I DENTICI DEI RELITTI
di Gabriele Del Bene.
Il campione della Sporasub Gabriele Del Bene è conosciuto al pubblico di appassionati per la sua attitudine alla profondità estrema. Ma le avventure che sto per raccontarvi hanno un sapore incredibile perché parlare di denticioni catturati all’aspetto oltre i cinquanta metri di fondo tolgono letteralmente il fiato e spostano avanti il concetto di record nel settore della pesca in apnea! Rappresentano prestazioni sbalorditive, naturalmente non emulabili, che vanno oltre lo scibile di noi pescasub “normali”, episodi che indicano chiaramente le potenzialità fisiche dell’atleta spezzino, frutto di un allenamento psico fisico severissimo che non lascia adito a improvvisazioni di sorta ma soprattutto di chiare e innate doti naturali. Gabriele Del Bene ha passato un periodo della sua carriera sportiva, circa sei, sette anni fa, a seguire la tentazione dell’immersione tecnica “No Limits” ma poi l’incontro con un branco di dentici fondissimo che si aggirava tra le lamiere di un relitto gli ha fatto perdere di vista l’obiettivo principale una prima indimenticabile volta, e in seguito in altre numerose occasioni… Significativa una frase che mi ha rilasciato al termine del colloquio: “Un atleta in forma può davvero puntare in alto, anzi, molto in basso…”
Seguiamo i suoi racconti più intensi.
| Maggio 1999. Mi stavo allenando da alcuni giorni al largo di Budoni, una bellissima località balneare posta sulla costa nord orientale sarda. L’obiettivo che mi ero prefissato consisteva nel tentare il record mondiale d’apnea No Limits posto a – 75 metri (oggi il record del mondo assoluto d’apnea in assetto costante è giunto a –104 mt, quello No Limits addirittura a –170! ndr), traguardo che ho tentato l’anno seguente, il 2000, senza però riuscire a conseguire un buon risultato. Il punto scelto per i tuffi profondi era lo stupendo relitto del Montepony, un cargo poggiato su un fondo sabbioso a 59 metri. E’ un luogo che definire affascinante è riduttivo. Nel bianco candido della rena compare la silhouette della nave affondata con le sue lamiere scure ricoperte di vita e tutt’intorno migliaia di pescetti ne abbracciano le parti più alte in un tripudio di balenii argentei. Per le immersioni di prova utilizzavo il metodo dell’assetto variabile cioè del peso da portarti giù e da abbandonare poi sul fondo al momento di risalire in superficie. Il mio piombo consisteva in una “pera” di circa 18 chilogrammi che mi trainava nell’abisso a una velocità compresa tra 1.2 e quasi 3 metri al secondo: la discesa, quindi, si effettuava in meno di 35 secondi. L’esercizio consisteva nel giungere a fondo per compiere una seduta di training autogeno che mi preparasse all’apnea profonda. Oltre l’assistenza in gommone fornita da un circolo sub locale in quel fatidico giorno di maggio presiedeva anche una troupe televisiva olandese che monitorava le mie discese per la realizzazione di un programma divulgativo sull’apnea profonda. All’inizio della giornata compivo delle immersioni fuori dalla verticale del Montepony, diciamo a una quindicina di metri dalla struttura del relitto: terminata la discesa mi coricavo sulla sabbia tenendo gli occhi chiusi e cercando un grado di concentrazione e di rilassamento totali. La serie di tuffi si protraeva da un po quando decisi di cambiare strategia cioè di appoggiarmi sulla sabbia provando a dare un’occhiata intorno. A quella profondità la luce solare è scadente e il relitto non si distingueva bene. Opto per andarci un po più vicino perché non riesco a contenere la curiosità di osservare che cosa mostra questa nave antica piena di fascino. Chiamo i ragazzi del gommone e mi sposto sull’esatta verticale del Montepony. L’emozione di una discesa sui relitti è indescrivibile e mentre il blu intenso lascia progressivamente il posto ai contorni prima offuscati poi sempre più netti delle lamiere provi un qualcosa di magico. | ![]() |
Scendo al riparo di una fiancata e mi sdraio nuovamente sul fondo sabbioso seminascosto nell’ombra della murata. Passano una manciata di secondi quando, ad un tratto, scorgo nel chiaro scuro ambientale un ammasso di forme mobili. Poi, subito dopo, sento centinaia di occhi che mi osservano e immediatamente si materializzano all’orizzonte tantissimi dentici.
