L’AGGUATO AUTUNNO-INVERNALE
di
Petrini Davide.
La Liguria nel corso degli anni si è contraddistinta per aver dato i natali a fortissimi pescatori subacquei. I motivi di questa prolificità sono da ricercare nella bravura e nella caparbietà che ogni atleta dimostra di possedere perché chi fa dei bei carnieri in Liguria sa veramente pescare, tira fuori dal cilindro sempre qualcosa di nuovo, sa “inventare” il pesce! Le condizioni del territorio e del mare, lo sfruttamento turistico intensivo, la depauperazione dei fondali fanno si che per procurarsi qualche pesce per cena bisogna mettere in campo ogni astuzia e tecnica possibile. Davide Petrini è il promettente atleta di prima categoria del team genovese Top Sub, un gruppo che conta apneisti molto validi: in sua compagnia affronteremo la tecnica dell’agguato autunno-invernale, un tipo di pesca fruttuoso in vari frangenti anche se piuttosto impegnativo da applicare. Analizzato nel contesto ligure, dove ogni singolo parametro va valutato con estrema perizia, da l’idea delle forze da mettere in campo ma l’agguato spiegato dal campione ligure può essere svolto in altre regioni italiane dove magari la costa è meno sfruttata, i fondali più interessanti, l’acqua è un po più pulita, i pesci sono un po meno smaliziati: le soddisfazioni non mancheranno di sicuro!
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Nella tua regione
dove si trova un fondale adatto per questa tecnica? In Liguria si trovano sott’acqua sia pareti, sia frane e massoni affioranti; in realtà le pareti dove poter eseguire bene l’agguato sono concentrate perlopiù a Levante: La Spezia, le isole del Tino e del Tinetto. Le zone con scogli affioranti, schiene di roccia che si estendono verso il largo si trovano a Ponente e sono situate nelle zone di Arenzano, Capo Cervo, Latte, Mortola. Oltre la Liguria
frequenti anche la Francia per pescare all’agguato? In inverno vado spesso in Costa Azzurra: parto dal porto di Cannes con un piccolo gommone e mi spingo sulle isole, sui capi limitrofi. In queste zone, d’inverno ci sono condizioni ottimali per pescare all’agguato, anche se bisogna farsi “un po di violenza” per entrare in acqua gelida nelle primissime fasi del giorno: in alcune uscite all’alba ho però catturato orate veramente grosse! Quali sono i mesi
migliori per applicare questa tecnica? Ottobre e novembre sono due mesi eccezionali; una parentesi va fatta per febbraio perché qui, nella costa ligure, e in quella francese, c’è una presenza discreta di branzini che solitamente stanno al riparo dei massi per svolgere la riproduzione. Mi è capitato più di una volta di sorprendere la femmina di sei, sette chili con attorno una ventina di maschi. In questi casi bisogna essere accorti e sparare solo agli esemplari più defilati. |
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Quali sono le
specie che in autunno e in inverno si possono pescare all’agguato?
In autunno le specie ittiche maggiormente presenti e insidiabili con la tecnica dell’agguato sono quelle degli sparidi, in primis saraghi e orate, pesci che si catturano mentre mangiano; mentre da gennaio in poi si aggiungono i branzini che richiedono un agguato molto più dinamico: con la spigola bisogna fare più metri, si pesca in velocità in quanto il predatore caccia pesciolini, non sta fermo a schiacciare bivalvi o cozze!
