LA PESCA DEL DOTTO
vista da Riccardo Molteni
Il
dotto è una delle prede più impegnative che un pescatore in apnea possa
affrontare. E’ un pesce che vive innanzitutto a quote abissali, in posti dove
le gambe, i polmoni e la testa di chi lo insidia devono viaggiare su di un unico
binario; il serranide rivela un comportamento in bilico costante tra il timoroso
e lo spavaldo che mette a durissima prova la pazienza e soprattutto il fiato del
pescatore appostato sul fondo. Ha una livrea a prevalenza scura, un profilo
corporeo schiacciato lateralmente ed un muso affilato e appuntito come la prua
di un sommergibile da caccia! Il dotto sembra continuamente voler sfidare
l’intruso che osa comparire nel suo campo d’azione, e getta il suo guanto di
sfida mettendo in atto una manovra di avanscoperta terribilmente lenta e
calibrata. Tra l’uomo che lo insidia e la sua silhouette in flemmatico
avanzamento scorrono sempre decine e decine di secondi preziosissimi, che devono
essere centellinati in maniera intelligente altrimenti si corrono rischi
altissimi. Il gioco è veramente duro e pochi pescatori specialisti catturano
questo serranide con frequenza e metodicità: Riccardo Molteni è sicuramente
uno di questi, uno specialista affermato nella pesca del dotto. Il campione vive
in Sicilia e intorno alla magnifica isola mediterranea i dotti sono di casa: chi
meglio di lui può svelarci tutti i segreti di questa pesca?
Riccardo
perché il dotto ti affascina? E’ veramente così difficile da pescare?
La
pesca al dotto è il compendio di tutte le sofisticazioni che rendono bella,
affascinante e stimolante la pesca subacquea. La condizione atletica, la tecnica
sopraffina, l’esercizio balistico: tutte qualità messe a dura prova da un
pesce incredibilmente impegnativo da prendere. In Mediterraneo ci sono altri
pesci “difficili”: al primo posto metterei sicuramente l’orata insidiata
in acqua libera, ma in seconda battuta c’è certamente lui, il dotto. Per
prenderlo occorre mettere in campo tutte le energie.
Qual
è il periodo più favorevole in Mediterraneo per incontrarlo?
Il
Mediterraneo è un concetto ambientale un po ampio da definire poiché ci sono
zone molto diverse tra loro: puoi incontrare varie situazioni climatiche tra un
paese e l’altro e quindi tante variabili settoriali. Posso però portare la
mia esperienza in acque siciliane: la concentrazione più alta di dotti si
riscontra ad estate inoltrata, da fine agosto, tutto settembre, sino alla metà
di ottobre. Io mi sono trovato a nuotare in veri e propri “formicai” di
dotti in questo periodo. In altre zone la stagione dei dotti è un po più
anticipata, giugno e luglio, ma prevalentemente è la seconda metà
dell’estate quella in cui è più probabile l’incontro con i pesci
“aggallati” cioè che stanno negli strati più superficiali del mare. Il
dotto è sensibile alla temperatura dell’acqua: l’irradiazione solare, come
d’altronde avviene per altre specie animali, è il segnale che innesca il
momento riproduttivo e che muove i processi vitali tra cui l’alimentazione.
