Il SARAGO
LUNGO LE COSTE ITALIANE
Tutti
i pescatori in apnea conoscono le varie tipologie di saraghi probabilmente una
delle prede maggiormente insidiata nel bacino del Mediterraneo. Nel periodo
invernale questo sparide gustoso, dal caratteristico corpo di color argenteo,
compresso, rotondeggiante, e più o meno allungato a secondo della specie a cui
appartiene, tende a raggrupparsi in branco per la riproduzione primaverile.
Capita quindi di trovare alcune zone lungo le coste italiane ricche di grossi
esemplari che si aggirano sopra gli ammassi franosi di rocce, sorvolano una
serie di lastroni sovrapposti oppure s’intravedono nelle aperture delle
concrezioni di arenaria, nei buchetti e nei passaggi strettissimi del grotto,
nei catini scavati tra le radici delle posidonie. Fa’ molto freddo: gli
apneisti battono perlopiù il sottocosta, le batimetriche medio basse e
solitamente impugnano fucili corti e super corti al fine di esplorare gli
spacchetti e le tane scelte come rifugio dai pesci. Ma si scorgono altri
subacquei che cercano di arpionare gli esemplari più interessanti, solitamente
assai diffidenti e costantemente al limite del tiro, con armi lunghe,
all’aspetto o all’agguato. Catturare un paio di saragoni da ottocento
grammi, un chilo di peso rappresenta un ambito trofeo e in certe regioni questo
avvenimento capita abbastanza frequentemente mentre in altre, meno fortunate dal
punto di vista morfologico o sottoposte a esagerato prelievo professionale, la
questione è delicata perché l’avvistamento di saraghi di peso è un
avvenimento sempre più remoto e legato a circostanze per lo più fortuite. Ho
raccolto le esperienze di quattro grandi campioni che non hanno bisogno di
credenziali perché tutti, neofiti a consumati apneisti, li conoscono benissimo
per essere dei grandissimi pescatori. Stefano Bellani mi ha svelato il fascino
delle coste toscane che proprio in inverno, lontano dai clamori estivi e
vacanzieri si ripopolano di sparidi sia nella parte a nord sia nei tratti
di litorale posti a sud; appassionante il suo racconto di una gara alla
Meloria… Fabio Antonini è un atleta con una lunghissima esperienza e proprio
il sarago è la preda che insidia con maggior successo; d’altronde i fondali
laziali sono un habitat straordinario per questo pesce che si rifugia nei
meandri di grotto, nelle macchie di roccia friabile e traforatissima. Giuseppe
Tortorella risiede in Campania e per cercare saraghi frequenta parecchi siti che
nella brutta stagione tornano a essere frequentabili visto che solo pochi mesi
prima erano impraticabili a causa del traffico nautico. Purtroppo il mare
campano non offre più grandi spettacoli e la presenza di sparidi corpulenti è
un’evenienza ogni anno più rara ma l’atleta salernitano riesce a catturarne
qualcuno al libero utilizzando un lungo arbalete in legno autocostruito. Infine
ho avuto un lungo scambio di opinioni con Riccardo Molteni che in Sicilia si
toglie ancora parecchie soddisfazioni. Le sue catture spaziano in diversi
settori della ricca isola meridionale e anche le tecniche di predazione si
alternano tra tana e spazi aperti ma la sua passione, e il suo massimo grado di
divertimento, lo ottiene buttandosi nella schiuma e nella risacca indotta dal
mare formato.
