LE ALETTE DI RITENZIONE

 

L’aletta o la coppia di alette che equipaggiano l’asta usata sul fucile subacqueo, o di un arpione, svolge un ruolo fondamentale sia nell’azione per cui è stata inventata, la ritenuta del pesce colpito, sia nelle dinamiche del tiro vero e proprio, cioè interferisce nella traiettoria del dardo, nella sua precisione, nella penetrazione sul bersaglio.

 Tre capitoli fondamentali per un pescatore sportivo perché tutti questi elementi concorrono al risultato finale, il più importante di tutti: la cattura della preda.

 In estate capita di trovarsi al cospetto di pesci di buone dimensioni, talvolta di grandi dimensioni e molto combattive, specie ittiche a cui teniamo particolarmente; possedere una tahitiana o un terminale da avvitare all’asta filettata con un sistema di ritenuta efficace, cioè che nei momenti successivi al passaggio del proietto all’interno del corpo del pesce consenta di trattenere adeguatamente il pescione in questione, e ciò a cui si ambisce maggiormente.

 Generalmente sul mercato esiste una gamma nutrita di alette, ce ne sono di vari tipi, ognuna di esse è progettata per svolgere l’azione migliore secondo lo schema voluto dal produttore.

L’utente che deve scegliere l’asta è di fronte a varie proposte, quindi, vediamo insieme i punti cardinali su cui basarsi per un acquisto finalizzato alle migliori performance.

 

La ritenuta della preda.

 

 Le alette per trattenere la preda sono nate per lo scopo principale di evitare che la preda fugga dopo essere stata trapassata dalla freccia.

In numerosi reperti antichi, già dal Paleolitico, si nota che dalla punta classica liscia usata dai primi uomini si è passati a ardiglioni di diversa foggia che di fatto opponevano una resistenza sui tessuti della preda una volta colpita.

 Credo che tutte i rilievi fatti con parti d’osso o lavorazione della selce fossero fissi, armi micidiali in mano a tiratori provetti.

 Il pescatore o il cacciatore lanciavano il dardo che una volta infisso nelle carni dell’animale o del pesce non poteva più sganciarsi con facilità.

Inoltre il danno fisico fatto da un oggetto di offesa tagliente, appuntito e largo come superficie d’impatto creava importanti danni all’animale.

 L’evoluzione e arrivata sino al secolo scorso quando un sistema mobile è stato applicato ad arpioni e affini in uso ai primi pescatori subacquei.

 Su un testo di armi ho visto un arpione del 1911 uguale e identico all’arpione a doppia aletta contrapposta a geometria variabile ancora in voga oggi ma credo che alette che stessero appiccicate al corpo dell’arpione e poi si potessero aprire in seguito al passaggio nel corpo dell’animale fossero in uso molti secoli prima e in altri metodi di pesca di superficie.

 I nostri progenitori adoperavano arpioni sui primi fucili a molla, accessori che montavano già l’aletta di ritenzione mobile e cioè imperniata su un fulcro e basculante sul piano verticale.

 I vantaggi rispetto al fisso sono facilmente ipotizzabili: le alette solidali al corpo dell’arpione permettono una penetrazione più agevole nei tessuti biologici ma una volta che il dardo è fuoriuscito non può più sfilarsi grazie alle alette di ritenuta che amplificano la superficie di contrasto.

Le aste tahitiane possiedono un aletta direttamente fissata a qualche centimetro dalla cuspide e forse non tutti sanno che un grosso contributo a migliorare questa asta, nata originariamente in Francia, l’ha offerto il nostro Valerio Grassi.

 E’ stato lui ha incassare le alette sulle sottili aste per gli arbalete Omer in maniera che il diametro all’impatto fosse il più ridotto possibile.

 La ritenuta della preda dipende certamente dalla bontà del tiratore che deve sempre cercare di colpire un punto vitale ma chi pesca sa che si sono tante situazioni non volute di certo ma in cui conta soprattutto che l’aletta trattenga la preda in maniera efficace.