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Per
catturare il dotto ci sono orari in cui risulta più vulnerabile? In generale valgono le considerazioni fatte per molte altre prede e cioè che il mattino presto e la sera tardi sono i momenti migliori della giornata anche se, secondo la mia esperienza l’ora decisamente più valida è la mattina prestissimo, all’alba. L’alba significa essere sul posto poco prima che il sole spunti e farsi le prime due ore d’acqua. Per il dotto direi che valgono queste regole anche se appaiono meno rigide rispetto ad altre categorie di pesci. Mi sono capitate ottime opportunità nel primo pomeriggio, in pieno sole: le due, le tre di pomeriggio. Hai potuto verificare delle influenze legate alle fasi lunari o alle maree riguardo alla presenza o al comportamento dei dotti? Io
non le ho mai percepite in modo distinto e scientifico quindi non sono in grado
di stabilire una regola, ma può essere un mio limite. Ho notato invece che i
momenti in cui le correnti investono le pareti ripide di una secca, con
l’afflusso della mangianza particolarmente concentrata nella parte superiore
dei gradini, e con termoclino relativamente basso, rivelano la circostanza in
cui c’è la più alta probabilità d’incontrare i dotti. E’ quindi, sempre
a parer mio, un problema di temperatura dell’acqua, di correnti locali più
che l’influenza di un cielo lunare a cambiare le regole sottomarine. Quali
condizioni meteo marine preferisci? Ho
trovato condizioni ottime sia come abbondanza di prede sia come maggiore facilità
di cattura pescando con mare formato proveniente dal largo. Anche in questo
frangente risalta la stratificazione del termoclino: infatti, con queste
condizioni meteo marine, normalmente, il taglio di acqua fredda si trova in
basso mentre con venti da terra tesi il termoclino, per effetto di moti
convettivi, tende a salire. I dotti preferiscono acque temperate quindi si
comportano di conseguenza. |
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Qual
è il tipo di fondale migliore per incontrare e pescare dotti?
Il dotto è legato all’ambiente delle secche, ai sommi. Li puoi anche trovare alle basi delle franate, come alle Eolie; su punte che degradano dolcemente verso il largo, in certi posti particolari di questi capi, come i cigli; ma il posto elettivo, il posto principe è la secca e di questa il punto più esposto alle correnti prevalenti. Cito la secca di Capo Graziano di Filicudi, il Banco del Bagno di Lipari, alcuni sommi del Canale di Sicilia, la mitica secca dei dotti di Villasimius (dove si possono solo più guardare e non catturare in quanto è divenuta zona protetta). I dotti scelgono determinate zone: ad esempio sulla secca della Fiasca, vicino a Palermo, i dotti stanno nel versante più degradante, algoso, e non sul ciglio più netto mentre in quasi tutti gli altri sommi come le secche di levante e di ponente di capo Milazzo, i pesci stazionano sugli orli dove il salto di batimetrica è più ripido, dove lo sbalzo è maggiormente accentuato.
In
mediterraneo c’è un luogo mitico per pescare dotti?
Recentemente mi sono trovato a fare una serie di divertenti competizioni di pesca in Grecia (Coppa dei Campioni). La prima gara l’abbiamo fatta sulla penisola Calcidica insieme a Renzo Mazzarri e in quei pochi giorni di preparazione ci siamo trovati a pescare su un sommo dove il numero di dotti avvistati era impressionante: una sessantina, una settantina di pesci sparpagliati su un piccolo spiazzo. Secondo me in quella zona e nelle isole contigue dell’alto Egeo, attualmente, ci sono posti dove la concentrazione di dotti è altissima. Non conosco tutta la costa dell’Algeria o del Marocco e non escludo che anche determinati angoli di queste coste presentino hot spot ancora migliori di quelli Greci.
Per pescare dotti quali sono gli elementi da tenere in maggior
considerazione?
Per prima cosa direi il fiato. L’apnea è una componente essenziale per la
pesca al dotto. Escludendo le rare volte in cui si può prendere un dotto in
circostante occasionali come quando ti passa davanti ad una pietra mezzo
addormentato il miglior sistema, la tecnica d’elezione è l’aspetto profondo
che richiede doti apneistiche indiscutibili. La pesca al dotto è quella in cui
la capacità di stare sul fondo a lungo è forse il lato più determinante di
tutta l’azione, maggiore rispetto ad altre tipologie di aspetto e di prede.
Non ci si improvvisa pescatori di dotti: ci vuole esperienza e un grande senso
di autocontrollo. In media pescando a batimetriche di 35/38 metri impiego tempi
totali di apnea media di 2.20, 2.50 con tempo di attesa sul fondo di almeno
30/40 secondi.
Quale equipaggiamento?
