta si riesce ad anticipare la mira di una decina di centimetri e il gioco è fatto. Ma non è neppure scontato che si riesca a calcolare esattamente la gittata letale del fucile. Con poca esperienza si è tratti d’inganno dalle dimensioni esagerate o dalla livrea e si pensa che il bestione sia molto più vicino di quello che in realtà è. Degli aiuti visivi derivano dalla stima della grandezza dell’occhio, dell’altezza della testa, della larghezza della coda o delle pinne, da eventuali zebrature della schiena, dall’habitat roccioso circostante, eccetera. Occorre essere certissimi che il pesce transiti a non più di tre metri dalla punta del dardo, pena una delusione amarissima: un’arma lunga dotata di una propulsione sincera e un’asta che superi il peso di 350 grammi offrono la garanzia di perforare da parte a parte il soggetto e quindi di iniziare il recupero con una certa tranquillità. | ![]() |
La pesca in caduta è un’altra tecnica entusiasmante e in certi frangenti micidiale. L’apneista sfrutta una discesa perfetta per individuare i pelagici che nuotano sotto di lui, che sostano in corrente, che lo hanno “sentito” arrivare. A volte scende in posizione orizzontale, in una sorta di aspetto, al fine di captare o incuriosire altri pinnuti. Un amico ha scovato un ciglio eccezionale e l’anno scorso, ad ottobre, mentre scendeva a foglia morta verso il taglio esterno, nel blu più inquietante, ha visto tre macchioline grigiastre che gli venivano incontro. Stropicciò gli occhi mentre i testoni divenivano sempre più grandi. In breve si trovò faccia a faccia con dei riccioloni immensi. A stento dominò l’emozione e continuando a precipitare in assoluta compostezza: riuscì a sparare frontalmente ad un esemplare di oltre quarantacinque chili, fulminandolo all’istante. Per questa pesca ci vogliono condizioni meteo marine discrete con buona visibilità e corrente non eccessiva pena l’impossibilità di scendere sul pesce con sufficiente esattezza. Bisogna stare attenti a non superare i limiti personali e a conservare sempre un’abbondante riserva d’aria per la risalita e per l’eventuale combattimento con l’animale ferito. Le profondità d’esercizio solitamente sono alte ma in casi fortunati si fanno delle cadute anche a pochi metri di profondità. Capita ad esempio con i branchi di lampughe, che sembrano non aver timore del sub che si ventila; o con le ricciole allo stato giovanile, che fanno la giostra intorno a dei gruppi di pescetti, eccetera. Alcuni pescatori si vincolano ad un sottile monofilo di nylon oppure si piombano con una zavorra calcolata per una determinata quota di stazionamento e attendono i pelagici sospesi a mezz’acqua. La tecnica risulta micidiale per quasi tutti i pelagici: vengono “stanati” dalle profondità marine, dagli spazi aperti ed è divertentissimo sparare sui pesci attirati da questo stratagemma. Il discorso appena fatto sulla valutazione della distanza utile di tiro qui diviene ancora più pregnante: al libero non ci sono riferimenti topici quindi ci affideremo esclusivamente a una valutazione soggettiva. Per quanto riguarda il famigerato recupero di pelagici “importanti” rammentate che il mulinello è un oggetto sacro. Dopo l’impatto della freccia il pesce inizierà a fuggire lontano: la reazione più impressionante in assoluto ce l’hanno i tunnidi in generale ma anche con i carangidi non c’è troppo da scherzare. Senza il gingillo farcito di sagolino, meglio se dotato di una buona elasticità, rischiate nel 99% dei casi di perdere la preda, l’arma, la felicità.
Chi ha la fortuna di strappare un breve periodo o addirittura qualche settimana al duro lavoro autunnale non si faccia sfuggire l’opportunità: prepari i bagagli e si rechi fiducioso su qualche isola o in qualche regione del sud tradizionalmente ricca di secche, di capi a strapiombo, di cigli rigogliosi. Le chance di successo non mancheranno. Chi non è avvezzo alla pesca di un certo impegno psico fisico ricordi che in autunno inoltrato anche nella baietta più anonima, nella distesa di posidonia, sulle pendici della franata, a ridosso delle dighe frangiflutti o nelle vicinanze di una foce, si possono catturare degli esemplari notevoli di pelagici. Le coloratissime lampughe accorpate in famigliole vagabonde nuotano quasi in superficie alla ricerca perenne di pescetti; i barracuda mediterranei sono allineati come soldati in parata nei dintorni di un masso affiorante; le lecce e le ricciole possono inseguire fin sulla battigia i branchi di cefali in frega; i grossi tonni solitari transitano fuori dalla punta per imboccare le strade antiche del ritorno...
