I
PESCIOLINI DA SALVAGUARDARE
Il
problema relativo alla protezione dei pinnuti allo stato giovanile è un aspetto
di vitale importanza per tutti coloro che hanno sinceramente a cuore le sorti
del nostro splendido sport. Al pari di altre tematiche ambientali non va
sottovalutata o trascurata. Teniamo a sottolineare che non è assolutamente
facile introdurre questo discorso poiché la materia è complessa e senza dubbio
assai delicata. Ogni considerazione dovrebbe essere soppesata attentamente,
valutata cautamente, per non urtare la suscettibilità di parecchi personaggi
che tutt’oggi considerano il sesto continente come un rifornito supermarket
dove ogni prelievo faunistico è possibile e che non si accorgono che, prima o
poi, la manna finirà inesorabilmente (o e già terminata lungo molti sterili
litorali costieri?); purtroppo non resteranno solamente coinvolti gli
“spazzolatori” ma tanti altri pescatori che vanno per mare con spirito
sportivo e disinteressato. Subentrano nella disamina molteplici varianti
“ecologiche” che scatenano sempre miriadi di dibattiti e diatribe. Il
legislatore si è prodigato nella promulgazione di decreti e ordinamenti
giudiziari che regolamentano l’attività della pesca ma troppe volte essi non
sono neppure considerati a grandi linee.
| In
questa babele d’irregolarità le forze preposte a far rispettare la legalità
spesso sono solerti a redarguire il povero tapino che si è spostato di trenta
centimetri dalla verticale della boetta segnasub piuttosto di perseguire coloro
che razziano ogni essere vivente di notte, con le bombole, con il tritolo, con
l’acido. E’ auspicabile, comunque, ribadire a gran voce la necessità di un
corretto comportamento morale, un codice d’onore che leghi tutti i pescatori
subacquei saggi della penisola e che sia d’esempio per tutti coloro che, per
ignoranza o per incuria spicciola, non si rendono conto di assottigliare
progressivamente il patrimonio ittico con il loro maldestro operato. Dobbiamo
divenire i paladini attivi dell’ecosistema marino, gli angeli custodi del
mediterraneo, almeno per il fazzoletto di costa che si frequenta nel periodo
estivo, altrimenti saranno guai.
Chi meglio di noi può conoscere lo stato di salute, il degrado che subisce quotidianamente e riferire obiettivamente le condizioni del mare all’opinione pubblica? Finiamola una volta per tutte con i ruoli subdoli d’accusa, le machiavelliche storture mentali, gli scaricabarili del tipo: - io non c’entro per niente, io non c’ero - e accolliamoci una posizione sincera, autorevole e decisa, che tenga alto il prestigio dei cacciatori subacquei in ogni frangente. |
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A volte è utile fermarsi a fare un
piccolo esame di coscienza e assumersi le proprie responsabilità ricordando che
è dal singolo e personale impegno che inizia a perpetuarsi un discorso globale
di cambiamento, estensibile conseguentemente alla collettività. E’ troppo
comodo gravare sempre e dovunque la colpa del misfatto sugli altri perché è
così che si crea una connivenza viziosa incredibilmente contagiante e
deleteria. Ognuno di noi ha sul groppone qualche “maccarella”.
