A PESCA CON SERGIO PACENTI

Da quando ho stabilito la mia residenza in Sardegna ho avuto la favolosa opportunità di uscire a pesca con grandi campioni sardi ma anche con bravissimi atleti che per un motivo o per l’altro effettuano dei brevi soggiorni lungo le meravigliose coste dell’isola. Immaginate la mia sorpresa quando Carlo, un caro amico, mi ha detto che da parecchi anni Sergio Pacenti trascorre le vacanze estive vicinissimo a casa sua. Il desiderio di conoscere questo campione degli anni 80 e recente protagonista delle video cassette della Imago Sub (dal titolo: In costa Smeralda con Sergio Pacenti) si è fatta ben presto un’esigenza pregnante. Chiamo Sheilo Pisciottu, il regista dei filmati, per chiedergli che impressioni ne ha ricavato e mi sento dire che Pacenti, nonostante le quasi cinquanta primavere, è un pescatore subacqueo riservato, selettivo, di livello sopraffino, apneista dalle grandi doti fisiche. Confortato e sempre più incuriosito da questi elementi fornisco il mio numero di telefono a Carlo, chiedendogli per favore di illustrare all’atleta anconetano il desiderio e l’autorizzazione di descrivere sulle pagine di Pesca Sub & Apnea una sua giornata a pesca. 

Attendo fiducioso e infatti non passano 24 ore che giunge l’attesa risposta. Si esce insieme! Al telefono la voce autorevole e affabile di Sergio Pacenti mi comunica la sua disponibilità (anche se mi specifica subito che non desidera clamori giornalistici) io lo tranquillizzo sulla portata ridotta dell’evento mediatico, e mi do immediatamente da fare per scegliere un giorno della settimana in cui incontrarci. Il tempo è tiranno in quanto abbiamo pochissimo tempo per organizzarci: l’atleta anconetano è in vacanza con la famiglia e mi comunica che sta preparando i bagagli per tornare a casa visto che le previsioni non promettono nulla di buono. Il mare, in effetti, non ci lascia ampi spazi di decisione perché sta martellando la costa nord occidentale con una certa insistenza. Verifico su Internet le pagine meteo marine di un’agenzia meteorologica sarda che danno una perturbazione in avvicinamento ancora più brutta per giovedì: l’unico momento buono per non incappare in una mareggiata è quindi domani, mercoledì. Ad accompagnarci c’è Michele, un bravo pescatore sardo che esce da anni con Sergio Pacenti, che si offre da barcaiolo per entrambi. La mancanza cronica di scivoli a mare nell’Oristanese, e naturalmente di porticcioli turistici, ci fa propendere per la discesa in cemento di S. Caterina di Pittinuri, subito dopo l’abitato di S’Archittu, situata peraltro in una zona scarsamente ridossata ai venti di Maestrale, ma in assenza di altri siti vicini… 

L’appuntamento è per le 8.30. Sergio arriva in compagnia di Michele e non appena scende dalla vettura rimango impressionato dalla struttura fisica: è un gigante! Mi stringe la mano e per poco non mi stritola le dita! Non avevo mai conosciuto dal vivo l’apneista marchigiano ma mai mi sarei immaginato di trovarmi dinanzi un “cinquantenne” dall’aspetto asciutto e dinamicissimo: capelli lunghi sulle spalle, quasi due metri d’altezza e un quintale di peso! Pacenti scarica dal bagagliaio la borsa dell’attrezzatura ed io, come sempre bramoso di osservare nuovi elementi dell’equipaggiamento, rimango sorpreso dalla semplicità degli articoli. La muta tradisce una lunga anzianità di lavoro: la giacca da 5 mm monofoderata assemblata da un artigiano ha il tessuto di nylon esterno scolorito dai raggi solari così come i pantaloni a vita bassa da 3 mm. 

