LA PROGRAMMAZIONE
DELLE IMMERSIONI INVERNALI
“Con particolare attenzione alla protezione termica prima e dopo la pescata”
Nell’impostazione di una battuta di pesca invernale bisogna considerare vari aspetti che concorrono alla buona realizzazione dell’avventura subacquea. Chi è abituato a immergersi solamente in vacanza, o nei mesi notoriamente più benevoli dal punto di vista meteo marino, probabilmente non riesce neppure a rendersi conto di quali sono i cambiamenti e gli adattamenti da mettere in campo per riuscire a pescare sott’acqua per alcune ore quando esternamente ci sono sei o sette gradi centigradi, e in mare la temperatura rilevata è appena superiore di qualche punto. In questo articolo presento due giornate tipo, una effettuata partendo da terra, l’altra organizzata uscendo con l’imbarcazione, raccontate così, semplicemente come nascono dall’esperienza diretta, in modo da trasmettere qualche suggerimento utile al perseguimento dell’agognato obiettivo…
Dalla riva.
Ore 18.30, martedì 8 novembre. Domani non lavoro, ho la giornata libera da impegni e la voglia di prendere un paio di pesci freschi per cena è, come sempre, altissima. Raggiungo telefonicamente un paio di amici apneisti e con piacere trovo la disponibilità di Roberto che come me fa il turnista e mercoledì è disponibile per uscire in mare. Il nostro affiatamento è ottimo e d’inverno la collaborazione quando ci appresta a battere una costa partendo da riva è fondamentale, ad esempio, se si decide di fare staffetta con l’autovettura, oppure costituisce uno stimolo e un supporto morale quando si è in acqua da ore e… non si vede una pinna!
| Naturalmente prima di chiamare il mio compagno mi sono informato sulle previsioni meteo perché mai come in questa stagione le variazioni climatiche sono in agguato. Alle 17 avvio la consultazione di un sito Internet regionale, specifico sulle previsioni meteo delle coste sarde, dove trovo illustrato l’andamento delle perturbazioni previsto per la giornata di domani: non ci sono grandi variazioni, la pressione è livellata su valori alti, oltre 1020 millibar; il vento soffia con asse nord/nord ovest, il mare è calmo, leggermente mosso, previsto forza tre. Ore 18.05: per la conferma di condizioni meteo marine stabili, e per un’ulteriore approfondimento anche per i prossimi giorni accedo alle pagine 715, 716, 717 del televideo nazionale Rai che visualizza il quadro completo dei bollettini dell’Ufficio Servizio Meteorologico dell’Aviazione Militare Italiana relativo allo stato attuale del Mediterraneo, le previsioni per le 12, 24 e 48 ore, i possibili temporali o burrasche in arrivo. Ore 19. Ultimate tutte le consultazioni sono tranquillo e corro giù in garage a preparare l’attrezzatura. Per compiere una proficua battuta partendo da terra mi assicuro di portami appresso tutto perché una dimenticanza vorrebbe dire rinunciare a trascorrere qualche ora di sano divertimento. A questo proposito mi sono preparato un foglietto che ho successivamente plastificato che ogni volta utilizzo come promemoria da spuntare. | ![]() |
Inizio con l’approntare gli elementi per la vestizione e per la svestizione, due momenti di massima importanza nell’economia di una pescata invernale: prendo l’accappatoio in spugna pesante (me l’ha confezionato mia moglie Lucia cucendo insieme due accappatoi normali, a sandwich, per intenderci), il berretto in pile, la tuta da ginnastica sempre in tessuto sintetico, il tappetino poggia piedi ricavato da una vecchia tovaglia proteggi tavolo in morbido e imputrescibile materiale espanso, il thermos da 2.5 litri che domani mattina riempirò di acqua calda, lo spruzzino con lo shampoo, le ciabattine di plastica. Sistemo l’equipaggiamento in una borsa di nylon da supermercato che infilo in un angolo del bagagliaio dell’autovettura perché è con questo mezzo che ci sposteremo lungo costa. Disto una ventina di chilometri dal punti di accesso in mare e preferisco partire da casa con abiti invernali abbastanza tradizionali per poi assicurarmi il massimo tepore all’atto di cambiarmi. Nel caso dovessi accedere a piedi in una zona di pesca lontana dall’eventuale parcheggio dell’auto, e sicura per quanto riguarda furti e manomissioni, sistemo tutto in un capace borsone zaino. Sul sedile di guida poggerò un foglio di plastica su cui sovrapporre un telo mare in spugna; sotto la seduta ho sempre a disposizione un paio di quotidiani che aprirò e disporrò sullo zerbino in gomma nel caso si decida di impostare la pescata a staffetta, o di tornare a casa senza togliermi la muta, così da evitare che l’acqua salata coli dappertutto e danneggi la macchina. Sono le 19.15, passo a stipare nel contenitore plastico rigido la giacca da 6.5 mm che prelevo direttamente dallo stendi biancheria perché l’ho usata soltanto un paio di giorni fa, così come i pantaloni a vita bassa da 5, i bermuda, i guanti e i calzari.