 Il salto generazionale tra arpione e asta tahitiana è racchiuso in questo ambito. Mentre i vecchi arpioni avevano un diametro compreso tra i 15 e i 18 mm, e squarciavano le carni o le ossa del pesce, opponendo poi un fermo posteriore poco raffinato e spesso di sezione che al massimo raggiungeva i 9/10 centimetri, le nuove aste tahitiane montano alette incassate lunghe e il foro tanto d’ingresso che d’uscita appare contenuto come diametro; la ritenzione, di pari misura a una monoaletta lunga, 7/8 centimetri, è fatta su tessuto compatto, non lacerato.

 Poi c’è da dire che la qualità degli acciai e le tecniche di lavorazione sono migliorate rispetto al passato quindi ora ci sono ribattini temperati o maggiorati, alette molto sottili ma ben stondate, la lamiera inox è di norma 1 mm ma si trovano alette anche realizzate con fogli da 0.8, 0.7 mm, che però garantiscono una tenuta eccezionale anche su grandi prede o perché sono temperate oppure perché hanno angoli di piega che ne rinforzano la struttura.

 Alette di profilo idrodinamico, con bordi arrotondati e non taglienti, con terminazione a punta: alette che tendono a poggiare sulle squame del pesce senza inciderne esageratamente le carni, alette che penetrate nel corpo della preda non escono facilmente per la loro conformazione che si ancora dappertutto.

 La monoaletta è molto usata sulle frecce montate sugli arbalete, con le aste di piccolo diametro è la norma.

 Ma anche sui pneumatici c’è chi usa la 6.5 mm, la 6.75 mm. La ritenuta sulle prede in generale è ottima a patto di colpire bene la preda, che questa possegga tessuti abbastanza resistenti, la cuspide del puntale sia posta a una distanza pari o meglio superiore alla lunghezza della aletta.

 Solo così la particolare conformazione di fissaggio della monoaletta assicura la tenuta.

 Ci sono pesci che si dibattono molto durante il recupero e c’è stato qualche pescatore subacqueo che ha visto la stessa punta ruotare e fuoriuscire dall’apertura causata dal foro d’uscita troppo slabbrato e compromesso come integrità tissutale.

Sotto il profilo dell’ingombro, della sezione frontale la monoaletta è il massimo ottenibile.

Ci sono modelli di aste che riescono a incassare benissimo l’aletta, e anche le teste bilaterali del pernino che la vincola, e a non farla risultare quasi sporgente dalla sezione d’ingombro data inevitabilmente dalla misura di riferimento offerta dalla sezione frontale della freccia: il forellino che faranno sul bersaglio sarà inevitabilmente ridotto a vantaggio quindi di una buona tenuta della singola aletta. Merita un discorso la nuova tahitiana monoaletta Torsion 2 Change Prong che pur essendo classificata come una monoaletta (peraltro il diametro massimo della cuspide coincide con il diametro della freccia tale da conferirgli il premio per l’asta dotata di aletta meno ingombrante del mercato) rivela un sistema di lavoro che non ha paragoni con niente altro sul mercato: potendo ruotare libera intorno all’asta, per 360°, muoversi sul piano verticale, non preme sulle carni del pesce nello stesso punto ma ad una minima variazione cambia posizione e si poggia su un'altra zona impedendo di fatto qualsiasi abrasione o danneggiamento dei tessuti.

Nella scelta di un’asta corredata da doppia aletta contrapposta, invece, occorre che l’aletta appaiata alla freccia stia il più aderente possibile.

 Naturalmente la tenuta fatta da una coppia di alette contrapposte, in passato c’era anche un modello di asta Omer con doppia aletta sfalsata, è superiore a quella dimostrata da una monoaletta, la lunghezza complessiva arriva per certi modelli a una quindicina di centimetri in totale.

 Una volta che l’asta è passata da parte a parte sul pesce si ha una sicurezza di lavoro eccezionale. La trazione è distribuita equamente e nel combattimento, o nell’azione di recupero che segue lo sparo si può “forzare” un po di più la preda.

