Il Tonno
| Articoli Pesca Sub
scritti da Emanuele Zara |
Il tonno di Lo Vicario |
L’autunno che cala sommessamente sul mare in bonaccia detiene in serbo bellissime avventure di pesca che speriamo di vivere intensamente e magicamente. E sì, perché per noi la ricerca di emozioni subacquee mitiche e uniche è fortissima, quasi patologica; è divenuto il “leit motiv” dei nostri tuffi. I fattori stagionali che concorrono a uno stato di benessere sono molteplici e chi sa apprezzare veramente la caccia in apnea è a conoscenza che dopo l’estate inizia un periodo incantato dove si presentano parecchie occasioni favolose. Dapprima settembre accende gli entusiasmi poi segue ottobre che sotto sotto è ancora meglio del mese precedente. Se non c’è in vista un immediato fronte di perturbazioni, approfittando di qualche giorno di permesso lavorativo, c’è chi si arma di bagagli e parte alla volta di una località promettente mentre per un manipolo di fortunatissimi è sufficiente sbirciare fuori dalla finestra e poi balzare sul gommone, magari parcheggiato nel porticciolo sotto casa, alla prima occasione consentita. D’incanto sono spariti clamori e baccano e la natura ritorna ad essere la vera protagonista in questo straordinario Mediterraneo. Fa stupore immergersi dinanzi al capo scosceso o sulla secca poco distante da riva senza sentire più il turbinio di eliche impazzite o il rombo fastidioso delle moto d’acqua che ti sfrecciano vicino e sapendo che la sorpresa da infarto potrebbe arrivare quando meno te l’aspetti. Siamo soli, fantasticamente soli, abbracciati da una temperatura mite dell’aria e da una piacevole carezza sottomarina. Il gradiente termico costante e un termoclino assestato a batimetriche medio fonde fa esplodere la vita subacquea. Il blu intenso del mare scava letteralmente l’anima e gli sciami di pesciolini onnipresenti che ci avvolgono in nuvole fittissime e scintillanti spingono in una dimensione psicologica indescrivibile. L’ora dei grandi pelagici è finalmente scattata. Che altro desiderare?
Da alcuni anni, proprio alla fine di settembre, dobbiamo fare i conti con un pensiero martellante che torna prepotentemente alla mente, che rovista il cervello fin negli angoli più remoti.
| Un fatto che ci impedisce
di valutare particolari situazioni subacquee con occhi freddi e distaccati ma
che costituisce uno stimolo sportivo inesauribile, senza uguali. Il dolce incubo
si chiama tonno, tonno gigante. Da quell’esemplare di oltre centoventi chili
catturato il 17 settembre del 1996 ( Pescasub maggio 97) le mire venatorie hanno
imboccato una strada obbligata: cercano un replay, un altro episodio di
soddisfazione assurda. Il sogno coccolato in migliaia di notti e concretizzato
dopo anni di attese pazienti ha prodotto un coinvolgimento sensoriale così
sconvolgente da danneggiare irreparabilmente un gran numero di cellule neuronali.
Il piacere provato in quell’occasione ha rasentato la follia, ha superato
tutte le previsioni possibili e presumibili che una piccola mente umana è in
grado di pianificare razionalmente. Non potete immaginare quali subbugli ha
potuto innescare lo squadrare, anche per un solo attimo, un’immensa massa di
muscoli argentei disegnata per correre magnificamente sott’acqua, una macchina
di predazione assolutamente spettacolare.