Riguardo l’attrezzatura metto decisamente al primo posto l’arma. Quasi sempre si tratta di effettuare sui dotti tiri molto lunghi, quindi ci vuole un fucile che possieda una buona velocità ma soprattutto una lunghissima gittata. Per dare dei dati si parla di un tiro utile di almeno 3.5 - 4 metri dalla punta dell’arma; se poi ci si procura un fucile che fornisce prestazioni di un paio di metri utili in più, ancor meglio. Il dotto è una preda che se riesci ad individuare, se hai fiato sufficiente, alla fine è un bersaglio tutto sommato statico. La fucilata ad un’orata fuori tana, in acqua libera, per fare un esempio, è un bersaglio difficile poiché nuota veloce; il dentice ha una traiettoria costante e comunque rettilinea; il dotto si ferma a sette metri di distanza dalla tua postazione, si piazza davanti col naso un po all’insù e ti guarda, fermo, immobile come una statua. Non è detto che entri nel campo di tiro utile del fucile impugnato ma comunque disporre di grande gittata è sicuramente un gran vantaggio ai fini della cattura. Esiste un trucchetto per ingannare il dotto che ho scoperto per caso nel corso degli anni: applicato in modo sistematico ho visto che funziona. Quando capisco che il dotto è ancora fuori tiro, un metro oltre la gittata utile del fucile, esco dal nascondiglio a scatto, mi proietto in avanti e contemporaneamente premo il grilletto. Bisogna avere riflessi fulminei, il tutto avviene in qualche decimo di secondo. Il metro che mi manca lo recupero in questo modo. L’insieme della manovra improvvisa, della rapidità d’esecuzione, della lunga gittata “paralizzano” per una frazione di secondo il pesce, e fanno la differenza.
Quale fucile adoperi?
Utilizzo normalmente un arbalete Monoscocca da 115 cm con coppia di elastici molto progressivi, un’asta da sei e mezzo, con una singola aletta lavorata in un certo modo cioè con la punta leggermente aperta in fuori, acuminata e tagliente affinché si blocchi nella carne quand’anche la freccia non riesca a perforare da parte a parte l’animale. Con la tecnica dello scatto metto a segno quasi tutti i colpi. Naturalmente il mulinello di serie è un accessorio importante che uso nelle fasi di recupero. Dalla scorsa estate ho ricevuto anche la versione a doppia coppia di elastici, il Monoscocca 130, che mi ha consentito di effettuare una fucilata iperbolica su un dotto piantato davanti a me ad una distanza incredibile. Questa è l’arma che riservo per i dotti “imprendibili”, e per tutte quelle situazioni in cui occorre una gittata straordinaria, sbalorditiva.
Adoperi
il piombo mobile?
No, personalmente non uso zavorre mobili. Ma nel caso qualcuno intendesse farne uso mi preme dire assolutamente che non è un sistema da prendere alla leggera! Il piombo mobile è da evitare scrupolosamente se non si hanno anni di esperienza nelle gambe e nei polmoni! Per pescare dotti occorre restare nei propri limiti operativi, tre metri in meno di quelli che possono essere le proprie quote di pesca abituali! La pesca al dotto impegna l’apneista con tuffi profondi, attese super statiche che durano parecchio e il rischio di andare in sincope è elevatissimo.