 Addirittura, nel malaugurato caso di tiri non precisi, troppo alti o troppo bassi, su pesci con carni che tendono a tagliarsi con facilità, l’asta dotata di doppia aletta da un po più di sicurezza nel caso, ad esempio, che un grosso dentice riesca a strapparsi la freccia di dosso: a me è capitato più volte di osservare lesioni esagerate date dallo strappo enorme che due alette contrapposte determinano (in un pesce di circa 6 chili mancava addirittura un pugno di carne sopra la schiena), danno strutturale che impedisce al pesce fughe lontane.

Poi, se doveste sparare a un tonno sopra i 70/80 chilogrammi e per caso una delle due alette cedesse sotto l’azione di recupero potete contare sul secondo elemento di ritegno… Il grosso difetto di questa conformazione, purtroppo, è dato dal volume occupato da due alette sull’asta, notevole, quindi se si ha ugualmente intenzione di montarla sul proprio fucile lungo conviene cercare un’asta che monti la doppia aletta incassata, aderentissima al dardo.

 

L’importanza dell’aletta in relazione al tiro.

 

 C’è un test che consiglio a tutti gli appassionati: provate a sparare una freccia rimuovendo l’aletta e verificate il comportamento del proietto: non c’è storia, l’asta vi stupirà per la sua velocità e precisione.

 L’aletta interferisce pesantemente nel tiro, sia per la sua posizione “sporgente” rispetto alla sezione frontale del tondino metallico sempre più sottile sia per sua posizione di fissaggio che nelle tahitiane montate sugli arbalete può essere inferiore o superiore. In fin dei conti l’acqua del mare ha una densità elevata e l’aletta che sporge anche solo di un millimetro “frena” la velocità della freccia, ne ostacola l’avanzamento nel fluido.

 Ecco perché l’obiettivo di ridurre gli attriti il più possibile è la strada prioritaria da seguire in campo subacqueo!

 Potete applicare gomme o pressioni di precarica esagerate come carico in chilogrammi ma poi, se non disponete di una freccia con aletta incorporata nel profilo dell’asta parte dell’energia spesa nel tiro sarà vanificata. Ultimamente si parla molto della posizione della singola aletta, se è meglio montarla sopra o posizionarla sotto l’asta.

 Ci sono costruttori di arbalete in legno, ad esempio, che forniscono le loro armi con aste munite di aletta applicata inferiormente, altri che invece non si curano della questione e distribuiscono aste con aletta tradizionalmente applicata. E’ un problema di “portanza idrodinamica”, per un raffronto si pensi a quanto influisce un piccolo flap montato sull’ala di un enorme Boeing oppure le modifiche che si fanno alla carrozzeria della formula uno; certo, qui si giocano valori di calcolo alle alte velocità ma anche con l’acqua non si scherza.

 Il mio amico ingegnere Filippo Anglani, qualche tempo fa, aveva fatto dei test in mare relativi a questa problematica e le sue conclusioni sono state che l’aletta posta superiormente crea maggior attrito nell’avanzamento subacqueo perché, cito letteralmente – “…si evidenzia che le masse sporgenti dell’aletta poste poco dietro la punta sono disposte asimmetricamente rispetto ad un piano orizzontale; quindi l’acqua incontra una resistenza maggiore nella parte superiore dell’asta rispetto alla parte inferiore.

 L’asta, in sostanza, sposta più acqua nella parte dove è situata l’aletta (pressione) e per reazione ne riceve una maggiore spinta rispetto alla parte liscia (depressione). L’aletta, di conseguenza, influenza la traiettoria dell’asta ricevendo dall’acqua che sposta una spinta verso il basso se disposta superiormente, verso l’alto se disposta inferiormente.”

Sfruttando questo principio ecco che c’è qualche tiratore che per migliorare le sue prestazioni sulla lunga gittata usa tahitiane con aletta posizionata verso il basso così da sfruttare la spinta verso l’alto causata dall’aletta, azione che attenua la caduta del proiettile, sparato orizzontalmente, per effetto della forza di gravità.