| La maschera a grande visuale, il boccaglio e l’orologio sono depositati sulla rastrelliera e anche loro finiscono nel cesto. Infine prendo le pinne; due fucili di lunghezza media, un 75 ad elastici e un 97 ad aria; la plancetta segna sub con la bottiglietta d’acqua da bere inserita nell’apposita tasca; lo schienalino piombato, la cintura di zavorra e un paio di cavigliere. Alle 19.45 sento mia moglie che mi chiama: la cena è pronta. Mangio dei cibi semplici, non troppo elaborati in vista di una digestione facile e di una notte tranquilla. La sveglia e alle 6.30. Fuori è ancora buio ma il momento della colazione è fondamentale per poi andare in mare con una buona riserva energetica. Mi faccio un tè, lo dolcifico con del miele e mangio alcune tartine di riso spalmate con la marmellata. Digerisco in fretta questo tipo di cibo, mi da una buona carica e tra un’oretta e mezza sono pronto per immergermi. Ore 7. Do un’ultima controllata al bagaglio, riempio la tanichetta con l’acqua tiepida, prendo lo spruzzino con lo shampoo diluito, sistemo una bottiglia d’acqua da bere e una scatola di merendine leggere per il post immersione. L’appuntamento è per le 7.30. Passo a prendere Roberto. | ![]() |
Il viaggio è breve, una quindicina di minuti ma il volume dei discorsi relativi a pesci, fucili e affini è sempre copioso. Ore 7.15. Cerchiamo un posto per cambiarci: c’è il cortile della solita casetta disabitata che offre un ottimo riparo. La vestizione è rapida, non fa neppure tanto freddo. Ore 8.15. Roby entra in acqua prima del capo. Io salgo in macchina e come accordi presi preventivamente inizio a pescare nella baia successiva: ci siamo dati un orario approssimativo d’incontro. Alle 9.30 circa scorgo la bandiera segna sub del mio amico che ha doppiato la punta. Gli sono abbastanza vicino e lo raggiungo curioso di vedere se ha preso una spigola. Ce ne sono addirittura due! Sotto il pallone scorgo un paio di sagome argentea: sono bei pesci, in totale circa tre chili. A me è andata così così perché nel cavetto ho un muggine neppure troppo corpulento. Recuperiamo l’attrezzatura, la riponiamo nella capiente cesta di plastica, sistemo la protezione su entrambi i sedili, il giornale sul tappetino e ci spostiamo di qualche chilometro. Nel tragitto mangiamo un paio di merendine e ci rifocilliamo con un d’acqua a temperatura ambiente. Ore 10. Compiamo solo un secondo spostamento: battiamo una zona di grotto e lastre vicino al canale di una peschiera. Il pesce gira e le catture non mancano. Intorno alle 13 abbiamo una decina di pesci in totale, saraghi, altri due cefali: ci siamo divertiti, abbiamo selezionato le prede più belle, la quota da rispettare è raggiunta. Si torna a casa.
vestizione e svestizione al caldo.
