LA PESCA DELLA CERNIA 

vista da Nicola Riolo

Nicola Riolo, titolare della Sdive, è uno dei campioni di pesca in apnea più titolati della nostra penisola. La sua terra, la Sicilia, è stata fucina di atleti fortissimi grazie a un mare meraviglioso caratterizzato da fondali impegnativi ma sempre ricchi di pesce. Una delle specie ittiche maggiormente presenti lungo le coste frastagliate dell’isola, le isolette, le secche, i banchi al largo è la cernia. Riolo è considerato da molti osservatori del settore un vero specialista di serranidi, un pescatore capace di scovare i grossi pesci in qualsiasi competizione nazionale e internazionale come d’altronde mostrato dal suo invidiabile e prestigioso curriculum. L’ho incontrato nel corso dell’Eudi Show 2005, circondato costantemente da una folla di appassionati che stipava all’inverosimile lo stand Sdive. Sono riuscito, con non poche difficoltà, a farmi raccontare nei dettagli vita, morte e miracoli della cernia, a decifrare meglio il legame che corre tra Nicola Riolo e questa preda che lo ha sempre stregato sin da giovane formandone un bagaglio d’esperienza notevolissimo. Nella discussione mi ha rivelato dei trucchi, ne ha appena accennati ma non svelati altri, che mostrano senza ombra di dubbio la sopraffina arte adoperata per pescarle. In questi ultimi anni la cernia è stata praticamente esclusa dalle gare di pesca in apnea e ciò ha comportato un diverso approccio da parte degli agonisti ma ciò non toglie che una tecnica di predazione imparata sin dai primi anni di esistenza non determini un’impronta indelebile nel proprio DNA…

Nicola, sei considerato da tutti uno dei più bravi pescatori di cernie del Mediterraneo. Confermi?

Vorrei prima di tutto sfatare questo mito, o meglio affermare più correttamente che io “ero” un gran pescatore di cernie finché non sono variati i regolamenti federali, visto che la mia attività di sportivo è sempre stata orientata in funzione dell’agonismo. Ormai sono una decina di anni, più o meno, che mi dedico molto di più alla pesca all’agguato e all’aspetto, rispetto alla tana, ho incrementato le mie uscite in mare sotto costa specializzandomi nelle tecniche cosiddette “al libero” che sono le metodiche che si applicano in Atlantico e in Oceano in generale. E’ pur vero che la cernia mi ha sempre regalato delle emozioni fantastiche, e continua a darmene quando la cerco fuori dalle competizioni. E’ una cattura dal sapore particolare, un pesce per cui vale la pena spendere anche un’intera giornata in mare. Si sono “estremizzate” le considerazioni venatorie su alcune specie ittiche come il dentice, la ricciola, i grossi pelagici ma la cernia rimane sempre la cernia.  

Per decenni si è affermato che la cernia rappresenta la tesi di laurea del pescatore subacqueo: come se l’è guadagnata?

La sua fama di regina delle catture è stata coniata dai primi pescatori, dai primi pionieri della subacquea che poi l’hanno tramandata alle generazioni successive. In quei tempi non c’erano attrezzature sofisticate e prendere bestioni di venti o trenta chili arroccati in budelli tortuosi era tutt’altro che facile alimentando storie e avventure mitiche. Ma a guardare bene anche con il passare degli anni si è mantenuta l’aureola di preda difficile da catturare perché chi è venuto dopo si è trovato davanti comunque un pescione complesso da prelevare nonostante si disponga di torce potenti, armi micidiali, equipaggiamenti validissimi. La cernia è un pesce eclettico, facile o difficile da prendere a secondo la si trovi in poco fondo o in tanto fondo, in tana o fuori tana, in un taglio semplice o in una caverna inespugnabile. Resta uno dei pesci mediterranei di maggior mole, e a tavola mantiene l’aura di piatto prelibato.  

Che metodo adotti per scoprire una zona buona per cernie?

Quando giungo in un posto nuovo che naturalmente è risaputo ospiti cernie, per prima cosa mi procuro la mappa dell’ipotetico itinerario da battere. Bisogna anticipatamente conoscere e interpretare le carte nautiche della zona prescelta in maniera da focalizzare i punti che potrebbero concentrare i serranidi. In linea di massima quelli potenzialmente più ricchi sono rappresentati da linee di batimetrica molto vicine l’un l’altra il che significa che il fondale propone una caduta abbastanza ripida in uno spazio breve. Qui si creano le condizioni di ciglio o frana che facilitano la coabitazione dei serranidi, e di altre specie ittiche. Viceversa le cernie più facili da catturare, fermo restando che bisogna disporre di ottime apnee, sono quelle che si trovano nelle grandi distese di sabbia dove, ogni tanto, compare qualche pietra isolata, una delle dimore preferite per i grossi cernioni.

