TUTTO SUL GROTTO di Fabio Antonini

Il grotto, popolarmente detto, è un tipo di fondale coralligeno, sedimentario o vulcanico, comune a molte parti del mediterraneo, e risulta uno degli ambienti sottomarini più ricchi di pesce. Pescare sul grotto non è facile per via della particolare natura tormentata di questo substrato e forse è proprio questa peculiarità geologica che permette uno sviluppo di vita straordinario. Tra i mille buchetti, avvallamenti, crepe, spacchi del grotto si rifugiano una moltitudine di specie ittiche e anche se la “pressione” umana è particolarmente forte ci sono sempre pesci che riescono a nascondersi dal pericolo e a riprodursi. Tra tutti i pescatori in apnea italiani c’è n’è uno che nel grotto è cresciuto, ci continua a pescare da anni, ha gareggiato in innumerevoli competizioni nazionali e internazionali: Fabio Antonini. Sentiamo dal campione laziale, portacolori della Omer, che cosa ha da dirci riguardo al grotto visto che è il tipo di fondale che per lui non ha più segreti.

Che cos’è il grotto.

Non so spiegarti scientificamente che cos’è il grotto ma posso dirti che un tipo di ambiente sottomarino eccezionale per un pescatore perché è ricco di tantissimi pesci data la sua conformazione geologica. L’hanno chiamato grotto, credo, per i miliardi di buchi di cui è dotato. Ci sono vari tipi di grotto: c’è un grotto tufaceo, nato dalle eruzioni vulcaniche e un grotto sedimentoso, creato dal materiale detritico portato dai fiumi nel corso di milioni di anni. Entrambi sono riconoscibili alla vista perché sembra di trovarsi davanti ad un paesaggio lunare pieno di crateri, asperità, crepe, tane, avvallamenti, aperture, caverne, cigli, eccetera. Il tipo derivato dal materiale vulcanico è logicamente più duro e un po meno “bucato”. In Sicilia si trova nella zona di Bonagia, Marsala: è un grotto molto più scuro, un grotto di colore nero e non chiaro come il tradizionale. Quello creato dai depositi trasportati in mare nel corso dei secoli è invece friabile al tatto e nel tempo è stato traforato ed eroso da tanti fattori. Qui da noi, nel Lazio è un misto di sedimentoso e tufaceo; ed è per questo che c’è tanto pesce. Secondo me il pesce è più presente nel grotto sedimentoso perché è pieno di conchiglie, anellidi, molluschi, nutrimento per tutte le specie animali. Se prendi un pezzo di grotto e lo rompi dentro è pieno di vermetti. Dinanzi a Civitavecchia c’è un tipo di verme denominato “schificio” che vive sotto il fango; quando dragano il fondale dinanzi al porto vengono alla luce e tutt’intorno si sviluppa una vita incredibile. Il grotto è generalmente appoggiato su base fangosa; magari sopra fa chiazze di posidonia, di alga, di sabbia però sotto lo strato superficiale si trova sempre fango. In Sicilia ho invece visto il grotto appoggiato su sabbia nera, la sabbia classica vulcanica.

L’altezza dal fondo.

Le distese o le macchie di grotto si possono alzare rispetto al fondale circostante di qualche metro: nel Lazio le cigliate di grotto non sono mai più alte di tre metri, tre metri e mezzo, mentre in Sardegna, proprio nei pressi di Santa Teresa di Gallura ho trovato sbalzi di grotto alti otto, dieci metri ma in varie zone erano frammisti a granito.

Sino a che profondità si può trovare il grotto.

Dal bagnasciuga sino a varie quote batimetriche si possono osservare le macchie o le distese di grotto. Il grotto più profondo di tutti l’ho trovato in Costa Paradiso, in Sardegna, a circa 40 metri di profondità. Intorno ai 40 m ci sono ancora magnifici spacchi di grotto sedimentario. Qui da noi, a Civitavecchia, nel Lazio, qualche concrezione di grotto la si individua intorno ai 45, 50 m ma è di tipo tufaceo, diverso, meno ricco di vita.

Il grotto più bello del Mediterraneo.

Il grotto del mio Lazio è famoso: malgrado la pesca indiscriminata fatta da pescatori professionisti con pescherecci, palamiti, reti da posta, e dal prelievo sportivo dei pescatori in apnea, dei cannisti, insomma da moltissima gente, è ancora incredibilmente ricco di pesci. Credo che il merito di questa conservata fertilità sia dovuta per prima cosa alle caratteristiche d’inviolabilità del grotto stesso e soprattutto alla perenne torbidità del mare laziale. Un'altra zona stupenda è la costa orientale della Sicilia e precisamente il Trapanese. Secondo me è la zona con il fondale di grotto più ricco del mediterraneo.

