LA RICCIOLA LUNGO LE COSTE ITALIANE
In
estate aumentano le possibilità di catturare una bella ricciola. Il pelagico in
questione è un trofeo prestigioso, un combattente di razza, un pesce in grado
di superare i 50 chilogrammi di peso. Lo si può incrociare sui sommi al largo,
sulle secche battute dalle correnti preferibilmente in orari e in posti dove la
pressione antropica è meno pesante ma capita anche di essere sorpresi dalla sua
improvvisa comparsa, naturalmente assai più raramente, mentre si sta facendo
l’aspetto ai cefali vicino a uno sbocco di acqua dolce o dentro la cala a
ridosso del capo roccioso. Ci si prepara a questo speciale appuntamento con
l’equipaggiamento in ordine, con un set up del fucile perfetto, con un
mulinello altrettanto curato perché il pelagico può essere sorpreso anche
occasionalmente ma dopo essere arpionato, è abbastanza difficile da fulminare
al primo colpo se non in caduta, oppone una reazione potente, una fuga che può
protrarsi per alcune decine di minuti. Inutile dire che le emozioni sprigionate
dalla visione di un pescione lungo più di un metro sono intensissime ma
l’attimo del tiro, il tonfo derivato dalla freccia che impatta sul corpo
argenteo, il tiro alla fune scatenato dopo i pochi istanti iniziali di
stordimento accendono la passione di ogni pescatore in apnea. C’è solamente
da osservare che in quasi tutta l’area mediterranea la ricciola ha subito in
questi ultimi anni una caccia serrata da parte delle imbarcazioni professionali
che sfruttando il sonar e il cianciolo ne hanno prelevate a migliaia. Così
capita di osservare branchi sempre meno numerosi ed esplorare secche un tempo
ricchissime di pelagici ora visitate da molti meno pelagici. Gli atleti
intervistati risiedono in regioni dove è ancora possibile pescare le ricciole:
il loro consiglio rispetto al periodo estivo, è quello di osservare gli orari
in cui ci sono meno turisti in navigazione, in immersione sugli itinerari in
procinto di essere sondati. Nicola Riolo esplora i Banchi, i sommi della
meravigliosa Sicilia e i risultati pagano la sua costanza e la pignoleria nella
messa a punto dell’attrezzatura. Il laziale Roberto Praiola, pescatore in
apnea di professione, è testimone di alcune razzie perpetuate su molte secche
della sua zona ma nonostante ciò prende ancora molti pesci sebbene scenda a
profondità rilevanti. Marco Paggini, da Livorno si sposta sulle isole
dell’arcipelago Toscano, sulle secche di Mezzo Canale, in Corsica e mi ha
descritto incontri particolari fatti in superficie, con ricciole che braccano la
mangianza al pari di tonni.
Quali
sono le zone migliori della tua regione per incontrare le ricciole?
N.Riolo.
Sicuramente i Banchi del Canale di Sicilia sono luoghi dove le ricciole passano.
Secondo la mia esperienza i migliori sono la secca Murena, dove ho preso il
pesce più grosso della mia carriera, 42 chili, situato a circa una trentina di
miglia da Mazara Del Vallo. Per quanto riguarda altri Banchi lo Scherchi, il
Talbot sono altre due zone molto buone, e magari sondando punti diversi è
possibile ancora assistere a spettacoli grandiosi con presenza di esemplari di
grossa taglia in tutto il periodo estivo. Escluderei il banco di Pantelleria che
non è meta di passaggio frequente per le ricciole. Spostandoci verso terra si
può tentare l’approccio con le secche intorno alla Sicilia sia la parte
occidentale che orientale. Il periodo in cui entrano ricciole molto grosse,
pesci di 40/50 chili per deporre le uova è intorno a metà maggio, poi
compaiono pesci di taglia media, dai dieci ai trenta chili sino al termine
dell’estate. Vorrei solo dire che nel sud Italia pelagici ce ne sono ancora
tanti ma di anno in anno la pesca professionale compie delle vere e proprie
carneficine. Ora sulle barche da altura montano i sonar per cui se un tempo fare
dei “colpacci” in termini di prede catturate era perlopiù un caso adesso è
una costante perché vanno a colpo sicuro sui branchi.
M.Paggini.
