UN INCIDENTE CHE SI PU0’ PREVENIRE

L’avventura che sto per raccontarvi è una di quelle storie che non avrei mai voluto vivere, che non ipotizzavo potesse succedermi ma la pesca in apnea è un mondo complesso, gli equilibri su cui si gioca di volta in volta la partita sono effettivamente assai delicati. Si suppone di conoscere a fondo l’argomento, di avere tanta esperienza in merito, di sapere quali sono i pericoli che possono evidenziarsi durante una battuta sportiva ma evidentemente non è così, almeno per il sottoscritto. Ho iniziato a immergermi a quindici anni e fino a d’ora, che di anni ne ho quarantatre, non sono mai incappato in incidenti particolarmente seri. Rammento l’inverno di fine anni 70 quando l’asta da 8 mm dotata di voluminoso arpione mi trapassò la mano destra, avevo 16 anni, a causa dello stupido tentativo di armare frettolosamente il pneumatico, risoltasi fortunatamente con una visita al Pronto Soccorso di Imperia e quattro punti di sutura per parte; un calvario di un paio di stagioni in cui trovavo delle secrezioni ematiche nell’escreato, al momento della riemersione, e non riuscivo più a mantenere l’apnea per diversi giorni (problematica che solo in questi ultimi anni è stata affrontata dagli specialisti di medicina). Per il resto mi sono fatto guidare costantemente dal motto “Manu, umiltà severa: hai sempre qualcosa da imparare dagli altri”, e facendo attenzione a non tirare troppo l’apnea; cercando di entrare in acqua costantemente allenato e quando possibile in due; evitando d’inseguire prestazioni fuori dalla mia portata, pescando senza eccessiva bramosia di far carniere a tutti i costi, eccetera. Non sono mai andato in sincope, nessun compagno di pesca ne ha contratte nelle uscite comuni ma nonostante un timore referenziale verso il mare e la serie di ferree regole imposte mi è capitato un “fuori programma” che l’anno passato mi ha fatto veramente spaventare. Ho deciso di raccontare il fatto affinché, nelle prossime vacanze, chi si trova nella mia identica condizione fisica e comportamentale abbia la possibilità di evitare il problema sul sorgere. Vi racconto cosa mi è successo.

La scorsa estate, alla fine di giugno, ho organizzato una battuta di pesca con il mio carissimo amico Gianni, un compagno che come il sottoscritto fa un lavoro da turnista e quindi nel corso della settimana dispone di orari spesso comuni. Un mercoledì in pieno rialzo pressorio (che utile il barometro casalingo!) ci troviamo nel mio garage per decidere la destinazione, per programmare l’itinerario dell’indomani e in breve prendiamo la decisione. Optiamo per un tratto di costa breve, ci vogliono quindici minuti di gommone per raggiungerlo partendo dallo scivolo ma il sito presenta una grande estensione verso il largo con un fondale bellissimo, ricco di prede smaliziate e caratterizzato da un gamma ampia di batimetriche da esplorare. La mattina seguente ultimiamo di caricare l’attrezzatura sul gommone, diamo una controllata a carrello e motore fuoribordo, all’equipaggiamento, poi c’incamminiamo verso la meta. La giornata è tersa, calda sin dalle prime ore di luce. Giunti al porticciolo aliamo l’imbarcazione, parcheggiamo la vettura e prendiamo il largo. Indossiamo le mute direttamente in acqua: Gianni adotta un completo da 5 mm mentre io sovrappongo ai pantaloni da 3.5 mm una giacca da 5 mm a spessore differenziato. Iniziamo a sondare prima alcuni punti non troppo distanti dalla riva cercando di scoprire qual è la quota ideale in cui gira pesce. Le prime discese sono eseguite al cospetto di una bella dorsale di grotto che dopo una parete spaccata quasi di netto disperde concrezioni su un letto di sabbia e posidonia. La profondità varia dai 14 ai 16/17 metri. Mentre scendo verso un punto avvistato dalla superficie percepisco un taglio freddo particolarmente intenso che mi sorprende a qualche metro dal fondo. Controllo il computer da polso riscontrando che a galla mostra una temperatura di 20 gradi centigradi mentre in memoria ha registrato 16.5 C°, il gradiente rilevato sotto il termoclino. Non ho freddo per il momento ma un po' di fastidio l’ho provato soprattutto sul collo e sulle orecchie: avessi calzato una muta con tutto il cappuccio