La ricciola
| Articoli Pesca Sub
scritti da Emanuele Zara |
La Ricciola di Molteni |
Quando si organizza una breve vacanza
di pesca è un fatto naturale che si cerchi sempre si trarre la massima
soddisfazione possibile dalle uscite in mare. Ma quali sono le aspettative che
insegue un appassionato cacciatore subacqueo? Ognuno ha i suoi sogni nel
cassetto e ci vorrebbe un referendum per catalogarli tutti. Riguardo il
sottoscritto non ci sono dubbi: dopo i dentici mi piacciono le prede pelagiche
di dimensioni super! In realtà non basta che l’obiettivo sia un bestione
enorme: ci sono specie che non raggiungono pesi di svariate decine di chili che
comunque offrono emozioni sportive incredibili. Quando una cattura risulta
impegnativa, difficile da effettuare, svolta in un contesto ambientale unico,
l’atleta si esalta in un’alchimia di sensazioni piacevoli e se a questo
stato mentale aggiungiamo la soddisfazione di abbracciare un animale che ha
raggiunto la piena maturità fisica offriamo anche una veste rispettosa e
intelligente al nostro prelievo ittico.
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I primi del mese di un luglio passato
avevamo programmato una settimana all’insegna di un sano divertimento
subacqueo e visto che l’itinerario scelto offriva una serie di promontori
rocciosi e di sommi assai interessanti non avemmo dubbi sulle specie ittiche che
avremmo potuto incontrare e insidiare. Giunti sul posto verificammo rapidamente
i luoghi più promettenti e durante i primi tuffi ci rendemmo conto che la
probabilità di assicurarci un trofeo coi fiocchi era una realtà altamente
fattibile. Quando un’alta scarpata, formata da grossi blocchi di granito,
precipita nel blu e dopo alcune centinaia di metri risale a una ventina di metri
dalla superficie, poi si ripete più in fuori e più a fondo una seconda volta,
rivela sicuramente un habitat dalle potenzialità eccezionali. Le correnti si
incuneano tra le montagne sottomarine trasportando tonnellate di nutrienti e
innescano i processi primari della catena alimentare. E’ inevitabile che i
grandi predatori si aggirino tra le schiene di rocce e le pallonate di mangianza!
Per incontrarli bisogna decifrare l’ambiente, carpirne tutti i risvolti e
dotarsi di molta pazienza: con un po di esperienza aumentano le probabilità
d’intercettarli e quindi di poterli pescare. Un altro aspetto positivo era rappresentato dal periodo prescelto che costituiva un valido preambolo estivo ma non esibiva le degenerazioni tipiche del mese successivo. Infatti, nella prima quindicina di luglio, a parte qualche spiacevole eccezione, in tutto il perimetro costiero nazionale ci si può immergere senza aver paura che sul più bello sfrecci un motoscafo o che il promontorio, o la secca, diventino il ritrovo di decine e decine di pescatori o di semplici turisti motorizzati. Gli assembramenti di mangianza e il posizionamento del termoclino intorno ai 17/18 metri sono altri due fattori che contribuiscono alla stesura finale del puzzle. La temperatura del mare si è assestata generalmente sopra i 20 gradi e in alcune zone d’Italia (soprattutto nelle isole meridionali) il dato calorico più alto favorisce la stratificazione dell’acqua fredda a quote ancora meno fastidiose. Le condizioni meteo climatiche tranquille consolidano il termoclino e se non incappiamo in qualche burrasca improvvisa che potrebbe rimescolare il fondale, godremo di tempo stabile e acqua tiepida.
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Gli assembramenti di pesciolini faranno la comparsa dappertutto ma si concentreranno maggiormente nei punti dove i flussi marini veicoleranno i nutrienti. Con un po di sensibilità vi accorgerete che questi luoghi possiedono delle peculiarità salienti come ad esempio: picchi rocciosi che emergono dal contesto pianeggiante, rialzi repentini di roccia, depressioni e avalli, cigliate e cadute perpendicolari, franate, sbalzi di qualche metro, irregolarità morfologiche marcate, eccetera.
Dove la corrente transita
impetuosamente è difficile che osserviate grossi sciami di pesciolini ma se i
flussi trovano un grande ostacolo o semplicemente un impedimento al proprio
scorrere libero, ecco che si formano degli improvvisi vortici, delle
“impennate”, degli scivoli, dei canaloni in cui la velocità della corrente
rallenta e la vita marina esplode. Potrete verificare che le condizioni più
fertili si localizzeranno sopra il termoclino e cioè dove l’acqua sarà di
qualche grado più calda rispetto alla fascia sottostante: è qui che i pelagici
amano scorazzare.