In Toscana ci sono tutta una serie di
zone interessanti per la pesca alla ricciola. Mi riferisco ovviamente a secche,
a isole dell’arcipelago, a promontori rocciosi, luoghi dove la ricciola gira.
Essendo un pesce di passo segue dei determinati percorsi. Sono quasi sempre
lontani dalla costa, mete isolate come le rimonte di Mezzo Canale, l’Africhella,
punti magari non segnati sulla cartografia nautica. Attorno al Giglio,
all’Elba sono divenute più rare perché il turismo e la pesca intensiva sono
aumentati parecchio. Ci sarebbe anche da fare il discorso sulle isole divenute
parchi marini perché ad esempio ricordo degli spettacoli vissuti a Capraia con
Stefano Bellani incredibili. C’erano un paio di posti che dall’inizio di
luglio, fine giugno si popolavano con branchi di centinaia di pesci di
dimensioni giganti.
Roberto
Praiola. Le zone che batto abitualmente Anzio, Foce Verde, Isole Pontine sono
posti validi per le ricciole. Ne pescano anche verso nord, davanti a
Civitavecchia ma il nostro versante è molto ricco di secche, di rimonte e
questo è un fattore decisivo, vincente proprio per i pelagici. Il regno ideale
sarebbe Ponza, le secche attorno a Ponza, Palmarola. Io ho trovato dei sassi
fuori da sommi segnati sulla carta dove c’è la probabilità d’incontrare
spesso interi branchi di pelagici. Rispetto ad altre zone del mediterraneo dove
le ricciole sono quasi scomparse qui siamo ancora fortunati; i barconi dei
professionisti si dedicano alle ricciole piccole che hanno più mercato.
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L’habitat
classico per la ricciola qual è? N.Riolo.
Qualche anno fa ti immergevi sopra il cappello delle secche e facevi l’aspetto
proprio sotto i sommi pieni di mangianza, castagnole, occhiate, menole ed era
abbastanza consueto incrociarle a breve distanza dalla punta del fucile. Ora è
un po' di stagioni che non le vedo più girare intorno ai punti più alti delle
secche bensì stazionano fuori dalle secche, nelle cadute, nel blu. L’esempio
di questa abitudine si nota sulla frequenza di catture: io prendo tre o quattro
ricciole l’anno in un determinata rimonta, coloro che pescano a traina e
quindi intercettano i pelagici che nuotano nelle vicinanze ne prendono uno o due
al giorno. I pesci si devono essere infastiditi dalla presenza dell’uomo,
dalle troppe barche e dai troppi subacquei che sulle secche fanno le immersioni.
M.Paggini.
Il fondale tipico è un posto con
dislivelli netti come ad esempio la serie di guglie che si stagliano da fondali
elevati. La ricciola ama sfilare lungo i cigli, le pareti che s’innalzano in
verticale, i cappelli che spuntano dagli abissi. La fonte della sua
sopravvivenza è il cibo che trova in queste aree, la mangianza copiosa.
Zatterini, boghe, menole, sugarelli costituiscono una fonte di attrazione
notevole. Le propaggini investite dalla corrente sono un habitat ideale per
questi pesciolini. Mi è capitato tantissime volte di osservarle immobili, in
corrente, dietro a uno spuntone di roccia o al riparo di un ciglio magari
intente a digerire un lauto pasto, o ferme in attesa di un eventuale preda da
assalire. Roberto
Praiola. La ricciola la puoi trovare ovunque, anche in acqua molto bassa: il caso
classico capita quando insegue i branchi di cefali o le aguglie. Di norma, però,
la ricciola frequenta abitualmente le risalite più fonde, gli sbalzi di
fondali. Come ho già detto prima se si conoscono sommi isolati, posti non
segnati e poco conosciuti l’incontro con la ricciola è altamente probabile.
Qui dalle mie parti non ci sono punte che sprofondano repentinamente se no
sarebbe anche questo un habitat frequentato da pelagici. Sulle isole Pontine
cambia la morfologia costiera ma c’è il problema che sono troppo disturbate
sottocosta. |
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Nel
pieno dell’estate che comportamento rivela?
N.Riolo.
In Sicilia è difficile trovare il
grosso branco di ricciole raggruppate come invece succede a maggio. In Agosto,
ad esempio, è molto più facile vedere uno o due esemplari che nuotano appaiati
e scapolano i margini delle secche, le orlate. Sono pesci poco diffidenti per
cui se sei ben appostato ti passano a un metro dalla punta del fucile.