E’
macroscopicamente sotto gli occhi di tutti il costante depauperamento sofferto
dalla popolazione marina: l’azione umana è la principale imputata, non ci
sono dubbi, in svariate forme. Per rendercene perfettamente conto basta fare un
tuffo in qualche località protetta, in un parco marino mediterraneo, dove
l’uomo è impossibilitato a compiere disastri; il tempo sembra essersi fermato
a qualche decennio orsono: decine di cernioni da infarto, nuvole di saraghi e
orate, polpi giganti vi saluteranno immancabilmente appena varcato il blu dei
primi metri e vi sembrerà di nuotare in un acquario. Noi siamo convinti che
pescando saggiamente e con cognizione di causa non si alterino più di tanto gli
equilibri naturali e che certi scenari possano perpetuarsi anche fuori dalle
riserve. Le forme di distruzione dell’habitat nostrano riguardano
problematiche assai più serie e passano principalmente da eventi macroscopici
come: stravolgimenti litoranei portati a termine da infimi speculatori edilizi,
arature sistematiche dei fondali provocate da reti e attrezzi implacabili e
micidiali, miliardi e miliardi di tonnellate di rifiuti tossici abusivi e non
scaricate a iosa, depuratori fantasma o funzionanti esclusivamente sulla carta,
una pesca industriale effettuata con tutti i mezzi possibili senza limitazioni
di sorta e di tempi, eccetera, eccetera. Ma siamo sicuri che non ci siano anche
evenienze microscopiche, ad effetto circoscritto, legate in qualche caso ad
azioni molto più territoriali e di singola responsabilità? Nelle
peregrinazioni tra una regione e l’altra si acquisiscono degli input che si
sommano a ciò che si constata giornalmente nelle immersioni sotto casa: il
puzzle che prende corpo è vago, nebbioso, ma non è
certamente dei più edificanti e nascono forti dubbi. In certi frangenti
violentati sistematicamente, sinceramente, non si capisce come si possa ancora
trovare qualche pinnuto che scodinzoli mollemente in tre metri d’acqua e si
intende quanto sia paziente e prolifica la natura. Lo spunto di questa
chiacchierata giunge dopo un paio di vacanze svolte in alcune località
assolutamente straordinarie dal punto di vista paesaggistico. Purtroppo si sono
verificate situazioni che ci hanno fatto riflettere amaramente e sono state la
classica goccia che ha fatto traboccare il vaso della sopportazione. Vi
esporremmo la breve avventura certi che anche voi potrete individuarne altre nel
vostro luogo consueto di svago.
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Che
fortuna poter pescare tra distese bianchissime di concrezioni madreporiche che
si dilatano a perdita d’occhio, di catini improvvisi rotti da mille e mille
spacchetti promettenti, di profondità accessibili per centinaia di metri! In
certi punti l’apoteosi emozionale delle cigliatine, stagliate di netto nel
marasma del tappeto di posidonie, faceva sobbalzare il muscolo cardiaco in
nuvole di mangianza e divagazioni. Che dire del clima caldo e della temperatura
dell’acqua? Semplicemente accoccolante e paradisiaca. La moltitudine di punte
affioranti e di scoglietti perfidi teneva a debita distanza (per fortuna) le
rare barchette turistiche e non le invogliava di certo a zigzagare tra le rocce
per il pericolo subdolo di naufragio. La zona non era frequentata eccessivamente
neppure da bagnanti per via dell’impervia morfologia litoranea e solo qualche
classico pallone variopinto caratterizzava, a breve distanza da riva, la distesa
liquida, calma e piatta. Ci accingiamo a varcare la battigia animati da un malcelato tripudio emotivo, contenti di aver trovato un luogo estivo discretamente riservato. Le prime pinnate di studio confermano una scogliera rigogliosa e bellissima. Le tane sono dislocate dappertutto in un tripudio di opportunità per gli abitanti sottomarini. Gli aspetti si alternano a lunghe planate per riuscire a decifrare inizialmente la giornata. Individuiamo subito, in alcuni anfratti piccolissimi, dei serranidi, sia cerniottine che dotti, lunghi una spanna: sono infilati negli spacchetti e stanno incastrati all’interno del substrato pietroso come la moltitudine di datteri incastonati nei buchi del calcare. Ce ne sono tantissimi un po dappertutto e in un’oretta ne avvistiamo una ventina. Ci avviciniamo per osservare la splendida livrea mimetica degli animali, fatta di macchioline bianche e striature brunastre ma appena i vetri della maschera diminuiscono la distanza di sicurezza le bestioline schizzano via come razzi. Non una che si soffermi tranquillamente nel suo speco per farsi ammirare. Che strano questo fuggi, fuggi generale: eppure l’approccio è scevro di aggressività manifesta. Ci spostiamo verso il largo per esplorare batimetriche differenti quando incrociamo in lontananza un gommone di “pseudo colleghi” che fa rotta verso l’arenile. |
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Scorgiamo un ragazzo che indossa una muta mimetica seduto su un tubolare: è voltato di schiena e non nota la presenza di “estranei”. La scenetta che si svolge sotto i nostri occhi nell’immediato è di quelle che ti fanno pensare… In acqua c’è un altro sub, rigorosamente con un bel paio di bombole sulla schiena, che cerca di arrampicarsi faticosamente sulla scaletta di poppa. Deve aver compiuto del surrogato di trainetta, direttamente con l’autorespiratore, perché lo vediamo abbandonare un trespolo unito ad una grossa cima. Il compagno si prodiga con decisione: prima gli prende il fucile, poi la torcia di dimensioni ciclopiche (chiaramente adatta anche per “le notturne”), la zavorra, il bibo, ecc, poi lo aiuta a salire a bordo.