ATTREZZATURE DEDICATE
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Molti neofiti acquistano per l’estate mute molto sottili, talvolta sotto i 3,5 millimetri, ma per cacciare ricciole spesso bisogna battere fondali spazzati dalla corrente e quote piuttosto fonde. Tra molti campioni e tra chi pesca con una certa ottica si è soliti indossare una giacca da cinque millimetri e pantaloni più sottili in grado di garantire un ottimo potere coibente alle parti più sensibili del corpo anche in presenza di strati d’acqua fredda. Un altro aspetto fondamentale è la scelta della zavorra che non deve essere mai troppo negativa, anzi: in previsione di contrastare un pelagico a mezz’acqua durante la delicatissima fase di risalita, bisogna ridurre la piombatura abituale. Cercate di curare la bontà delle pinne in modo che esse vi aiutino a
vincere la spinta positiva data da una muta poco compensata in partenza e vi
assistano nella pinneggiata di ritorno quando starete contrastando il pesce
ferito. Per lo stesso motivo acquistate capi poco comprimibili, anche a scapito
di un briciolo di morbidezza, poiché manterrete un assetto più equilibrato
durante tutto l’arco dell’immersione. Chi ha la fortuna di compensare con la semplice manovra di deglutizione manterrà entrambe le braccia aderenti al corpo e la silhouette del pescatore sprofonderà senza attriti altrimenti bisogna curare la posizione degli arti evitando posizioni poco idrodinamiche. Quando la pressione esterna diverrà più intensa (con un pizzico di esperienza s’intuisce che stiamo per toccare la quota operativa) alzeremo il capo, allargheremo e inarcheremo leggermente le gambe in modo da rallentare l’andatura e vedere esattamente dove appostarci. I colori della natura ci appariranno bluastri, piuttosto uniformi ma gli esserini pulsanti che ci avvilupperanno rapidamente ci condurranno in una dimensione vitale indescrivibile. Il cuore scandisce battiti lenti, sempre più lenti e le vostre pupille impazzite si dilatano spasmodicamente nel tentativo di scorgere un indizio, un anteprima stimolante.
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Non bisogna distrarsi e anche se qualche tanuta o qualche bel sarago si profila
dritto sull’asta è consigliabile non premere il grilletto perché non potete
sapere a priori se la grossa ricciola, o un gigante ancora più attraente, sta
per arrivare.
Qui compare il primo, grosso dilemma. Ma se il sarago ha le dimensioni di una padella che devo fare? Non sparo? Certo! Se vuoi portarti a casa un trofeo che meriti sul serio devi rinunciare di principio al pesce piccolo. In fin dei conti bisogna comportarsi come i cacciatori terrestri che se fanno la battuta al cinghiale non si mettono a sparare alle lepri o ai fagiani.
Qualcuno potrà obiettare che è vergognoso e umiliante tornare a casa con un
“cappotto” ma io credo fermamente che di fronte alla possibilità di
arpionare un pelagico di trenta o quaranta chili si possono tranquillamente
mettere da parte le brutte figure! Potrei raccontarvi una serie di storielle che
come soggetto principale hanno visto un sub che per la bramosia di pescare a
tutti i costi “qualcosa” ha perso l’appuntamento con il grande pelagico! |
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Effettuammo numerosi aspetti lungo tutto il perimetro della rimonta ma il risultato fu negativo. Non girava, per il momento, pesce grosso: anche la mangianza era quieta, sparpagliata e ciò confermava che nessun pericolo era percepito. Il mio amico si stufò e dopo una breve consultazione mi propose di salire sul gommone e tornare più a terra per fare un po di pesce per cena.
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Gli risposi di pazientare ancora un po ma non ottenni una risposta positiva. Decidemmo di dividerci, pedagnai un pallone segna sub e assistetti un po amareggiato alla dipartita del natante che puntava dritto sotto costa. Sarebbero tornati a prendermi tra un’oretta. Feci il punto della situazione e decisi di ripetere le poste con metodo, un po come fa il pescatore con la canna durante la classica “passata” nel fiume. Iniziai a sommozzare pazientemente cercando di evidenziare qualche traccia promettente. Compivo un aspetto ogni tanto alternando le batimetriche di caccia e la posizione di appostamento. La chiave di volta giunse inaspettata dopo una trentina di minuti e di molte poste infruttuose. La corrente cambiò direzione, forse in concomitanza con una variazione di marea, e qualcosa, sotto la superficie del mare, mutò. In prossimità di una larga fenditura affacciata sul ciglio più esterno della rimonta, scorsi una pallonata di occhiate abbastanza compatta e poco più in fuori l’apparente assenza di vita. Controllai attentamente, per l’ennesima volta, il lungo pneumatico: allentai la rondella dentata della frizione, verificai la corretta apertura delle alette, la posizione del cappio di nylon da 1.20 e lo stato dello “sleeve” d’impiombatura. Il mare m’inghiottii silenziosamente e la discesa si fermò nella sella tra due alti speroni rocciosi. |
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Il brulicare luccicante delle occhiate mi distrasse un attimo ma fu solo un attimo di défaillance perché dopo una decina di secondi uno schiocco secco perduto nell’acqua mi fece sussultare nuovamente: - Una scodata, si. Deve essere stata una scodata – mi ripetei mentre le gambe mulinavano le pinne verso la superficie. Guardai immediatamente in basso e scorsi il banco di minutaglia spostato di qualche metro sulla sinistra.