Oltre la cartografia per scoprire questi posti ti avvali anche di un esplorazione a nuoto?

Sicuramente la carta nautica ti consegna un primo rapporto d’indagine fondamentale per capire in quale zona operare ma la cernia poi, in definitiva, la trovi a nuoto, a paperino. Un tempo bastava sorvolare un tratto di mare per scoprire ogni cinquanta metri un serranide ma ora le cose sono profondamente cambiate. Attualmente devi faticare una giornata intera per scovarne magari una, due, allora conviene avere un buon barcaiolo e fare dei grandi tratti di mare a seguito dell’imbarcazione.

Per scoprire la zona dove vive sono utili di voli di planata raso fondo ho è meglio un controllo discreto dalla superficie?

Rispetto a tanti anni fa non pesco più da solo ma in gruppo con altri atleti, e insieme riusciamo a coprire degli ampi tratti esplorativi: per fortuna in Sicilia c’è un ottimo vivaio formato da tanti ragazzi in gamba. Esistono delle grandi differenze di ricerca tra un soggetto e l’altro che determinano chiaramente l’esito della singola pescata. Sicuramente la tecnica che offre da sempre i risultati migliori è la planata fatta a qualche metro dal fondo, oltre la linea di mezz’acqua. Devi restare quasi immobile e avanzare con estrema lentezza cercando di cogliere ogni piccolo dettaglio, ogni contrasto. Io percorro lunghi tratti di mare pinneggiando pianissimo, sono come il falchetto fermo sopra al coniglio. Devi guardare ogni contorno ogni angolo della pietra, ogni bordo della lastra poggiata a fondo perché spesso la cernia sta ferma nell’alga o nella sabbia sapendo benissimo che se sta troppo fuori, scoperta, viene vista subito. Occorre grande pazienza, tecnica nel percorrere l’area di pesca a bassa velocità, attenzione nel scorgere ogni minimo indizio, fiato per compiere l’intera azione.

La Sicilia è sempre stata circondata da un mare ricco di cernie; ora com’è la situazione contingente ?

Secondo me c’è stata una riduzione negli anni ma meno evidente rispetto ad altre zone del mediterraneo. Attualmente si vedono molti esemplari di piccole dimensioni. Comunque in certe giornate mi capita ancora di assistere a degli spettacoli in cui ne conto decine di buon peso. L’anno scorso con condizioni di corrente particolare ho sorvolato un tratto di mare che conosco bene contandone, in una sola pescata, addirittura una trentina, episodio che non mi capitava da anni.

Qual è il fondale classico della cernia?

La cernia non preferisce un tipo di fondale particolare ad un altro, diciamo che in ogni località o regione ha le sue predilezioni e le seleziona attentamente. Il suo è un habitat dove non vede spesso subacquei, dove è lasciata tranquilla resta più facilmente, quindi la si trova anche a distanza di anni magari sempre nella stessa strisciata di rocce, nello stesso buco. Ne catturi un esemplare e l’anno dopo o il mese successivo alla mareggiata, ne ritrovi un’altra. Ad esempio a Lampedusa possiamo pescarla nei pressi dei grandi lastroni di arenaria o di tufo, alle Eolie vive anche in grandi quantità nelle franate laviche, in Sardegna ama l’ombra dei massoni di granito, eccetera. Secondo la mia esperienza credo che la cernia abbia bisogno di tranquillità per cui cerca di vivere nei posti più isolati come il masso staccato della frana, la pietra al limite di un agglomerato di lastroni posti in sabbia, i due sassi di granito spersi nel ghiaione sardo o corso.

In base alla trasparenza dell’acqua e alle situazioni meteo marine qual è la condizione migliore?

In generale la condizione migliore si riscontra quando c’è l’acqua calda e limpida per il semplice fatto che la cernia sta a grandi profondità quindi sarebbe problematica catturarla col presupposto di acqua gelida e torbida. Le migliori pescate di cernie anche in gara si sono sempre fatte in condizioni di acqua chiara e calda.

Secondo la tua lunga esperienza la marea e le fasi lunari incidono nella presenza della cernia?

Si. Ho raccolto interessanti dati in proposito. Ma mi vuoi fare raccontare proprio tutto?

La cernia è sensibile al termoclino?