| Il pescato s’intravede a mala pena ma non deve essere
gran cosa data la dimensione esigua del contenitore in cui è sistemato: una
reticella da farfalle. Ritorniamo verso riva amareggiati e sfiduciati e
attendiamo che l’imbarcazione approdi al moletto posticcio, creato
artigianalmente ad hoc. Mentre ci cambiamo assistiamo “all’ammaraggio”
vittorioso di altri subacquei, questi senza orpelli ausiliari di respirazione,
che imbacuccati nei vari sagoloni arancioni e fluo, mostrano spavaldamente i
loro retini. Il campionario è la fiera della vergogna, della meschinità:
polpetti esangui di cento, centocinquanta grammi, murenine filiformi ritorte in
un groviglio della dimensione di un rocchetto di filo, tordi allo stato neo
natale, cerniottine di tre o quattro etti, dotti di pochi centimetri di
lunghezza... Due, tre, quattro “cacciatori” avanzano baldanzosamente tra il
parentame e contano probabilmente i carnieri simili e i commensali serali per la
cena a base di bucatini, bazzecole e lische. Restiamo addolorati da tale
“pulizia biologica” e ci rendiamo presto conto che non è un fenomeno
localizzato ma una pratica costante e abituale della zona, svolta in tutti i
giorni possibili, con la luce del sole e della luna, con l’arbalete e il
pneumatico, con il tridente e il cinque punte, in un fazzoletto di mare grande
un paio di miglia. Qui non ci sono industrie che inquinano, migliaia di
pescatori professionisti che massacrano, fondali brutti e inospitali, anzi, è
una meraviglia: eppure vedere un pesce di taglia è un’impresa ardua.
Cerchiamo di far amicizia con qualche “apneista” locale e di capire perché
si spara a pescetti del genere. La risposta ottenuta da un ragazzotto aitante è
laconica e secca: ”primo: le cerniottine sono buonissime con la pasta; secondo
se non le prendo io domani li preleva certamente qualcun altro; terzo: non c’è
niente di più grosso e per me è già una soddisfazione catturare queste”.
L’obiezione che monta istintivamente a livello ematico, come un torrente in
piena, sarebbe da “lesioni personali gravissime” ma cerchiamo di sorvolare e
far buon viso… Che replicare?
