LA RICCIOLA LUNGO LE COSTE ITALIANE

In estate aumentano le possibilità di catturare una bella ricciola. Il pelagico in questione è un trofeo prestigioso, un combattente di razza, un pesce in grado di superare i 50 chilogrammi di peso. Lo si può incrociare sui sommi al largo, sulle secche battute dalle correnti preferibilmente in orari e in posti dove la pressione antropica è meno pesante ma capita anche di essere sorpresi dalla sua improvvisa comparsa, naturalmente assai più raramente, mentre si sta facendo l’aspetto ai cefali vicino a uno sbocco di acqua dolce o dentro la cala a ridosso del capo roccioso. Ci si prepara a questo speciale appuntamento con l’equipaggiamento in ordine, con un set up del fucile perfetto, con un mulinello altrettanto curato perché il pelagico può essere sorpreso anche occasionalmente ma dopo essere arpionato, è abbastanza difficile da fulminare al primo colpo se non in caduta, oppone una reazione potente, una fuga che può protrarsi per alcune decine di minuti. Inutile dire che le emozioni sprigionate dalla visione di un pescione lungo più di un metro sono intensissime ma l’attimo del tiro, il tonfo derivato dalla freccia che impatta sul corpo argenteo, il tiro alla fune scatenato dopo i pochi istanti iniziali di stordimento accendono la passione di ogni pescatore in apnea. C’è solamente da osservare che in quasi tutta l’area mediterranea la ricciola ha subito in questi ultimi anni una caccia serrata da parte delle imbarcazioni professionali che sfruttando il sonar e il cianciolo ne hanno prelevate a migliaia. Così capita di osservare branchi sempre meno numerosi ed esplorare secche un tempo ricchissime di pelagici ora visitate da molti meno pelagici. Gli atleti intervistati risiedono in regioni dove è ancora possibile pescare le ricciole: il loro consiglio rispetto al periodo estivo, è quello di osservare gli orari in cui ci sono meno turisti in navigazione, in immersione sugli itinerari in procinto di essere sondati. Nicola Riolo esplora i Banchi, i sommi della meravigliosa Sicilia e i risultati pagano la sua costanza e la pignoleria nella messa a punto dell’attrezzatura. Il laziale Roberto Praiola, pescatore in apnea di professione, è testimone di alcune razzie perpetuate su molte secche della sua zona ma nonostante ciò prende ancora molti pesci sebbene scenda a profondità rilevanti. Marco Paggini, da Livorno si sposta sulle isole dell’arcipelago Toscano, sulle secche di Mezzo Canale, in Corsica e mi ha descritto incontri particolari fatti in superficie, con ricciole che braccano la mangianza al pari di tonni.

Quali sono le zone migliori della tua regione per incontrare le ricciole?

N.Riolo. Sicuramente i Banchi del Canale di Sicilia sono luoghi dove le ricciole passano. Secondo la mia esperienza i migliori sono la secca Murena, dove ho preso il pesce più grosso della mia carriera, 42 chili, situato a circa una trentina di miglia da Mazara Del Vallo. Per quanto riguarda altri Banchi lo Scherchi, il Talbot sono altre due zone molto buone, e magari sondando punti diversi è possibile ancora assistere a spettacoli grandiosi con presenza di esemplari di grossa taglia in tutto il periodo estivo. Escluderei il banco di Pantelleria che non è meta di passaggio frequente per le ricciole. Spostandoci verso terra si può tentare l’approccio con le secche intorno alla Sicilia sia la parte occidentale che orientale. Il periodo in cui entrano ricciole molto grosse, pesci di 40/50 chili per deporre le uova è intorno a metà maggio, poi compaiono pesci di taglia media, dai dieci ai trenta chili sino al termine dell’estate. Vorrei solo dire che nel sud Italia pelagici ce ne sono ancora tanti ma di anno in anno la pesca professionale compie delle vere e proprie carneficine. Ora sulle barche da altura montano i sonar per cui se un tempo fare dei “colpacci” in termini di prede catturate era perlopiù un caso adesso è una costante perché vanno a colpo sicuro sui branchi.

