LA PESCA IN TANA DA 0 a 5 METRI
di Fabio Della Spora
D’inverno
c’è la consuetudine di pensare spesso alla pesca subacquea come una pratica
sportiva da svolgere unicamente all’aspetto e all’agguato. E’ vero che il
mare mosso, il tempo perturbato inducono a cercare il pesce dove l’onda
frange, dove il bassofondo appare ricco di sostanze nutritive in sospensione ma
c’è anche il rovescio della medaglia, la circostanza in cui si apre una
finestra di bel tempo, di alta pressione, di mare calmo e limpido. In queste
condizioni le tecniche di predazione condotte in acqua libera sovente non
riescono a esprimere il loro potenziale di cattura, si fa una certa difficoltà
ad avvistare prede in movimento; così chi sa adattarsi intelligentemente alle
mutate condizioni meteo marine riesce a scoprire il pesce, soprattutto sparidi,
nascosto negli spacchetti più complessi, all’interno delle frane poste in
pochissima acqua. Tra coloro abituati a interpretare adeguatamente l’ambiente
invernale con questa metodologia spicca il campione toscano Fabio Della Spora
considerato, giustamente, uno dei più forti pescatori da tana italiani. Sin da
piccolo l’atleta del team Cressi-sub si è espresso in un luogo, il Golfo di
Follonica, fatto apposta per offrire in poca acqua rifugio a nutriti branchi di
saraghi e corvine. Della Spora ha maturato un’esperienza pluri decennale in
questo campo e quando si è spostato in altre zone d’Italia ha applicato la
tecnica della pesca in tana in bassofondo traendone risultati eccellenti.
Scopriamo insieme i suoi segreti.
Sei ritenuto uno specialista della pesca in tana nel bassofondo. A cosa è dovuta questa nomea?
Direi
che la mia formazione in merito è dovuta, in percentuale dell’80%, alla
regione in cui sono nato. Il mare di Follonica non offre assolutamente itinerari
profondi, per trovare batimetriche di un certo grado bisogna spostarsi
nell’arcipelago. La contropartita è che il golfo omonimo è ricco di pesce,
oggigiorno un po' meno a causa della pesca professionale intensiva, quindi la
conseguenza diretta è stata la dedica a un tipo di tecnica selettiva sin
dall’età giovanile. La fascia redditizia si snoda dai 4 ai 6 metri, circa 1
chilometro da riva.
Fabio, qual è a tuo avviso l’habitat più congruo per sorprendere i pesci in tana nel bassofondo invernale?
Per quel che riguarda la mia esperienza in vari posti direi sicuramente la frana in acqua bassissima, un tipo di substrato rintracciabile un po' dappertutto. Il grotto è un altro habitath interessante ma, secondo me, esprime la massima ricchezza di prede a quote medie, tra i 10 e i 15 metri. In Puglia esistono itinerari strutturati con serie di lastrine nel bassofondo, entro i 4/5 metri che si riempiono di pesci ma solo con situazioni meteo marine assai particolari. Un caso a parte è il fondale strano e particolare nei pressi di casa mia, il golfo di Follonica. Si tratta di un fondo tufaceo frutto dei detriti che si sono accumulati tra le radici delle posidonie. Anche in Sardegna e in altre regioni esistono conformazioni simili in ristrette aree denominate per l’appunto tufo, barranco, eccetera. Il fondale si rialza da una piattaforma di sabbia e fango esibendo dei panettoni alti due, tre metri. Questi cigli ogni tanto, sotto il moto ondoso, crollano, fanno tana.