| specie di saraghi e terminologia dialettale. I saraghi sono largamente presenti nel nostro bacino mediterraneo e le specie visibili dai subacquei sono numerose, così come vengono citate dai vecchi pescatori, termini che hanno assunto un valore prezioso entrato a far parte della cultura di ogni regione. Ne cito alcuni. Il Diplodus vulgaris è il classico sarago fasciato denominato così per la vistosa macchia nera sul capo e sul troncone di coda; non possiede grosse dimensioni (comunemente si osserva sotto i 500 grammi di peso) e solitamente ama riunirsi sottocosta in nutriti branchi. Il nome con cui si identifica varia da Sarago testa nera a Sant’Andrea, Fasciato o Capo nero. Nello specifico ho raccolto le seguenti terminologie dialettali: a Genova prende il nome di Sant’Andria-Culunnellu; in Toscana di Sarago sguaiato; nel napoletano Saricu; in Veneto Sargo; in sardo Sagristanu; in Sicilia Ferada. Il Diplodus sargus è il sarago comune che rappresenta il bersaglio più agognato nel senso che raggiunge pesi cospicui (si sono presi saragoni di oltre 1500 grammi di peso) e nel periodo invernale è quello più visibile nelle calette e nei vari siti con prevalenza di fondo roccioso. Si contraddistingue per il profilo del capo massiccio, per una dentatura possente atta a sbriciolare ricci e conchigliette varie, per le 7/8 strisce verticali nere che ne ornano il corpo argenteo; man mano che invecchia aumenta il suo fascino perché il muso si verticalizza, i colori ingrigiscono e si opacizzano, i dentoni incisivi e le placche ossee all’interno del cavo orale si ingialliscono. | ![]() |
Un tempo era sua abitudine
intanarsi con parecchi suoi consimili oggigiorno è più sospettoso e dove è
braccato con insistenza la sua indole tutto sommato docile e tranquilla si è
trasformata rendendolo un pesce assai diffidente e scaltro. In genovese è
chiamato Saigu, in Toscana Sarago reale, nel napoletano Sario vero; in Veneto
Sparo rigato; in Sardegna Sariag; in Sicilia Saricu monacu. Il sarago pizzuto,
Puntazzo puntazzo, è un altro esemplare di sarago abbastanza comune che si
riconosce abbastanza facilmente per la forma del musetto appuntito e
l’apparato boccale prominente, da cui origina il nome. Si ciba di alghe e
animaletti che brucando preleva dalle pareti rocciose ed ha un comportamento
abbastanza “curioso”. E’ un sarago meno comune d’inverno e la sua
cattura avviene in altissima percentuale più che altro al libero. Mi ha stupito
il racconto di Riccardo Molteni che in Sicilia, qualche anno fa, ne ha catturato
uno in tana di oltre 4 chili di peso! Nel dialetto genovese è chiamato Sarpa
sulla o Sciaccatabaccu; in Toscana Sparo Pinzuto; nel napoletano Sarago dinzuto;
nelle venezie Spizzo; in Sicilia Saricu pizzuto; nel dialetto sardo Puntutu.
Nomino per dovere di cronaca anche il Sarago faraone, Diplodus cervinus, poco
comune in inverno se non nelle regioni e nelle isole dell’estremo sud
mediterraneo. La caratteristica più evidente di questa specie che vive
prevalentemente in acqua libera è un corpo argenteo plumbeo attraversato da
quattro o cinque fasce verticali larghe e scure. Raggiunge il record di
lunghezza e peso nel senso che può superare i cinquanta centimetri e il peso di
oltre cinque chilogrammi.
Dove
cercare i saraghi nelle diverse regioni.
Stefano
Bellani. Tutta
la parte nord della Toscana, tutte le punte con le insenature rivolte verso sud
sono valide per incontrare i gruppi di saragoni. Se prendiamo ad esempio le
secche della Meloria c’è un punto chiamato il canalone, posto in fuori, dove
è probabile incontrare grandi concentrazioni di pesce. Io ricordo giornate con
acqua pulita in cui osservavo un centinaio di saraghi che giravano al libero per
poi infilarsi sotto qualche sasso. Memorizzato il punto, il buco buono ci sono
ritornato in estate e anche in questo periodo ho preso qualche sarago segno che
l’inverno da la possibilità di trovare la zona valida per tutti gli altri
periodi. Progredendo verso Sud, ad esempio il golfo di Follonica, il fondale si
fa un po’ più fangoso, tufaceo, ricco di banchi di posidonie. Sono zone dove
non c’è roccia vera bensì anfratti e ripari creati dalle radici delle alghe
che ugualmente possono ospitare i saraghi. Rispetto al versante nord dove il
pesce può reperire parecchi rifugi qui c’è una sola tana in mezzo a tanta
alga e il pesce si raduna lì. Riguardo alle isole in cui si può ancora pescare
in apnea segnalo il Giglio e l’Elba: nella prima si ha l’occasione di
scorgere numerosi grossi saraghi ma riuscire a catturane qualcuno è sempre un
impresa per via della grande diffidenza che i pesci hanno acquisito; all’isola
d’Elba, invece, i saraghi sono quasi inesistenti anche d’inverno. Stesso
discorso per l’isola in cui vivo, Capraia: l’unica parte dove si può
pescare, la zona dinanzi al porto (tutto il resto è parco) permette qualche
rara cattura perlopiù effettuabile all’aspetto perché i saraghi non s’intanano
più.