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Con questa tecnica
di pesca si possono incontrare altre prede particolari? A me sono capitati un paio di episodi da ricordare. In una giornata tipica autunnale, uggiosa, coperta, battuta da una pioggerellina fastidiosa pescavo saraghi di media taglia vicino a Savona, a Varazze, quando durante un agguato, dentro un canalone, mi è partito un sarago. D’istinto l’ho seguito con il fucile per sparargli ma mi sono bloccato perché da un angolo buio di questa insenatura è sbucata la testa di un’orata enorme. Sono riuscito a riallineare l’arma e premere il grilletto sul nuovo bersaglio. L’ho centrata in testa fulminandola: pesava sei chili. E’ stata una cattura speciale per la zona in cui è capitata: fino ad allora non avevo mai preso orate più grandi di sei, sette etti! Un altro episodio che però non ha avuto lo stesso epilogo mi è successo mentre ero sempre intento a fare l’agguato ai saraghi: improvvisamente tutti i pesci sono scomparsi, mi sono passati davanti una cinquantina di cefali terrorizzati che facevano le bolle tanto andavano veloci poi, subito dietro, sono apparsi tre pesci serra grossissimi, pesci di una quindicina di chili, i serra più grossi che mi sia mai capitato di vedere sott’acqua. Ho sparato a quello più vicino con un settantacinque (c’erano un paio di metri di visibilità) ma non avevo il mulinello: dopo una reazione potentissima si è strappato. Quali sono le
condizioni di visibilità migliori per impostare una battuta all’agguato? L’agguato, in Liguria, si fa solo ed esclusivamente con condizioni di visibilità non proibitive ma certamente precarie. A me è capitato di pescare all’agguato anche con un metro e mezzo scarso di visibilità. Si parla però di condizioni estreme, di vere e proprie “invenzioni” tirate fuori quasi con la forza della disperazione per catturare un pesce. Le condizioni più favorevoli, a mio giudizio si hanno con tre metri, tre metri di visibilità. Con acqua limpida nelle mie zone di pesca abituali, le liguri, non è neppure da prendere in considerazione, non è ipotizzabile impostare una battuta di pesca all’agguato. Per fare un esempio concreto: ho praticato l’agguato sia in Sardegna sia in Liguria e ho verificato che nella prima regione il pesce è decisamente meno smaliziato, c’è una differenza abissale nel comportamento delle prede, veramente abissale. |
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Quando decidi di
pescare all’agguato?
Mi considero un pescatore eclettico e mi sembra di averlo dimostrato anche in alcune competizioni perché cambio tre o quattro tecniche di pesca nella stessa giornata. L’agguato lo imposto subito come tecnica prioritaria per la prima ora di pesca poi se non vedo pesce passo ad altre metodiche tipo l’attesa, il razzolo, la ricerca in tana. Da noi in Liguria puoi pescare tranquillamente all’agguato nelle primissime ore del mattino poi diventa proibitivo se non impossibile proseguire. Nelle zone che conosco so già a priori come devo comportarmi a secondo delle condizioni del mare mentre nelle zone sconosciute do particolare attenzione a quello che definisco “il pelo nell’acqua” vale a dire i movimenti di corrente, i tagli che può fare una punta che la interrompe, le zone di ricircolo, la pietra che fa schiuma, eccetera. Questa analisi valutata in contemporanea con la morfologia costiera mi da l’idea di come è fatto un fondale, se scende subito, se degrada dolcemente, che tipo di agguato mettere in campo. Naturalmente c’è anche l’opzione dei tuffi a campione dove si valuta direttamente lo stato del fondo, la presenza di vita, l’area migliore, l’adozione di una tecnica rispetto ad un’altra.
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Come ti prepari
quando devi impostare l’agguato? Io pesco tantissimo di ritmo, forse in funzione delle gare a nuoto che richiedono un fisico particolarmente allenato. Considera che io faccio minimo quattro uscite alla settimana quindi riesco a mantenere sempre una buona condizione atletica; per tenermi costantemente in forma adotto anche un lavoro aerobico con la cyclette ed esercizi di allungamento muscolare. In pesca controllo l’ambiente subacqueo dalla superficie. Lo studio attentamente e come ho detto prima mi faccio un’idea anche mettendo a confronto l’esterno, la parte fuori dall’acqua perché se il mare ribolle, è torbido non si può osservare bene il fondale davanti a se. Occorre poi procedere tirandosi avanti con un mano e il più possibile silenziosamente strisciando al riparo di scogli, canali, depressioni. Se faccio degli agguati impostati sul branzino eseguo dei percorsi lunghi; se batto una zona dove pascolano saraghi oppure orate effettuo tragitti più brevi ma molto più “accurati” nel senso che questo tipo di prede richiedono maggiore attenzione nell’analisi del territorio perché il sarago può essere nascosto dietro ad un anfratto, in una piega della costa, in un angolo coperto. Faccio poche respirazioni a galla, un paio di atti lenti e profondi, poi ritorno in pesca… |
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Quali sono le
quote d’esercizio abituali?