Giunta come un prestigioso dono all’appuntamento tanto desiderato, nel contesto dell’inquietante voragine di un ciglio abissale, avete pazzamente e vivamente desiderato di farla vostra per sempre. Il brutale schiocco del pistone sulla boccola d’ammortizzo rompe il fragilissimo equilibrio venutosi a creare tra uomo e pesce, ma voi restate altrettanto sbalorditi e rapiti dalla stilettata della cuspide che impatta e trafigge inesorabilmente il corpo del bestione pelagico. Risalite con tutta l’energia a disposizione mulinando l’acqua come ossessi pregando che la bobina del mulinello continui ancora a srotolarsi fischiando e che il tramite esile di nylon regga l’inenarrabile trazione. Sbucati in superficie emettete un urlo disumano verso il cielo liberando in tre secondi tutta l’aria che avete stipato nei polmoni e che non vedete l’ora di espellere. Ma non è finita. Il divertimento è appena iniziato. Combattete allo spasimo con la locomotiva mai doma, per più di tre ore, dosando al millimetro il monofilo elastico e ritrovandovi poi con il palmo delle mani segnato a sangue e una prostrazione bestiale accumulata nei muscoli, nelle articolazioni, nella mente. Siamo pervenuti all’apoteosi dei sensi: è sotto il gommone, lì di fianco. |
Vi
inchinate piangendo e ridendo, poi ancora singhiozzando dinanzi alla preda
moribonda di inusitate proporzioni che cercate di issare goffamente
sull’imbarcazione. Non sembra neppure vero. Lo tocchiamo, accarezziamo la
pelle lucida e liscia, l’abbracciamo: l’abbiamo fermato. Sì, è compiuta.
Che splendore! Guardare a fondo il pagliolato senza riuscire a spiccicare una
sola parola…Una sequenza visiva e sonica ripassata a memoria, rivissuta
milioni di volte, centellinata con infinita reverenza.Abbiamo
conservato come una reliquia l’ampia coda bifalce che essiccata al sole e
sistemata su un piattello di legno sopra la libreria domina regalmente un angolo
dello studio; ci ricorda, insieme all’asta piegata e danneggiata ancorata al
muro e alle gigantografie di rito, che un’altra cattura così potrebbe
spaccarci definitivamente il cuore… Desiderare di portarsi a casa un trofeo di
tale caratura non è un pensiero sprecato e assurdo. Bisogna far di tutto per
regalarsi un emozione del genere! Noi siamo del parere che un apneista deve
porsi degli obiettivi nobili e che questi non devono essere visti come delle
paradossali chimere perché in mare tutto può succedere e la determinazione
nella ricerca e l’impegno profuso prima o poi ripagano ampiamente l’atleta.
Si vive o no per grandi passioni? Il tonno è senza ombra di dubbio la meta
sportiva più prestigiosa e ambita da tutti i pescatori subacquei mondiali: è
un bestione stupendo dotato di una forza indescrivibile, di un fascino
innegabile, atavico...
| La
pesca subacquea al tonno non è comunemente e sistematicamente svolta nel
Mediterraneo, a parte rarissime eccezioni, a differenza invece di ciò che
capita frequentemente in alcuni stati americani, sud africani, australiani. In
questi continenti ci sono addirittura club e circoli che raggruppano i
fedelissimi amanti del genere con tanto di siti Internet, e-mail, libri
specifici, vendita di equipaggiamenti robustissimi, eccetera. Catturano parecchi
tonni, e altri pesci decisamente “over size”, e qualche fotografia
pubblicata è davvero notevole. Chissà se tra qualche tempo anche nel
Mediterraneo ci saranno pescatori che rivolgeranno le loro attenzioni unicamente
alle specie pelagiche? State tranquilli che anche nel nostro “povero” bacino
nuotano delle belle bestie! Tra parecchi nostri amici si sta già diffondendo
questa nuova filosofia di pesca “ecologica” e dobbiamo felicemente
constatare che piace moltissimo (le catture non sono quantitativamente molte ma
qualitativamente fanno ben sperare…) perché apre un nuovo modo di vedere la
pesca sub. Non si da più molta importanza ai cinque chili di pescato (taglie in
genere medio piccole) ma si tende a insidiare, come recita il legislatore
italiano, la preda singola di peso superiore, quella, se possibile, da ricordare
in ogni frangente. Il tonno è il pensiero più alto, il traguardo massimo. Il
cavetto che inanella tanti pescetti da porzione non accontenta a sufficienza: si
cerca qualche brivido in più. |
![]() |
Questo tipo di pesca specifica, peraltro assai difficile da interiorizzare, impegna seriamente l’atleta su vari fronti ma anche la sola visione di un enorme pelagico comunque, ripaga abbondantemente da ogni sforzo applicato.
Per
andare a caccia di tonni in maniera seria si deve possedere innanzitutto una
costanza assai elevata poiché l’incontro con il grosso animale è un fatto in
ogni caso saltuario e relegato a certi periodi dell’anno, a talune situazioni
ambientali, a una discreta dose di casualità. La pazienza e un assodato grado
di religiosa devozione venatoria ci aiuteranno a superare le giornate andate a
vuoto, gli inesorabili cappotti, le decine di ore passate a setacciare
attentamente i fondali.