I pesci stanziali del grotto.

Nel grotto si trovano praticamente tutti i tipi di pesce perché la catena alimentare è straordinaria. Tra quelli che possono interessare ai pescatori ci sono: tutti i tipi di tordi, di saraghi, di corvine, di cernie, di orate, di scorfani, di gronghi, di murene, di polpi e seppie. Anche i crostacei come astici e aragoste trovano un habitat ideale nel grotto.

I pesci che transitano di passaggio.

Sopra le distese di grotto, sopra i cigli o le tettoie si formano molte pallonate di mangianza e si possono pescare, nei periodi stagionali adatti, i dentici, le ricciole, le lecce, i barracuda, le lampughe, i tunnidi, i pesci serra, le spigole. I cefali e le salpe si possono trovare invece tutto l’anno.

Lo stato di mare preferibile.

È preferibile il mare piatto e possibilmente correnti marine che mantengano chiara e pulita l’acqua perché per il pescatore in apnea è importante riuscire ad osservare la morfologia del grotto da sopra. In mezzo a centinaia di fessure, spacchi, crepe bisogna avere dinanzi a se un bel campo aperto da visionare se no si sprecano troppi tuffi a vuoto perché il pesce solitamente è mobilissimo tra uno spacchetto e l’altro. Con l’acqua torbida nelle zone non troppo battute si possono effettuare ottimi carnieri ma cambia la tecnica di pesca. La mareggiata muove il fondo, alza sospensione e sostanze nutritive per cui escono molti pesci: facendo l’aspetto te li vedi sbucare davanti al fucile.

La stagione migliore.

In generale le pescate più belle si fanno nei mesi estivi di luglio e agosto: sono i mesi con la temperatura più calda, l’acqua del mare più pulita. Peschi a quote più fonde rispetto ad altre stagioni ma in percentuale c’è più pesce. Nei mesi invernali c’è un’alta presenza di saraghi e corvine nel grotto poiché è il periodo coincidente con la riproduzione ma per motivi sportivi è meglio non infierire.  

Le tecniche d’elezione per far carniere nel grotto.

La pesca più redditizia negli agglomerati di grotto è sicuramente la pesca in tana. Il segreto consiste nel mantenere sempre un ritmo di tuffi molto elevato. Pensa che un po di tempo fa hanno coniato un nomignolo che la dice lunga su questa maniera di pescare: la pesca “Singer”! Mi hanno paragonato al movimento martellante di una macchina da cucire! In pratica tieni una media di trenta tuffi e se sei fortunato fai un sarago. Personalmente suggerisco di fare pochi voli a mezz’acqua perché con il grotto servono a poco in quanto non si riesce a vedere bene cosa succede tra le crepe del fondo. Bisogna andarci a contatto, scendere sul fondo per controllare se si rileva movimento; da mezz’acqua è difficile vedere i pesci nei canaletti del grotto. È meglio stare appiccicati al terreno. La pesca in tana nel grotto va sempre fatta in verticale cioè pinne in aria e testa in giù. L’aspetto è un’altra tecnica molto usata è permette di prendere fuori tana tutte le qualità di pesci. Nel Lazio ci sono parecchi dentici e da maggio e a tutto giugno se ne pescano di grossi. 

Bisogna appostarsi nei pressi delle cigliate di due tre metri che offrono buoni nascondigli. In generale in prossimità di fondali con sbalzi più netti puoi trovare anche pesci di passo. Rispetto alle precedenti strategie l’agguato è limitato per alcuni problemi. Con mare mosso non si vede più niente e non si riesce a mettere in atto una tecnica che deve ispezionare il fondo con una certa metodica. Si potrebbe fare un po più in giù, dai dieci metri in poi, dove l’acqua resta quasi sempre un po più pulita, ma il grotto non fa massoni da guardare o da girarci attorno: ci sono perlopiù cigli e spaccature basse. L’agguato è secondo me la tecnica meno indicata nel grotto. La caduta funziona bene con le cernie, perlopiù in estate, perché i serranidi amano stanno sempre all’ombra dei cigli di grotto. Se capita di trovare la cernia bisogna mettere preventivamente in cantiere che se non si fulmina al primo colpo si faticherà tantissimo ad estrarla da qualche galleria passante.

