WILLY THE KIDD

 

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Premessa

Sin dalle origini della sua storia l’ uomo ha cercato di penetrare nel misterioso universo acquatico per sfruttarne le immense risorse e usarle a proprio vantaggio.

Che cos’ è l’apnea? È l’ arresto volontario, involontario o anche patologico dell’atto respiratorio (dal greco apnia, «mancanza di respiro»).

Questo atto è innaturale e va sempre considerato come tale anche se con la tecnica, l’esercizio e l’allenamento, l’uomo può arrivare a insospettate prestazioni.

A questo punto vorrei fare una netta distinzione tra due «modi» di concepire l’ apnea; si può trattare, infatti, di pratica sportiva, scientifica o di ricerca.

L’ apnea sportiva è quella comunemente praticata per penetrare nell’elemento liquido nella maniera più naturale ed ha la sua più concreta espressione nella caccia subacquea.

In quella scientifica, invece, va inserita tutta la gamma della ricerca sul comportamento del corpo umano, in particolare nelle immersioni profonde, e ha come finalità marginale il raggiungimento di records sportivi. Da quando esiste l’uomo esiste la caccia, e i nostri lontani antenati erano legati a questa attività perché rappresentava per loro la sopravvivenza.  

Criticata, contestata, limitata, molto spesso con argomenti artificiosi e superficiali, questa disciplina sportiva racchiude un profondo ed antico rituale in grado di offrire a chi la pratica il recupero liberatorio di un mondo primitivo e represso. Ma la pesca subacquea è anche uno sport che richiede a chi lo pratica una adeguata preparazione psicofisica, la conoscenza dell’ambiente sommerso ed idonee misure di prevenzione dei rischi connessi all’esercizio di quest’impegnativa attività.  

La caccia, pur essendo un istinto primordiale, ha tuttavia, con il progresso della civiltà, modificato il suo significato originario e va quindi considerata non più una necessità vitale, ma uno svago, un divertimento, uno sport. Considerando questa attività sotto il suo nuovo aspetto, l’uomo spesso si dimentica che Dio non l’ha autorizzato ad essere arbitro unico ed indiscusso che può dominare a suo piacimento la vita dell’universo. A questo va aggiunto che la caccia significa pur sempre uccidere senza una specifica necessità e uno sport non può e non deve diventare gusto della strage.  

Entro i limiti sportivi si può accettare la caccia al pesce sott’acqua. L’uomo, in questa singolare attività, deve penetrare in un mondo ostile. L’animale ha dalla sua parte l’ ambiente, la mobilità, la velocità e lo spazio. Il cacciatore, forte solo della sua superiore intelligenza, dovrà avvicinarsi alla preda a pochi metri di distanza e dovrà rinunciare ad ogni velleità se l’animale fugge.

La caccia subacquea è stata ed è tuttora lo stimolo essenziale che porta l’uomo verso l’esplorazione sottomarina e quasi tutti i più famosi subacquei hanno iniziato la loro carriera uccidendo qualche pesce.  

L’impostazione e la mentalità della caccia subacquea si sono, dalle origini in poi, notevolmente modificate. Un tempo c’erano pochi cacciatori e la fauna era molto abbondante. Il cacciatore s’immergeva per catturare la preda, il più delle volte con fini utilitari. Oggi la caccia subacquea è uno sport di massa. L’ agonismo ha sostituito ogni altro fine. E questo è bene, purché non degeneri in desideri di strage. Come in tutte le cose, anche nella caccia subacquea il bene e il male dipendono dall’atteggiamento morale di ogni individuo.  

Ritengo pertanto giustificata la divulgazione e la propaganda della caccia subacquea quando questa è espressione di diletto ed evasione, e, perché no, sfogo dei condizionamenti della vita odierna.

La caccia subacquea si condanna del resto da sé per la sua enorme pubblicità, perché fa più rumore un pesce catturato con il fucile che un quintale preso con la rete. Una barca di pescatori, tornando a riva con quintali del pesce tipico del carniere dei subacquei, passa del tutto inosservata, mentre se si presenta un subacqueo con una bella preda scattano gli obiettivi da tutte le parti.  