Fabio
Antonini. Il
Lazio è una regione molto ricca di saraghi: la porzione di costa davanti a
Tarquinia, Montalto di Castro, verso nord, conta molti saraghi fasciati e meno
maggiori perché è un fondale generalmente più profondo, poi anche la
composizione del fondo varia, c’è grotto ma basso, non fa cigliate alte, e
l’acqua spesso risulta talmente torbida da essere impraticabile. Il sito
migliore di queste zone, a mio giudizio, è la parte davanti al poligono di
Tarquinia. Anche il località Fiume Arrone si trovano delle concrezioni di
grotto isolate appoggiate inizialmente su sabbia e alghe mentre allargandosi in
fuori il fondo è fangoso. Andando verso sud è molto valida la zona davanti al
poligono di Macchiatonda sino alle secche di Palo:
mi sento di affermare che queste è l’area è la più ricca di saraghi,
in Italia, che io conosca. E’ un grotto molto traforato e qui il pesce ha
sempre una possibilità di fuga; si pesca da tre metri di fondo sino a
venticinque trovando continuamente un fondale incredibile. In inverno la quota
media di esercizio è intorno ai dieci metri è se dovessi programmare una
pescata nel posto migliore sceglierei la zona davanti alla Frasca sino alle
secche di Palo. Procedendo verso sud ci sono pochi scali marittimi e la
pressione della pesca professionale è limitata. D’inverno, stranamente, la
corrente da sud che intorbidisce l’acqua perché trasporta i detriti del
Tevere è sospinta al largo dai venti di grecale rendendo fruibile il
sottocosta. Dalla Frasca sino a S.Marinella si può entrare da terra è in
particolare io scelgo il mare dinanzi alla Lega Navale di Civitavecchia un posto
dove si pescano sempre saraghi. Con il gommone ci si spinge a sud e precisamente
da S.Severa sino a Marina di S.Nicola e zone limitrofe. La roccia è presente a
una certa distanza da riva e il mezzo nautico consente di non nuotare sulla
sabbia per il primo tratto e raggiungere comodamente i luoghi di pesca.
| Giuseppe
Tortorella. La
Campania presenta fondali molto diversi da nord a sud pertanto anche gli sparidi
rivelano habitath e abitudini differenti.
Trovi roccia di tipo granitico e roccia porosa, zone di acqua completamente torbida e altre perfettamente limpide. Ciò ti consente di impostare qualsiasi tipo di pesca per insidiare i saraghi. La zona del napoletano è la migliore anche per i saraghi d’inverno: i suoi fondali sono variegati e c’è predominanza di roccia sotto forma di isole, canali, franata, lastre, sommi. La forte corrente che lambisce questo
tratto di mare fa si che possa capitare una grande e inaspettata entrata di
pesce. La parte sud è caratterizzata da molta sabbia e mancano tane per gli
sparidi. Attorno ai relitti si trovano saraghi, la maggioranza di taglia
ridotta, ma d’inverno le condizioni meteo sfavorevoli, le abbondanti
precipitazioni fanno si che l’acqua s’intorbidisca parecchio e tra le
lamiere sia veramente difficile osservare qualche preda. |
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Riccardo
Molteni. La
zona migliore per effettuare questo tipo di pesca è senza dubbio l’estrema
porzione della Sicilia occidentale: dal Trapanese alla zona di Marsala, Mazzara
del Vallo. Cito anche per diritto di cronaca le isole Egadi, Favignana che ora,
purtroppo sono off limits per i pescatori in apnea perché divenute territorio
di area marina protetta ma quando erano libere rappresentavano il top per il
sarago sia d’estate che d’inverno. Nel Catanese, ogni tanto,
miracolosamente, compaiono branchi di saraghi maggiori di dimensioni
impressionanti che si disperdono nelle frane vulcaniche che caratterizzano
quella costa. La Sicilia meridionale, Sciacca, Agrigento, Licata ha il problema
della visibilità subacquea perché sono rarissime quelle giornate invernali che
consentano di pescare con acqua chiara e trasparente. Il fondo è argilloso e
basta una perturbazione per sconvolgere il panorama subacqueo. Però ci sono
giornate invernali eccezionali per cui capitano tre giorni di bonaccia, corrente
di Scirocchetto, otto, dieci metri di visibilità e inizi a scoprire macchie di
tufo, scogli che fino a quel momento magico ti erano preclusi aprendoti davanti
agli occhi sciami di saragoni che nuotano tra una concrezione e l’altra.