M.Paggini. In Toscana ci sono tutta una serie di zone interessanti per la pesca alla ricciola. Mi riferisco ovviamente a secche, a isole dell’arcipelago, a promontori rocciosi, luoghi dove la ricciola gira. Essendo un pesce di passo segue dei determinati percorsi. Sono quasi sempre lontani dalla costa, mete isolate come le rimonte di Mezzo Canale, l’Africhella, punti magari non segnati sulla cartografia nautica. Attorno al Giglio, all’Elba sono divenute più rare perché il turismo e la pesca intensiva sono aumentati parecchio. Ci sarebbe anche da fare il discorso sulle isole divenute parchi marini perché ad esempio ricordo degli spettacoli vissuti a Capraia con Stefano Bellani incredibili. C’erano un paio di posti che dall’inizio di luglio, fine giugno si popolavano con branchi di centinaia di pesci di dimensioni giganti.

Roberto Praiola. Le zone che batto abitualmente Anzio, Foce Verde, Isole Pontine sono posti validi per le ricciole. Ne pescano anche verso nord, davanti a Civitavecchia ma il nostro versante è molto ricco di secche, di rimonte e questo è un fattore decisivo, vincente proprio per i pelagici. Il regno ideale sarebbe Ponza, le secche attorno a Ponza, Palmarola. Io ho trovato dei sassi fuori da sommi segnati sulla carta dove c’è la probabilità d’incontrare spesso interi branchi di pelagici. Rispetto ad altre zone del mediterraneo dove le ricciole sono quasi scomparse qui siamo ancora fortunati; i barconi dei professionisti si dedicano alle ricciole piccole che hanno più mercato.  

L’habitat classico per la ricciola qual è?

N.Riolo. Qualche anno fa ti immergevi sopra il cappello delle secche e facevi l’aspetto proprio sotto i sommi pieni di mangianza, castagnole, occhiate, menole ed era abbastanza consueto incrociarle a breve distanza dalla punta del fucile. Ora è un po' di stagioni che non le vedo più girare intorno ai punti più alti delle secche bensì stazionano fuori dalle secche, nelle cadute, nel blu. L’esempio di questa abitudine si nota sulla frequenza di catture: io prendo tre o quattro ricciole l’anno in un determinata rimonta, coloro che pescano a traina e quindi intercettano i pelagici che nuotano nelle vicinanze ne prendono uno o due al giorno. I pesci si devono essere infastiditi dalla presenza dell’uomo, dalle troppe barche e dai troppi subacquei che sulle secche fanno le immersioni.

M.Paggini. Il fondale tipico è un posto con dislivelli netti come ad esempio la serie di guglie che si stagliano da fondali elevati. La ricciola ama sfilare lungo i cigli, le pareti che s’innalzano in verticale, i cappelli che spuntano dagli abissi. La fonte della sua sopravvivenza è il cibo che trova in queste aree, la mangianza copiosa. Zatterini, boghe, menole, sugarelli costituiscono una fonte di attrazione notevole. Le propaggini investite dalla corrente sono un habitat ideale per questi pesciolini. Mi è capitato tantissime volte di osservarle immobili, in corrente, dietro a uno spuntone di roccia o al riparo di un ciglio magari intente a digerire un lauto pasto, o ferme in attesa di un eventuale preda da assalire.

Roberto Praiola. La ricciola la puoi trovare ovunque, anche in acqua molto bassa: il caso classico capita quando insegue i branchi di cefali o le aguglie. Di norma, però, la ricciola frequenta abitualmente le risalite più fonde, gli sbalzi di fondali. Come ho già detto prima se si conoscono sommi isolati, posti non segnati e poco conosciuti l’incontro con la ricciola è altamente probabile. Qui dalle mie parti non ci sono punte che sprofondano repentinamente se no sarebbe anche questo un habitat frequentato da pelagici. Sulle isole Pontine cambia la morfologia costiera ma c’è il problema che sono troppo disturbate sottocosta.

Nel pieno dell’estate che comportamento rivela?

N.Riolo. In Sicilia è difficile trovare il grosso branco di ricciole raggruppate come invece succede a maggio. In Agosto, ad esempio, è molto più facile vedere uno o due esemplari che nuotano appaiati e scapolano i margini delle secche, le orlate. Sono pesci poco diffidenti per cui se sei ben appostato ti passano a un metro dalla punta del fucile. Naturalmente in piena estate io mi sposto sui segnali più lontani da riva in modo da evitare le rimonte troppo frequentate.