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Perché
la frana risulta l’ambiente migliore? Faccio
una premessa fondamentale. La pesca in tana in acqua molto bassa non è
certamente un tipo di attività che si pratica nella stagione estiva. D’estate
c’è movimento d’imbarcazioni, la temperatura del mare è elevata, non è un
periodo di riproduzione. La frana, in questo senso, è il massimo per
l’inverno, e direi anche in qualsiasi altra stagione dell’anno, fa sempre
pesce. Le più prolifiche sono quelle che risalgono sino in superficie da quote
importanti, magari 25/30/40 metri. In certi periodi il pesce rimonta, segue
l’avvicendarsi della catena alimentare, fenomeno che appare evidente
d’inverno nelle batimetriche più basse. Quindi non sono solo i predatori che
colonizzano la sommità della frana, la cascata di massi o scogli che quando
batte l’onda fanno spigole, pesci serra, barracuda, lecce. Tra i vari passaggi
si scoprono saraghi, orate, corvine, muggini, eccetera. Nel dettaglio, per gli
sparidi, il periodo invernale è anche quello della riproduzione quindi capita
di osservare grandi ammassi in posti abbastanza ristretti. Nella
franata ci sono aree migliori di altre, punti di concentrazione? Certamente. Il pesce, stranamente, si sceglie sempre un sasso particolare, sempre quello. Difficile però scoprire quello che più gli piace. Io sono stato molto attento, ho cercato di valutare caso per caso, di immagazzinare dati: ad esempio la tana ideale è spesso quella dove c’è il fondo con ghiaia o ancor meglio una grossa entrata e una serie di piccole spaccature tutt’intorno. Non so se servano a garantire un flusso di corrente continuo o se aiutano i pesci a sentirsi maggiormente al sicuro. In frane all’Isola d’Elba dove tutti i sassi di una frana sono uguali stai tranquillo che trovi i pesci sempre sotto una pietra e tralasciano tutte le altre. Inoltre, d’inverno, nel bassofondo capita una cosa strana: la stessa tana è abitata un po' da tutte le specie, non come capita d’estate che sotto una lastra a 20, 25 metri trovi solo saraghi e corvine; in questo periodo puoi trovare nello stesso buco il grongo, il cefalo, la cerniotta di due chili, l’orata, c’è questo tipo di convivenza singolare. Molteni, il mio idolo, parla di tane mastre. |
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Il
periodo più adatto?
Direi
da ottobre a fine marzo, inizi aprile, proprio in virtù del fatto che in questo
tempo molte specie ittiche si riproducono e quindi cercano gli strati d’acqua
più ricchi. Un biologo amico mi ha spiegato, inoltre, che la migrazione di
pesci nel bassofondo invernale avviene anche per un problema di pressione
idrostatica: i pesci tendono ad andare in frega in pochissima acqua perché la
minor pressione ambientale aiuta la deposizione delle uova.
Le
specie ittiche simbolo della pesca in tana nel bassofondo?
Al
primo posto i saraghi, i saraghi maggiori. Al secondo metterei i cefali perché
soprattutto d’inverno li trovo intanati in acqua bassissima. Un pesce che non
è il massimo dal punto di vista sportivo ma risulta eccezionale come bontà
delle carni è la mostella. Nelle tane più buie, in due metri d’acqua, se uno
ha la pazienza di esplorarle centimetro per centimetro con la torcetta si può
scorgere una mostella dai cento grammi di peso sino ai due chili.
Le corvine, anche di peso cospicuo, sono una presenza discreta ma più
sono grosse più sono difficili da prendere. E’ famosa, sempre all’Elba una
franetta in tre, quattro metri d’acqua con corvine gigantesche: sono vent’anni
che ce le vedo ma sono pesci imprendibili. Tra i tordi ci sono i marvizzi che
però in poca acqua tendono a non farsi vedere, si trovano poco in giro e sono
quasi tutti imbucati. Comparse prestigiose però non in tutti i posti, e solo in
certi periodi stagionali, possono essere le spigole e le orate: l’incontro con
uno di questi pesci intanati è sempre una grossa emozione.
Quali
sono le condizioni meteo marine più favorevoli?
Mare
calmissimo e sole. Anche d’inverno capitano giornate buone dal punto di vista
climatico, questo è il periodo migliore per cercare i pesci in tana. Ci sono
momenti in cui l’alta pressione s’instaura nel Mediterraneo, certe settimane
in cui c’è tramontana tesa, il mare si spiana, diventa una tavola e il sole
tiepido fa sentire i suoi effetti nelle ore centrali. Il pesce si muove, entra
in tana mentre quando c’è risacca difficilmente sceglie di nascondersi. Le
condizioni di mare calmo fanno intuire che risulterà anche limpido, pulito e
questa è una prerogativa essenziale quando s’intende battere i buchi del
sottocosta.
