TORDI
| Articoli Pesca Sub
scritti da Emanuele Zara |
Nel Mediterraneo vivono molte famiglie di pinnuti dalle caratteristiche più disparate; tra tutte ne esiste una che molti pescatori subacquei ricordano e che hanno conosciuto approfonditamente fin dalla più tenera età: quella dei Labridi. Se i polpi e le seppie sono considerati inizialmente il massimo per coloro che vagano tra gli scogli con una fiocina in mano ben presto l’istinto del cacciatore e la voglia di migliorare il livello delle proprie catture spinge il neofita a ricercare i primi animali muniti di squame.
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L’esplorazione non si spinge subito a batimetriche estreme ma si sofferma e bazzica vicino ai moletti, tra gli scogli, in poca acqua: qui veniamo attirati da alcuni esseri che si aggirano timorosi e schivi tra le macchie di alghe e le rocce. Qualche esemplare possiede un corpo allungato mentre altri sono più tozzi, grassocci; le pinnette sono tondeggianti, i musetti sono appuntiti e terminano con delle labbra grandi e carnose. L’aspetto che colpisce maggiormente l’attenzione non riguarda certamente la dimensione e la conformazione fisica poiché si tratta in genere di bestioline pesanti poche centinaia di grammi e che al massimo raggiungono il chilo, i due di peso in condizioni eccezionali, ma concerne la loro bella e unica livrea colorata. È difficile trovare dei pesci con un mantello che riveste il dorso e i fianchi così variopinto: ci sono tordi con tonalità opache e altre più vive e smaglianti, tinte che vanno dal verde al blu, dal giallo all’arancione, dal rosso al marrone, dal grigio al nero. La miscellanea cromatica non disturba l’equilibrio sottomarino e si integra con quella dell’habitat di residenza, si adatta alle differenti tipologie dei fondali, muta con la stagione, cambia con il sesso. Approfondendo le conoscenze biologiche sulla famiglia dei labridi si scopre che intorno alle nostre coste ne vivono all’incirca 18 specie, che qualcuna è ermafrodita e cioè che inverte il sesso dopo un certo periodo di tempo (nel caso specifico nascono femmine e passano successivamente a maschi), che hanno un regime alimentare prettamente carnivoro, che spesso nidificano e si corteggiano al pari degli animali terrestri. Dopo un attimo di contemplazione visiva scatta nel sub la molla della predazione ma i pesci ci fanno capire subito che abbiamo di fronte dei soggetti scaltri, difficili, a dispetto di ciò che il loro aspetto modesto e dimesso potrebbe far supporre a un osservazione superficiale. Il problema di un eventuale cappotto non cercatelo nella bontà “prestazionale” del vostro fucile o nella spinta propulsiva delle pinne perché non sono questi gli intoppi principali che si frapporranno tra voi e il mondo dei labridi. |
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Se nonostante questa premessa può transitarvi nel cervello l’idea di cacciarli e di arpionarne facilmente qualche esemplare da aggiungere alla zuppa serale dovrete convincervi di impegnarvi abbastanza e di perderci dietro un po di fiato. A dire il vero qualche decennio fa e attualmente in zone non troppo battute, non si sudava troppo: i tordi erano molti e pascolavano pigramente e ingenuamente un po dovunque e non sono pochi i sub che hanno migliorato il loro livello venatorio facendosi le ossa con abbondanti carnieri di labridi. Forse sono proprio le
insidie portate dall’uomo in determinati frangenti che hanno elevato il rango
del tordo facendolo divenire una preda ostica e per ciò sportiva. In qualche
campo gara nuotano dei tordi più furbi di molte altre specie ritenute
canonicamente più impegnative. Il tordo non è un pesce che vive a notevoli profondità e ciò consente a molti apneisti che imparano l’arte della pesca sub di concentrarsi meglio sulla strategia di cattura senza impegnarsi eccessivamente dal punto di vista fisico. I pescetti non hanno comunque l’intenzione di offrire il fianco al primo che capita: dapprima li vedrete comparire nel campo visivo abbastanza curiosi poi, senza fretta e con tranquillità, arretreranno con noncuranza scivolando morbidamente e sinuosamente tra gli steli delle posidonie o nei taglietti delle concrezioni di grotto. |