No, credo di no. Fondamentalmente tutti i pesci cercano acqua chiara e temperata ma se la cernia ha la sua tana privilegiata in un certo punto la trovi sia che ci sia il taglio freddo sia non ci sia.

Qual è il periodo dell’anno migliore?

Ottobre e maggio, almeno qui in Sicilia.  

Coincidono con i mesi dedicati alla riproduzione?

A tale proposito ho sentito tanti discorsi sull’ermafroditismo, sul passaggio da maschio a femmina e viceversa, sull’ipotesi che le cernie grosse migrano dall’Africa alla Sicilia per riprodursi: onestamente c’è tanta confusione in merito. Sicuramente più che parlare di periodi dell’anno selettivi io direi che ci sono dei luoghi in cui la cernia preferisce andare in riproduzione quando l’acqua si riscalda. A me è capitato di scoprire dei posti, molto difficili da trovare, in cui ho visto assembramenti di 15, 20 cernie, raggruppate in uno spazio ristretto, di taglia variabile tra i 6/7 chili sino a 15/18 chili; credo che ci siano sia i maschi che le femmine. E’ mia abitudine prelevare un solo esemplare ma se capita il pescatore senza scrupoli o che non riconosce l’eccezionalità dell’evento può far man bassa.

A che profondità le catture sono statisticamente più frequenti?

Una volta si consideravano i venti metri, e se sapevi pescare tranquillamente a quella quota ne prendevi diverse durante la stagione estiva. Oggi la cernia è scesa in profondità tenendo come riferimento i 26/27 metri. La quota si è stabilizzata più in profondità perché ci sono maggiori elementi di disturbo: il numero delle imbarcazioni rispetto al passato è decuplicato; i pescatori possiedono strumenti e tecniche più efficienti per insidiarle; i diving portano decine e decine di sub nei posti più belli, e se alla cernia non dai da mangiare come hanno fatto nella riserva di Lavezzi non è interessata all’uomo con le bombole…

Ci sono orari migliore per catturarla?

Come per tutti i pesci la mattina è il momento in cui caccia, e la cernia non fa eccezione alla regola dei predatori. Quando si applica la tecnica della caduta si possono insidiare serranidi fuori tana e l’alba è l’orario più indicato. Per quanto riguarda altri periodi del giorno bisogna considerare che la cernia è un pesce stanziale quindi, se si conosce la tana, si può pescare anche a mezzogiorno.

Qual è la conformazione tipica della tana della cernia?

Innanzi tutto ha due o tre uscite, sicuramente ha sempre due uscite. La cernia non sta quasi mai in un punto centrale della tana, una zona subito evidenziabile dall’ingresso principale ma sceglie una collocazione che richiede un’attenta esplorazione da parte dell’apneista per essere individuata. Mantiene un profilo defilato ed è sempre pronta a uscire da un’apertura secondaria. Il pescatore entra e spesso non la scorge oppure nota una sola scodata, il polverino e poi più niente. Se entri in una tana dove sospetti possa esserci la cernia, e non la vedi subito sull’uscio, non bisogna pensare a priori che non ci sia: devi entrare un po di più con la testa, girarti con attenzione a destra, a sinistra e cercarla nella zona più scura del buco perché i serranidi hanno una capacità di mimetizzarsi incredibile. Bisogna guardare attentamente con la torcia negli angoli bui, e tenere a mente che in certe occasioni hai un istante per premere il grilletto: appena accendi la torcia! In fondali profondi o in rare aree isolate può esserci la possibilità che la cernia sia molto meno disturbata e scelga come rifugio un lastrone o un pietrone “facile”.

Quali sono le altre tecniche per catturarla?

Raramente mi è capitato di prenderla all’aspetto: solo ultimamente, indossando la speciale muta a mimetismo dinamico, sono riuscito a ingannare cerniotte di 7/8 chili, quindi pesci giovani, ma rientrano nel novero delle catture eccezionali. La tecnica più bella e divertente per insidiare la cernia è secondo me la caduta effettuata con i fucili molto lunghi. Il pesce staziona sempre vicino all’imboccatura della propria tana è nella maggioranza dei casi ha valutato perfettamente i tempi tecnici che occorrono per muoversi da questa posizione all’interno del suo inespugnabile riparo naturalmente prima che il pescatore giunga a distanza utile di tiro. L’arte di utilizzare armi dalla gittata lunghissima, oltre i 5, 6 metri, rappresenta la soluzione che permette di anticipare la cernia prima che abbia l’idea di darsi alla fuga perché quella che il pesce considerava una buona distanza di sicurezza improvvisamente si rivela un’illusione fallace…  

Il fucile migliore?