Naturalmente in piena estate io mi sposto sui segnali più lontani da riva in
modo da evitare le rimonte troppo frequentate.
M.Paggini.
La
ricciola si riproduce a fine primavera, da maggio a giugno, e nel clou
dell’estate è raro trovarle in branco. Magari una situazione simile si
osserva in qualche posto particolare ma la norma vuole che s’incontrino in
gruppetti di due o tre pesci o in solitario. Con l’acqua calda le ricciole si
sono slacciate dall’intreccio amoroso e ora transitano attorno ai sommi con il
tipico ventre scavato.
Roberto
Praiola. Nel Lazio è uno dei momenti migliori, nei mesi di agosto e di
settembre, statisticamente, se ne pescano di più. Durante il giorno sta spesso
fuori dai sommi delle secche, è difficile da vedere ma non appena il sole si
abbassa sull’orizzonte e arriva la sera ecco che si avvicina ai cappelli
magari insieme ai branchi di dentici. Mi sono immerso anche al mattino presto ma
non ho reperito la stessa situazione buona del tramonto salvo che per i dentici.
I pesci grossi, sopra i trenta chili, è difficile che viaggino imbrancati,
anche se a me è successo di trovarli, è più normale che siano solitari o
riuniti in 4/5 esemplari. Più scendono di taglia più tendono a riunirsi. Le
ricciolette piccole, i classici limoncelli, compaiono nel Lazio a inizio e fine
stagione: secondo la mia osservazione le ricciole potrebbero riprodursi due
volte l’anno. Quelle che passano a settembre pesano 3 o 4 etti, quelle che si
osservano a novembre hanno già raggiunto in chilo. Come è possibile che ad
aprile ci siano altri branchi con pesci nuovamente piccoli?
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Quali
sono le condizioni meteo più favorevoli per incontrare la ricciola? N.Riolo.
Una volta mi sono trovato su una secca
qui vicino a Palermo circondato, ad ogni tuffo, da ricciole, lecce, dentici e
ogni sorta di altra specie ittica. Era un momento particolare perché di colpo,
improvvisamente nel giro di un’oretta, da condizioni di forte maestrale si è
passati a completa assenza di vento e con mare a regime di brezza, liscio come
una tavola. In quella incredibile situazione meteo la rimonta pullulava di
pesce. Non si è mai più presentata una situazione simile ma con una scaduta di
mare repentina sicuramente il pesce entra. Altri momenti buoni sono la fase di
monta del maestrale e soprattutto deve esserci una forte corrente sul fondo.
Quando la corrente spira forte nei punti “tormentati” di una secca, di un
orlo si concentra molta mangianza per cui le ricciole accorrono. La corrente è
forse il fattore da prendere in maggior considerazione, e ogni posto ha delle
sue caratteristiche uniche: nel palermitano è buona la corrente da levante,
mentre sull’orlo di ponente di Terrasini si pesca bene con corrente di
ponente. M.Paggini.
Io preferisco mare calmo e poi ci deve
essere corrente, tanta corrente è il fattore essenziale. Con la stagione estiva
le correnti spesso anticipano o seguono una mareggiata, aumentano d’intensità
al cambio di marea. Con un po' d’esperienza, in relazione ai posti
frequentati, si scopre il momento in cui questa attira la mangianza più
copiosa. Ci sono secche che variano la ricchezza di vita attorno alle strutture
rocciose proprio in base alla presenza o all’assenza di corrente. Negli ultimi
anni mi è capitato anche di prendere ricciole in condizioni particolarissime.
Mi è capitato di vedere durante la navigazione tra le isole dell’arcipelago,
su fondali di 80/100 metri, gli stuoli di gabbiani che si gettano sulla
mangianza sospinta in superficie e di averci trovato sotto le ricciole. C’era
la palla di zatterini chiusa come un bozzolo pulsante, attaccata da tutti i
lati, e dal blu spuntavano a decine le ricciole. Roberto
Praiola. Nel Lazio l’aspetto fondamentale per trovare ricciole è legato
all’acqua. Deve esserci un mare di tonalità blu. La ricciola preda le
sardine, le alici, la minutaglia è questa ama stare nelle fasce di acqua
pulita. La corrente deve essere forte e quella che proviene da sud è la
migliore perché schiarisce il mare. |
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La
tecnica d’elezione?