Avevamo deciso
di trascorrere un tranquillo week end in Corsica, subito dopo le vacanze di
Natale, naturalmente vissute con le 6.5 millimetri e i due fratellini terribili,
il 97 e l’85, nel borsone d’accompagnamento. Tirava un forte vento freddo e
il sotto costa che spumeggiava era un invito coi fiocchi. Con condizioni simili
cacciavo all’aspetto le spigole e nella ricerca dei prelibati pinnuti finii
coll’effettuare delle poste in un fazzoletto di sabbia corollato da alcuni
grossi massi. Dopo una decina di secondi vidi arrivare dal torbido una serie di
musetti, via via sempre più grossi: non erano branzini ma un grande branco di
ricciole. Pelagici di tre, quattro chili nel mese di gennaio! Incredulo attesi
che il carosello attorno a me presentasse l’occasione propizia e scoccai la
tahitiana all’allinearsi di più pezzi; risultato: due bei pesci che
ingarbugliarono maledettamente il monofilo di nylon ma che finirono ordinati nel
congelatore. Il giorno dopo ritornai nel medesimo posto, più che altro per
scaramanzia, e ripetei l’aspetto nell’identica direzione ritrovando lo
stesso branco conosciuto, come in un incredibile appuntamento. Mi appoggiai
sulla rena e con i pelagici che accorrevano aitanti da tutte le direzioni
riuscii a realizzare un’altra prolifica coppiola. Il terzo giorno, visti i
precedenti fortunosi, ritentai qualche aspetto: con un’incredibile terza
coppiola, questa volta senza reazioni particolari, ripetei l’esploit venatorio
per la felicità culinaria della mia consorte Lucia e della futura suocera!
Stavamo
battendo sistematicamente un bassofondo invaso da sterminati branchi di cefali
dorini, in costa Azzurra. Il mese di ottobre conservava un clima meraviglioso
fatto di sole tiepido e mare appena increspato. Le catture si susseguivano con
metodo senza che i muggini si scomponessero più di tanto. Ad un certo punto
decidemmo di provare a sondare un tratto esterno, dove il grotto passava il
testimone alle praterie di posidonie. Si apprezzò immediatamente una differenza
di temperatura e la minutaglia assente a riva era qui presente in discreto
numero. Alcune pietre interrompevano il correntino e sulla sommità si
intensificavano le vicissitudini alimentari. L’aspetto fu condotto con il
fucile posto contro l’incedere dell’acqua nella speranza di sorprendere
qualche pinnuto predatore. Le castagnole percepirono il pericolo e si spostarono
contemporaneamente di lato: due strani siluri arrivarono dal largo, qualche
metro sotto la superficie e si
abbassarono ulteriormente per squadrare l’omino appostato. Passarono lunghi ma
il dardo riuscì ugualmente a infilzarne rabbiosamente uno. La reazione del
barracuda di un paio di chili fu debole poiché il ferro lese la spina dorsale.
Quando si parla di pesci pelagici si pensa unicamente a predatori di media e grossa taglia che in acque libere, fanno razzia di branchi di pesciolini inermi, propriamente detti “mangianza”. Il sistema pelagico è composto, invece, da tutti quegli organismi che sono in grado di vivere sospesi nell’elemento liquido: il plancton costituito da esseri animali e vegetali che seppur provvisti di sistema di locomozione, vengono passivamente trasportati dall’acqua; il necton formato da organismi esclusivamente animali dotati di sviluppate capacità natatorie e che quindi si spostano indipendentemente da onde, correnti e maree. La sezione più importante del necton è occupata dai pesci pelagici di cui fanno parte pinnuti dalle abitudini similari: quasi tutti nuotano in branchi, la loro colorazione, nella maggioranza dei casi, è argentea sul ventre e bluastra sul dorso (mimetismo omocromatico) e possono essere mangiatori di plancton o predatori. L’oggetto dei desideri alimentari di pesci spada, di tonni, di ricciole, di lecce, ecc.… sono banchi di minuto novellame e decine di tipi di piccoli pesci. Vediamo di conoscerne alcuni.
Acciuga (Engraulis
enchrasicholus): come tutti i clupeidi formano immensi gruppi, pallonate
“metallizzate” che in primavera non è difficile incontrare in superfice
(talvolta braccati inesorabilmente da gabbiani e altri uccelli marini in una
bagarre di schiuma e strida); il corpo allungato e scattante da adulto raggiunge
i 20 cm, l’occhio sviluppato e la grande bocca la rendono un carnivoro
voracissimo. Rappresenta la dieta comune a tutti i piccoli e grandi predatori.