I luoghi dove reperirlo. La conoscenza degli hot spot migliori è senza dubbio un fattore importante poiché dove la concentrazione di pesci è maggiore aumentano le probabilità di impostare una fruttuosa battuta al tonno. La presenza di tonni è abbastanza diffusa su tutto il perimetro costiero italiano con punte di rilievo soprattutto nel nostro Sud, intorno alle isole maggiori, in alcuni arcipelaghi tirrenici, nell’Adriatico, eccetera.
| Chi abita stabilmente in una di queste zone è avvantaggiato rispetto a chi si reca a pescare come semplice turista poiché riesce a reperire informazioni aggiornate e in tempo reale sugli avvistamenti, o catture, dei tunnidi da parte di qualche pescatore locale, all’interno del circolo del porto, dall’equipaggio di una barca, eccetera. Per la gente di mare la cattura di un tonno è sempre un evento di cui parlare a lungo. E quando si sa che i tonni sono “entrati” nel proprio golfo la fibrillazione dei cacciatori diviene una realtà tangibile. In Sardegna c’è un nostro amico che conosce un’area in cui transitano spesso branchi di tonni e ci ha rivelato che in autunno l’incontro con i pelagici si può verificare più volte nel corso di una settimana propizia. Si tratta di una zona tra due isole impreziosita da un vallone subacqueo spazzato dai flussi di corrente. Il segnale prioritario si osserva quando i gabbiani si concentrano sulla superficie del mare per partecipare all’abbuffata di sardine o sgombri il più delle volte sospinti verso l’alto da famelici razziatori subacquei. Talvolta si tratta di tunnidi “minori”, come alalunghe, palamite o boniti, ma quando si vedono degli esemplari da un quintale che bollano, che scodano paurosamente o addirittura spiccano dei disinvolti e fragorosi balzi fuori dall’acqua, tutti i dubbi spariscono d’incanto. E si inizia a fantasticare. Il segnale della mangianza è uno dei segni più eclatanti della presenza di tonni e quasi tutti i pescatori con la canna ne fanno tesoro: si precipitano nei pressi e gettano le esche. Per noi sub la realtà può essere ancora più intrigante poiché può capitare di pescare sulla verticale di una rimonta che si staglia dagli abissi, senza segnali premonitori esterni, e “sentire” che i tonni sono lì sotto o addirittura osservarli direttamente mentre mangiano. E’ una situazione da provare di persona per capire che cosa spinge un sub ad andare caparbiamente a pesca di tonni col fucile. Pallonate immense di mangianza fittissima (in special modo clupeidi ma pure scombridi e piccoli carangidi) racchiuse in compatte sfere pulsanti possono esibirsi improvvisamente in fughe rapidissime o meglio in “vuoti” repentini, voragini, conferma tangibile che un predone temibilissimo è in zona. Neppure le grosse lecce in caccia inducono i pesciolini a fughe così terrorizzate ed è sufficiente assistere una sola volta a queste stupefacenti manifestazioni comportamentali per collegare rapidamente le varie tesserine del puzzle. | ![]() |
I tonni
vengono captati in anticipo e dapprima il marasma di minutaglia si accorpa in
bolle enormi per difendersi poi scarta di lato all’unisono per disorientare
vanamente l’abile aggressore. Dopo queste manovre potreste vedervi sbucare
subito un enorme testone dal blu oppure strabuzzare gli occhi a più non posso
nel tentativo di percepire un’ombra scura all’orizzonte. Solitamente la
corrente è una costante inscindibile dal contesto di pesca per via del ruolo
alimentare fondamentale che svolge e ciò costituisce un supplemento di fatica
di cui il cacciatore subacqueo deve tenere debitamente conto. Quando l’ecoscandaglio
segnala un picco repentino del fondale o il ciglio allettante di una secca,
conviene ipotizzare seriamente che i tonni possano aggirarsi nei dintorni in
modo da non trovarsi impreparati all’eventuale contatto. Talvolta, ed è una
sensazione glaciale, si ascoltano le codate dei pelagici che risuonano