N.Riolo.
A mio giudizio l’aspetto classico. Da noi in caduta le catture sono rarissime
perché l’acqua non è pulitissima. Su Banchi capita di effettuare tiri su
pesci avvistati dall’alto ma vicino alla costa non capita quasi mai.
L’aspetto lo eseguo in modo classico cioè mi fermo nei punti tipici di
passaggio che sono determinati e facilmente riconoscibili da una moltitudine di
mangianza appallata. Scruti i pascetti che a tratti possono anche oscurarti
l’orizzonte stando attento a ciò che succede intorno. Se la ricciola ha
avvertito la tua presenza si avvicina, la mangianza fa il “buco” nel mezzo e
in quel momento capisci che la preda è vicina. Hai il tempo per dirigere il
fucile nella direzione giusta, il pelagico nel frattempo ti ha percepito ma non
ti ha ancora visto, e poi stai immobile in quella posizione. A quel punto
raggiungi un livello di bramosia altissimo perché inizi a fantasticare sul
peso, sulle dimensioni, sul fatto che sei stato bravo a compiere la sequenza di
atti giusta. Se invece ti muovi all’ultimo momento c’è il rischio che il
pesce fermi la sua corsa, e resti lontano.
M.Paggini.
La tecnica principe per la cattura
della ricciola è la caduta. L’aspetto non si fa più sulla balconata della
secca perché il pelagico nuota ai limiti della mangianza. Capita di prenderle
naturalmente anche se sei appostato a fondo ma quasi sempre sei impegnato a fare
la posta ai dentici o ai barracuda. Mi è capitato di fare delle gare
all’Elba, le ho impostate sulle ricciolette e queste stavano ai margini della
mangianza. Scendevo in caduta lenta sul filo del branco dei pascetti e le
sorprendevo.
Roberto
Praiola. Da noi, con la tecnica della caduta è sempre più difficile sorprendere
ricciole. Io ne avrò prese al massimo un paio. Naturalmente in altre regioni
italiani la situazione potrebbe essere diversa. Ogni posto ha le sue regole. La
tecnica di prelievo migliore è l’aspetto, la ricciola è un classico pesce da
posta. Ne ho prese diverse mentre ero appostato a dentici; una volta,
addirittura, il branco si è aperto come si
trattasse di un gruppo di castagnole e in mezzo è sbucato il testone della
ricciola. Davanti ad Anzio, Foce verde le secche buone sono parecchio distanti
da riva e le quote operative sono impegnative, oltre i 30 metri. Nelle isole si
pesca in meno fondo perché ci sono secche buone anche in venti metri d’acqua.
Qual
è l’attrezzatura ideale per la ricciola?
N.Riolo.
Io pesco le ricciole prevalentemente
con un arbalete da 130 centimetri con tubo in carbonio, un’arma dedicata ai
pelagici. In passato ho adoperato molto le armi pneumatiche e devo ammettere che
se uno è abituato a pescare con questo tipo di fucili non c’è motivo di
passare ad altro.Ho equipaggiato il mio 130 con doppia gomma da 16 mm, asta
tahitiana da 6.5 mm o 7 mm, e con un mulinello con almeno 60 metri di filo. C’è
qualcuno che usa mulinelli con capacita ancora più elevata ma personalmente non
mi è mai capitato, fino ad ora, di non raggiungere la superficie a causa di una
ricciola che cerca di raggiungere il fondo. Per essere tranquilli è sufficiente
mettere in cintura un pedagno con altri 30/40 metri di sagolino.
La
muta per l’aspetto è un capo mimetico, le pinne in tessuto accoppiato kevlar/carbonio,
anch’esse mimetizzate perché così preparato spesso guadagno sul pesce quel
metro che può fare la differenza. Riguardo alla piombatura quando pesco in
caduta metto uno o due chili in più mentre per l’attesa mi zavorro per essere
neutro sul fondo per potermi muovere facilmente, girarmi nel caso il pesce mi
sfili lateralmente.
M.Paggini.