Aguglia (Belone
belone): è il pesce dal caratteristico e inconfondibile aspetto filiforme dalle
mascelle allungate a becco che può raggiungere quasi un metro di lunghezza,
l’occhio è grande e cerchiato di rosso; dalla fine della primavera ad autunno
inoltrato fa mattanza di novellame cacciando in superfice lungo molti tratti
costieri. Per le ricciole costituisce una vera e
propria prelibatezza.
Boga (Boops
boops): fra tutti gli sparidi è quello dalla forma più slanciata, vive in
banchi numerosi e in continuo movimento, è di colore grigio-oliva nella parte
superiore e man mano che si scende verso i fianchi diviene azzurro-verde solcata
da linee longitudinali giallo-dorate, il ventre è bianco. Supera di poco i 15
cm di lunghezza. Ha una dieta piuttosto varia, vegetale e animale, ma non sdegna
neppure la frequentazione occasionale di scarichi urbani.
Castagnola
nera (Chromis chromis): è abbondantissima nei nostri mari; colonizza la quasi
totalità dei siti frequentati dai pescatori subacquei ed è la sentinella che
avverte significativamente l’avvicinarsi dei predatori, di colore castano
scuro tendente al violaceo ha un corpo tozzo di circa 10 cm. Ama stare riparata
dalla corrente sfruttando ridossi rocciosi.
Cefalo (Mugil
cephalus): le diverse specie di muggini di tutte le dimensioni rappresentano lo
stimolo alimentare che porta i predatori, anche di notevole mole, a spingersi
sottocosta; il corpo fusiforme, l’ampia pinna caudale, la livrea grigio scura
sul dorso e chiara sui fianchi attraversata da sottili strisce
brune longitudinali sono le caratteristiche comuni; alcuni, pur
raggiungendo i 70 cm e il peso di svariati chili finiscono vittime delle enormi
fauci di affamati pescioni.
Latterino (Atherina):
esistono nelle nostre acque tre diverse specie, la figura è slanciata e poco
compressa non supera 20 cm, le tinte del dorso variano dal verde pallido al
grigio segnati da diversi puntini neri, i fianchi sono percorsi da una brillante
fascia argentea; spesso viene confuso con l’acciuga a causa di una certa
somiglianza.
Menola (Maena
maena): si tratta di un pesce
gregario di forma ovoidale allungata, il colore grigio-bruno del dorso diviene
più chiaro sui fianchi sino ad essere argentato sul ventre, sui lati presenta
una grande macchia ovale molto scura, gli adulti non superano i 20 cm; in alcuni
mesi dell’anno i branchi di questa specie si avvicinano notevolmente a porti,
dighe e moli.
Occhiata (Oblada
melanura): questo sparide, prevalentemente gregario, deve il suo nome alla
tipica macchia nera orlata di bianco, simile ad un occhio, che spicca sul
peduncolo caudale; ha il corpo ellittico e leggermente piatto di colore grigio
argenteo con numerose striature, raggiunge una lunghezza massima di 30 cm.
Finisce spesso nella lista della spesa di ricciole e lecce.
Sardina
(Sardina pilchardus sardina): appartenente al gruppo dei cosiddetti pesci
azzurri ha una figura allungata e
coperta di squame caduche, il colore varia dal verde olivastro all’azzurro,
alcuni esemplari arrivano a 20 cm; si tratta di un pesce che cresce rapidamente
e in effetti, solo dopo pochi mesi dalla deposizione delle uova che avviene in
dicembre, si possono notare sotto costa milioni di bianchetti o gianchetti, vera
delizia gastronomica per umani e pesci vari.
Sgombro (Scomber scombrus): si tratta di un pesce azzurro molto comune nel Mediterraneo, la sagoma è affusolata come compete a un veloce e instancabile nuotatore, non supera generalmente i 50 cm di lunghezza; la sua livrea superiore, verde e blu metallizzata, è solcata da diverse striature scure verticali mentre il ventre è di un chiaro argenteo. Preda particolarmente ricercata e insidiata dai tunnidi e dagli Xiphidi (pesci spada).
Sugarello (Trachurus trachurus): è un carangide che somiglia molto allo sgombro, la forma slanciata e agile è da ottimo migratore, sui fianchi possiede una linea laterale molto evidente, ruvida e quasi spinosa formata da piccoli scudi, la dimensione massima è di 50 cm; diviene preda soprattutto nei mesi primaverili-estivi quando i numerosissimi branchi iniziano i loro spostamenti; i giovani, di piccolissime dimensioni, si trovano spesso rifugiati sotto l’ombrello delle meduse.
Per ironia della sorte i grandi predatori sono stati a loro volta indifese vittime quando, allo stato larvale o di avannotti, si sono imbattuti in branchi famelici di sgombri, di sugarelli e altro.
Testi
e foto di Emanuele Zara & Lucia Notarangelo