Secondo
te hanno influenza le fasi di luna o di marea?
Per
me nessuna. Forse sono i predatori che se avvantaggiano maggiormente: cacciano
anche di notte con la luna piena o nei momenti in cui la marea ha il culmine. Ma
per saraghi e corvine in tana direi che, a parte il discorso del mare calmo e
pulito, della giornata di alta pressione barometrica, non ho mai riscontrato
altre tipologie di fenomeni incidenti.
E’ preferibile affrontare una battuta invernale partendo da riva o uscendo in gommone?
Io
sono un po' della vecchia generazione, secondo me il gommone, con un compagno di
pesca affiatato di fianco, è importante. Il sistema migliore è la cosiddetta
staffetta. Il mio amico Piero, con cui condivido le pescate da trentanni, si
organizza per affrontare non più di cento metri di costa per volta. Cento metri
ben controllati poi risali, ne percorri altrettanti e ancori a tua volta il
battello. Raggio di pesca corto, cortissimo. E’ il mezzo migliore per
esplorare con attenzione, con dovizia di particolari, di dettaglio. Trovata una
zona dove muove pesce ci rintracciamo a vicenda (basta comunicare a voce vista
la ridotta distanza), si pedagna il punto e ci si pesca uno accanto all’altro.
In questa maniera è possibile mettere in moto tanti piccoli trucchetti come
entrare in tana contemporaneamente da due ingressi differenti per intercettare
il pesce che si sposta, eccetera. Non è una gara dove conta il risultato
individuale bensì una sorta di gioco di squadra, se sei affiatato con il
compagno, molto divertente.
Ci sono stratagemmi, soluzioni ingegnose per programmare un’uscita con il gommone nel bassofondo invernale?
Usiamo
solamente un ancoraggio breve e disponiamo a portata i soliti attrezzi come
fucili di riserva, torcia di ricambio, qualcosa da bere e da mangiare, eccetera.
Sulla consolle è issata un’asta con relativa bandiera segna sub ma io mi
porto dietro anche il pallone con un pedagnetto perché tanto in poca acqua e
pescando in tana non mi reca disturbo.
Da
terra?
Dipende
un po' dal posto che s’intende battere. A Follonica, per esempio, partendo da
riva peschi benissimo perché esci dallo spiaggione e trovi subito un bassofondo
buono. Altra storia sono le isole, i promontori dove ci sono accessi al mare
limitati. All’isola d’Elba sulla punta dei Ripalti non esiste strada, come
in certe zone dell’Argentario mentre sul promontorio di Piombino, Baratti
l’accesso al mare è garantito un po' dappertutto.
Come
esegui la tecnica della ricerca nelle tane?
Prima
compio una serie di aspetti, mi guardo intorno nel tentativo di scorgere qualche
segnale. L’aspetto mi da la sensazione del movimento del pesce, e fra tutte le
specie ittiche quella dei cefali rappresenta la specie più visibile. Ma se si
ha l’intenzione di fare un carniere di sparidi conviene concentrarsi su quei
pochi saraghi che gironzolano, solitamente piccoli esemplari; li seguo e dove
stazionano di più inizio a guardare sotto i sassi e scopri un mondo che non
immagini, che non vedevi da sopra, magari costituito da grossi saraghi che fanno
capolino tutt’intorno. Bisogna seguire le famose “spie”…sono loro che ti
portano sulla tana abitata, sull’area fertile. Il segreto è capire dove
abitano i pesci che non si vedono in giro, scovare i tre sassi buoni in mezzo a
tremila disabitati. Non paga la solita planata lunga a scorrere la frana perché
d’inverno non si scorge molta vita. E neppure guardare in ogni buco, fare il
cosiddetto minatore buco buco; è una strategia completamente differente da
quella perpetuata d’estate. Molto meglio procedere tranquillamente, esplorare
cento metri non in cinque minuti bensì strisciando sul fondo lentamente, con
gli occhi ben aperti perché magari si scorge appena il labbro di un saragone
che spunta da un taglietto oppure si segue il saraghetto formato medaglietta che
ci accompagna dritti verso un suo simile formato padella. Il metodo rigoroso di
ricerca a corto raggio è la tecnica migliore. Io non tralascio di guardare
nemmeno sotto a una lastrina di cinquanta centimetri di diametro perché magari
sotto c’è il saragone. La prestazione apneistica ha un valore irrilevante, la
media dei tuffi è di 30, 40 secondi. Conta di più la testa, l’esperienza che
il fisico. Se capita di scovare un gruppetto di saraghi all’interno di una
crepa, e si desidera prenderne quattro o cinque, bisogna mettere pressione al
branco, nel senso che il pesce deve sentirsi circondato. Io mi affaccio da tutte
le entrate che riesco a individuare, mi faccio vedere, il più possibile. I
saraghi non si muovono. Se molli un attimo i pesci si dileguano.