nell’elemento liquido e si rimane disorientati poiché non si capisce da dove
esse provengano esattamente. Il tonno rosso che accosta in autunno viaggia
piuttosto in superficie e in seguito a varie esperienze raccolte possiamo
affermare che non disdegna rasentare fondali rocciosi che si ergono da basi
sabbiose anche a quote medio basse. Un conoscente pugliese ci ha riferito che
sul lato di fuori di una secca situata a qualche miglio da terra, posta in un
mare di corrente, più di un sub si è trovato al cospetto di mostri da svariati
quintali a profondità comprese entro i 20 metri di fondo o addirittura a
mezz’acqua, sopra il plateau del cappello. Sondando i racconti di vari
pescatori si scopre che i tonni si vedono pure in siti come i capi a strapiombo
sul mare, a ridosso di dighe foranee di porti, non lontani da foci fluviali,
sulla verticale di relitti, eccetera. Il filo conduttore è legato
principalmente a quelle più o meno misteriose strade migratorie che il tonno è
abituato a seguire da centinaia di anni. Ultimamente in alcune zone della
penisola si avvistano e catturano tonni anche in pieno inverno segno che le
variazioni climatiche incidono più di quanto si immagini. Lungo la nostra
penisola sono dislocate alcune antiche tonnare ovvero dei sistemi di reti fisse
poste in particolari punti della costa: costituivano pochi anni or sono meta
obbligata di passaggio. Alcune di queste hanno ripreso a funzionare mentre altre
sono state dismesse per vari motivi: vale la pena fare qualche tuffo in zona.
Osservate anche dove queste sono o erano situate e individuate altri punti
limitrofi del litorale dove potenzialmente potreste vedervi sfilare una schiena
bluastra larga come una 500…
Quale tecnica per insidiarlo. Resta comunque il fatto che un numero ridotto di apneisti ha visto i tonni e tra questi fortunati non tutti hanno tentato il colpaccio. Per sparare ad un tonno ci vuole coraggio e forse un po di sana irrazionalità, sempre che non si tratti di un esemplare che oltrepassi il quintale e mezzo... Assicuratevi di possedere innanzitutto le due qualità e poi attrezzatevi di tutto punto e partite fiduciosi. Parlare di una tecnica precisa per la pesca del pelagico non è molto corretto poiché l’avvistamento non segue regole fisse e di conseguenza il ventaglio di strategie si affida spesso all’intuizione e alla situazione momentanea vissuta dall’apneista. Abbiamo saputo che un pescatore greco ne ha già in attivo parecchi poiché brumeggia una zona di passaggio con svariate casse di sardine fintantoché parecchi esemplari non sono convogliati “sotto” l’imbarcazione a risalire la scia di pastura. Scende direttamente sugli esemplari eccitati e spara a quelli che gli passano più vicino. Come metodo si ispira al drifting, la pesca con la canna effettuata in deriva, applicata con successo da molti cannisti internazionali. Altri, probabilmente più puristi e sportivi (e noi siamo con loro), si affidano all’istinto e pescano sulla verticale di balconate spazzate dai flussi di corrente, in altri fondali promettenti, comunque nei pressi di naturali concentrazioni abnormi di sardine, acciughe, sgombri, sugarelli. Si effettuano delle cadute nel blu molto lente, impegnandosi in una sorta di aspetto in acqua libera; oppure, se c’è uno sbalzo di fondale, ci si appoggia a qualche roccia e si effettuano delle poste dall’esito quanto mai imprevisto.. Una differente ipotesi si verifica quando i tonni sfilano nel correntino o fanno carosello a mezz’acqua e si riesce ad individuarli per tempo: si scende direttamente sopra soffermandosi preferibilmente su un esemplare e si spara appena possibile ricordando che il tonno è velocissimo nella reazione di fuga e generalmente non resta immobile a lungo. Il tonno, o i tonni, possono arrivarvi a tiro da tutte le direzioni oppure sfilare, imprendibili, a diversi metri di distanza.