E’ un mio cruccio ma la protezione dal freddo prima e dopo l’immersione invernale è un aspetto da non sottovalutare mai perché certe precauzioni permettono di non ammalarsi, di non subire i danni da raffreddamento alle articolazioni e all’apparato respiratorio anche nel caso la frequenza dei tuffi invernali sia alta e prolungata negli anni. Innanzi tutto bisogna reperire un luogo riparato dove vestirsi in modo che l’ingresso in mare risulti il più possibile corretto dal punto di vista della copertura termica perché immergersi con una sensazione di freddo è una pratica da evitare a priori. Tralasciando coloro che abitano vicini al mare e partono gia vestiti da casa, magari indossando la muta sotto la doccia, tutti gli altri devono cercare un posto riparato dalle intemperie e dalle correnti gelide. La lista dei luoghi idonei è quanto mai lunga e lasciata alle proprie intuizioni: va da androni di condomini a nicchie della costa rocciosa sottovento, da angoli riparati tra le case a tettoie di strutture, dall’interno di capienti furgoni a tende improvvisate dietro alla station wagon o alla multispazio, da vecchie cabine telefoniche a bagni pubblici, eccetera. Personalmente ho reperito vari siti protetti dal vento e dalla pioggia in ogni itinerario abituale e procedo così: dopo aver steso per terra il tappetino gommato passo a infilarmi prima di tutto i pantaloni e i calzari lasciando sempre coperto il busto e il capo; successivamente vesto rapidamente la giacca in maniera da ridurre il più possibile lo sbalzo termico. Certe volte, se il parcheggio dell’auto non è troppo distante dal punto di ingresso in mare bagno l’interno del capo con abbondante acqua calda tramite un termos ottenendo il vantaggio di infilarmi il capo con estrema rapidità e usando pochissimo lubrificante. Il momento della svestizione è ancora più delicato perché il corpo è stato molto tempo in acqua, il fisico è provato, siamo più vulnerabili. Io abito a 10 minuti circa dal mare e ultimamente con il metodo del nylon e della spugna posta sopra il sedile dell’auto compio l’atto della svestizione sempre tra le mura domestiche e devo ammettere che è una vera e propria libidine. Se invece mi sposto di qualche chilometro cerco un luogo “chiuso” come l’androne di una casa e mi tolgo la muta provvedendo immediatamente a coprire la testa e il busto con l’accappatoio pesante poi mi infilo nell’abitacolo della macchina terminando di vestirmi con gli abiti civili. Il pile è eccezionale perché tiene caldo anche se si è umidi, asciuga in un battibaleno pure con il sistema di ventilazione dell’autovettura tenuto a manetta.
Con l’imbarcazione.
Ore 15. Mercoledì 16 novembre. La settimana ha un decorso stabile e domani ci sono le condizioni giuste per uscire con il gommone. Naturalmente mi baso sulle varie fonti d’informazioni disponibili che di anno in anno risultano sempre più precise. Le previsioni meteo marine non offrono preoccupazioni e anche la telefonata fatta all’amico Carlo che abita sul mare mi conferma che il mare è leggermente mosso ma l’orizzonte è “pulito”. Ore 16. Faccio un giro in paese e vado a trovare Gianni, il compagno di avventure che condivide spesso la passione comune. Scopro con infinito piacere che ha chiesto qualche giorno di ferie, la moglie guarda tranquillamente Cinzia e Martina, possiamo quindi andare a pesca domani mattina! Abbiamo entrambi il gommone e l’unico problema si pone al momento di scegliere con quale natante muoversi. Offro il mio e dopo aver salutato i famigliari saliamo in macchina e insieme ci rechiamo nello scantinato del sottoscritto. Gianni ha preso il borsone dell’attrezzatura che ha quasi sempre pronto nel suo garage e decidiamo di riempire una cesta unica per tutti e due. Ore 17. Siamo indaffarati nel controllare i fucili, le aste, la piombatura, i vari accessori ma pian piano il pagliolato e il gavone si riempiono di elementi; è meglio portarsi appresso qualcosa in più, tanto non ci sono problemi di stivaggio.
| L’ancora è ben riavvolta, i tubolari sono in pressione, il cestone è legato, nei serbatoi c’è già la benzina e l’olio del motore è a livello, la strumentazione elettronica, Gps ed ecoscandaglio sono ok. Ore 18. Ci sediamo dinanzi a una tazza di tè caldo e mentre mio figlio Lorenzo richiede a gran voce la pappa (santa mammina…) noi scorriamo con bramosia la cartografia nautica elettronica archiviata sul computer portatile. Si fa un po di programmazione, stabiliamo le zone da battere domani, i punti da esplorare. Ore 19. Riaccompagno a casa Gianni dandogli l’appuntamento per il giorno dopo alle 8, e torno per cena. L’indomani il trillo sommesso della sveglia mi tira giù dal letto alle 7. E’ tutto pronto, si risparmia un bel po di tempo e in breve si riesce ad entrare in azione. Dopo colazione attacco il carrello all’autovettura e lo conduco all’aperto. Qui provo l’avviamento e appena girata la chiave il due tempi si avvia. Benissimo. Ore 8. Passo dinanzi a casa