Ne consegue che il pescatore che non ha bisogno di tiri al limite, che pesca al razzolo o in tana non accusa questa particolare applicazione dell’aletta, essa non incide su corte gittate perche l’asta non si espone ad un abbassamento della traiettoria.

 Ecco perché la sua influenza è significativa solo nelle lunghe gittate: è in questi casi infatti che il baricentro dell’asta assume la sua traiettoria parabolica. Sui fucili dedicati esclusivamente all’aspetto, quando si usano i lunghi si può montare l’aletta orientata verso il basso.

Un'altra questione legata a questo tema di portanza idrodinamica è la linearità che la singola aletta deve possedere: ogni rialzo della coda più o meno evidente incide sulla traiettoria del tiro.

 Io uso prevalentemente aste con doppia aletta e ho l’accortezza di porle in orizzontale. Sui fucili pneumatici che usano tahitiane questa manovra è facile da realizzare perché l’asta è libera di ruotare dove si desidera, per tutti i 360°. Basta segnare con un pennarello indelebile un riferimento e osservarlo durante l’armamento del pneumatico.

 Per le tahitiane da arbalete solo la Sigalsub offre questa soluzione di montaggio orizzontale, a richiesta. Dal punto di vista dell’attrito la doppia aletta vanta un ingombro frontale maggiore rispetto alla singola ma ci tengo a fare dei distinguo.

 Se prendete un calibro e misurate in un negozio un po di aste con mono e doppia aletta, di diversa provenienza, vi accorgerete che ci sono delle aste con singola aletta che misurano oltre 11 mm di diametro (rilevazione fatta comprendendo anche le due teste del ribattino) mentre esistono delle alette di ritenuta doppie accoppiate con diametri d’ingombro inferiori.

E’ deducibile che ogni pescatore amante del fai da te deve mettere in atto tutta la sua perizia meccanica per adattare al meglio le alette sull’asta.

Analizzando il comportamento balistico, invece, si osserva che la doppia letta in orizzontale mostra un tiro senza tante sorprese, rettilineo e preciso per quasi tutta la corsa di gittata.

 

Aletta e attrito nell’attraversamento del bersaglio.

 

 Questo capitolo è la sintesi dei due precedenti.

 Dal mio punto di vista è assurdo dedicarsi a certi tipi di pesca come quella sui relitti o sulle secche profonde con un sistema di alette che interferisce pesantemente sull’efficacia di penetrazione.

Un tondino acuminato, si prenda ad esempio una ago per veni puntura, è il massimo per una penetrazione senza eccessivo attrito, senza opporre resistenza all’avanzamento.

 E’ lapalissiano che un’asta dotata di aletta incassata quasi a filo dell’asta, senza eccessivi scalini o gradini rispetto la sua cuspide sarà la soluzione migliore possibile perché dimostrerà un comportamento simile a quello ideale dell’ago per iniezioni.

Penetrazione omogenea a livello di ogni tessuto, dallo strato di squame, ai muscoli, all’osso.

Se ponete un bersaglio di schiuma poliuretanica ad alta densità, ma anche una tanica piena di sabbia e provate a sparare con un solo fucile e quattro o cinque aste di uguale lunghezza, diametro, con o senza aletta, vi accorgerete della differenza di penetrazione tra una freccia e l’altra.

 Ci sono frecce particolarmente curate come rifinitura e linearità di aletta che escono dal bersaglio spesso 50 mm per 70/80 centimetri, aste uguali ma con alette meno curate come profilo che non ce la fanno neppure a trapassare il materiale.

Una differenza nell’ordine dell’80/90 %, una differenza che non ottimizza la potenza del fucile usato.

Come volete che si comportino queste alette in mare? Alla stessa stregua. Penetrazione che risulterà insufficiente sulla ricciola di quaranta chili che passa a 5 metri dalla testata, sul grosso dentice che si becca l’asta a centro corpo e con un semplice scuotimento se la rimuove, sull’enorme dotto che non viene trapassato. Voto chiaramente insufficiente e soluzione che può vanificare l’esito di una cattura prestigiosa, dio non voglia la cattura del pescione dei nostri sogni…  

 

Le mie alette doppie.