Il
comportamento del sarago d’inverno.
Stefano
Bellani.
Secondo la mia esperienza i mesi di gennaio e febbraio sono i migliori per la
pesca del sarago. Molto spesso il periodo invernale coincide con dei ricchi
carnieri di saraghi e ciò si verifica per una serie di motivi. Il primo è che
in mare non c’è più nessuno, si vedono pochissime barche, qualche raro
subacqueo si aggira sottocosta e questo stato di calma stagionale fa si che i
fondali si ripopolino. Il secondo aspetto riguarda l’imminente periodo
riproduttivo primaverile: i saraghi si raggruppano in folti branchi, anche di
90/100 esemplari, e capita di osservarli prevalentemente in zone di acqua bassa,
massimo una decina di metri di fondo. Io li trovo quasi sempre nelle calettine
esposte a sud, in pieno sole, prediligono la luminosità. Se si trovano dei
sassi, delle lastre isolate è facile che sotto si nascondano dei saraghi ma
sono ottime anche le frane e proprio qui sono solito divertirmi maggiormente.
Con il mare mosso i saraghi approcciano in parete per cibarsi e allora,
all’agguato si possono pescare sulle punte, nelle insenature che fanno
schiuma, eccetera.
Fabio
Antonini. In
46 anni posso dire che il comportamento dei saraghi in inverno, nel nord del
litorale laziale, non lo conosco proprio in quanto è quasi impossibile trovare
una giornata in cui sott’acqua si riesca a vedere il fondo. Riesci a pescare
fino all’abitato di Tarquinia dopodiché è nebbia. Da Civitavecchia sino alle
secche di Palo la situazione di visibilità migliora e d’inverno ci si immerge
qui. Nei mesi freddi i saraghi sono quasi tutti intanati e capita di trovare
delle zone con una grande concentrazione di pesce perché il periodo
riproduttivo è alle porte. Il problema che si pone un po da tutte le parti è
l’uso indiscriminato dell’acquascooter: i saraghi sono diminuiti e appaiono
sempre più spaventati. Per far carniere non si possono usare tutti i mezzi
disponibili. Una pescata di dieci saraghi con il motorino non vale niente dal
punto di vista sportivo; prendere due pesci muovendoti a pinne significa che sei
stato davvero bravo.
Giuseppe
Tortorella. In
Campania il sarago è diventato una preda difficilissima da prendere. Sembra che
questi pesci sappiano riconoscere il subacqueo da lontano e non si fanno
avvicinare. Avvisti una pallonata di saraghi e prima che riesca a impostare una
qualsiasi strategia si sono già dileguati in acqua libera. In molti posti il
fondale buono e invaso da reti di tutti i tipi per cui il pesce è spaventato ed
è arduo riuscire a prendere più di un sarago o due. E’ rarissimo che in
Campania si trovi una tana con più di tre o quattro saraghi. In altre regioni
d’Italia la situazione è decisamente migliore. D’inverno si vedono in giro,
percentualmente, più saraghi di pezzatura generosa ma sono sparpagliati in ampi
settore di mare. La cosa singolare resta il fatto che nella maggioranza dei casi
si vedono branchi di saraghi molto piccoli, centinaia di saraghi tra cui forse
un paio di dimensioni sparabili, dico forse.
Riccardo
Molteni. La
roccia di tipo calcareo forma lastroni, cigli, profondi tagli e nella zona del
Trapanese, ad esempio, si trovano ancora dei posti isolati che regalano visioni
memorabili. In inverno, quando le condizioni meteo marine sono ottimali, e la
pressione della pesca professionale del turismo finalmente decade, batti questo
territorio che si estende per miglia verso il largo e capita di scoprire tane
con centinaia di saraghi ammassati. E una condizione tipica della stagione
invernale naturalmente che varia da località a località. Se la zona invece è
parecchio visitata anche in Sicilia il sarago si fa alquanto diffidente e
preferisce nuotare a mezz’acqua piuttosto che rischiare di finire infilzato se
si stipa con qualche altro consimile all’interno di un buco. Da Palermo sino a
Marsala il mare conserva sempre una discreto livello di trasparenza anche quando
è mosso. I saraghi frequentano il sottocosta e si alimentano con ciò che si
libera nell’acqua dalle punte rocciose battute
dai marosi dandoti la possibilità di avvistarli, e catturarli, pescando
all’agguato e all’aspetto.