Ci misi
un po per ritrovare la quiete e riordinare le idee ma appena conclusa una breve
ventilazione fui di nuovo pronto per il grande incontro. Dopo la capovolta
percorsi una decina di metri a pinneggiare poi non ce ne fu più bisogno e
iniziai a cadere leggermente angolato per riuscire ad aumentare il campo visivo
tutt’intorno. Se c’erano ricciole in caccia potevano benissimo venirmi in
contro dal basso ma l’illusione cessò non appena presi contatto con la roccia
del fondo. Ero nascosto, ma non eccessivamente, e ciò mi permise di proiettare
lo sguardo lontano, nella speranza di godermi il più possibile lo spettacolo di
un eventuale avvicinamento. I pescetti si pararono dinanzi la mia figura poi,
all’unisono, migrarono lateralmente con una certa celerità. Girai la testa
nella direzione opposta e in lontananza vidi arrivare tre bestioni. I primi due
erano sollevati di un metro o due dal fondo e il più grande nuotava
immediatamente dopo, in scia. Spostai pianissimo il pneumatico di quasi 45° e
ruotando pure il busto mi misi nella possibilità di sparare bene. La scena che
si materializzava di secondo in secondo era paradisiaca. I fotogrammi scanditi
uno per uno si imprimevano nella psiche, indelebilmente.
SCHEDA BIOLOGICA
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La ricciola (Seriola dumerili) è un pesce pelagico che appartiene alla famiglia dei Carangidi. I rappresentanti di questa famiglia si spostano quasi sempre in gruppo e cacciano in acque con temperatura costante preferibilmente sopra i 20 gradi centigradi ma sono in grado di adattarsi a escursioni termiche molto varie. La ricciola è dotata di una voracità proverbiale e il suo menù spazia dal piccolo pesce azzurro e dai cefalopodi reperibili in alto mare, ai muggini e alle aguglie di oltre un chilo di peso aggredibili alle foci dei fiumi o nel sottocosta. Gli orari in cui l’attività alimentare è più alta ruotano intorno alle ore centrali della giornata oppure all’alba e al tramonto. E’ senza dubbio uno dei pesci predatori più grandi che l’apneista possa catturare nel Mediterraneo. Due nostri amici nel golfo di Policastro, in Basilicata, ne hanno presa una di ben 61 chili e 500 grammi. In Sicilia sono finiti nelle reti esemplari di 80/90 chili. Possiede un corpo allungato, possente, ricoperto di piccolissime squame. La livrea è grigio verde sul dorso per poi passare ai toni argentei sui fianchi e al bianco candido sul ventre. |
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Una banda scura segna la
porzione anteriore del muso, passa intorno al grande occhio e sfuma sulla sommità
del capo. Gli esemplari piccoli, abitualmente sotto il chilo di peso, hanno una
colorazione giallastra che in alcune regioni vale il nome di “limoncini”.
Una striscia giallastra rimane anche in età adulta e segue il decorso della
linea laterale. La pinna dorsale è ben sviluppata così come quella caudale. La
coda a falce le dona uno scatto natatorio potente e rapido. Gli esemplari
adulti, maturi sessualmente, spaziano da una decina di chilogrammi per i maschi
a una ventina di chili per le femmine. Si stima che una ricciola femmina di 20
chili abbia un’età approssimativa di circa 5 anni.
FUCILI
La caccia alla ricciola non si improvvisa: tutto deve essere calcolato attentamente. Si tratta di cercare di catturare un pesce che può superare i 60 chili di peso, dotato di una potenza muscolare resistentissima agli sforzi prolungati. L’arma deve essere lunga, corredata di mulinello, capace di trapassare da parte a parte una massa di carne spessa oltre cinquanta centimetri. Non vi tedierò con i soliti discorsi sulle preferenze tra pneumatico o l’arbalete: decidete in base alle vostre preferenze soggettive. Sappiate solo che un esubero di potenza non nuocerà mai in contesti del genere.
Un
altro consiglio che mi sento di darvi è quello di curare tantissimo la qualità
dell’asta e in particolare il poter d’offesa del puntale, della tenuta della
coppia d’alette contrapposte, del sistema di legatura della sagola. Io adopero
delle tahitiane da 6.5 e da 7 millimetri con punta triangolare affilata solo
sulla cuspide: perforano qualsiasi cosa. Il peso del dardo in acciaio non scende
mai sotto i 350 grammi. I miei amici calabresi che un paio di anni fa hanno
catturato alcuni esemplari sopra i trenta chili e che quindi sono riusciti a
testare sul campo parecchi sistemi, mi hanno raccontato che con la tahitiana da
8 mm non c’è storia: quando arriva a bersaglio “tramortisce” il pesce e
prima che abbozzi un tentativo di fuga passano sempre molti secondi....
Testi di Emanuele Zara &
Lucia Notarangelo.