da 5 mm probabilmente starei più caldo - penso tra me e me -. Esploro in una sequenza di tuffi le lastre scorgendo all’orizzonte solo tante salpe e pochi saraghi peraltro decisamente sotto peso. Provo qualche aspetto di studio ma la situazione non si modifica. Mi avvicino verso Gianni che sta sommozzando poco più a terra. Qui ci sono sbalzi di fondale continui e infatti percorro una cinquantina di metri e mi trovo sui 10 metri. Un capannello di castagnole sormonta l’orlo: il taglio non c’è e la mangianza è tranquilla stabilizzata sino a sfiorare la pietra. Il mio compagno è perfettamente avvistabile grazie alla boa a siluro rossa fluo. Il mare è piatto, l’amico chiede cosa ho visto, ci scambiamo le impressioni: neanche lui ha notato gran movimento, c’è una corrente che sporca il fondo e verso riva si nota pochissima vita. Scorriamo un po' di waypoint sul Gps e dopo qualche ora il carniere conta due muggini, un barracuda, una tanuta. Ci siamo spinti al largo trovando condizioni marine ancora diverse dalle precedenti. Permane il taglio freddo ma la visibilità è notevolmente migliore. Ci sentiamo in forma tutti e due, il fiato è buono, le discese fluide, le risalite tranquille. Prima di fare una pausa e rifocillarci chiedo a Gianni se mi fa da barcaiolo per qualche tuffo un po' più profondo e lui acconsente. Ho i riferimenti per una zonetta ristretta che fa grosse corvine: non le ho mai insidiate in tana e questo mi permette ogni anno di prelevarne esemplari di mole. La quota si assesta appena sotto i 21 metri. Trovo i punti, mi oriento e preparo l’immersione. Ultima inspirata e giù. Impugno un 110 ad aria, lo tengo attaccato al corpo e prima di arrivare sul fondo lo allungo. Compio dei voli di planata lenti prima di appoggiarmi tra le lastre di arenaria perché in questo modo osservo con maggior attenzione le crepe tra le rocce alla ricerca di movimento, di pesci. Gianni mi è fianco con il gommone, avverto l’occhio vigile e la presenza rassicurante, effettuo una serie di voli di planata radenti la roccia ma dei corvi giganti non c’è ombra. Il termoclino è gelido, l’acqua pulita ma il taglio si sente attorno al corpo come un’improvvisa tenaglia. Avverto una stretta al capo intensa ogni volta che buco lo strato. Man mano che scorro il fondale scelgo un punto che mi ispira fiducia e mi fermo a fare aspetti lunghi sul fondo: con questa tecnica la settimana prima ho intercettato un volo di corvine tutte superiori al chilo e mezzo di peso e in coda ne ho arpionata una di quasi due chili e mezzo. Sono allenato e mi accorgo che tra un’immersione e l’altra faccio pochissimo recupero. E’ un difetto che ho sempre avuto sin da giovane: riemergo da tuffi anche prolungati ma dopo una quarantina di secondi, un minuto al massimo mi sento di nuovo pronto a ripetere la discesa. Mi capita a tutte le quote e purtroppo non dipende da una foga incontrollabile, se vedo pesce o non ne vedo, mi comporto abitualmente così. Da non molto tempo porto al polso un computer da apnea ma non sono abituato a leggere il quadrante ad ogni riemersione, altra pessima abitudine. Ho seguito a pesca campioni e profondisti come Bellani, De Silvestri, Del Bene e tutti controllano i loro tempi di recupero tramite la strumentazione elettronica: per loro è diventata una prassi automatica. Per farla breve nel corso di un’altra discesa, improvvisamente, vivo una stranissima sensazione: a pochi metri dal fondo mi sembra di perdere l’equilibrio o meglio che il fondo ”si muova”. Riemergo e il fenomeno scompare. Rifletto sull’accaduto e penso ingenuamente di non aver compensato adeguatamente, che ci sia l’orecchio sinistro che faccia le bizze. Attendo un paio di minuti in superficie, la precedente apnea è stata di 1 e 58, provo a compensare e la manovra si svolge con regolarità. Sono pronto. Faccio un altro tuffo. Le pale in carbonio fendono la massa liquida, il mio corpo è rilassato, la mente concentrata esclusivamente su quella crepa invitante del tavolato. A metà discesa, però, si ripresenta il fastidio. Dapprima accuso una lieve perdita di orientamento poi cercando di isolare meglio il problema mi accorgo che il fondale si “muove” nuovamente sotto di me perché sto provando una sorta di