Nella pesca alla ricciola, soprattutto
se la si insidia in caduta è preferibile conoscere bene il comportamento della
muta in relazione al numero di piombi che metti in cintura perché devi pilotare
la discesa senza cadere troppo rapidamente. Io scelgo un neoprene poco
comprimile e un paio di pinne con pala in carbonio perché a volte si opera
parecchio in profondità. Come fucile io impiego un 100 o un 110 con asta da 6.5
a punta molto curata, doppia aletta, e gomme singole da 20 mm. Particolare
attenzione al sistema di vincolo e alla capacità del mulinello. E’ un pesce
facilissimo da sparare quando l’hai trovata perché è un predatore, si sente
forte, sicuro di se stesso quindi giunge anche molto vicino.
Roberto
Praiola. Quando esco sulle secche cerco innanzitutto i dentici ma c’è sempre
la possibilità che capiti la ricciola. Per cui allestisco un Excalibur 110 o un
120 con doppio elastico da 18 mm. L’asta è da 6.5 mm con ardiglioni, non con
le tacche perché la ricciola è uno di quei pesci che può spezzare l’asta.
Se si esce solo per insidiare ricciole forse va meglio una da 7 mm. Sino a una
distanza di due metri si può tentare di colpire il pesce in testa oltre è
meglio tirare a metà corpo, all’altezza della linea laterale. Naturalmente
tutti i miei fucili hanno un capiente mulinello montato sotto l’affusto, poi
ne posiziono uno piccolo anche in cintura, di sicurezza. In profondità
l’acqua è molto fredda, 16/17° per cui indosso pantaloni da 5 mm e giacca da
6.5 mm. Sotto i trenta metri pesco con la zavorra mobile, una mattonella di
piombo che infilo in cintura. Le pinne sono le Record, con pala in carbonio.
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Come
la combatti? N.Riolo. La preparazione della cattura è fatta prima di immergersi sulla secca perché se hai il barcaiolo vicino lo avverti di tenersi pronto a darti il secondo fucile altrimenti devi avere nelle vicinanze il pallone sempre con una arma appesa sotto. La ricciola può essere diffidente, ti passa lontano, azzardi il tiro ma capita che l’asta non ce la faccia a trapassare il corpo del pelagico allora non puoi forzare il recupero. E’ giusto che si doppi il tiro: a questo proposito dispongo sempre di un 90. Mentre sto controllando la fuga dell’animale il barcaiolo mi passa il fucile e ridiscendo per infliggergli il colpo decisivo. Io tengo il mulinello sempre con la frizione leggermente aperta così da risalire tenendo costantemente il pesce in tiro perché se la preda non si sente frenata ti svuota in un attimo la bobina complicando l’azione di recupero. Bisogna farla stancare progressivamente, la pesca con la canna da traina in questo caso insegna, altrimenti il combattimento ti dura un’ora. Se la metti subito sotto pressione in una decina di minuti al massimo salpi qualsiasi ricciola. M.Paggini. La reazione della ricciola è stranissima perché dopo essere stata raggiunta dalla freccia resta immobile per 6, 7 secondi prima di abbozzare la fuga. In questa fase conviene puntare verso la superficie e poi pilotare l’animale ferito con un’azione di tira e molla che la sfianca nel giro di una quindicina di minuti. La cosa più importante è staccarla da fondo perché se lo trova l’azione di recupero diviene un lavorane e rischi seriamente di perderla o perché si spezza l’asta o perché taglia la sagola. |
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Roberto Praiola. Quando gli spari resta per un po' stordita e subito dopo questo periodo di “crisi” parte in acqua libera cercando di togliersi l’asta spanciando e strisciando sugli scogli. Bisogna evitare che ci arrivi ma è un gioco di equilibri sottili perché non sei in dieci metri d’acqua quindi non puoi rischiare. Cerco innanzitutto di colpirla meglio che posso. In profondità c’è il problema del mulinello perché se stai pescando a oltre trenta metri c’è la possibilità che il filo di bobina non ti basti. Uscendo con il barcaiolo ho approntato una boetta con elastico: la attacco al fucile con un moschettone e lascio che il pesce ceda.
Un
episodio sulla pesca alla ricciola che ti è rimasto impresso?
N.Riolo.