Le pinne sono un modello francese con pala lunga in tecnopolimero mentre i guanti completamente in lattice, modello anti infortunistica simili a quelli usati per lavare i piatti, mi fanno riflettere: come farà a pescare con estremità simili? Man mano che completiamo la vestizione ci scambiamo i primi contatti verbali e scopro lentamente un personaggio diverso da tutti i pescatori fin ora frequentati, un apneista di una semplicità e di una pacatezza straordinari. Sergio tra le altre cose mi dice che qui in Sardegna va in acqua solo più per un certa qualità selezionata di pesce, dentici, ricciole, grosse cernie perché sono le prede che gli danno più soddisfazione. Non disdegna saraghi e corvine ma non gli interessa perpetuare catture numerose per il solo gusto di esibire un cavetto. L’affermazione mi fa un piacere immenso: finalmente un atleta che la pensa esattamente come me.

 Il lungo fucile riposto nella sacca, l’unico portato da Sergio, è una testimonianza diretta a ciò che ha appena detto: un oleopneumatico Stealth 110 con riduttore di potenza praticamente di serie. Alla vista del fucile Spora mi si apre il cuore e rimirandolo nei dettagli noto che in effetti non ci sono grosse modifiche rispetto all’originale. Solo l’asta è una pesante tahitiana da 8 mm dotata di doppia aletta contrapposta e al mio stupore Sergio interviene dicendomi che si trova benissimo nella pesca all’aspetto e in caduta perché una freccia di quella sezione riduce ancor di più il volume d’acqua presente all’interno della canna da 11 mm; la velocità del pistone non viene rallentata da molta acqua e la freccia parte con grande velocità conservando una massa d’urto elevatissima. 

Gli chiedo come ha fatto a montarla e Sergio mi mostra il codolo dell’asta di diametro appena più largo (8.2 mm) sufficiente però a trattenere la rondella ferma sganciasagole. Il mulinello è un Marò modificato e montato in orizzontale con la bobina ripiena di monofilo. Terminata l’analisi dell’arma carichiamo il resto del materiale, la borsa fotografica, il fucile di Michele (un arbalete  75) sul mio gommone e procediamo all’alaggio. Non c’è onda formata vicino a riva e riusciamo ad uscire tranquillamente. 

Oggi sarà una giornata dedicata preferibilmente alla pesca al dentice, come stabilito a tavolino, il tipo di caccia preferita da Sergio Pacenti, per cui ci dirigiamo a Nord, verso Bosa, nel tentativo di incontrare qualche bella preda. Transitiamo a fianco di un’alta costa a strapiombo, scapoliamo capo Nieddu, punta Foghe poi, dopo un’altra quindicina di minuti, giungiamo in vista degli scogli di Corona Niedda, limite estremo del nostro itinerario.  

Il vento per il momento non ci ha dato problemi ma alcuni sbuffi bianchi visibili al largo segnalano che il maestrale sta iniziando a rafforzare. Probabilmente a tarda mattinata il mare sarà molto mosso. Affido il governo dell’imbarcazione a Michele e ci spostiamo al riparo, dietro l’isolotto. Sergio si sistema sul volto la maschera, controlla il fucile e si butta in acqua. L’acqua limpida mi permette di seguirlo dalla superficie e dopo alcune sommozzate di ambientamento lo vedo pinneggiare verso un masso spaccato posto al termine di una franata. 

La capovolta è stata silenziosa, la discesa condotta con una falcata piuttosto ampia e potente: le pale morbide delle pinne si flettono marcatamente. Giunto a qualche metro dal fondo interrompe il nuoto e inizia a planare a foglia morta. Le movenze sono misurate e sinuose dimostrando che l’atleta marchigiano possiede una grande acquaticità. Una grande palla di mangianza lo inghiotte ma non lo perdo di vista e riesco a inquadrarlo mentre si apposta all’aspetto. La testa è un po alta, probabilmente sta studiando l’ambiente circostante. Passano i secondi e Sergio è sempre li, immobile. Dopo un bel po di tempo risale senza aver sparato. - “ Ho provato questo punto che di solito richiama un bel branco di dentici ma non ne ho visto uno”- mi dice non appena riprende fiato. – “Ci sono tante castagnole ma stanno nell’acqua calda, qualche metro sollevate dal fondo”- L’apnea è stata molto lunga, certamente superiore ai due minuti, eppure siamo solo al primo tuffo! Sergio ritenta una seconda volta, leggermente più in fuori rispetto al primo sasso ma l’esito è identico. Niente dentici qui. L’eleganza nelle discese e la tranquillità esibita dal campione marchigiano è contagiosa. 