 

 Correva l’anno 1982 e dopo qualche stagione passata a imparare a prendere dentici soprattutto nelle acque della Corsica Occidentale mi sono accorto che tutte le aste che montavo sui miei fucili ad aria avevano il difetto di alette poco performanti sia in fatto di penetrazione sia in tenuta su pesci colpiti non sempre bene.

All’inizio sparavo con aste da 7 , 7.5 e da 8 mm filettate con arpione ad alette lunghe poi, visto che il foro prodotto da questi terminali era esagerato e sempre ampio una volta che il dentice si dibatteva e non era passato direttamente in sagola, decisi di provare a montare delle aste tahitiane.

 L’obiettivo era quello di perforare i predatori con un foro d’ingresso e d’uscita il più piccolo possibile ma poi assicurare la tenuta sulle carni facilmente lacerabili con due alette contrapposte belle lunghe.

Ogni volta che tornavo a casa provavo ad andare in un negozio specializzato per vedere cosa c’era di nuovo ma a quei tempi la disponibilità di aste direttamente terminate con aletta singola o doppia erano quasi esclusivamente dedicate agli arbalete e la panoramica non era nulla di speciale.

 La prima iniziativa, dunque, fu quella di acquistare le migliori frecce tahitiane, generalmente della Omer allora di proprietà Valerio Grassi, e poi tagliarle a misura, filettargli la coda e applicargli il codolo.

 Purtroppo questo tipo di lavorazione su aste temperate era onerosa per le mie tasche da studente, con frecce particolarmente dure le filiere duravano pochissimo, così decisi di trovare soluzioni alternative.

Ricorderò per sempre il primo paio di alette lunghe completamente artigianali realizzate in compagnia di Adriano, un amico davvero bravo in meccanica “spicciola”. Una coppia di alette di ritenute fatte a martello e morsa piegando e battendo dei lamierini in acciaio inossidabile.

 Un capolavoro! Lunghe ben 90 mm e belle fini una volta accoppiate su una asta in acciaio armonico da 7 mm, altro che produzione di serie!

 Non c’era nulla di simile in giro, in quel periodo, ed io sperimentai in un indimenticabile mese di luglio la tenuta e la bontà di quella realizzazione.

 Denticioni da 7/8 chili passati direttamente nel nylon con fori microscopici e soprattutto tenuta su pesci feriti altrettanto stupefacente.

 Nulla da vedere con le alette da 4/5 centimetri che adoperavo sin a quel momento. Insomma avevo realizzato ciò che desideravo!

 Purtroppo l’esigenza di preparare tutte le aste con quella coppia di alette era pressoché irrealizzabile, se non su piccolissima scala artigianale, allora mi diedi da fare a cercare qualcuno che mi facesse una serie di alette con gli stessi requisisti.

 A quel tempo abitavo in Piemonte e le aziende meccaniche erano centinaia e centinaia dislocate in tutte le provincie.

Per farla breve regalando qualche pesce ai titolari di una di queste realtà produttive fui indirizzato a un signore che abitava vicino a Ivrea.

 Mi dissero che era uno stampista, un appassionato subacqueo, e che in fatto di lavorazione meccaniche su minuteria metallica sarei finito dinanzi a una “potenza” del settore.

 Partii felice con la mia Vespa alla volta della cittadina eporediese e una volta arrivato nella piccola officina ricavata in una semplice cantina rimasi estasiato dai manufatti ingegnosi che questo valente tecnico realizzava.

 Con un tornietto costruito da un pezzo di binario ferroviario e un trapano a colonna compiva dei veri e propri miracoli sull’acciaio inossidabile, su piccole serie di accessori completamente in metallo.

Con il cuore in mano chiesi a Franco Gallini (ebbene sì, il papà di Simone Gallini ora titolare della Sigalsub, all’epoca quasi un infante in fasce…) se poteva dedicarmi qualche minuto al mio problema.

 Gli presentai il prototipo delle alette fatte a mano e lui, inforcando un paio di occhialini, mi disse: “ Bel lavoro ragazzo, niente male, niente male come idea. Si può migliorare il progetto, comunque.”