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Sei un atleta del team Cressi-sub, che attrezzatura si adopera nella pesca in tana applicata su un fondale bassissimo? Sono nel gruppo Cressi-sub dal lontano 1985. L’attrezzatura che consiglio, e che adopero con successo è quella di serie, funziona benissimo. Le mute Cressi sono prodotti robustissimi perché la fodera esterna è appositamente rinforzata a livello degli avambracci e delle gambe con tessuti anti abrasione assai validi quando si pesca a stretto contatto del fondo. Ora sto indossando una Competition 2, un completo da 7 mm, sono un tipo piuttosto freddoloso. Naturalmente con un capo di tale sezione risulto ben assettato come piombatura: circa 9 chili. Ho testato delle mute lisce che mi hanno dato da provare ma non mi sono durate molto: le ho devastate! Ogni volta che cacciavo la testa dentro una tana avevo timore che il corallino del soffitto mi tagliasse il cappuccio, troppi pensieri. Come pinne calzo le Rondine 3000 ma dico subito che in questo tipo di pesca le pinne sono l’attrezzo meno importante perché è un mezzo di minima locomozione. |
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La maschera invece assume una valenza altissima. Cambia
completamente il concetto di scelta poiché in bassofondo si deve privilegiare
al massimo la visibilità; il ridotto volume interno si può tranquillamente
trascurare. Più campo visivo possiede meglio è. Io uso la Big Eyes, un modello
studiato per chi si immerge con le bombole ma utilissimo anche in un settore
apneistico così selettivo come quello della pesca in tana in poca acqua.
L’aeratore lo tengo libero, solo passato sotto il cinghiolo laterale. A volte
in certi anfratti entra solo la testa allora lo sfilo.
La
torcia è uno strumento insostituibile. E’ importantissima perché, tolti i
saraghi che sono pesci avvistabili anche in controluce, una corvina, una
mostella sono praticamente invisibili al buio. Con la Lucciola riesco a trovare
delle prede infilate in meandri incredibili, anche saraghi che dopo il primo o
secondo colpo raggiungono punti della tana davvero imperscrutabili.
E
i fucili?
Io ho pescato con tutti i fucili del catalogo Cressi, arbalete e pneumatici. Sono un pescatore subacqueo un po' all’antica e nel settore specifico della pesca in tana invernale ho scelto le armi pneumatiche. A parità di potenza impugno fucili molto più corti da maneggiare. Un Comanche da 60 possiede una lunghezza ridotta ma se messo a confronto con un SL 70 o addirittura con un SL 55 il raffronto non regge, sono assai più corti i due pneumatici. Nel mio corredo adopero anche un 40, un fuciletto davvero microscopico. Questo aspetto metrico spicca quando bisogna esplorare tane piccole, posticini angusti: un’arma davvero corta offre vantaggi innegabili nella gestione pratica. Li equipaggio con aste filettate da 8 mm e cinquepunte modello Mustad; il tramite di collegamento non è monofilo di nylon bensì un trecciato piuttosto spesso. Una seconda peculiarità che mi piace e trovo particolarmente utile è il variatore di potenza. Spostando il cursore di regolazione posso disporre immediatamente di una potenza quasi doppia rispetto alla posizione di minima, tutto questo con il semplice movimento del pollice, in un istante, e davanti alla scena di caccia. Entri in una tana e ti trovi davanti il musone di un’orata di tre chili: c’è il bisogno di sparargli in un modo un po' più “deciso” e autorevole.