capogiro. Effettuo una manovra di compensazione poi, siccome non passa il malessere mi blocco, e torno in superficie abbastanza disorientato sull’accaduto. Sono lucido mentalmente, a galla mi sento benissimo. Chiamo Gianni dicendogli che ho bisogno di riposarmi un po'. Non sono stanco fisicamente, sul gommone ne approfitto per idratarmi, per mangiare una merendina ma anche per rilassarmi mentalmente. L’amico mi domanda se ho visto pesce ed io gli racconto dello stano episodio. Lui mi rassicura e mi dice che l’acqua è fredda, che non ho compensato bene, che probabilmente ho insistito troppo su quell’area e dobbiamo spostarci di zona. Puntiamo la prua verso il capo e facciamo rotta verso costa. Che bella la pesca subacquea, la giornata è calda, in mare ci siamo solo noi! Giunti fuori dalla propaggine rocciosa gettiamo l’ancora decisi di battere la franata di massoni che si estende per qualche centinaio di metri verso il largo capace sempre di attirare mangianza e pinnuti di vario genere. Qui la profondità operativa si aggira sui 15 metri di media, pensiamo che la temperatura risulti mite e soprattutto non sia presente il termoclino. Io sono un po' preoccupato perché non so che cosa mi stia succedendo. Entriamo in acqua insieme e decidiamo di effettuare qualche tuffo alternato. Mentre Gianni si immerge mi lascio trasportare dalla corrente in modo da non stargli proprio sulla verticale. Al termine di un aspetto infruttuoso scatta il mio turno. Mi ventilo con un filo di angoscia ma dopo qualche atto respiratorio scaccio i pensieri cattivi e ritrovo la serenità. Effettuo la capovolta, compio il primo tratto pinneggiando poi mi immobilizzo per cadere sul fondo in modo silenzioso. Purtroppo appena fermo le gambe si ripresenta in tutta la sua aura misteriosa il fenomeno: perdita di lucidità, sensazione di equilibrio precario, davanti agli occhi ambiente sottomarino che si “muove”, confusione! Riemergo con l’intento di tornarmene immediatamente sul gommone ma per non preoccupare troppo il mio compagno mi offro come barcaiolo. Seduto e affranto sulla panca del battello controllo Gianni sperando che almeno lui si diverta. Passano una decina di minuti e lo vedo sbracciare in superficie: è il segnale, ha preso qualcosa. Riavvio il fuoribordo e avvicinatomi scorgo un grosso barracuda dibattersi sull’asta. L’amico è felicissimo, appagato per il pesce che occhio croce sarà intorno ai tre chili di peso. Gli faccio i miei complimenti e, a seguire, gli dico che sono uscito perché non mi sono sentito bene. Gianni si fa serio e salito a bordo mi rimprovera di non averlo avvistato subito: è giunta l’ora di ritornare allo scivolo. Dal mio punto di vista non accuso giramenti di testa, mi sento a posto. Giunti in vista della discesa di cemento scendo dal tubolare per tenere il mezzo nautico e per permettere all’amico di recuperare macchina e carrello. Mi chino per recuperare il moschettone di prua e, per un pelo, non cado a capofitto per terra! Mi rialzo e faccio fatica a stare in equilibrio, devo necessariamente tenermi ad un maniglione! Gianni mi vede ondeggiare come se fossi ubriaco. La vestizione avviene con notevole difficoltà e appena terminata mi faccio riaccompagnare a casa. Che cosa mi è capitato? Che cosa fare? Scorro gli indirizzi sull’agenda e trovato il numero di telefono del professor Malpieri Massimo, conosciuto ad uno stage Omer, lo chiamo subito. Per fortuna è reperibile e con pazienza si fa spiegare per filo e per segno la mia giornata di pesca. Io ho attaccato al computer di casa lo strumento da polso e sto scaricando i dati riferendoglieli quasi in tempo reale. Terminata l’anamnesi lo specialista in medicina subacquea pronuncia la sua diagnosi: “Taravana! Devi farti subito un paio di cicli in camera iperbarica!” Per qualche attimo sto in silenzio, raggelato, poi ragiono a voce alta: dove la trovo una camera iperbarica? Altra telefonata al titolare del diving più vicino ad Oristano che mi spiega che le uniche due camere iperbariche pubbliche disponibili in Sardegna sono agli estremi opposti dell’isola, sull’isola della Maddalena, e Cagliari, all’Ospedale Marino. Che fare? Sono solo in casa, le località appena citate sono situate a più di 100 