 Io restai ammutolito, mi sedetti e chiesi un bicchiere d’acqua.

 Le alette “Dentì” non erano più un miraggio.

 Servirono altri viaggi, altre giornate, e nottate, spese a elaborare il progetto ma piano piano le nuove alette presero forma.

 In pratica il Signor Franco confezionò un abbozzo di stampo completamente a lima (!) e finalmente nacquero i primi prototipi.

La lamiera inox usata era da soli 0.7 mm di sezione ma i fianchetti laterali contavano una piega ad angolo retto, 90°.

 Erano lunghe circa 80 mm e appaiate misuravano un diametro massimo di circa 8.7 mm. La spalletta perpendicolare le rendeva assai robuste pur lavorando con acciaio inossidabile inferiore al millimetro, la coda terminata a punta aguzza era una garanzia se l’asta restava dentro il pesce.

Diedi fondo a tutti i miei risparmi e feci stampare un congruo numero di alette che ancora oggi impiego con estrema soddisfazione e che hanno fatto felici moltissimi miei amici.

 

L’importanza del perno di fissaggio.

 

 C’è una certa ignoranza su questo spartano pernetto che opportunamente ribattuto tiene in posizione l’aletta.

 Si tratta di un ribattino in acciaio che ha una testa da un lato mentre l’altra sporge qualche decimo di millimetro.

 Il suo diametro classico è intorno ai 2.0 mm.

 Nelle ditte attrezzate o in chi produce grandi quantitativi di tahitiane c’è una macchina ribattitrice che ottempera questa funzione: l’asta è bloccata in una sede, il ribattino è collocato a fermare l’aletta, il tamburo dell’apparecchio ha un martelletto che ruotando attorno al ribattino ne deforma l’estremità e crea una capocchia a fungo contro laterale.

 Io l’ho vista in azione da Albino Devoto e sono rimasto estasiato dalla precisione e dalla velocità di realizzazione di questa ribattitrice.

 Ma torniamo a noi. Il perno di fissaggio è molto importante non solo perché permette il basculamento dell’aletta.

 In una trazione decisa la forza si scarica perlopiù su questo pernetto.

 Io ho sempre avuto il pallino dei grossi pelagici e ricordo che dopo il primo incontro con un tonno rosso da almeno un quintale che mancai per un soffio presentai a Franco Gallini il problema di un insufficiente tenuta delle alette nel malaugurato caso riuscissi a sparare a un bestione del genere.

Ci fu una breve discussione subito arrestata di fronte al problema economico perché per avere un perno maggiorato di diametro la ditta che li stampava ne doveva produrre almeno 10000 pezzi!

Feci un tentativo spartano, un esperimento e legando il calamento dell’asta al gancio traino della vettura posi la coppia di alette tra due ferri annegati nel calcestruzzo. Avviai la vettura e la prima osservazione fu quella che il monofilo di nylon da 1.40 mm si allungava a dismisura, un elastico bestiale ma subito dopo constatai che alla rottura netta del filo ne a livello dello scorrisagola ne a livello del giunto da traina ma in un tratto mediale, le alette sottoposte a un carico esagerato si disarticolavano perché il ribattino si piegava.

 La piega a U teneva benissimo ma a livello della testa ribattuta l’aletta era traslata all’esterno e scalzata.

Pensai a un test esagerato e tra e me e me mi convinsi che quella trazione era imparagonabile nei confronti delle grande ricciole e invece, nel settembre di qualche anno dopo, l’incontro e la cattura del tonno rosso di 124 chilogrammi combattuto nelle fasi iniziali con il solo mulinello evidenziò identico problema: sotto trazione si determinò la disarticolazione assiale di un aletta.

 Ora sulle mie aste sono montati ribattini maggiorati che nel frattempo la Sigalsub ha fatto produrre, da ben 2.5 mm. Pensate che la sezione di un perno maggiorato di qualche decimo di millimetro, da uno sviluppo complessivo di 3.1 si passa a 4.9 ottiene una resistenza meccanica incrementata in modo esponenziale, superiore di oltre il 50%.