Ce ne sono dappertutto. Decine e decine di pesci che compongono un immenso carosello pulsante. La bolla d’argento sembra inglobarmi al suo interno con dentici di due, tre chili quasi appiccicati alla maschera mentre esemplari decisamente più corpulenti mi sfilano un po più lunghi. Dopo un’esperienza del genere, dopo un godimento simile il rigore ascetico del profondista fu sopraffatto dalla mia natura di cacciatore. Decisi che “il turismo subacqueo” si sarebbe potuto effettuare anche un’altra volta…
Mi stacco dal fondo e dopo una cinquantina di secondi, (la muta da 8 mm di spessore inizia a spingere positivamente dai meno 15 in su) raggiungo la barca d’appoggio. Per fortuna avevo con me la fedele borsa dei fucili (una questione di abitudine…) e uno degli assistenti mi passa l’arbalete 115. Recupero con calma la zavorra mobile, mi concedo un po di riposo, e dopo una quindicina di minuti inizio una ventilazione controllata. Sono pronto. Lo spirito del tuffo è meno “platonico” dei precedenti perché la bramosia e la voglia di rivedere tutti quei dentici mi occupa la mente. Giungo nuovamente a ridosso del fianco del Montepony e nella stessa modalità precedente mi si ripresenta il branco di dentici. I “piccoli” arrivano in avanscoperta, subito appresso ecco comparire una serie di musi impressionanti. Sono denticioni, saranno una ventina, tutti abbondantemente oltre i cinque, sei chili di peso.
Per un attimo mi lascio trasportare dalla fantastica scena ma lo stupore iniziale non mi fa perdere l’opportunità della cattura. Il 115 è allineato, scelgo il pesce più “largo” di tutti e a circa un paio di metri di distanza scocco il tiro. Ho mirato bene ma, come capita frequentemente, non sono riuscito a fulminare il denticione. Il pesce si dibatte, punta all’interno del relitto e mentre gli mollo necessariamente il filo con il mulinello devo assolutamente riemergere. Guardo il Montepony divenire sempre più piccino e indefinito e intanto mantengo la trazione sul pesce nel tentativo di impedirne l’arroccamento tra le lamiere perché ciò significa, la maggioranza dei casi, la recisione netta della sagola. Giunto in superficie assicuro il filo a un palloncino da trazione e mi ripropongo di ricuperare appena possibile la preda ferita. Devo obbligatoriamente attendere almeno 15/20 minuti tra un tuffo e l’altro perché l’apnea profonda richiede un rispetto assoluto delle regole. Impugno il secondo fucile e al termine della preparazione ridiscendo a 59 metri di profondità.
Non faccio fatica a seguire l’ultimo tratto di nylon e appoggiato in una rientranza del relitto intravedo il dentice ferito ma ancora vitale. Riesco a inquadrargli la testa e a doppiarlo. Cerco di estrarlo però la manovra non è semplice e dopo un tentativo decido di ripetere l’operazione in un’altra immersione, l’ultima della giornata. Alla fine il dentice finisce a pagliolo e con i suoi 7 chili abbondanti rallegrerà la compagnia in una serata memorabile.
| Il
secondo episodio che rappresenta un’altra avventura condotta a quote abissali
trae le sue origini da quella appena descritta perché da quel lontano maggio
1999 la mia passione per i relitti profondi non si è più arrestata. In
occasione dei Campionati Italiani Assoluti di Pesca Subacquea, organizzati a
Calasetta nel giugno del 2002, sono andato in Sardegna come turista e mentre mi
trovavo lì sono uscito a pesca vicino a Cagliari, precisamente davanti alla
località Torre delle Stelle. In compagnia di un gruppo di amici ho deciso di
fare qualche tuffo sul relitto del Loredan, un piroscafo situato anch’esso a
più di 50 metri di profondità. In quella occasione portavo al polso l’Apneist,
il computer della Mares che ha memorizzato perfettamente tutti i parametri della
pescata e mi ha dato modo di conoscere i tempi della performance estrema.