M.Paggini.  La ricciola si riproduce a fine primavera, da maggio a giugno, e nel clou dell’estate è raro trovarle in branco. Magari una situazione simile si osserva in qualche posto particolare ma la norma vuole che s’incontrino in gruppetti di due o tre pesci o in solitario. Con l’acqua calda le ricciole si sono slacciate dall’intreccio amoroso e ora transitano attorno ai sommi con il tipico ventre scavato.

Roberto Praiola. Nel Lazio è uno dei momenti migliori, nei mesi di agosto e di settembre, statisticamente, se ne pescano di più. Durante il giorno sta spesso fuori dai sommi delle secche, è difficile da vedere ma non appena il sole si abbassa sull’orizzonte e arriva la sera ecco che si avvicina ai cappelli magari insieme ai branchi di dentici. Mi sono immerso anche al mattino presto ma non ho reperito la stessa situazione buona del tramonto salvo che per i dentici. I pesci grossi, sopra i trenta chili, è difficile che viaggino imbrancati, anche se a me è successo di trovarli, è più normale che siano solitari o riuniti in 4/5 esemplari. Più scendono di taglia più tendono a riunirsi. Le ricciolette piccole, i classici limoncelli, compaiono nel Lazio a inizio e fine stagione: secondo la mia osservazione le ricciole potrebbero riprodursi due volte l’anno. Quelle che passano a settembre pesano 3 o 4 etti, quelle che si osservano a novembre hanno già raggiunto in chilo. Come è possibile che ad aprile ci siano altri branchi con pesci nuovamente piccoli?  

Quali sono le condizioni meteo più favorevoli per incontrare la ricciola?

N.Riolo. Una volta mi sono trovato su una secca qui vicino a Palermo circondato, ad ogni tuffo, da ricciole, lecce, dentici e ogni sorta di altra specie ittica. Era un momento particolare perché di colpo, improvvisamente nel giro di un’oretta, da condizioni di forte maestrale si è passati a completa assenza di vento e con mare a regime di brezza, liscio come una tavola. In quella incredibile situazione meteo la rimonta pullulava di pesce. Non si è mai più presentata una situazione simile ma con una scaduta di mare repentina sicuramente il pesce entra. Altri momenti buoni sono la fase di monta del maestrale e soprattutto deve esserci una forte corrente sul fondo. Quando la corrente spira forte nei punti “tormentati” di una secca, di un orlo si concentra molta mangianza per cui le ricciole accorrono. La corrente è forse il fattore da prendere in maggior considerazione, e ogni posto ha delle sue caratteristiche uniche: nel palermitano è buona la corrente da levante, mentre sull’orlo di ponente di Terrasini si pesca bene con corrente di ponente.

M.Paggini. Io preferisco mare calmo e poi ci deve essere corrente, tanta corrente è il fattore essenziale. Con la stagione estiva le correnti spesso anticipano o seguono una mareggiata, aumentano d’intensità al cambio di marea. Con un po' d’esperienza, in relazione ai posti frequentati, si scopre il momento in cui questa attira la mangianza più copiosa. Ci sono secche che variano la ricchezza di vita attorno alle strutture rocciose proprio in base alla presenza o all’assenza di corrente. Negli ultimi anni mi è capitato anche di prendere ricciole in condizioni particolarissime. Mi è capitato di vedere durante la navigazione tra le isole dell’arcipelago, su fondali di 80/100 metri, gli stuoli di gabbiani che si gettano sulla mangianza sospinta in superficie e di averci trovato sotto le ricciole. C’era la palla di zatterini chiusa come un bozzolo pulsante, attaccata da tutti i lati, e dal blu spuntavano a decine le ricciole.

Roberto Praiola. Nel Lazio l’aspetto fondamentale per trovare ricciole è legato all’acqua. Deve esserci un mare di tonalità blu. La ricciola preda le sardine, le alici, la minutaglia è questa ama stare nelle fasce di acqua pulita. La corrente deve essere forte e quella che proviene da sud è la migliore perché schiarisce il mare.  

La tecnica d’elezione?