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Quali
tecniche si usano? In tana può succedere di prendere qualche dotto, in Grecia ne abbiamo catturato qualcuno. In questo caso il serranide è facile, non è come la cernia bianca. Il dotto s’infila in un angolino e si immobilizza. Sono episodi che capitano abbastanza di rado, comunque, e la pesca in tana non è sicuramente quella elettiva. Neppure l’agguato si è rivelata una tecnica produttiva, io non ho mai preso dotti con questa strategia mentre sono riuscito a catturane in caduta. La caduta potrebbe definirsi una specie di agguato in acqua libera: non guardi il pesce, non lo punti sulla traiettoria, attui una planata divergente, muovi solo il polso per inquadrarlo, metti in atto una serie di manovre studiate che possono portarti alla cattura. L’aspetto profondo è invece la tecnica che maggiormente utilizzo. Si tratta di una pesca difficile e impegnativa, lo ripeto ancora una volta, da fare sempre in coppia perché le quote operative sono quasi sempre abissali; perché la fase di attesa sul fondo deve essere protratta; perché bisogna sempre conservare lucidità e autocontrollo; perché bisogna sapere riemergere al momento giusto. Se si fa un tuffo oltre i trenta metri, per intenderci, bisogna aver programmato tutta l’immersione altrimenti non si fa. La fase di discesa è un momento di grande concentrazione, pinneggio verso il fondo sapendo già dove devo mettermi. Gli ultimi dieci metri guardo la pietra ma solo per scegliere il punto preciso dove ho scelto di appostarmi. Non cerco avventure in questa fase a meno che non mi passi davanti al naso un tonno! Poi è tutta apnea sul fondo, per il dotto. Come
spari al dotto? Il dotto presenta un profilo anteriore molto sottile ed io cerco di non sparargli di muso perché è un bersaglio abbastanza difficile; fra l’altro bisogna considerare che il pesce nel momento in cui parte l’asta tende a scartare. Bisogna cogliere l’attimo in cui il dotto si piega appena, il momento che precede la flessione del corpo quando piega la testa e si “carica” per voltarsi di lato. La manovra del serranide non è mai troppo repentina e in qualche modo offre una chance effettiva di poterlo anticipare e trafiggere. In quel momento preciso, che allarga il bersaglio di un 15-20% rispetto alla sagoma verticale di partenza, io premo il grilletto. |
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Dopo di che si prevede di colpire il dotto ma senza la presunzione di trafiggergli il cervello perché a quattro, cinque metri di distanza ciò è affidato alla fortuna e alla casualità. Comunque si tratta di un tiro che “tiene” perché di solito lo si colpisce nell’opercolo branchiale o a mezzo corpo. E’ poco frequente che una volta raggiunto in questi punti si possa liberare della freccia.
Quali
sono le metodiche di recupero?
Se è staccato dal fondo e capisci che la fucilata tiene bisogna fargli recuperare quota rapidamente perché così il dotto tende a gonfiare la vescica natatoria, a ridurre molto i movimenti e a quel punto diventa facile portarlo in superficie. Se invece sei a fine apnea, (è la situazione più frequente) filo fondo, la reazione di fuga normalmente è abbastanza intensa: può avere un senso mollargli sagola e lasciare che s’intani poiché si pianterà dentro nel primo buco che trova. Il tuffo successivo lo recuperi.
C’è un episodio che ti è rimasto impresso sulla
cattura di un dotto?
Lo scorso settembre pescavo all’aspetto con un amico su un ciglio molto bello, vicino a casa, posto a quote da batiscafo: trentotto, trentanove metri. Alla base di questa caduta c’era una corolla di dotti composti da pesci di varie dimensioni con qualche esemplare anche di sette, otto chili di peso. A più riprese abbiamo tentato di catturarne qualcuno: quelli piccoli, di tre chili, tre chili e mezzo si potevano sparare ma quelli più grossi stavano lontanissimi e sembravano imprendibili. Risalii sul gommone e presi il Monoscocca 130 che mi era stato mandato qualche giorno prima e con cui avevo già catturato una cernia in caduta posta a una distanza “siderale” con il preciso scopo di ritestarne le potenzialità. Era montato con doppia coppia di gomme da 18 mm, non particolarmente duri, e tahitiana da 6.5 mm. Alla fine di una lunga apnea ho sparato ad un dotto che stazionava minimo a sei metri di distanza dalla testata: mirando accuratamente e calcolando un minimo di parabola l’ho colpito. Due passate complete di sagola con un bel rinculo e strappo finale! Si è trattato di una fucilata incredibile, davvero incredibile, assolutamente inusitata! Un tiro così non l’avevo mai sperimentato in vita mia! Il dotto era tranquillo, un bersaglio fermo, che mai si sarebbe aspettato un colpo simile! Sono rimasto più che sorpreso, allibito!
Il dotto più grande che tu abbia mai catturato?
Un esemplare di 13 chili, un bel bestione!
Testo raccolto da Emanuele Zara.