Le
condizioni meteo marine.
Stefano
Bellani. A
Nord sono certamente il vento e il mare di Scirocco che creano le condizioni
migliori per la pesca del sarago d’inverno: il fiume Arno è sopra Livorno
quindi lo Scirocco tende a portar via tutta l’acqua torbida, a sud di Livorno
non ci sono corsi d’acqua quindi si trova il mare pulitissimo. I vantaggi sono
grandi perché il pesce è fuori e si riesce a prendere. Procedendo verso Sud,
verso Talamone, Grosseto ci avviciniamo al litorale laziale di conseguenza
l’acqua s’intorbidisce con facilità.
Fabio
Antonini. Se
d’inverno ci sono giorni di alta pressione e spirano venti di ponente, di
maestrale il mare si pulisce e si vedono molti pesci. Ma c’è una
considerazione che può ribaltare i programmi: la pioggia. Da noi ci sono molti
corsi d’acqua e un’abbondante livello di precipitazioni sporca il mare. In
una stagione invernale secca, ad esempio quella indimenticabile del 1989, i
saraghi, in tre metri di fondo, erano così tanti che parevano castagnole.
Giuseppe
Tortorella. Non
ci sono grandi differenze climatiche tra il nord e il sud della Campania.
Con venti dai quadranti superiori l’acqua si schiarisce in quasi tutta la
costa mentre con il Libeccio le condizioni marine si fanno proibitive. Il sarago
non rileva cambiamenti comportamentali rispetto a un tipo di vento o di mare.
Invece se ne vedono un po più in giro con la luna in fase crescente.
Riccardo
Molteni. I
venti del primo e del quarto quadrante, dal Grecale al Maestrale transitando per
la Tramontana inducono nella porzione di Sicilia presa in esame condizioni di
mare formato ma con sufficiente visibilità subacquea. Nella costa meridionale,
invece se c’è mare indotto da venti di Libeccio o Scirocco, le condizioni
marine sono pessime e i fondali impraticabili perché risultano completamente
torbidi. Da Dicembre, Gennaio sino a metà Febbraio quando si verificano giorni
di alta pressione, per il vero non così infrequenti, sono momenti in cui si
fanno stupende pescate di saraghi. La temperatura dell’acqua non è al massimo
del freddo e si riesce a vedere tanto pesce bianco e addirittura qualche cernia.
Da metà febbraio a tutto aprile si entra invece in una fase temporale in cui i
saraghi calano in maniera vistosa.
La
tecnica d’elezione per il sarago d’inverno.
Stefano
Bellani. In
condizioni di mare calmissimo e acqua trasparente scorro molto velocemente il
fondo, a pinne, cercando di soffermarmi maggiormente nelle cale esposte verso
sud finché non localizzo il branco. In inverno fai chilometri senza vedere un
pesce poi all’improvviso giri una punta, trovi due sassi con sopra una
pallonata di saragoni. Con l’appoggio del gommone salto le calette esposte a
nord, quelle in ombra, e ritorno a pinneggiare in acqua quando la costa ritorna
ad essere battuta dal sole.
Fabio
Antonini. D’inverno
non scorro velocemente il fondo ma esploro buco per buco perché i saraghi sono
tutti intanati ne vedi pochissimi al libero. Quando la temperatura del mare
scendi a 12/13 gradi centigradi qui nel Lazio non vedi vita: il pesce sta
riparato nei canali del grotto. La ridotta visibilità non permette altri tipi
di pesca a parte qualche eccezione all’aspetto o all’agguato ma si tratta di
circostanze particolari e ridotte in ordine di tempo.
Giuseppe
Tortorella. Quasi
esclusivamente pesco all’agguato o all’aspetto. D’inverno capita di
sorprendere qualche raro sparide in parete, magari con il mare leggermente mosso
oppure di colpirne uno o due all’aspetto su qualche sommo. In tana si pesca
pochissimo.