Qual è l’episodio che ti è rimasto più
impresso nella pesca del bassofondo?
Non potrò mai scordare l’avventura vissuta in Puglia, un episodio, tra l’altro, in cui non ho preso un pesce, perché era la preparazione di una gara! Era il Campionato Italiano di S.Maria di Leuca, nel 1997, vinto da Aldo Calcagno. Eravamo tutti a esplorare il campo gara in profondità, nel versante Ionico, ma le condizioni, all’improvviso, cambiarono. S’instaurò un taglio di acqua fredda tremendo. A quel punto la maggioranza dei concorrenti andò verso terra a cercare la fine del termoclino. Il mio barcaiolo aveva segnato una tanetta in soli quattro metri d’acqua in un posto molto bello, tutto spaccato, tutte lastre. Mi buttai in acqua e appena messo la testa sotto la superficie vidi subito un branco di 70/80 saraghi fasciati di peso. Dissi al barcaiolo: ” Prendi bene le mire perché siamo capitati in un altro posto!”. Ricacciai il capo nuovamente in acqua e sotto il branco di fasciati, a contatto del fondo, c’erano centinaia e centinaia di saraghi che passavano tranquillamente il chilo di peso. Poi stropicciandomi bene le palpebre guardai meglio e tra le masse di saragoni enormi s’intravedevano corvine e orate. Una visione paradisiaca. Altri concorrenti erano in zona, avvistarono anche cernie di 8/9 chili, e di fronte a uno spettacolo del genere, la sera, si parlava già che per vincere il campionato non sarebbero bastati 70 pesci! Io non mi sono illuso perché ero certo che quel fenomeno era imputabile esclusivamente all’acqua gelida, un episodio di passaggio. Il giorno dopo, infatti, l’acqua era calda, non c’era più la fascia di termoclino e i pesci erano scomparsi. Ma la cosa impressionante era il numero di ricci spaccati e sparsi sul fondo che si notavano in ogni angolo. Il fondo di queste lastre era tappezzato di ricci mangiati, uno strato alto, migliaia di ricci, non ce n’era più uno vivo in giro. Non avevo mai visto in vita mia una cosa del genere!
Culinario Della Spora. A me piace molto cucinare. Il pesce lo faccio sempre in modo semplice, non troppo elaborato. Nel caso si prendano un paio di bei saraghi sondando una bella frana io procedo a realizzare un sughetto delizioso per la pasta. Lesso i saraghi in una pentola con un po' d’acqua, lo stesso contenitore in cui si farà poi cuocere la pasta, senza nessun tipo di spezie o condimenti. Li spolpo completamente eliminando tutte parti ossee, poi rimetto i frammenti di polpa di sarago nell’acqua di cottura. Aggiungo successivamente cipolla, prezzemolo tritato fine, due pomodori Pachino per dare colore, sale, pepe, un filo d’olio toscano. Continuo la cottura sino a che si sarà risotto a poltiglia il tutto poi, in questo fondo, aggiungo delle bavette di grano duro. Si fa saltare il tutto aggiungendo in ultimo una spolverata di prezzemolo fresco. Buon appetito.