dell’amico che mi aspetta: ha una borsetta con qualche cosa da mangiare e indossa già la cerata. Controlliamo le luci del carrello, le funi di ancoraggio del gommone poi facciamo rotta verso lo scivolo. Ore 8.25. D’inverno la mattina presto tira un’arietta gelida ma noi siamo tranquilli e soprattutto protetti da un abbigliamento idoneo: giacconi e cappellino. Prima di alare il gommone predisponiamo tutto a bordo, togliamo le cime di ancoraggio, incliniamo il piede, trasferiamo a bordo i documenti e i generi alimentari, preleviamo dal contenitore di prua le mute. Ore 8.35. La vestizione è come sempre effettuata in un angolino riparato: una cesta leggera da panettiere serve come base d’appoggio per gli abiti civili da riporre. Nella muta c’è gia una piccola dose di sapone neutro quindi basta solo immettere acqua tiepida affinché si lubrifichi per bene. Ore 8.45. Entrambi siamo pronti, aliamo il mezzo nautico e mentre Gianni entra in acqua per trattenere il gommone nei pressi dello scivolo io porto il carrello e la macchina nel parcheggio. Non sono neppure le 9 e stiamo già scapolando l’isolotto. Guido con la cerata indossata sopra la giacca da 6.5 mm in liscio spaccato, cappuccio legato stretto, e sul volto calo un paio di occhiali da sci: una meraviglia, non sento neppure un filo d’aria fredda sulla fronte. | ![]() |
Il mio compagno è riparato dietro la consolle. Passiamo una bella giornata, peschiamo a varie quote batimetriche e la sorpresa è stata la scoperta di una tana con grosse corvine e un branco di muggini che ha stazionato per qualche ora in un fazzoletto di mare ridotto permettendoci di arpionarne qualcuno al libero e altri in una serie di tane comunicanti. Ore 12. Facciamo un break approfittando anche di un sole tiepido che scalda la schiena: un pezzo di torta casalinga, un po di acqua, la solita dose di reintegratore diluita in poco liquido e poi di nuovo in acqua. Alle 16 siamo di ritorno. Salgo in macchina con la muta che esternamente è asciutta ma che gocciola ugualmente un d’acqua salata dai polsini e tra la giunzione giacca e pantalone: la protezione del sedile è eccellente e il laghetto sotto i piedi è assorbito dalle pagine di giornale. Ore 16.05. Salpiamo il gommone, sistemiamo l’interno perché nessun attrezzo “voli” durante il tragitto e poi c’incamminiamo. Anche il sedile di Gianni è protetto dal duplice strato di spugna e nylon e così conciati (solo il cappuccio della muta e rovesciato sulla nuca) facciamo rotta verso casa dove ci aspetta una doccia calda e una tazza di tisana tiepida con miele. Ore 16.45. Solo dopo essersi asciugati i capelli, coperti bene con abbigliamento spesso corriamo di sotto a sciacquare tutto, a far girare il fuoribordo con acqua dolce. C’è molta umidità e il sale sull’attrezzatura, sul tessuto gommato non si è cristallizzato. Ore 18. Che bella giornata, purtroppo è terminata. Alla prossima, sempre caldi e premurosi nel prevenire raffreddamenti lasciando tutto il tempo solo per pescare senza preoccupazioni o sensazioni fastidiose.
Il freddo sul gommone.
Alcuni pescatori in apnea, generalmente coloro che abitano nei pressi di una marina, escono spesso, anche d’inverno, con il gommone. In questo campo i raffreddamenti sono costantemente in agguato ed è facile accusare problemi di compensazione, o di sinusite, ad esempio. Per questa categoria di appassionati valgono le stesse considerazioni preventive adottate da chi si immerge dalla riva ma successivamente si deve pensare, per forza di cose, pure al tragitto nautico, alle miglia percorse con l’aria gelata che picchia sul volto, sulla fronte, sul petto. In pratica è come se si andasse in motorino senza casco, d’inverno. Una muta di buona sezione con l’esterno liscio è il capo più adatto per la pesca invernale uscendo con l’imbarcazione perché effettivamente è più calda e protettiva rispetto a una con la fodera. Io sono solito indossarci sopra, comunque, la cerata che è indispensabile nel caso si indossi una muta foderata (che non si asciuga durante i trasferimenti) ma protegge in ogni frangente l’apneista. Un altro accessorio a cui sono legatissimo è costituito da un vecchio paio di occhialoni da sci. Li adopero durante la navigazione (sono eccezionali pure se piove o se il viaggio nautico non è asciutto) e mi sono accorto che ho praticamente annullato i problemi di compensazione che invece ogni tanto si presentavano durante il decorso stagionale. Credo che la loro efficacia sia data dall’isolamento meccanico di tutta la fronte, dei seni frontali e dal fatto che mi consentono di respirare con il naso: l’aria si riscalda naturalmente prevenendo mal di gola e irritazioni. Un’altra precauzione riguarda il momento dell’alaggio del mezzo nautico: è preferibile tenere il cappuccio della muta in posizione durante le operazioni di recupero attorno al carrello, oppure un cappello pesante perché i colpi d’aria con la testa bagnata e scoperta sono micidiali.
Testo, e foto di Emanuele Zara.