Ero ragazzino, avevo si e no 18, 19
anni. Sono uscito a pesca con Lo Baido e Molteni, i miei miti, diretti sul banco
Talbot. C’era mare grosso, maestrale, e abbiamo percorso circa 40 miglia con
condizioni proibitive. Loro rappresentavano la perfezione perché erano
fortissimi, pescavano denticioni, cernioni, riccioloni, tutto fuori misura,
mentre io mi difendevo ma avevo tantissime cose da scoprire. Era la prima volta
che andavo su questa famosa secca. Iniziammo a pescare e dopo un po' c’era già
qualche bel pesce a carniere. Io scendevo con un 115 ad aria molto carico e un
mulinello Marò pieno di sagola. Al termine di un’immersione a mezz’acqua
per esplorare il fondo alla ricerca di cernie riemergo, sono in superficie che
mi preparo nuovamente quando ho l’impressione di sentirmi osservato. Mi giro e
tra un’ondata e l’altra, in mezzo alla schiuma mi sembra di scorgere una
ricciola. Sì, c’è una ricciola di una cinquantina di chili e ai lati altre
due sui 30! Appena alzo il fucile nella loro direzione scartano allora lo
abbasso subito e queste si voltano e mi puntano di nuovo. Quella gigante è
dritta di muso. Aspetto che siano vicine poi riallineo piano il pneumatico e
miro la più grossa. Premo il grilletto mentre un’onda mi sballottala e
l’asta sfiora la testa del bestione. Gli ho tolto una striscia di squamette
sopra la testa, in mezzo agli occhi e fin giù sulla dorsale. A questo punto la
ricciola dilata le branchie spalancando la bocca e gli altri due pesci la
stringono in mezzo a loro e l’accompagnano verso il fondo. Uno spettacolo
incredibile!
M.Paggini.
Ho vissuto una bellissima avventura con lo scomparso Francesco Boni. Eravamo
fuori da una punta e incontrammo una trentina di pesci enormi, ricciole tra i 40
e i 50 chili. Io scesi e sparai a un pelagico di 48 chili, iniziai a lavorarla
dalla superficie nel mentre Francesco mi raggiunse. Gli chiesi di scendere per
infliggergli un altro colpo ma mentre il mio compagno si avvicinava al
ricciolone ferito fu sorpreso da un altro pesce di 42 chili che gli sfilò
davanti; gli tirò sulla testa con una precisione assoluta e lo fulminò. In un
tuffo solo la prese e la mise sul gommone. Intanto la mia ricciola guadagnò il
fondo ad oltre trenta metri e s’ingarbugliò con i resti di un palamito
abbandonato sotto un arco di roccia. Ricordo che la lavorammo con cautela,
Francesco la teneva in tensione ed io scesi con il coltello in mano sino a che
la recuperarla a tarda sera.
Roberto
Praiola. Potrei raccontarti tantissime avventure a iniziare da quella di 22
chili presa a 17 anni con il Medisten ma cercherò di limitarmi. Una volta un
pescatore mi ha raccontato di un sommo scovato fuori Anzio, mi ha fornito le
mire e sono andato a esplorarlo al calasole. Li ho assistito a uno degli
spettacoli più belli della mia vita: appena sceso sul cappello, a circa 35
metri, mi sono sfilate di fianco una decina di ricciole e poi, subito dopo, è
iniziata una vera e propria processione con centinaia di animali dai trenta ai
quaranta chili di peso. Sono risalito al termine dell’apnea è il carosello
continuava…In questo magico posto, ancora oggi, prendo dei bei pesci.
Un’altra storia, da non imitare, mi è capitata sempre al tramonto, diciamo a
tramonto inoltrato. Stavo sommozzando su un sommo sempre molto distante dalla
costa quando mi è arrivata a tiro una ricciola poco oltre i 16 chili. Gli ho
tirato bene, l’ho passata dietro la branchia ma mentre mi accingevo a
contrastarla il rocchetto del mulinello si è bloccato, si è formata una
parrucca così ho dovuto abbandonare tutto. La ricciola è passata tra due lame
di roccia e per mia fortuna si è infilata dentro un residuo di rete. Io sono
tornato a galla, era praticamente buio, e ho collegato un pedagno ad una boetta
sperando di tornare sul posto l’indomani. La mattina presto esco con un mio
amico ma nel frattempo le condizioni del mare sono divenute proibitive,
l’acqua sì è intorbidita moltissimo, c’erano due metri di visibilità.
Sono giunto sul segnale, ho preso il coltello e seguendo la sagola sono arrivato
sul pesce. A tentoni, sul filo dei trentacinque metri, ho tagliato la rete e
ricuperato la preda, al buio. Un esperienza allucinante.
Testo
di Zara Emanuele.