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| Il rozzo esperimento di rincorrerne a casaccio qualcuno si esaurisce nel giro di due minuti: l’approccio diretto non ha chance di vittoria. I tordi nuotano in spazi territoriali abbastanza circoscritti e non amano scoprirsi tatticamente quindi li vedremo stazionare in punti che possono offrire facile approvvigionamento alimentare e rapida via di fuga. I luoghi migliori da battere e quelli che fanno più pesce sono le aree madreporiche, intervallate da fazzoletti di sabbia e distese di posidonie. Osservando attentamente questi posti vedremo che gli esemplari di labridi spesso fanno comunella con altri generi di pesci forse per spartirsi i residui di cibo che qualche confratello disperde dopo il pasto. Consideriamo che quando notano una situazione anomala di disturbo o di pericolo riescono a dileguarsi mimetizzandosi assai bene e sfruttando a meraviglia la posidonia, i coni d’ombra tra due sassi, gli spacchetti, le tane. Le striature, le macchie, le linee delle squame li confondono con i disegni e le conformazioni morfologiche del fondale rendendoli poco individuabili. I voli a raso fondo frammisti a un po d’agguato sono il sistema migliore per scoprire i labridi: dovremo arrivare in planata silenziosa e quando saremo a tiro conviene non attendere oltre e sparare con velocità altrimenti li vedremo infilarsi e poi sparire misteriosamente tra mille fessure e passaggi. | ![]() |
Gli aspetti di studio al margine delle alghe servono
per sollecitare istintivamente il tordo e farlo uscire allo scoperto: se
riusciremo a immobilizzarci per un discreto lasso di tempo li vedremo spuntare
da chissà dove, sospesi a qualche decimetro dal substrato verdastro mentre
ondeggiano mollemente le pinne e la coda quasi a volerci prendere in giro. Un
arbalete da 90 centimetri con tahitiana da 6 millimetri sarà l’arma più
indicata per le situazioni sopra descritte: silenziosa, precisa, efficace.
Nella pesca in tana il raggio di luce
della torcia scruterà lo spacco orizzontale quando nell’oscurità e nei
meandri più reconditi potrà comparire un pinnuto di buone dimensioni,
picchiettato di pallini biancastri: potrebbe essere uno splendido esemplare di
marvizzo, il tordo più ambito, più buono da mangiare. Il fucile pneumatico
scoccherà la freccia nelle carni bianche e compatte della preda.
Aggiriamo un pietrone e scorgiamo un
labride maschio in atteggiamento di sfida: tra due scogli c’è un nido
caratteristico formato da sabbia e alcune fronde vegetali. All’interno dello
spacchetto vediamo la femmina che depone le uova: il compagno attende la fine
dell’evento per recarsi a fecondarle. Li guardiamo e ci allontaniamo fieri di
aver assistito ad una magnifico spettacolo della natura.
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I tordi nell’agonismo.
Parlare di labridi senza nominare il
settore agonistico non è corretto dal punto di vista oggettivo. In gara,
soprattutto in quelle minori e selettive, spesso si fa punteggio e si vince
arpionando tordi. A proposito esistono degli atleti liguri e toscani che al
razzolo sono dei veri assi. Per calcolare rapidamente le dimensioni di un
labride regolamentare si fa ricorso alla lunghezza di una spanna di un uomo
adulto: corrisponde a circa 23/24 centimetri che significa un peso minimo di
250/300 grammi. Qualcuno potrebbe pensare che inanellare una decina di tordi sia
un’impresa facile ma se vi capita di partecipare ad una competizione vi
rendete conto direttamente che bisognerà impostare un ritmo indiavolato fatto
di continue immersioni, percorsi sottomarini a breve distanza dal fondo,
riflessi rapidissimi e ottima mira. Raccomandiamo a tutti i pescatori di
non accanirsi indistintamente su tutti i componenti della famiglia dei labridi,
soprattutto evitando di accanirsi sugli esemplari più piccoli ma di selezionare
quelli che per dimensioni e qualità culinarie giustificano la loro cattura. Il tordo classico denominato
volgarmente verdone (labrus turdus) ha una livrea coperta di squame piuttosto
grandi di colorazione bruno verdastra sfumata verso il ventre in giallo
rossastro; spesso supera il chilo di peso. Vive in un ambiente misto di alghe e
roccia. Il principe della categoria è il
tordo marvizzo (labrus bergylta). Può arrivare ai 60 cm di lunghezza e 2 chili
di peso. La colorazione è assai caratteristica e varia in base al sesso: fondo
rosso-verde con sfumature bluastre e punteggiatura bianca e rossa. In gergo
viene definito cagnaccio per la sua bocca irta di dentini oppure ciliegia per la
sua livrea. Ama intanarsi in fondali a predominanza rocciosa e lo si trova a
medio alta profondità. |
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Il tordo nero (labrus merula) ha un
colore verde olivastro o bruno violaceo più intenso sul dorso quasi tendente al
nero specie nell’adulto che può arrivare a oltre 45 cm di lunghezza e al
chilogrammo di peso. Stazione preferibilmente nelle praterie di posidonia. Le
carni sono buone, saporite anche se un po’ molli e ricche di spine.
Emanuele Zara & Lucia Notarangelo