Avremmo avuto voglia di abbandonare il paesino e cambiare velocemente orientamento ma una bellissima oratona, catturata in un tramonto infuocato, stravolse il nostro ribelle, tanti suoi amici, tutti i progetti maturati negativamente. Ci dissero subito che l’avevamo comprata, che non era possibile che ci fossero lì dei pesci simili, che avevamo usato qualche trucco proibito ma poi furono assaliti dal morbo inequivocabile della pesca sub sana e genuina. |
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Discutemmo animosamente per un intero mattino e poi per molti
altri, e le attrezzature, le tecniche che si potevano attuare divennero lo
spunto per contagiare sportivamente tanti subacquei. Rimanemmo un’altra
settimana in loco, arpionando cefali, orate, saragoni, che erano presenti in
buon numero e che non disturbate da centinaia di spari inutili comparivano un po
dovunque. Organizzammo anche delle
uscite dove l’imperativo era di non sparare a polpi piccoli, a cernie che non
fossero “ meno lunghe di una pinna”, alla minutaglia da tana come
scorfanetti, trigline, laggioni, murene e gronghetti, saragotti medagliformi,
eccetera. Spiegammo rapidamente la metodica dell’aspetto e il virus si estese
ai giovani e meno giovani che volevano
cambiare registro. Sergio, uno dei più assidui e volenterosi, riuscì a
metabolizzare rapidamente qualche concetto primordiale e a cilindrare un
branzino di due chili proprio compiendo uno dei suoi primi aspetti col mare
increspato. L’attenzione era ormai catalizzata e immagazzinata e quella
pescata fu un’ulteriore passo per convincere i più riottosi che lasciando
vivere i più piccoli si potevano raggiungere veri traguardi pieni di passione
ed emozione. L’orientamento continuò anche dopo la nostra dipartita e i
contatti telefonici intrapresi con gli amici del paese ci segnalarono che il
mare sembrava essersi “ripopolato” nel giro di pochi mesi. I polpi presenti
erano generalmente di stazza considerevole, le cernie stavano sviluppandosi
indisturbate, i successi venatori dei giovani amici divenivano sempre più
eccitanti: qualcuno prese qualche bella spigola, altri tanti muggini, saraghi, e
così il mare era tornato finalmente a
crescere nell’ottica giusta.
| Cari
amici appassionati, rivolgiamo a tutti l’invito a non sparare ai pesci troppo
piccoli. Non solo a quelli che rientrano nelle misure fornite al millimetro nel
quadro legislativo ma estendendo il divieto a tante altre specie, soprattutto a
quelle che non si riproducono velocemente. Abbiamo la fortuna di poter osservare
la preda prima di premere il grilletto. Pensate quali interrogativi infiniti si
pone un pescatore con la canna o con le reti che non conosce che cosa sta
abboccando o cosa finirà nel tremagli. Noi vediamo quale pinnuto si profila
dinanzi all’affusto dell’arbalete, a che razza appartiene, quanto è grosso.
Il piacere di affrontarlo in un elemento liquido che risveglia istinti
ancestrali apre orizzonti sportivi meravigliosi. Facciamone tesoro! Le
popolazioni marine sono incessantemente attaccate da tutti i fronti. I neonati,
i pinnuti di poche decine di grammi sono in un’età criticissima: devono
assolutamente garantire la continuità della specie e già di per se la
situazione è drammatica. Sottoposti ad ogni tipo di affronto e angheria,
inquinamento e prelievo dissennato (vedi le cassette di denticiotti, di
ricciolette baby, eccetera, sulle bancarelle dei mercati) il pesce non riesce a
riprodursi in modo sufficiente e il calo demografico di una specie innesca un
pericoloso processo degenerativo. Le cernie sono un anello fragile
dell’ecosistema: si riproducono solo quando raggiungono i 4, 5 anni di età.
Ucciderle quando raggiungono a mala pena i 5 chili di peso significa
interrompere il ciclo riproduttivo troppo precocemente con il risultato di una
drastica presenza di animali sul territorio.
Per ultimo crediamo che più un
pesce grosso sia sempre un traguardo ambito per tutti. Se a ciò aggiungiamo il
fatto che esso non è più indispensabile al proseguo della specie non possiamo
che esserne contenti. Chissà, infine, che adottando una comune strategia tesa
alla salvaguardia dei piccoli non consenta, a chi si avvicina timidamente al
mondo della pesca subacquea, di tornare a casa con un grande pescione da sogno! |
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Emanuele Zara & Lucia Notarangelo.