I GUANTI

 

 

Pochi mesi fa ho avuto l’occasione di fare una lunga chiacchierata con Renzo Mazzarri, e tra l’emozione del colloquio e il fascino del personaggio, sono rimasto ulteriormente sbalordito quando, rispondendo a una domanda sull’attrezzatura, mi ha riferito che in mare non ha mai usato un paio di guanti neanche in acque gelide come possono essere quelle Adriatiche (si riferiva in particolare ad una gara invernale di Coppa Europa a Lussino). 

 

Mazzarri è sempre Mazzarri, un uomo entrato nella leggenda della pesca subacquea, ma il fatto che tutt’oggi non usi nessuna protezione alla mani mi ha lasciato proprio di stucco!

 

 Bisogna ammetterlo: è proprio un atleta speciale!

 La discussione mi è tornata in mente durante un’uscita a pesca condotta agli inizi di Marzo perché dopo qualche ora di attività avevo le mani intirizzite a tal punto che non riuscivo più ad avere sensibilità all’estremità delle dita, anche se la temperatura dell’acqua in Sardegna non era così glaciale.

 

 I guanti che indossavo non erano dei più nuovi, vero, c’era qualche buchino qua e la, ma da qui a non usarli per nulla bisogna proprio essere degli extraterrestri!

 

 

 

 

 

 

La coibenza isotermica.

 

Le estremità degli arti superiori sono troppo importanti per molteplici azioni anche in campo subacqueo e quando si entra in mare solitamente si proteggono con un modello di guanti.

 Trascurare questo elemento di protezione espone a potenziali défaillance. I mesi primaverili sono un banco di verifica severissimo per le nostre mani perché la temperatura del mare è tra le più rigide dell’anno ed è facile incappare in giornate “storte” se il paio di guanti non è di quelli giusti.

 

 Non facciamoci ingannare dal sole che inizia a scaldare la schiena o dall’alta pressione che tiene lontane le perturbazioni: l’estate subacquea è ancora lontana! Sono sufficienti un paio d’ore d’acqua per iniziare a stringere il calcio dell’arbalete senza “sentire” più le dita, senza “trovare” la mezzaluna del grilletto, senza riuscire a stringere il profilo del naso per compensare, senza  riuscire a regolare il cinghiolo della maschera.

 Le mani, come d’altronde i piedi, sono le estremità del corpo in cui si ramificano centinaia di capillari arteriosi e venosi, una trama vascolare fitta ed estesa; è facile dedurre che lo scambio termico è elevato così come la sensibilità alle variazioni caloriche.

Se non si proteggono le estremità la sensazione di freddo ci assale, si ramifica a tutte le braccia, e presto si può estendere al resto della superficie corporea.

 

Dalla mia esperienza credo che quando la temperatura esterna non oltrepassa almeno i 17/18 gradi (il valore che in Tirreno si trova solitamente agli inizi di giugno), è meglio calzare dei guanti in neoprene di spessore congruo e soprattutto di buona fattura sartoriale.

 

Il neoprene da cinque millimetri è caldo, adatto a inverno inoltrato o in certe aree del Mediterraneo, tipo l’Adriatico, ad esempio, dove la temperatura marina è molto più fredda rispetto a quella Tirrenica.

 Purtroppo chi va a pesca in apnea deve sempre fare i conti con la sensibilità tattile quindi se si acquistano dei modelli da cinque mm bisogna cercare un buon equilibrio tra protezione termica e questo prezioso fattore.

 Ultimamente sono stati proposti dei guanti differenziati cioè dei modelli composti da due calzate uguali ma con sezione neoprenica diversa tra elemento destro e sinistro, creati sempre per risolvere la questione.

 In lago o in Adriatico, con acqua sotto i dieci gradi centigradi, gli specialisti usano specialmente le moffole, i guanti a tre dita, ritenuti in assoluto i guanti più caldi presenti in commercio.

 

 Questa tipologia di guanti separa il pollice e l’indice, deputati a sparare, dal resto delle altre dita che vengono convogliate in un unico profilo.

 Sono confezionati per lo più artigianalmente e c’è qualche subacqueo che richiede spessori di neoprene anche maggiori di cinque mm!

 Il ricambio d’acqua è limitato, ci sono meno cuciture quindi minori infiltrazioni parassite, e la mano resta ben coibentata.

Molto più diffusi sono i guanti da 3,5/3 mm di spessore, sempre di tipo a tre dita oppure in versione cinque dita classiche: protettivi quanto basta ma soprattutto elastici, morbidi, in grado di farci sentire quello che si sta toccando. C’è qualcuno che in primavera ama guanti ancora più fini, 2,5/1,5 mm ma a questo punto entra in gioco il grado di sopportazione personale al freddo e un discorso tecnico che interessa anche tutti i tipi di guanti: la bontà sartoriale intesa come rispetto dell’anatomia umana.