La profondità di esercizio si imposta in funzione del moto ondoso e del luogo scelto di battuta. Comunque bisogna stare molto attenti a “capire” la giornata, a verificare dove il pesce probabilmente staziona perché l’agguato richiede grande adattamento mentale e valutazione delle condizioni meteo marine che si trovano da 0 a 20 metri. L’anno scorso ero in costa Azzurra con Paolo Cappucciati e avevamo catturato dei bei branzini in una giornata assai favorevole. Il giorno dopo, in condizioni di mare leggerissimo di scirocco, siamo tornati sul capo dove avevamo trovato i branzini: li avevamo insidiati prevalentemente pescando all’agguato in medio fondale ma ripetendo la stessa strategia di caccia non abbiamo visto un pesce per tutta la mattina. A quel punto mi è venuta un’intuizione e così ho adottato un agguato particolarissimo: tra i sassi del bagnasciuga, in ottanta centimetri, un metro d’acqua al massimo, mi sono tirato avanti con le mani e ho trovato i pesci, un branzino da quattro chili e mezzo poi subito dopo un altro esemplare da tre. La chiave di volta fu rappresentata dalla valutazione delle condizioni marine. Un'altra avventura che spiega la variabilità di scelta della quota di pesca è accaduta a Spezia: qui mi è capitato di pescare all’agguato in parete a pesci che stazionavano a sette otto metri dalla superficie ma io dovevo partire da una batimetrica di venti metri e li prendevo solo alla fine della risalita dopo essere avanzato in modo lentissimo per una dozzina di metri.
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Quali parametri
ambientali tieni in maggiore considerazione nel decidere un tragitto subacqueo? Procedo sempre contro corrente e anche se è un metodo “pesante” fisicamente è quello che ritengo più fruttuoso pescando all’agguato. La luce del sole deve essere alle spalle di chi avanza in questo modo si spaventa meno il pesce perché non riesce immediatamente a identificarci. Qual è il momento
del giorno migliore? Il mattino presto è senza dubbio il periodo più fecondo in termini di catture ma io ricordo una bellissima pescata di saraghi fuori dal porto di Arenzano avvenuta di sera: gli ultimi pezzi li ho presi mettendomi contro luce dei lampioni. Per fare l’agguato quindi è preferibile uscire all’alba e al tramonto. Hai verificato
condizioni più favorevoli con un determinato tipo di marea e di luna? Certamente. Con la luna in crescendo, sino al quarto di luna il pesce è molto più abbondante. Con l’alta marea i pesci vanno a mangiare vicino alla costa, negli anfratti rocciosi, attorno agli scogli affioranti cercando i micro organismi che sono stati esposti all’aria qualche ora prima, durante la fase della bassa marea. |
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Come organizzi una
battuta all’agguato autunno-invernale?
La pesca all’agguato può essere fatta in coppia. In questo caso si ricalca il discorso della staffetta quando si pesca all’aspetto: con il gommone o con l’autovettura si lascia in un punto il compagno poi ci si sposta di qualche centinaio di metri lungo costa più avanti e così via in un alternanza che permette di sondare un ampio tratto di costa. Se invece la zona da battere si estende perpendicolarmente al profilo costiero, tipo una serie di canaloni che partono da riva o da un capo e muoiono al largo, dove bisogna tuffarsi nella parte più fonda e poi risalire lungo i pendii man mano che il fondale riemerge, in direzione del bagnasciuga, sarebbe preferibile contare sull’aiuto di un barcaiolo; le aree buone possono essere sporadiche e quindi la persona che segue con il battello ci evita perdite di tempo. Partendo da terra in solitario, invece, adotto un metodo un po speciale in quanto mi tuffo in un punto, percorro un paio di chilometri scorrendo la costa poi smetto di pescare, esco dall’acqua e raggiungo la strada; qui abbandono in un luogo nascosto la cintura di zavorra, il fucile, le pinne e ritorno indietro a piedi, di corsa, per riprendere l’autovettura parcheggiata e ripetere più avanti la stessa azione. In Liguria molto spesso la parte costiera rocciosa muore sulla sabbia a poche decine di metri dalla riva e quindi la striscia di pietra dove i pesci mangiano e si prendono all’agguato è ridottissima: una volta fatta è inutile e controproducente ripercorrerla a ritroso.
Qual è
l’elemento preponderante dell’attrezzatura nella pesca all’agguato?
Una cura particolare va applicata alla piombatura che deve essere calibrata alla perfezione perché se si è troppo piombati non è possibile compiere un tragitto subacqueo corretto mentre se si è troppo positivi si corre identico rischio per il problema contrario. L’agguato, specialmente da noi in Liguria, è una strategia di pesca estremamente tecnica, dove ogni dettaglio deve essere curato, non bisogna rischiare di vanificare tutta l’azione per l’adozione di una zavorra sbagliata. Io indosso uno schienalino da 3 chili e poi, in base allo spessore della muta, aggiungo piombi sulla cintura tenuta sui fianchi. Le cavigliere sono leggere, da 300 grammi cadauna.
La maschera per
l’agguato deve possedere requisiti speciali?