Riccardo
Molteni. Con
il mare forza quattro e anche cinque, cioè con condizioni al limite della
praticabilità io mi butto in mare e pesco all’agguato e all’aspetto
sottocosta dove le onde si frangono. E’ una caccia che mi diverte moltissimo e
che in un paio d’ore sa regalare dei carnieri onorevoli. Ci vuole gran ritmo e
una velocità d’azione rapidissima, immediata. Ben zavorrato e con un’arma
maneggevole scorro i tratti di costa battuti direttamente dai frangenti non le
calette a ridosso. Se invece il mare è tranquillo mi capita saltuariamente di
pescare nella classica maniera: scorro il fondale alla ricerca di tane buone e
di pesci prima all’imboccatura poi all’interno delle cavità in cui si
rifugiano; con questa metodica riesci a prendere più saraghi, se poi impugnando
un fucile corto ti immergi con un ritmo alto visitando centinaia di buchetti, di
crepe, di aperture fai numero ma personalmente è un tipo di pesca che non mi
diverte più. La componente ludica deve essere prevalente in questo sport se no
diventa un mestiere, e allora parliamo di un’altra cosa…
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L’attrezzatura.
D’inverno
indosso una giacca da 7 mm e pantaloni da 5 quando parto da terra se no, uscendo
con il gommone, preferisco un completo integrale da 7 mm. Mi zavorro con 7 chili
di piombo, non adopero lo schienalino perché non mi piace pescare troppo
adagiato a fondo e preferisco aggrapparmi con un mano sotto un sasso piuttosto
che risultare eccessivamente piombato. La mia maschera per l’’inverno è una
Focus, dalla grande visibilità. Come guanti calzo un leggero modello con il
dorso in neoprene e il palmo in finta pelle. I miei fucili per il sarago sono
esclusivamente arbalete con aste da 6 mm e aletta corta, gomme da 16: un
Comanche 60 per i buchetti, un 75 e un 90 per l’agguato e l’aspetto in acque
più o meno torbide. Dovessi scegliere un’unica arma per il sarago opterei per
il 75 che secondo me è il fucile perfetto. Fabio
Antonini. Il
fucile che d’inverno adopero abitualmente e il Tempest 50 con asta munita di
fiocina a cinque punte, un’arma eccezionale e specifica per catturare i
saraghi nel grotto. Non uso arbalete corti perché nel grotto ci vuole rapidità
e maneggevolezza massima: pensa che il pneumatico da cinquanta centimetri, in
certe situazioni, è addirittura troppo lungo! Come torcia impiego una Moonlight
ricaricabile. La mia muta è la Mimetic Med, un monofoderato robusto e
rinforzato nei punti critici. La zavorra è affidata al gilet Omer e una cintura
per un totale di cinque chili sul dorso e cinque chili in vita. |
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Giuseppe
Tortorella. In
inverno pesco a profondità medio basse e do molta importanza alla zavorra. Con
una giacca da sette o otto millimetri, pantaloni a vita alta e gli immancabili
bermuda confezionati su misura dalla Subart mi piombo con schienalino e cintura
in modo da risultare appena negativo o neutro in poco fondo. Gli arbalete che
uso sono tutti lunghi, anche d’inverno. Pesco con il mio fucile in legno, il
Tune, che grazie all’asta che non fuoriesce dalla testata e al fusto scaricato
è maneggevole anche nella risacca.
Riccardo
Molteni. Se
mi capita di esplorare qualche tana impugno un Monoscocca 75 con cui mi trovo
benissimo. E’ maneggevole, preciso e mi permette di effettuare tiri miracolosi
anche in acqua libera magari nei confronti del saragone che mi schizza da sotto
le pinne all’improvviso.Per l’inverno lo setto con asta tahitiana monoaletta
da 6 mm ed elastici da 16 mm. In condizioni di spazi di lavoro molto angusti ho
una serie di arbalete corti e cortissimi 50 e 65 centimetri. Da diversi anni
pesco esclusivamente con fucili a propulsione elastica e quando mi capita
d’impugnare i miei vecchi pneumatici sento la differenza in peso, in
manovrabilità, in grilletto. La protezione isotermica è affidata normalmente a
una giacca da 7 mm, pantaloni da 5, calzari da 3 e quanti in misto neoprene /Alcantara
da 2 mm per la massima sensibilità di tiro. La zavorra per compensare il tutto
è di circa 7 chili di piombo. Se invece imposto una battuta all’agguato, una
pesca di movimento, adotto un completo mimetico con giacca da 6 o da 6.5 mm e
pantaloni sempre da 5 mm. Per questa composizione neoprenica e per la tipologia
di pesca impiego una piombatura di dieci o dodici chili ripartita in più parti
del corpo.