L’attrezzatura ideale per pescare nel grotto.

Per pescare nel grotto l’elemento fondamentale è il fucile impugnato. Io uso un fucile corto, ad aria compressa, armato di fiocina a 5 punte. La lunghezza giusta non deve superare i 50 o 60 centimetri. Mi sono sempre trovato a mio agio con un Omer Tempest. Nel grotto trovi il sarago negli spacchi più incredibili e molte volte ti chiedi come ha fatto ad entrare! Perciò devi avere un arma corta, assai maneggevole perché spesso spari “d’imbraccio”. Vedi e spari. Il grotto non ti offre tante possibilità: basta che il pesce dia una scodata, intorbidisca l’acqua, ed è finita. Io mi tengo molto allenato nel tiro istintivo e rapido se no rischio di fare molte padelle. In gommone o sotto la boa conservo abitualmente un secondo fucile che mi serve per doppiare un colpo ma a volte anche per disincastrare l’asta: metto l’asta dentro al fucile senza caricarlo e sfruttando la lunghezza dell’insieme recupero le frecce incagliate. Come maschera mi piace la Aries che non cambierei con nessun altro modello perché conserva un grande campo visivo particolarmente utile in questo tipo di fondale. Pesco sempre indossando mute lisce e una zavorra non troppo pesante perché la mia posizione abituale è sempre a testa in giù e corpo in su; sto poco a contatto col fondo. Qualche taglietto sulla muta lo fai perché il grotto è tagliente, e per chi ha intenzione di praticare l’aspetto è preferibile un capo mimetico foderato con tonalità verde grigio/marrone. La torcia è indispensabile nel grotto: la Moonlight è piccola ma ha una luce molto potente con un fascio concentrato; può servire sia per illuminare una tana buia sia per capire come è messo un pesce da recuperare o un’asta da disincagliare. Come accessorio consiglio un bel raffio perché quando si spara ad una cernia il 99% dei casi bisogna lavorarla.

Un’esperienza speciale di pesca nel grotto.

Quando ero ragazzo pescavo abitualmente davanti a Civitavecchia con lo Sten 90, asta da 9 mm ed arpione avvitato. Avevo 18 anni. Era il mese di novembre e dopo essermi buttato da riva sono uscito a pinne verso il largo. Mi sono diretto verso una zona con del bel grotto ma siccome c’era stata una mareggiata e l’acqua era rimasta torbida con solo tre o quattro metri di visibilità, fui costretto a pescare all’aspetto. Dopo qualche tuffo mi fermo sul fondo e vengo “investito” da un branco di cefali che fuggono da tutte le parti. Dopo pochi istanti di stupore mi trovo davanti un pesce enorme, una grossissima ricciola di 46 chili. La miro bene sul testone e scocco il tiro. Colpita! La prendo nell’occhio e la pesante massa dell’asta da 9 l’attraversa a metà corpo. Non faccio tempo a riordinare le idee che parte. Mi srotola la bobina del mulinello Marò, il filo finisce, ma intanto arrivo in superficie, aggancio il pallone e glielo mollo dietro. La ricciola mi porta in fuori per buoni 500 m, in mezzo al mare, finché riesco a raggiungere nuovamente il pallone e a prendere il secondo fucile. Scendo e la doppio mortalmente. Intanto il vento di tramontana era rinforzato e il ritorno si dimostrò un’impresa. Mi sono detto: “Chi ci arriva a terra con questo vento?” Calzavo le pinne corte Rondine e per raggiungere la riva dovevo percorrere circa un miglio. Dopo un’ora di nuoto serrato e il grosso pesce al seguito credevo di non farcela più. Ad un certo punto passano tre motovedette della finanza: ho urlato, fatto segni in tutti i modi per farmi notare, per farmi dare uno strappo a terra, ma nulla. Pensai: “Quando te devono vedè non te vedono mai, quando invece nun te devono vedè che stà a fà na cosa fatta male, te vedono sempre!” Alla fine arrivai a riva stremato, col pescione “braccicato”. Ma prima di uscire dall’acqua mi successe un altro episodio strano. Vidi un polpo, decisi di prenderlo e lasciai cadere a fondo la ricciola. Ma non appena questa si appoggiò davanti alla tana del grosso polpo una nuvola nera d’inchiostro mi investì e impedì la cattura. Allora capii che la ricciola si mangia pure i polpi, l’unica spiegazione alla fuga terrorizzata del cefalopode.

 

Testo raccolto da Emanuele Zara.