N.Riolo. A mio giudizio l’aspetto classico. Da noi in caduta le catture sono rarissime perché l’acqua non è pulitissima. Su Banchi capita di effettuare tiri su pesci avvistati dall’alto ma vicino alla costa non capita quasi mai. L’aspetto lo eseguo in modo classico cioè mi fermo nei punti tipici di passaggio che sono determinati e facilmente riconoscibili da una moltitudine di mangianza appallata. Scruti i pascetti che a tratti possono anche oscurarti l’orizzonte stando attento a ciò che succede intorno. Se la ricciola ha avvertito la tua presenza si avvicina, la mangianza fa il “buco” nel mezzo e in quel momento capisci che la preda è vicina. Hai il tempo per dirigere il fucile nella direzione giusta, il pelagico nel frattempo ti ha percepito ma non ti ha ancora visto, e poi stai immobile in quella posizione. A quel punto raggiungi un livello di bramosia altissimo perché inizi a fantasticare sul peso, sulle dimensioni, sul fatto che sei stato bravo a compiere la sequenza di atti giusta. Se invece ti muovi all’ultimo momento c’è il rischio che il pesce fermi la sua corsa, e resti lontano.

M.Paggini. La tecnica principe per la cattura della ricciola è la caduta. L’aspetto non si fa più sulla balconata della secca perché il pelagico nuota ai limiti della mangianza. Capita di prenderle naturalmente anche se sei appostato a fondo ma quasi sempre sei impegnato a fare la posta ai dentici o ai barracuda. Mi è capitato di fare delle gare all’Elba, le ho impostate sulle ricciolette e queste stavano ai margini della mangianza. Scendevo in caduta lenta sul filo del branco dei pascetti e le sorprendevo.

Roberto Praiola. Da noi, con la tecnica della caduta è sempre più difficile sorprendere ricciole. Io ne avrò prese al massimo un paio. Naturalmente in altre regioni italiani la situazione potrebbe essere diversa. Ogni posto ha le sue regole. La tecnica di prelievo migliore è l’aspetto, la ricciola è un classico pesce da posta. Ne ho prese diverse mentre ero appostato a dentici; una volta, addirittura, il branco si è aperto come  si trattasse di un gruppo di castagnole e in mezzo è sbucato il testone della ricciola. Davanti ad Anzio, Foce verde le secche buone sono parecchio distanti da riva e le quote operative sono impegnative, oltre i 30 metri. Nelle isole si pesca in meno fondo perché ci sono secche buone anche in venti metri d’acqua. 

Qual è l’attrezzatura ideale per la ricciola?

N.Riolo. Io pesco le ricciole prevalentemente con un arbalete da 130 centimetri con tubo in carbonio, un’arma dedicata ai pelagici. In passato ho adoperato molto le armi pneumatiche e devo ammettere che se uno è abituato a pescare con questo tipo di fucili non c’è motivo di passare ad altro.Ho equipaggiato il mio 130 con doppia gomma da 16 mm, asta tahitiana da 6.5 mm o 7 mm, e con un mulinello con almeno 60 metri di filo. C’è qualcuno che usa mulinelli con capacita ancora più elevata ma personalmente non mi è mai capitato, fino ad ora, di non raggiungere la superficie a causa di una ricciola che cerca di raggiungere il fondo. Per essere tranquilli è sufficiente mettere in cintura un pedagno con altri 30/40 metri di sagolino.

La muta per l’aspetto è un capo mimetico, le pinne in tessuto accoppiato kevlar/carbonio, anch’esse mimetizzate perché così preparato spesso guadagno sul pesce quel metro che può fare la differenza. Riguardo alla piombatura quando pesco in caduta metto uno o due chili in più mentre per l’attesa mi zavorro per essere neutro sul fondo per potermi muovere facilmente, girarmi nel caso il pesce mi sfili lateralmente.

M.Paggini. Nella pesca alla ricciola, soprattutto se la si insidia in caduta è preferibile conoscere bene il comportamento della muta in relazione al numero di piombi che metti in cintura perché devi pilotare la discesa senza cadere troppo rapidamente. Io scelgo un neoprene poco comprimile e un paio di pinne con pala in carbonio perché a volte si opera parecchio in profondità. Come fucile io impiego un 100 o un 110 con asta da 6.5 a punta molto curata, doppia aletta, e gomme singole da 20 mm. Particolare attenzione al sistema di vincolo e alla capacità del mulinello. E’ un pesce facilissimo da sparare quando l’hai trovata perché è un predatore, si sente forte, sicuro di se stesso quindi giunge anche molto vicino.