Mi
racconti un episodio sulla pesca del sarago d’inverno?
Stefano
Bellani. Davanti
alla Meloria qualche inverno fa si svolse una gara sociale organizzata dal mio
circolo livornese. Ci buttammo tutti insieme fuori dalle secche della Meloria
con condizioni di mare ottimali: acqua trasparente e bonaccia. Fu una giornata
eccezionale perché tutti presero pesci. Io fui veloce a partire e mi trovai
davanti agli altri concorrenti. Iniziai a scorrere un pezzetto di ciglio e uno
dopo l’altro inanellai trentaquattro pezzi. In quattro ore di spostamento a
pinne presi trentadue saraghi e due orate. Trovai un branco di saraghi e orate
che si muoveva dinanzi a me e ogni tanto qualche pesce s’imbucava. Scendevo e
sparavo con un 75; ogni tuffo un sarago mentre le orate non s’intanavano.
Anche gli altri ragazzi si accodarono alla mia scia e riuscirono a catturarne
qualcuno.
Fabio
Antonini. Ti
racconto un episodio che mi è rimasto veramente impresso ed è accaduto proprio
in inverno. Davanti alla Lega Navale di Civitavecchia scoprii un taglio (che ora
conoscono tutti ed è pulito, non c’è più un pesce) in nove metri d’acqua
pieno di saragoni. All’ingresso contai una decina di grossi esemplari. Scesi e
presi un pezzo poi risalii velocemente e mi feci passare dal barcaiolo un
secondo fucile. Dentro lo spacco cercai un secondo sarago ma si era già alzato
il polverino perciò mi fermai per squadrare meglio la tana quando,
improvvisamente, scorgo un bel esemplare che mi punta e prima di riuscire ad
allineare il fucile me lo trovo a una decina di centimetri dal vetri della
maschera. Il saragone si ferma e dalla bocca sputa un po di sabbiolina! Poi fa
dietro front e rientra in fondo alla crepa quasi come avesse voluto difendere
gli altri saraghi. Sono rimasto di sasso e non ho avuto più il coraggio di
pescare in quel punto.
Giuseppe
Tortorella. Non
ho particolari aneddoti da raccontare anche perché in Campania è molto
difficile prendere saraghi di grosse dimensioni. Gli esemplari attorno al chilo
sono molto rari e di più grossi io non ne ho mai presi dalle mie parti. Invece
ho catturato in prossimità di un relitto un sarago faraone che non avevo mai
visto lungo le coste campane. Pesava un chilo e quattrocento grammi.
Riccardo
Molteni.
Potrei narrarti di una coppa invernale vinta in Yugoslavia, a Lussino, un trofeo
delle città, vissuta tra lo stupore degli atleti locali che non credevano ai
loro occhi davanti al carniere di saragoni e corvine presentato ai giudici e
realizzato nell’ultima ora di competizione ma posso raccontarti qualcosa di più
attinente agli argomenti trattati: una cattura eccezionale avvenuta nella mia
Sicilia. Nel mese di gennaio ero a Stromboli, nell’arcipelago delle Eolie, con
condizioni di tempo terribile, pioggia, vento, mare grosso. Andai a pescare
lungo una parete verticale caratterizzata da lunghe spaccature. Trovai una
profonda crepa, sempre verticale, di roccia nera, basaltica, in cinque sei metri
d’acqua. Mi misi ad esplorarla da sopra e ad un certo punto scorsi dei
bagliori argentei provenire dal fondo. Penetrai all’interno un poco di più e
verso di me si materializzarono sei o sette musi appuntiti. Traguardai la sagoma
che mi sembrava più massiccia e scoccai una fucilata di quelle storiche
direttamente sul muso. Presi un sarago spaventoso, un “brontosauro”, un
gigantesco pizzuto: un pesce alto circa 35 centimetri, lungo 45 che al peso fece
registrare 4 chili e 300 grammi!
Testo
di Emanuele Zara.