chilometri dalla mia abitazione (La Maddalena a 200!), posso fidarmi a viaggiare in macchina? Riprendo il telefono e chiamo Fausto, un amico di una disponibilità indescrivibile e gli domando se può accompagnarmi. L’interlocutore si mostra preoccupato ma informatosi sulla mia esigenza trova una soluzione eccezionale: “Perché non rivolgersi a un corallaro?” In Sardegna ce ne sono trenta, possibile che ognuno sia attrezzato in merito. Qui in zona c’è un ragazzo che fa corallo, Sandro, e sulla barca ha allestito una piccola camera iperbarica. Proviamo a vedere se è già rientrato…” Fausto passa a prendermi e andiamo direttamente a casa del famoso pescatore di corallo. - “ La camera iperbarica è parzialmente occupata ma tra una mezz’ora il mio compagno termina la seduta e si libera. Ma anche gli apneisti corrono il rischio di embolie gassose?”- mi dice curioso l’affabile professionista. Io lo metto in comunicazione con il Professor Malpieri che gli spiega il fenomeno del Taravana, e la durata e la quota da programmare in camera iperbarica per la terapia del mio caso (sovrapponibile alle tabelle decompressive 6 in uso dell’ U.S. Navy). Raggiungiamo il porticciolo, salgo sull’imbarcazione e con una certa trepidazione osservo quel cilindro in acciaio verniciato di bianco sistemato a tribordo: meno male che non soffro di claustrofobia! La camera iperbarica è di tipo monoposto, mi aprono la pesante porta imbullonata, ci entro piano, mi distendo sulla panchetta e attendo ulteriori istruzioni osservando l’esterno da uno spesso oblò di vetro. La testa mi gira ancora, soprattutto quando mi inclino verso il basso. Indosso una mascherina speciale, inizio a respirare con calma l’ossigeno e man mano che la camera va in decompressione sento il bisogno di compensare perché mi stanno portando alla quota di meno 18 metri. Faccio due cicli di ossigeno terapia di venti minuti circa, intervallati da una pausa di circa quindici minuti in aria: sapeste quanti pensieri scorrono davanti agl’occhi! Al termine sono madido di sudore, un po' per il caldo e la condensa che si è formata all’interno del tunnel angusto un po perché, come dicono a Napoli, “sto futtuto ‘e paura”!

Per concludere, sono stato quieto nei giorni a seguire, (avrei dovuto ripetere altri due cicli per sicurezza, successivamente, come da indicazioni mediche, ma la camera iperbarica non era libera). Ciò che maggiormente conta è il fatto che mi sono sentito immediatamente meglio dopo la seduta iperbarica e soprattutto che l’episodio mi è servito per usare maggiore cautela nella sequenza d’immersioni rispettando obbligatoriamente una corretta sosta in superficie, percentualmente sempre più prolungata al proseguo della pescata.

Computer Subacqueo. Sul mercato ci sono ormai diversi modelli di computer subacquei dedicati agli apneisti. Prima del mio incidente, sinceramente, non ne sentivo molto il bisogno, mi bastava un orologio per non perdere la cognizione del tempo, ma ora, alla luce dei fatti devo ammettere che è uno strumento quasi fondamentale se si intende pescare in tutta tranquillità. Il computer che ha spesso le dimensioni di quadrante simili a quelle di un classico orologio subacqueo, quindi assolutamente trascurabili come ingombro sul polso, monitorizza tutte le fasi del tuffo: la durata dell’apnea non appena si è eseguita la capovolta, la temperatura dell’acqua, la profondità attuale e quella massima raggiunta, e cosa importantissima, il tempo di sosta in superficie (Time Surface). Questo intervallo mostrato chiaramente in minuti e secondi, e in alcuni modelli i caratteri appaiono maggiorati e posti a centro schermo, va considerato ogni volta che si intende scendere a fondo e impegnarsi in tuffi prolungati. Gli esperti dicono che se ad esempio si effettua un tuffo a 25 metri per un apnea totale di 2 minuti, ad esempio, prima di ri effettuare una nuova discesa conviene attendere almeno il triplo di tempo in superficie cioè 5/6 minuti. Per chi non è abituato a fare calcoli sembra un attesa infinita, si credere di perdere tempo ma è solo questione di abitudine: il nostro computerino scandisce il tempo, e una volta che si è metabolizzato il sistema l’attesa risulterà una sequenza quasi automatica.