Roberto Praiola. Quando esco sulle secche cerco innanzitutto i dentici ma c’è sempre la possibilità che capiti la ricciola. Per cui allestisco un Excalibur 110 o un 120 con doppio elastico da 18 mm. L’asta è da 6.5 mm con ardiglioni, non con le tacche perché la ricciola è uno di quei pesci che può spezzare l’asta. Se si esce solo per insidiare ricciole forse va meglio una da 7 mm. Sino a una distanza di due metri si può tentare di colpire il pesce in testa oltre è meglio tirare a metà corpo, all’altezza della linea laterale. Naturalmente tutti i miei fucili hanno un capiente mulinello montato sotto l’affusto, poi ne posiziono uno piccolo anche in cintura, di sicurezza. In profondità l’acqua è molto fredda, 16/17° per cui indosso pantaloni da 5 mm e giacca da 6.5 mm. Sotto i trenta metri pesco con la zavorra mobile, una mattonella di piombo che infilo in cintura. Le pinne sono le Record, con pala in carbonio.  

Come la combatti?

N.Riolo. La preparazione della cattura è fatta prima di immergersi sulla secca perché se hai il barcaiolo vicino lo avverti di tenersi pronto a darti il secondo fucile altrimenti devi avere nelle vicinanze il pallone sempre con una arma appesa sotto. La ricciola può essere diffidente, ti passa lontano, azzardi il tiro ma capita che l’asta non ce la faccia a trapassare il corpo del pelagico allora non puoi forzare il recupero. E’ giusto che  si doppi il tiro: a questo proposito dispongo sempre di un 90. Mentre sto controllando la fuga dell’animale il barcaiolo mi passa il fucile e ridiscendo per infliggergli il colpo decisivo. Io tengo il mulinello sempre con la frizione leggermente aperta così da risalire tenendo costantemente il pesce in tiro perché se la preda non si sente frenata ti svuota in un attimo la bobina complicando l’azione di recupero. Bisogna farla stancare progressivamente, la pesca con la canna da traina in questo caso insegna, altrimenti il combattimento ti dura un’ora. Se la metti subito sotto pressione in una decina di minuti al massimo salpi qualsiasi ricciola.

M.Paggini. La reazione della ricciola è stranissima perché dopo essere stata raggiunta dalla freccia resta immobile per 6, 7 secondi prima di abbozzare la fuga. In questa fase conviene puntare verso la superficie e poi pilotare l’animale ferito con un’azione di tira e molla che la sfianca nel giro di una quindicina di minuti. La cosa più importante è staccarla da fondo perché se lo trova l’azione di recupero diviene un lavorane e rischi seriamente di perderla o perché si spezza l’asta o perché taglia la sagola.

Roberto Praiola. Quando gli spari resta per un po' stordita e subito dopo questo periodo di “crisi” parte in acqua libera cercando di togliersi l’asta spanciando e strisciando sugli scogli. Bisogna evitare che ci arrivi ma è un gioco di equilibri sottili perché non sei in dieci metri d’acqua quindi non puoi rischiare. Cerco innanzitutto di colpirla meglio che posso. In profondità c’è il problema del mulinello perché se stai pescando a oltre trenta metri c’è la possibilità che il filo di bobina non ti basti. Uscendo con il barcaiolo ho approntato una boetta con elastico: la attacco al fucile con un moschettone e lascio che il pesce ceda.  

Un episodio sulla pesca alla ricciola che ti è rimasto impresso?