|
Ricordatevi che un
pesce pelagico di taglia sembra sempre più vicino di quanto lo sia realmente e
nel caso del tonno potreste valutare malamente l’effettiva misura affinché il
tiro risulti passante. Qualche anno fa battevo una massicciata di una diga
portuale quando assistei ad una scena stranissima: un grosso branco di cefali
che stava giungendo frontalmente si precipitò improvvisamente sul fondo e s’intanò
precipitosamente tra i blocchi di pietra. Vedevo i pesci stranamente incollati
sul fondo e pensai subito alla presenza di uno spigolone o a una leccia. Girai
il capo un po dappertutto e ad un certo punto, quasi in superficie, vidi
arrivare una strana sagoma. Ero spaventato e non riuscivo a capire: il profilo
era appuntito, di proporzioni enormi e procedeva come un treno su un immaginario
binario retto. Prima di decifrare appieno la situazione
diressi d’istinto il lungo arbalete verso l’alto e diedi un colpo di
pinne sperando di giungergli a tiro da sotto: avrei sicuramente potuto sparare
con ottime chance di successo. Purtroppo non ebbi il tempo di incrociare il
pescione perché questi aveva già oltrepassato di molto il punto
d’intersezione. Lo seguii con gli occhi finché scomparve definitivamente. Era
un tonno gigante dal corpo cilindrico simile ad un bidone metallico industriale:
notai oltre a questa caratteristica il potentissimo movimento del tronco di
coda, l’unica parte del pescione che si
muoveva. In un’altra situazione, quella vincente, pescavo all’aspetto sulla vetta di uno strapiombo. Attendevo ricciole e non ero troppo nascosto. Il fatto angosciante che mi ha fatto intuire i bestioni in arrivo è stata la scomparsa simultanea e improvvisa di tutta la mangianza. Ce n’era tantissima e tra occhiate e sgombretti non si vedeva molto distante. Quando sei appollaiato su un ciglio che finisce a circa 87 metri di profondità non possiedi una calma interiore assoluta: mille pensieri ti sfrecciano dinanzi e le probabilità che compaia uno squalo o qualche pinnuto esagerato non sono poi tanto remote. |
![]() |
Mi ero spaventato
a morte, qualche giorno prima, per un grosso delfino che si era voltato a cinque
sei metri dalla mia posizione, figuratevi quando ho sentito un crepitio di
piccoli corpi che implodevano e ho scorto uno scintillio da tergo: si trattava
del branco di enormi tonni in avvicinamento. Il mio è venuto a curiosare
proprio sopra di me mentre i fratellini sfilavano a debita distanza. Chissà
cosa l’avrà mai stuzzicato a guardarmi fatto sta che quando mi sono girato
lentamente di quasi 180 gradi l’ho visto per un attimo “frenare”e subito
dopo scattare per svignarsela (troppo tardi…). L’impugnatura si afferra con
tutta la forza che avete, le braccia devono essere salde per sfruttare appieno
la potenza dell’arma e il
grilletto va premuto esclusivamente se a monte c’è un equipaggiamento
eccezionale. Altrimenti finirete come quel sub milanese che durante un aspetto
all’imboccatura di un porto ligure si trovò davanti il fianco di un tonno
enorme: l’asta dell’arbalete lo colpì bene ma in un lampo il povero
pescatore non si trovò più tra le mani il calcio del fucile e appresso dileguò
una tonnellata di rabbia…
Il
tonno è uno dei pesci più grandi e
potenti che nuotano attorno alle nostre coste e in particolare il “tonno
rosso” (Thunnus thynnus) che frequenta il Mediterraneo è il rappresentante più
corpulento, e gastronomicamente più apprezzato, tra tutti i tunnidi presenti
nelle restanti aree marine del globo. È in grado di superare i 600 chili di
peso pur conservando dello doti natatorie di tutto rispetto: animali marchiati
da biologi marini hanno potuto documentare tragitti giornalieri di oltre 90
miglia con punte velocistiche brevi di 70 Km/h. Possiede un corpo massiccio,
fusiforme, di grande circonferenza ma al contempo estremamente filante. Un
particolare straordinario è rappresentato dalla seconda pinna dorsale
retrattile che durante il nuoto veloce viene riposta all’interno di una
fessura cartilaginea, stratagemma naturale per diminuire gli attriti
idrodinamici complessivi. Il troncone di coda è costituito da corpi vertebrali
articolati a “coni concentrici” ed è circondato da fasce muscolari potenti.