Muta A spessore differenziato. In quel fatidico giorno di giugno indossavo un capo a spessore differenziato. La particolarità di questo tipo di raffinati indumenti tecnici è quello di essere assemblati con tagli di espanso differenti relativamente alla sezione posseduta e alle zone del corpo da rivestire. Nel mio caso avevo delle porzioni da 3.5 mm in zone ritenute poco determinanti nel discorso della copertura isotermica come ad esempio il gonnellino della giacca, gli avambracci, i polpacci, il cappuccio. A tale riguardo ricordo che per mia precisa richiesta il cappuccio non era stato confezionato integralmente con l’espanso da 3.5 mm, avevo raggiunto un compromesso singolare: la porzione centrale, quella che dalla nuca dipartiva verso la fronte, era da 5 mm, i laterali invece impiegavano il materiale più sottile. C’era stata una breve discussione con il bravissimo artigiano che mi ha assemblato il capo perché lui sosteneva che tanti clienti gli richiedono il cappuccio fine poiché una muta a spessore differenziato oltre a permettere una detrazione di peso nel computo totale della zavorra agevola ulteriormente la libertà nei movimenti del subacqueo, non lo limita. Io, invece, ho spiegato che desideravo proteggere meglio la testa perché li ci sono i centri che controllano la temperatura del corpo così abbiamo mediato la soluzione appena descritta. Da ciò si evince che magari è meglio rinunciare a una eccezionale mobilità del collo piuttosto che rischiare di raffreddarsi precocemente il capo.

Il Taravana. La parola Taravana deriva dalla lingua polinesiana poiché con questo termine locale dei medici francesi, nel lontano 1947, definivano un quadro clinico che affliggeva parecchi apneisti, pescatori di perle, delle isole Tuamotu. La sindrome che colpiva molti soggetti era di tipo neurologico, paragonabile a quella visibile nelle patologia da decompressione (Pdd) dei bombolari, comunemente chiamata “embolia gassosa”: emiparesi o paralisi, perdita dell’udito, disturbi del visus, vertigini, possibile decesso. Inizialmente si ipotizzava che tutti questi sintomi fossero innescati da un quadro di ipossia cerebrale o di ischemia (mancanza di ossigeno nei tessuti o di mancata per fusione tissutale) ma successivamente, nel 1965, uno studioso danese di nome Paulev dimostrò che effettuando numerose immersioni prolungate in apnea associate a un tempo di recupero in superficie molto breve si determinava nel soggetto campione del test (lui stesso) un quadro patologico sovrapponibile a quello che colpiva un sub con bombole che non rispettava le soste di decompressione e risaliva rapidamente. In pratica nei tessuti dell’individuo colpito da Taravana rimane una percentuale di azoto elevata che può innescare tutta una serie di gravi problematiche se non smaltito nei tempi giusti. Gli studi scientifici sull’apnea sono tutto sommato recenti ma sempre più specialisti, sempre più apneisti che raggiungono quote abissali (fornendo una casistica clinica significativa in termini statistici) hanno confermato che il Taravana è perfettamente associabile a un quadro di malattia da decompressione. In particolare i più esposti a questa patologia sono proprio i pescatori subacquei che amano i fondali elevati e che stanno in mare svariate ore; per fare un esempio chiaro chi si immerge prevalentemente oltre i 25 metri (ma come avete visto il pericolo è annidato anche a quote minori) facendo apnee lunghe sul fondo, risalite rapide e brevi soste in superficie corre un rischio elevato. Per scongiurare il pericolo maggiore è sufficiente attendere a galla un tempo congruo dato ad esempio da un semplice calcolo: se si compiono una serie di immersioni a 30 metri con tempo d’apnea di circa 1.30 minuti totali bisognerà affrontare un recupero in superficie almeno doppio a quello trascorso sott’acqua, pari a 180 secondi, 3 minuti. Naturalmente esistono altre concause  nel discorso Taravana come      la mancanza di idratazione, l’uso dell’iperventilazione, l’eccessivo lavoro muscolare condotto in profondità, i tempi di discesa e di risalita troppo rapidi ma rispettando un corretto rapporto tra tempo di superficie e tempo di immersione avremmo già compiuto un efficace opera di prevenzione.