N.Riolo. Ero ragazzino, avevo si e no 18, 19 anni. Sono uscito a pesca con Lo Baido e Molteni, i miei miti, diretti sul banco Talbot. C’era mare grosso, maestrale, e abbiamo percorso circa 40 miglia con condizioni proibitive. Loro rappresentavano la perfezione perché erano fortissimi, pescavano denticioni, cernioni, riccioloni, tutto fuori misura, mentre io mi difendevo ma avevo tantissime cose da scoprire. Era la prima volta che andavo su questa famosa secca. Iniziammo a pescare e dopo un po' c’era già qualche bel pesce a carniere. Io scendevo con un 115 ad aria molto carico e un mulinello Marò pieno di sagola. Al termine di un’immersione a mezz’acqua per esplorare il fondo alla ricerca di cernie riemergo, sono in superficie che mi preparo nuovamente quando ho l’impressione di sentirmi osservato. Mi giro e tra un’ondata e l’altra, in mezzo alla schiuma mi sembra di scorgere una ricciola. Sì, c’è una ricciola di una cinquantina di chili e ai lati altre due sui 30! Appena alzo il fucile nella loro direzione scartano allora lo abbasso subito e queste si voltano e mi puntano di nuovo. Quella gigante è dritta di muso. Aspetto che siano vicine poi riallineo piano il pneumatico e miro la più grossa. Premo il grilletto mentre un’onda mi sballottala e l’asta sfiora la testa del bestione. Gli ho tolto una striscia di squamette sopra la testa, in mezzo agli occhi e fin giù sulla dorsale. A questo punto la ricciola dilata le branchie spalancando la bocca e gli altri due pesci la stringono in mezzo a loro e l’accompagnano verso il fondo. Uno spettacolo incredibile!

M.Paggini. Ho vissuto una bellissima avventura con lo scomparso Francesco Boni. Eravamo fuori da una punta e incontrammo una trentina di pesci enormi, ricciole tra i 40 e i 50 chili. Io scesi e sparai a un pelagico di 48 chili, iniziai a lavorarla dalla superficie nel mentre Francesco mi raggiunse. Gli chiesi di scendere per infliggergli un altro colpo ma mentre il mio compagno si avvicinava al ricciolone ferito fu sorpreso da un altro pesce di 42 chili che gli sfilò davanti; gli tirò sulla testa con una precisione assoluta e lo fulminò. In un tuffo solo la prese e la mise sul gommone. Intanto la mia ricciola guadagnò il fondo ad oltre trenta metri e s’ingarbugliò con i resti di un palamito abbandonato sotto un arco di roccia. Ricordo che la lavorammo con cautela, Francesco la teneva in tensione ed io scesi con il coltello in mano sino a che la recuperarla a tarda sera.

Roberto Praiola. Potrei raccontarti tantissime avventure a iniziare da quella di 22 chili presa a 17 anni con il Medisten ma cercherò di limitarmi. Una volta un pescatore mi ha raccontato di un sommo scovato fuori Anzio, mi ha fornito le mire e sono andato a esplorarlo al calasole. Li ho assistito a uno degli spettacoli più belli della mia vita: appena sceso sul cappello, a circa 35 metri, mi sono sfilate di fianco una decina di ricciole e poi, subito dopo, è iniziata una vera e propria processione con centinaia di animali dai trenta ai quaranta chili di peso. Sono risalito al termine dell’apnea è il carosello continuava…In questo magico posto, ancora oggi, prendo dei bei pesci. Un’altra storia, da non imitare, mi è capitata sempre al tramonto, diciamo a tramonto inoltrato. Stavo sommozzando su un sommo sempre molto distante dalla costa quando mi è arrivata a tiro una ricciola poco oltre i 16 chili. Gli ho tirato bene, l’ho passata dietro la branchia ma mentre mi accingevo a contrastarla il rocchetto del mulinello si è bloccato, si è formata una parrucca così ho dovuto abbandonare tutto. La ricciola è passata tra due lame di roccia e per mia fortuna si è infilata dentro un residuo di rete. Io sono tornato a galla, era praticamente buio, e ho collegato un pedagno ad una boetta sperando di tornare sul posto l’indomani. La mattina presto esco con un mio amico ma nel frattempo le condizioni del mare sono divenute proibitive, l’acqua sì è intorbidita moltissimo, c’erano due metri di visibilità. Sono giunto sul segnale, ho preso il coltello e seguendo la sagola sono arrivato sul pesce. A tentoni, sul filo dei trentacinque metri, ho tagliato la rete e ricuperato la preda, al buio. Un esperienza allucinante.

 

Testo di Zara Emanuele.