E’ l’unico pesce a sangue caldo e un particolare meccanismo di regolazione
termica gli consente una temperatura corporea superiore di circa tre gradi a
quella marina. Si sposta in branchi di individui pressappoco della stessa taglia
e vaga continuamente alla ricerca di cibo. I periodi stagionali in cui migra
sotto costa sono la primavera, fase della riproduzione, e la fine dell’estate,
quando i tonni (in piena forma fisica a differenza del periodo riproduttivo in
cui risultano meno combattivi e resistenti) vengono definiti popolarmente di
“ritorno”.
L’attrezzatura.
Chi vuole andare a pesca di tonni deve procurarsi innanzitutto un’arma
potentissima e degli accessori altrettanto robusti. Ogni singolo pezzettino deve
essere controllato fino alla noia. Catturare un pesce da un quintale è
un’impresa ardua. Non si possono fare paragoni con attrezzature impiegate con
altri pelagici perché una ricciola o una leccia di quaranta chili letteralmente
scompaiono al confronto di un tonno di pari peso (ma anche più piccolo),
soprattutto per la reazione esplosiva e la resistenza spropositata che quest’ultimo
possiede. I pescatori d’oltreoceano dediti alla pesca dei tonni adoperano
lunghi arbalete speciali ricavati da tavole di legno spesse un palmo, munite di
quattro, cinque elastici circolari e un’asta da un centimetro di diametro
saldamente vincolata ad un cordone di caucciù. Questi cannoni scagliano il
dardo assai lontano e con una capacità di penetrazione a fine corsa
elevatissima. I fucili europei a propulsione elastica potrebbero essere
potenziati con gomme supplementari ma il vero problema resta l’unione del
sagolino con l’asta. Il forellino di serie presente sulle frecce non offre le
migliori garanzie di tenuta; bisognerebbe studiare uno scorrisagola dedicato.
Secondo il nostro modesto parere un bel 115 oleopneumatico, se non un 130,
risolvono quasi tutti i problemi. Si devono pre caricare il più possibile in
modo da non aver problemi in termini di potenza d’offesa. Le aste di corredo
si ricavano da tondini da 8 o da 9 mm in acciaio armonico poiché la massa
d’urto che possiede un dardo di 600/700 grammi è devastante. Tra gli arpioni
in commercio bisogna cercare dei modelli ad alette medio lunghe e dei ribattini
tenaci. Purtroppo non c’è una grande scelta e allora si passa all’auto
costruzione. Noi abbiamo delle aste tahitiane (sicuramente più idrodinamiche e
penetranti rispetto all’unione asta filettata/arpione) munite di alette
contrapposte robustissime (spalla laterale piegata a 90 gradi) in modo da non
divergersi sotto sforzo; sono fermate manualmente con ribattini da 2.5
millimetri di sezione. Il puntale del dardo è un capolavoro del nostro arrotino
Carlo: è affilato su tre lati per un breve tratto, poi scanalato lateralmente
ad unghia per diminuire la sezione e la resistenza d’ingresso all’interno
del corpo del pesce. Per la cronaca il tonno di 124 chili lo abbiamo fermato con
una 6.5 dotata di una punta tricuspide preparata in tale maniera: l’abbiamo
trapassato senza problemi sparando con un 110 a circa tre metri di distanza.
E’ così penetrante che abbiamo dovuto sostituire il carichino di serie perché
non era affidabile e si stava bucando! Una volta che il tonno è stato perforato
da parte a parte inizia la fase entusiasmante del combattimento: entrano nel
vivo dell’azione altri utilissimi particolari. Lo scorrisagola di nylon
caricato vetro resiste a trazioni di svariate decine di chili (abbiamo testato
il tutto in cantina sistemando l’asta dentro le ganasce della morsa e tirando
il nylon senza troppi complimenti insieme ad un amico assai forzuto) e quindi
siamo sicuri che questi non cede sul più bello. Per quanto riguarda la sagola
preferiamo il monofilo di nylon da 1.40, 1.60 millimetri fissato saldamente con
un giunto da traina doppio, del tipo a canna di fucile. Il nylon di buona qualità
e alto carico di rottura ha un solo difetto: taglia le mani. Ma d’altronde è
molto elastico e in una battaglia che può durare ore ed ore svolge un ruolo di
sfiancamento continuo. Per evitare danni serissimi al palmo degli arti
acquistate un paio di guanti antitaglio in un negozio di antinfortunistica e
fissateli ai polsi con una fettuccina da annodare: quando il tonno schizza verso
il fondo a tutta birra c’è il rischio che si possano sfilare. Sotto
l’affusto del pneumatico bisogna montare necessariamente un mulinello super
capiente la cui bobina tenga almeno 120/130 metri dell’1.60 (con il 1.40 ce ne
stanno ancora di più): potrebbero essere appena sufficienti a ritornare in
superficie a respirare. Due fascette inox vanno bene per fissare il telaio che
deve essere anch’esso di metallo. Siccome in commercio non si trova nulla di
robusto conviene recarsi da un tornitore e farsene fare un paio su misura. Sul
calcio del fucile, in posizione comoda e sicurissima, confezionerete un cappio
di sagola o di cavetto d’acciaio per assicurarci un’eventuale moschettone
ausiliario.