Tanti pescatori di cernia amano ancora i fucili pneumatici e anch’io ne ho fatto uso nei primissimi anni di carriera: sono tuttora armi molto efficienti. Personalmente ho abbandonato il genere da molto tempo sviluppando una serie di arbalete specifici per i tiri in caduta e in acqua libera, extra lunghi, caratterizzati da un fusto rigidissimo da 140 e da 150 centimetri, e da una doppia coppia di elastici. Dapprima li ho testati in innumerevoli pescate poi li ho proposti nel catalogo Sdive perché tutto quello che faccio come Sdive nasce in anteprima per Nicola Riolo e per tutti gli altri dopo. L’esigenza di scendere in acqua con queste armi è nata proprio per la pesca in caduta alle cernie perché con un 150, ad esempio, dispongo di quel metro e mezzo di tiro in più rispetto ad un classico 110 o 115 che sono i fucili a propulsione elastica più diffusi in questa tecnica di caccia. Mi consentono di fare catture incredibili in posti dove tutti vedono cernie ma nessuno riesce a prenderle.  

L’arbalete armato con la doppia gomma che vantaggi ha?

Ha dei vantaggi enormi su tutti i pesci che mantengono una certa distanza dal subacqueo e a tal proposito ti racconto la mia esperienza al mondiale di Tahiti quando ho fatto da riserva a Ramacciotti, Antonini e Bardi. Una settimana prima dell’inizio ufficiale del mondiale eravamo andati a pescare ed io feci l’esperimento di portarmi appresso un arbalete a doppio elastico mentre gli altri componenti della squadra adoperavano i classici arbalete a elastico singolo. In quella giornata io presi 18 pesci, in un ora, mentre i miei compagni si sono assestati sui 5, 6 pezzi a testa. Il doppio elastico oltre a dare potenza e velocità di uscita all’asta, guida la freccia come in un binario, quindi anche sul pesce piccolo è precisissima. Si esalta sui tiri estremi, lunghissimi perché se tu vuoi beccare una cernia fuori tana sospettosissima riesci a sorprenderla prima che abbozzi la scodata. L’asta cammina su due assi paralleli, non sbandiera in uscita, è come su un binario, precisa sul bersaglio.

Anche senza guida integrale ottieni tali performance?

Si. Io non uso fucili con guida integrale e i tiri sono sempre precisi. Nei video che abbiamo realizzato in Sdive si ha il riscontro documentato.

E svantaggi?

E’ solo un più complesso da armare perché il doppio elastico richiede più tempo.

Qual è l’asta migliore in tana o fuori?

In tana si verifica spesso che la distanza tra punta dell’asta e cernia sia molto ridotta e c’è l’esigenza di colpirla in modo letale. Personalmente adopero un fucile da 100 cm con potenti gomme da 18 mm; il diametro dell’asta, da 6 o da 6.5 mm non è così discriminante ai fini della cattura: basta solo che le frecce siano sospinte da gomme di grande carico perché per fulminare un serranide devi trapassare l’osso della testa, della spina dorsale. Quando pesco in caduta a grandi profondità preferisco utilizzare un arbalete 140 o 150 con asta da 6 mm. Con questa sezione ottengo un assetto del fucile ottimale che invece si altera un po se utilizzo l’asta da 6.5 mm. Con meno massa in gioco la penetrazione diminuisce però se tieni la cuspide della tahitiana da 6 mm affilata non ho notato grande differenza: le cernie le prendi ugualmente, butti solo qualche asta in più perché il 6 mm è un po più delicato.

Qual è il punto migliore per sparare?

Ovviamente in tana e meglio spararle di testa, frontalmente, facendo molta attenzione agli istanti successivi: se la cernia non viene fulminata può uscire di colpo e sbattere addosso al pescatore sia con il corpo sia con l’asta infissa sul testone! Quindi quando si spara alla cernia di testa bisogna essere pronti ad evitarla in uscita nell’evenienza che questa abiti in una tana che consenta ciò. Il serranide si può anche fulminare da dietro, quando c’è un certo spazio libero attorno al pesce ed è vicino; io ne ho prese parecchie da questa posizione infilzandole dalla coda alla testa ma occorre una certa esperienza nel calcolare la traiettoria e l’angolo di mira. Cerchi comunque di mirare al cervello o alla parte alta della spina dorsale perché un tiro preciso la blocca completamente. Bisogna anche considerare che con un’asta lunga che l’attraversa da parte a parte non riesce più a muoversi anche se non l’hai fulminata al primo colpo. Fuori tana puoi colpirla ovunque basta valutare che non sia vicina al suo buco e che riesca ad arroccarsi subito dopo. Bisogna solo evitare di colpirla molto bassa, nel ventre, perché dibattendosi potrebbe dilaniare la ferita e sfiocinarsi. Quando capita di scendere e vederla già in fuga, da dietro, in leggero vantaggio sulla posizione dell’apneista, miro tranquillamente una parte solida del corpo, la più vicina possibile, come la coda o la porzione centrale del corpo.