Dopo aver rilevato l’esatta ubicazione del relitto tramite Gps ed ecoscandaglio mi sono preparato l’attrezzatura specifica per la discesa che prevedeva una normale cintura di zavorra munita di dodici chili di piombo sagolata ad un pallone. Il pool di amici che mi seguiva ha garantito un’assistenza impeccabile, fondamentale per un immersione in apnea così impegnativa. Ho iniziato a rilassarmi, a visualizzare le varie fasi del tuffo poi la ventilazione controllata chiude il momento di attesa. Sono pronto e dopo la capovolta mi lascio cadere a fondo. Il mare offre una discreta visibilità ma dopo alcuni istanti vengo inghiottito nel blu intensissimo. I secondi scorrono rapidi e sotto di me si apre piano piano un meraviglioso sipario. In questi attimi la tensione è alle stelle e il desiderio di scoprire cosa c’è sotto è inenarrabile. Avvisto la coperta metallica del Loredan corollata da vari spezzoni di reti abbandonate, poi appena scostato dal pontone noto un banco di mangianza compatto; con la pala delle pinne in carbonio appena flesse devio leggermente traiettoria per effettuare un aspetto vicino ai pesciolini. |
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Dall’alto mi sembra di scorgere al limite del campo visivo già un bel branco di dentici ma non sono sicuro finché non scendo ulteriormente di quota. Mi fermo a 52 metri sulla lamiera e quei “puntini” lontani si materializzano sempre più vicini; ho la conferma alle mie supposizioni: sono proprio dentici! Attendo una trentina di secondi e al termine dell’attesa riesco a sparare ad un mega dentice, quello che mi sembra il capo branco, il più gigante di tutti.
Lo colpisco bene ma anche in questa occasione non resta fulminato e così devo abbandonare sul fondo il pesce senza avere la certezza del recupero. Filo il mulinello, metto in trazione il dentice e intanto guadagno la superficie. Lo strumento digitale mostra un tempo totale di apnea di 2 minuti e 22 secondi; profondità massima 52.4 metri. Mamma mia che tuffo! Recupero con movimenti lenti e ampi la zavorra mobile e successivamente resto abbandonato a galla per recuperare lo stato di forma ottimale. Devo ritornare giù a doppiarlo, sempre se c’è ancora. Ridiscendo orientandomi con la sagola tesa del mulinello e cado dritto sul dentice che nel frattempo è sceso più in basso lungo una parete del relitto cercando di liberarsi della lunga tahitiana.
Lo vedo
“pulito” all’interno di due lamiere accostate e lo doppio con precisione
chirurgica. Una volta colpito mi stacco dal fondo e riesco a condurre il
pescione fuori dalle lamiere taglienti: ho la possibilità quindi di tirarlo su
direttamente dalla superficie. Leggo nuovamente
il quadrante dell’Apneist: La seconda discesa è durata 1 minuto e 45
secondi ma la profondità rilevata è di ben 57.5 metri! L’epilogo della lieta
storia è ancora una volta una meravigliosa tavola imbandita presso un ospitale
agri turismo della zona. Dopo una vernaccina d’aperitivo bevuta in compagnia
dei miei amici sardi, tutti coloro che hanno contribuito alla mia performance
estrema, ecco che si profila al fondo della sala il vassoio contenente il
superbo dentice cotto magistralmente in forno: 7 chili e 450 grammi di bontà!
Testo raccolto e ordinato da Emanuele Zara.