Il
combattimento. La fase più coinvolgente e decisiva in tutta l’azione di pesca al
tonno è il recupero. Dopo aver sparato il pelagico picchia verso il fondo e
cerca (praticamente impossibile resistergli) di raggiungerlo con tutta la sua
energia. La velocità è così alta che difficilmente riuscirete a vederlo bene
dopo lo scatto iniziale. La sensazione di potenza che trasmette il pesce in fuga
è davvero incontenibile, sbalorditiva. Alcuni vecchi pescatori liguri
catturavano i tonni giganti sfruttando lunghissime cime in canapa: il pesce
allamato puntava a fondo e nella foga di trainare appresso la funicella sempre
più pesante (che si imbeveva d’acqua divenendo un elemento d’attrito
micidiale) ci lasciava il cuore. Noi dovremo assicurarci innanzitutto di aver
passato il corpo del tonno altrimenti lo perderemo quasi subito. Se invece il
tiro è stato felice potete iniziare a pinneggiare verso la superficie e
prendere fiato. Un paio di pinne reattive e scattanti vi faranno comodo. Durante
questi lunghissimi secondi non cercate di serrare la frizione del mulinello se
no farete la mia fine: distruzione istantanea della rondellina di bloccaggio e
grippaggio totale della bobina. Il tonno ferito vi srotolerà il filo così
velocemente da terminare cento metri in un amen; poi accuserete l’immane
strappo di fine corsa e il vostro corpo scoordinato stirato come un elastico sarà
l’unico freno possibile da opporgli. Pregate che il mulinello non si spacchi e
che tutti i nodi e serraggi vari tengano duro. Se il pesce sente una resistenza
consistente è possibile che interrompa la fuga abissale e si stabilizzi a una
quota orizzontale permettendovi di lavorarlo con maggiori speranze. Per cui,
dopo aver sparato, bisognerebbe cercare il supporto di un’altra cima
supplementare o addirittura dell’imbarcazione d’appoggio con annesso
infaticabile e insostituibile barcaiolo. E’ quasi impossibile combattere un
tonno colpito non mortalmente stando immersi in mare: rischiate di essere
trasportati al largo per alcune miglia oppure, se gli avete sparato troppo a
fondo, correrete il rischio di farvi strappare di mano l’arma! Una volta
schizzati sul gommone cercate di inserire un elemento ammortizzante tra voi e
l’animale in fuga: è utilissimo un grosso elastico che vi aiuterà a fiaccare
il tonno. La barca con voi sopra può venire trainata a spasso, in lungo e in
largo, anche per diverse ore. Se non avete una scorta di benzina conviene
spegnere il motore e lasciare il mezzo alla deriva. Dopo la sfuriata iniziale ci
saranno delle fasi alterne in cui vi sembrerà che il tonno stia mollando per
poi riguadagnare di nuovo tutta la sagola. L’azione di tira e molla, il
cosiddetto pompaggio, è utile se siete sicurissimi che l’asta e il
collegamento con il nylon non risultino danneggiati. Un lavoro paziente comunque
vi permetterà di uccidere l’animale che prima perderà molto sangue poi
affiorerà in superficie ormai esausto. Doppiatelo per sicurezza con un secondo
fucile e issatelo a bordo cercando di non fare colare a picco il battello.
Testo e foto di Emanuele Zara & Lucia Notarangelo.