 

Come sostituire e riposizionare il ribattino.

 

 Nel corso delle giornate di pesca capita di piegare il ribattino e il primo segnale che nota il pescatore subacqueo è che l’aletta si apre malamente, non funziona più come da nuova e originale. Nel caso della doppia coppia di alette appaiate, poi, il problema è molto più avvertibile perché le alette non si aprono e tendono a sfregare tra loro. La causa di questa anomalia è quasi sempre da ricondursi a una piegatura del pernino passante anche se spesso si imputa la questione alla curvatura o al danneggiamento delle alette. Io consiglio di cambiare il ribattino non appena possibile, e quando di apprezzano queste difformità di apertura e chiusura. Un asta con alette perfette deve essere la norma.

La sostituzione di un ribattino non può essere fatta in acqua o in mare, è comunque un operazione semplice e realizzabile da tutti anche se dotati di scarsa manualità, c’è bisogno di un banco di lavoro dotato di una morsa.

 Come attrezzi sono necessari una lima da ferro a taglio fine di buona qualità, un cacciaspine o un chiodo con diametro della punta 1.5 millimetri, un martellino con testa in ferro, una pinza a becco lungo.

L’asta o l’arpione sono fissati, inizialmente, stabilmente in morsa. Si procede a limare completamente la testa del ribattino sino a filo dell’aletta.

 Non ci deve essere la minima sbavatura sul diametro e la prova del nove si ha quando con il cacciaspine si spinge al centro del ribattino: deve subito sfilarsi, fuoriuscire dalla parte opposta. Se fosse molto piegato potrebbe essere necessario estrarlo con la pinza a becco ma fate molta attenzione alla trazione perché le tolleranze sono limitate.

 Una volta che la mono aletta o la coppia di alette è libera si introduce il nuovo ribattino e si verifica che le alette aprano e chiudano liberamente. Se non ci sono danneggiamenti si passa alla fase un po più delicata, quella della nuova ribattitura del perno.

 Il ribattino deve sporgere di circa un millimetro, un millimetro e tre decimi dall’aletta e per deformarne l’estremità cilindrica bisogna che l’altra testa del perno poggi su una parte dura. Io uso la stessa morsa, oppure si può poggiare su un piccolo incudine, e inizio a picchiettare con estrema cautela la corona esterna del pernino. Colpetti decisi e mai perpendicolari al ribattino altrimenti si rischia di piegarlo e compromettere tutto.

Io ci metto una decina di minuti a fare una bella corona a funghetto, regolare su tutta la circonferenza, e ogni tanto mi fermo e provo che le alette basculino libere.

 Si può ribattere sino quasi a sfiorare la superficie dell’aletta ma bisogna stare attenti di non martellare direttamente l’aletta altrimenti si schiaccia, si rovina tutto il lavoro e bisogna ricominciare da capo.

 

Le novità attuali.

 

Sigalsub. La Sigalsub si è conquistata tanti estimatori per la qualità delle sue realizzazioni. Le alette delle ultime Evolution ed Evolution Pro sono tutte lunghe 80 mm e per ogni diametro d’asta sono state stampate alette a spessore idoneo per non risultare sempre performanti idrodinamicamente e non ingrossarsi troppo come diametro complessivo.

 Il ribattino è ben da 2.5 mm di diametro e la ribattitura della testa è realizzata manualmente, asta per asta. La monoaletta montata sulle aste Evolution ha subito una modifica che di solito gli appassionati facevano in casa: una leggera chiusura dell’aletta vicino all’intersezione del perno consente che l’aletta Sigalsub una volta aperta non si richiuda su se stessa.

 Il merito è di un sistema di montaggio a sbalzo, caricato, che è mantenuto aderente all’asta tramite un anello fine in acciaio inossidabile che elimina di fatto l’uso dell’O-Ring. La stessa asta tahitiana correda di primo equipaggiamento anche il fucile ad aria della Omer, l’AirBalete.

 

 

Testo di Emanuele Zara