 

Continuiamo a seguire il ciglio franoso nella speranza di scorgere qualche pesce. Sergio compie anche dei percorsi subacquei tra gli scogli del fondo, una specie di lentissimo agguato seguito poi da breve poste: sta attentissimo ad ogni apertura con il centodieci sempre pronto a colpire il bersaglio. In uno di questi tragitti condotti a 17/18 metri di fondo vede una cernia di cinque o sei chili di peso ma non gli spara: riemergendo mi racconta che era messa male e poi che le dimensioni tutto sommato ridotte non lo hanno stuzzicato particolarmente… Michele non si è mai allontanato troppo dalla nostra verticale e avvicinando ulteriormente il gommone ci chiede se è il caso di cambiare posto. Saliamo sul Marshall e puntiamo sulla secca di Corona Niedda, un plateau roccioso posto poco più in fuori. Il sommo è meta di passaggio di pelagici e Sergio compie numerosi aspetti sul periplo della risalita: c’è mangianza ma è sparpagliata un po dappertutto segno che è tranquilla, non spaventata da eventuali predatori. Nonostante i suoi 49 anni Sergio Pacenti ha un fiato eccellente e le attese sul fondo sono protratte a lungo anche in un paio di tuffi condotti a 26/27 metri di quota (ma la quota operativa del campione marchigiano è ampiamente sotto i trenta metri). La sua silhouette massiccia si eclissa benissimo tra le pieghe del fondo e se ci fosse qualche ricciolone in caccia sicuramente finirebbe a pagliolo. L’atleta riesce a prendere al libero un saragone da chilo dopo un bell’aspetto ma nei tuffi seguenti non ne incontra altri. Il maestrale inizia a farci ballare e forse questa instabilità meteorologica è la causa dell’assenza di predatori. Mi dispiace moltissimo di aver coinvolto l’atleta in questa uscita poco felice dal punto di vista ambientale ma Sergio dopo l’ennesimo tuffo in un mare si volta verso di me e quasi indovinando i pensieri che mi affliggono mormora: ”Non ti preoccupare Emanuele: oggi i dentici non girano proprio ma vedrai che per la cena di stasera qualche altro pezzo meno pregiato lo facciamo ugualmente! 

Vuoi scaricare il 110 per vedere come spara?” A questo invito tutto il malumore sparisce istantaneamente, non so resistere, mi faccio passare l’arma, e impugnato saldamente il calcio dell’oleopneumatico schiaccio il grilletto. La botta che avverto possiede lo stesso rumore prodotto da un fucile analogo, pistone in tecnopolimero in canna da 11 mm, ma l’asta da 8 mm schizza via a una velocità fulminea del tutto paragonabile alle mie aste tahitiane da 6.5 mm!