Il sarago è la preda preferita da Fabio Della Spora: durante l’inverno ne mette a pagliolo diversi e molti sono pesci di grosse dimensioni, padelloni che possono superare il chilogrammo di peso. Su questa preda sono già stati scritti fiumi d’inchiostro ma forse non tutti sanno che nel bassofondo invernale ci sono possibilità di cattura che in certe zone del Mediterraneo superano quelle possibili nel periodo estivo. L’unico problema è allenare l’occhio e affinare l’esperienza per scoprirli visto che scelgono come rifugio tane complesse, buchetti che a prima vista sembrano disabitati ma poi, guardando bene in ogni fessura e piega si scorge l’inconfondibile profilo argentato. Il sarago maggiore, oltre a vivere un po' più tranquillamente perché la pressione antropica è nettamente diminuita, trova in acqua bassa e fredda molto cibo appetitoso: ad esempio, qui in Sardegna, ma lo stesso rituale si riscontra in Corsica e in altri litorali tirrenici, lo sparide sgranocchia con la sua dentatura corazzata i ricci di mare (nei mesi freddi questi Echinoidei si riempiono di uova arancione) per mangiare le uova, manicaretto delizioso molto ambito anche dagli esseri umani. Capita infatti di pulire il ventre di qualche bel sarago e trovare nello stomaco, in bocca, sul palato coperto da scaglie ossee residui di aculei nerastri e gusci triturati. Bisogna far attenzione a rimuovere le interiora poiché non è raro pungersi con i brandelli residui del riccio. Dal punto di vista alimentare i saraghi presi in inverno e trovati con questo tipo di alimento risultano molto buoni da cucinare. In certi posti, addirittura, si pongono nella piastra fumante della griglia così, al naturale, senza essere sviscerati.
La corvina è un’altra preda assai apprezzata dai pescatori in apnea ma in termini numerici è nettamente più rara del sarago. L’aspetto curioso, però, è che d’inverno si vedono poche corvine ma si tratta generalmente di pesci molto grossi, e solitari. I voli di decine di pezzi fuori dalla tana posta in venti metri d’acqua tipici dell’estate in questo periodo si trasformano in sagome sfuggenti, in pesci che scivolano tra i sassi del bassofondo facendosi appena intravedere, in esemplari corpulenti che scapolano un masso semi affiorante per poi eclissarsi misteriosamente in un pertugietto imperscrutabile. E’ difficile arpionarle ma proprio per la difficoltà della cattura l’azione di predazione si esalta. Se si conoscono una serie di agglomerati dove precedentemente si sono viste inbucarsi è valida la tecnica di posta nei canali di passaggio: con un po' di fortuna e un silenzio perfetto si aspetta che la corvina transiti da un posto all’altro offrendo per un tempo fulmineo una parte del corpo. Talvolta non si pensa neppure che la franetta faccia corvi ma poi, cacciando la testa sotto una lastrina si nota un’ombra che si muove, che viene a curiosare: la difficoltà principale è quella di essere prontissimi a premere il grilletto, e soprattutto di indirizzare il tiro in una zona del corpo che tenga, che faccia presa perché la reazione di una grossa corvina è difficilmente gestibile se non è colpita bene.
La terza preda che capita abbastanza frequentemente a chi sceglie un percorso roccioso interessante è la mostella da scoglio (Phycis blennioides). Pesce tipicamente da tana, la mostella, come ricordato da Fabio della Spora, merita una fucilata non tanto per la difficoltà di cattura ma perché stesa su un piatto di portata cotta al vapore o, la versione preferita dal sottoscritto, accoccolata in un fine carpaccio ha pochi rivali nel gusto sopraffino. Le carni bianchissime, morbide e spettacolari come sapore delicato inducono davvero a concentrare la ricerca subacquea. Ed è una ricerca meticolosa, un’osservazione minuziosa delle tane, degli antri molto bui perché questo pesce baffuto e di colorazione bruna ama l’oscurità. E’ raro vederla sbucare con il musetto da sotto una pietra ma capita: io ne ho presa una bella grossa sparandogli all’imboccatura e credendo fosse la testa di una corvina! E più frequente scorrere una tana con la pila, meglio se una tana poco illuminata dall’esterno, e vederla comparire da dietro uno sperone roccioso con l’occhio grande e nero, al pari di un fantasma. Nel tiro che non comporta difficoltà alcuna bisogna solo prestare attenzione alla potenza dell’arma e al tipo di terminale posto sull’asta: la mostella ha carni facilmente lacerabili e un colpo troppo esuberante di fiocina potrebbe tranciarla di netto. Un vero peccato.
Testo raccolto da Emanuele Zara.