Capita infatti di comperare dei guanti da cinque millimetri e patire precoci brividi come è capitato di testare dei modelli assai più fini di spessore e pescare ore e ore senza accusare nessun tipo di problema. Come mai? Ho valutato con attenzione la questione analizzando diverse paia di guanti è ho notato che in moltissimi casi, in pratica quelli che non coibentano a sufficienza, la vestizione sull’arto non risulta delle migliori.

 O le dita del guanto risultano troppo strette o viceversa larghe, oppure, è il caso più comune, la sagoma è corta, tozza: si infila la mano e le dita si fermano sui terminali prima che la loro lunghezza sia ricoperta per intero, fino allo spazio infradito.

 C’è un problema di dita corte o di misure complessive assai approssimative.

 La produzione dei guanti importati in Europa è commissionata spesso ad aziende tailandesi o cinesi e probabilmente queste popolazioni hanno mani meno affusolate e dita meno lunghe delle nostre, chissà!

 La situazione è comunque risolvibile provando misure e modelli di varie case finché si trova il guanto che calzi perfettamente.

 Nel panorama aziendale nazionale ci sono artigiani e ditte sensibili al problema: qualcuno produce personalmente modelli a cinque o tre dita a taglio ergonomico e magari preformati, altri si rivolgono sempre all’estero ma hanno fornito nuovi input sartoriali affinché le misure siano più adatte alla tipologia di mani e dita nostrane.

 

 

La protezione.  

 

Dopo aver trattato le problematiche relative alla coibenza termica bisogna affrontare un’altra realtà che affligge esclusivamente chi pratica la pesca in apnea.

 La primavera non è particolarmente prodiga di pesce e la ricerca della preda ci costringe a sondare con insistenza innanzi tutto il bassofondo, nella speranza d’incrociare qualche spigola solitaria, oppure di cercare qualche pesciotto da portare a casa allargando progressivamente le batimetriche d’azione finché non si trova la zona buona.

Il contatto con il fondo interessa, quindi, tutti i pescatori in apnea con particolare menzione per chi caccia con tecniche d’agguato, d’aspetto, di tana. Nella mia esperienza personale, ma credo che tanti lettori si ritrovino nelle medesime condizioni del sottoscritto, ho accumulato in una scatola molti guanti esclusivamente di misura sinistra (un pescatore mancino ne avrà di destri) perché rotti, bucati o “mangiati” a livello dei polpastrelli.

 Questo accumulo spiacevole è dettato dal fatto che la mano che non impugna l’arma è quella che svolge il lavoro più intenso e gravoso con le pietre e gli scogli del fondale marino: dovrete impiegarla per mantenervi “agganciati” alle rocce durante l’aspetto in condizioni di forte risacca o mare mosso, nella schiuma; quando ci si accosta a uno spacco stretto e si organizza l’ingresso o l’uscita dalla tana; per avanzare all’agguato con circospezione e senza pinneggiare, eccetera.

I costruttori sono consci di queste problematiche già da qualche anno e quasi tutti i guanti in neoprene in commercio hanno il palmo rinforzato da un riporto più o meno generoso di rilievi in PVC, o da altri materiali anti abrasione tipo il tessuto di Kevlar.

 I primi sono rigidi e visibili sotto forma di goccioline o lievi rialzi annegati nella fodera mentre il secondo, usato soprattutto in campo subacqueo professionale e militare, è cucito sopra la fodera e appare con una ordito grigiastro a trama fitta.

Tra gli artigiani c’è chi realizza in proprio un guanto tecnico a cinque dita, caratterizzato da una fodera anti lacerazione che ricopre il palmo della mano, tutti i polpastrelli e le unghie.

 E’ una soluzione molto intelligente: il punto più delicato, infatti, è proprio la cucitura che termina le dita, la zona che inizialmente si consuma poi si strappa.

L’obiettivo resta quello di disporre di un guanto che ci lasci pescare senza il timore di trovarlo consunto dopo alcune uscite in mare.

 Dall’altro versante però, bisogna considerare che la mano che non deve stringere il calciolo del fucile non viene quasi mai a contatto con elementi rocciosi, non ha in pratica bisogno di protezioni supplementari oltre il tradizionale neoprene foderato.

 Nei casi limite una mancanza di sensibilità indotta dal guanto può condurre a sbagliare un tiro perché, ad esempio, non si è riusciti a capire bene quanta pressione sia stata esercitata sulla mezzaluna del grilletto oppure ad anticipare o posticipare la contrazione delle prime falangi.