La torcia subacquea è sempre necessaria?

Nei 99 % dei casi è importantissima, fondamentale, e la si adopera sempre nell’identico modo: si entra in tana con testa, fucile e torcia allineati. Successivamente devi essere prontissimo ad accendere il faretto una frazione di secondo dopo che sei entrato perché se ti affacci con l’illuminatore già acceso, o anticipando il fucile o la testa, la cernia non ti da il tempo per mirare, e se è messa di lato scompare. Di muso solitamente resta lì. Con la torcia riesci a esplorare tutti gli angoli di un buco, quelli più bui che spesso nascondono il profilo del serranide.

Come combatti la cernia ferita?

Partecipo a gare da 25 anni e nei miei ricordi ci sono tantissimi racconti e avventure che gli atleti concorrenti facevano quando tentavano il recupero delle cernie (naturalmente i serranidi erano ancora considerate prede valide). Sono storie avvincenti e i più frequenti descrivano di cernie colpite male, arroccate, lavorate per ore e ore, e poi perse. Solitamente nessuno le aveva doppiate. Io errori di questo tipo ne ho fatti pochi nella mia carriera perché mi reputo una persona analitica e costruttiva e spesso esagero con la sicurezza. Quando sparo a una cernia verifico immediatamente la reazione del pesce: se è fulminato cerco di estrarla dalla posizione migliore, altrimenti sparo sempre un secondo colpo e quando non sono sicuro addirittura un terzo. Ciò succede nel 90 % dei casi. Una volta uccisa la preda sei tranquillo, eviti sorprese; perdi solo un po di tempo perché in superficie devi togliere le aste ma se c’è il barcaiolo lasci che se ne occupi.

Adoperi il raffio?

Se intendi uscire a pesca di cernie devi avere non un solo raffio, ma due. Io ne ho uno corto perché spesso le cernie da recuperare sono molto vicine all’imboccatura della tana, e uno più lungo, allungabile nel caso si arrocchi anche a un paio di metri dall’ingresso o in un angolo. Naturalmente lavoro il pesce morto e non mi espongo a pericoli derivanti da un uso scriteriato del raffio.

Puoi descrivermi la tua attrezzatura di base?

Quando esco alla ricerca di cernie solitamente indosso una muta liscia, morbida, di buona densità e protezione isotermica perché si pesca a grandi profondità. Trovo che il liscio esterno garantisca minore attrito rispetto a un modello con fodera, e la sezione non troppo sottile ti protegge dal taglio di acqua fredda. Oltre questo pregio un neoprene di buon spessore mi consente di riemergere con una discreta spinta positiva nell’eventualità dell’abbandono della zavorra mobile sul fondo. Porto una giacca da 5 mm, un pantalone da 3 e i bermuda. Con questo completo corredo la cintura in vita con tre o quattro chili di piombo nel caso imposti una battuta entro i 30 metri, oltre questa quota, o in tutti i casi che prevedono l’assetto variabile, impiego due piombi a sgancio rapido da aggiungere ai quattro fissi. Come pinne adopero le mie Sdive con le pale in composito: attrezzi performanti che mi garantiscono un’eccezionale resa a tutte le quote sia scenda e risalga con la zavorra allacciata sia le impieghi nelle risalite con piombo mobile.

Qual è la cernia più grossa che hai catturato?

Io non ho mai preso cernie gigantesche, ne ho messe a paiolo tantissime da 24/25/26 chili.

Com’è la cernia in cucina?

Buonissima. A me piacciono tutti i pesci marinati, dalla salpa al cefalo, dal tordo alla murena, e la cernia non fa eccezione. La carne bianchissima e saporita si presta ad un crudo eccellente da accompagnare da un buon vino siciliano. Cotta è ottima al forno con patate e pomodorini ma la ricetta esatta non la so perché la cucinava sempre mia mamma, una maga in cucina. Gli esemplari più grossi si cucinano tagliati a trance: si impanano le fette poi si mettono sulla graticola ben calda. L’unica accortezza è quella di lasciarla frollare una notte in frigo: mangiata il giorno dopo è più morbida.

Testo raccolto da Emanuele Zara