 Lo strattone a fine corsa, due passate di sagola, però e decisamente più intenso: in gioco c’è più di mezzo chilo d’acciaio inossidabile e l’efficacia di penetrazione a fine corsa è sicuramente garantita per tutta la gittata. Risaliamo in gommone e ringraziando Sergio per la prova di tiro gli chiedo se con un cannone così potente riesce a insagolare tutti i dentici che colpisce. Lui mi dice che in effetti quasi tutti i pesci se li è ritrovati nel nylon ma non è da molti anni che ha deciso di montare un’asta da 8 mm in luogo di una più fine e leggera. Solo qualche tempo fa (negli occhi di Sergio leggo ancora una delusione fortissima) il 110 era equipaggiato da una 7 mm ma è successo un episodio, proprio in acque sarde, che gli ha fatto cambiare idea e conseguentemente diametro del dardo: la perdita di un dentice di proporzioni esagerate, il più grande dentice a cui avesse mai sparato. Il bestione che oltrepassava di sicuro i dieci chili di peso è stato sorpreso al termine di una caduta, e di un breve aspetto, su una balconata a più di trenta metri di fondo. Sergio gli ha tirato lungo, centrandolo sulla linea laterale, ma l’asta non è riuscita a perforare il denticione da parte a parte. Il pesce che probabilmente aveva la spina dorsale seriamente lesionata è stato raggiunto da Sergio, preso in mano ma ha avuto ancora la forza di un sussulto che ha spiazzato il campione anconetano: si è liberato dall’asta, dalla presa dell’apneista e ha iniziato a precipitare agonizzante verso l’abisso. Per farla breve Sergio ha dovuto riemergere, recuperarsi l’arma che intanto era finita quasi a quaranta metri e dire addio al pescione che con tutta probabilità si era intanato ancora più a fondo. Dopo questo racconto da brividi restiamo tutti silenziosi quasi partecipi della delusione di Sergio che sembra ancora bruciargli in modo ossessivo. Ripartiamo saltando tra un’onda e un’altra, puntando verso una traccia Gps che Michele ha richiamato sullo strumento portatile. Il fondale che si apre alla vista non appena giungiamo in zona è un canalone di roccia perso nella sabbia. La limpidezza è tale, anche con il mare grosso e una forte corrente, che si vede distintamente il fondo. Sergio che conosce questa area isolata ricca di sparidi effettua un paio di tuffi con il 110 (prova sempre qualche aspetto per ricciole o dentici eventualmente presenti nell’area) poi tira su la testa dall’acqua, si rivolge al barcaiolo dicendogli: “Passami la fionda!” Io osservo incredulo la scena in cui Michele apre il borsone messo a prua ed estrae l’arbalete 75: la fionda per Sergio, appunto! L’arma a propulsione elastica in effetti scompare nella massa fisica dell’atleta ma allo stesso tempo nelle sue mani si trasforma in un mezzo d’offesa efficacissimo. Ci sono 19 metri di fondo e Sergio dopo aver compiuto una breve ricerca individua una lastra con più ingressi. Effettua una breve ventilazione poi giù, senza compensare con le dita. Mentre si avvicina alla concrezione rocciosa vedo un grosso sarago che esce dalla tana ma poi rientra precipitosamente. Il sub non ha scorto lo sparide ma esplorando con calma prima una fenditura poi l’altro versante, allunga il 75 e… zac! Preso! Un po di polverino attorno all’area di lavoro poi Sergio risale di potenza tenendo stretto al petto un bel sarago. Che bella scena! E’ un piacere vedere l’opera chirurgica di Sergio! Ripete altri cinque tuffi e nella ghiacciaia finiscono altri tre begli esemplari. Intanto Michele fa dei numeri da circo per porre il battello pneumatico di prua rispetto alle onde sempre più alte così scatto le ultime diapositive e decidiamo di tornare. Il percorso di ritorno è a favore di vento comunque c’è un mare forza 4/5 che rende “vivace” la navigazione. Tornati a riva ci salutiamo e Sergio, come è abituato a fare, insiste perché mi prenda tutti i pesci. Io non li voglio accettare ma Michele mi dice che una settimana prima sono usciti con il gommone di Carlo e Sergio ha fatto una pescata di dentici spettacolare: beh, tornati allo scivolo non li ha voluti e l’unico compromesso ottenuto è stato quello di mangiarseli insieme a tutti gli amici! Davvero un signore d’altri tempi.

 

Testo di Emanuele Zara.