Si. Grande visuale per avere sempre il campo d’azione sotto controllo. Il minimo particolare non deve sfuggire, il movimento di una coda, di una pinnetta, la specchiata al limite della visibilità: tutti questi “flash vanno individuati per tempo e osservati in tutte le direzioni possibili.
Che tipologia di
muta adoperi?
Fortunatamente non sono uno che patisce troppo il freddo e quindi nel periodo autunnale, invernale indosso una giacca da 5 mm e un pantalone da 3 mm. Non credo nel mimetismo e il mio abbigliamento protettivo è semplicemente di colore nero, la classica tinta del neoprene liscio esterno, spaccato interno. Appartengo al team Top Sub è l’espanso morbidissimo che ci fornisce Silvano Agostini è di altissima qualità, confortevole e caldo. Il discorso della fragilità di questi capi “tecnici” è in funzione della tecnica che uno usa perché le prime volte può capitare di rovinare le mute facendo determinati spostamenti ma non appena si affinano un po le manovre e si acquista un po di esperienza questi inconvenienti spariscono.
E l’arma ideale?
Il mio fucile preferito in condizioni ottimali di visibilità è un arbalete Omer, l’Excalibur da 110 cm con asta da 6 mm, leggerissima e precisa, gomme da 20 mm. Con acqua torbida trovo spettacolare il 75, qualche volta prendo il 90, che però è un arbalete che statisticamente uso davvero poco. In percentuale direi che un 40% per cento di pesci li prendo con il 75, un 40% con il 110, la restante frazione con il 90. Ho provato anche i modelli con fusto in legno ma in questa determinata tecnica di pesca non mi sono trovato a mio agio perché nella risacca, negli spostamenti velocissimi, nella dinamica bisogna avere fucili super maneggevoli e con un fusto dalla sezione ridotta. Il legno è fantastico all’aspetto, una tecnica statica.
Il mulinello non
lo usi?
Alla luce dei pesci che ho perso si può dedurre che in pratica pescando all’agguato in autunno e in inverno non lo monto mai. Lo trovo un accessorio che limita in qualche modo il brandeggio del fucile ma so perfettamente che la mia è una pessima abitudine. Basterebbe un modellino da applicare in cintura…
Come fai a pescare
all’agguato quando ti devi portare dietro la boa segna sub?
Ho trovato un sistema che non da assolutamente fastidio. Al posto del sagolone ho montato uno spezzone di nylon dello 0.60 mm che fisso ad una cavigliera; a circa due metri, due metri e mezzo dal punto di ancoraggio ho posto un piccolo galleggiante. Con questo metodo ottengo un duplice vantaggio: nel momento che trovo una zona di pesca interessante sgancio la cavigliera e pedagno immediatamente il posto; in seconda battuta non ho il problema del filo che si attorciglia alle gambe o alle pinne come invece capita quando lo si tiene in agganciato in vita.
Hai un episodio da
raccontare relativo all’agguato nel periodo autunno-invernale?
Un paio d’anni fa, a Gennaio, mi trovavo in Costa Azzurra, vicino al confine italiano in compagnia di due amici, Sergio Accolla e Mauro Ferrari. La giornata non era iniziata bene perché nonostante fossimo in acqua sin dalla mattina presto avevamo a pagliolo solo due pesci, un dentice di un chilo e mezzo e un tordo. Stavamo battendo il periplo di un capo all’agguato, a staffetta, nel bassofondo, e la mia zona, un poco più avanti dei miei compagni di pesca, si è ben presto rivelata un punto finalmente interessante. Al termine di un breve percorso ho visto in lontananza lo specchiare di alcuni pesci e lì per lì ho pensato fosse un bel brancone di cefali. Mi sono preparato il tragitto da seguire direttamente dalla superficie poi mi sono immerso lungo la parete e dopo un lungo tratto gli sono arrivato sotto. Non erano cefali ma un ammasso di branzini che si stavano accoppiando, un muro di pesci. C’erano almeno dieci o dodici femmine gravide e una moltitudine di maschi attorno dal peso medio di un chilo e mezzo due l’uno. Secondo una stima c’erano almeno un migliaio di spigole rifugiate dentro questa cala! Sono rimontato sul gommone e sono andato a riprendere i miei amici. Uno spettacolo grandioso. Ci siamo immersi tutti e tre e i branzini erano ancora li. Siamo riusciti a prenderne qualcuno facendo l’agguato e sorprendendo gli esemplari posti all’esterno dal branco principale senza disturbare il resto del montone. Poi il branco immenso di spigole si è sparpagliato ed è uscito dal baione. Abbiamo comunque vissuto un’avventura indimenticabile.
Testo raccolto da Emanuele Zara.