La poca obiettività nei giudizi, quindi, nell’approvazione o al contrario nella condanna, è dimostrata dal fatto che la pesca sportiva in superficie con canna, bolentini, palamiti, nasse, reti, ecc. è unanimemente ritenuta valida e quindi incontestabile. Chi però, con senso di obiettività, si è soffermato ad osservare questo genere di attività avrà subito scoperto che, dato il numero dei pescatori, l’alta sofisticazione degli attrezzi e le tecniche particolarmente raffinate, incide in maniera notevolmente superiore sia come numero che come quantità al depauperamento della fauna a paragone dell’attività subacquea. Oltre la grandezza del pesce conta molto anche il numero che viene sottratto all’ambiente.

Parlare di tecnica della caccia subacquea può avere un valore molto relativo, per la semplice ragione che tale tecnica si apprende, si modifica e si affina con l’aumentare dell’esperienza, e ogni insegnamento a priori non potrebbe che confondere le idee. È fin troppo chiaro che chi inizierà questa attività, avrà il buon senso di non volersi cimentare nella cattura di giganti sottomarini. L’attrezzatura e l’ armamento saranno semplici e serviranno, più che alla cattura stessa, a motivare una serie di immersioni esplorative per conoscere, comprendere e studiare le abitudini e le caratteristiche delle singole prede. Il nostro discorso, dunque, è rivolto solo a chi è alle prime armi, perché l’esperto non avrà più bisogno di consigli, salvo qualche suggerimento di carattere generale.  

Tendenze e tecniche seguono spesso solo la moda, che viene, a sua volta, fortemente influenzata da tambureggianti slogans pubblicitari.

Nella caccia subacquea si dovrà, di volta in volta, e secondo le zone, usare armi adatte alle prede di quella specifica località. Il discorso cambia quando ci si vorrà cimentare nella cattura di fauna di grossa taglia. Anche qui si farà una distinzione netta tra quella stanziale, quale la cernia, e la fauna pelagica: lecce, tonni, squali, ecc.

Il vero cacciatore non derogherà mai da una regola precisa, quella cioè di non sparare a vanvera, ma di colpire sempre punti vitali; non dovrà mai rischiare di ferire una preda senza catturarla. In modo particolare questo principio vale per la caccia alla cernia.  

Solo quando un cacciatore ha la ventura di scoprire una zona mai toccata dall’uomo, vedrà come quasi tutti i pesci si avvicinano fiduciosi, più o meno guardinghi, ma senza darsi a fughe precipitose. Basta però insistere nella stessa zona per scoprire, a proprie spese, che la situazione cambia rapidamente e le catture diventano sempre più difficili.

La caccia subacquea agisce sui nostri istinti più elementari con il gusto della lotta, con l’emozione, la gioia della vittoria, ma purtroppo il più delle volte non dà il tempo di godere della bellezza di un mondo così ricco e straordinario. Non consente, cioè, di vagare come un pellegrino del sogno in mezzo a ciò che ci circonda.

Ci prende in questa passione del mare: il silenzio, i grandi spazi, il blu, entrare in simbiosi con la natura marina che ci circonda, ma sempre rispettandola e temendola.

Coraggio, forza interiore, spirito di adattamento, preparazione fisica e mentale, tenacia, curiosità: sono questi gli strumenti che fanno un bravo cacciatore in apnea. Non basta la forza fisica, non serve lo sprezzo del pericolo, non aiuta la sete di gloria.

La conoscenza e il rispetto della natura, la percezione dei propri limiti, la prontezza nei riflessi, la cautela negli approcci: questi sono i punti di forza di un vero cacciatore in apnea.

La differenza tra professionisti ed esibizionisti sta nell’approccio specifico dell’avventura sottomarina, i primi la vivono come raggiungimento personale, i secondi la affrontano per esaltarsi.

Caccia nella schiuma, l’agguato, in tana all’aspetto o sospesi nel blu, le pulsazioni rallentano, il corpo svanisce, ogni sensazione galleggia dentro nuove forme. Essere pesci con i pesci, pensare come loro e alla fine dell’insieme essere veramente cacciatori.

Chi inizia la pratica di caccia in apnea deve farlo principalmente per divertirsi nell’ambiente che lo circonda, indipendentemente dal risultato di non aver preso pesci.

Si consiglia comunque di seguire almeno un corso di apnea e di non immergersi mai da soli.

Quando ti immergi in apnea non devi contrapporti al mare: non devi esserci tu, il tuo corpo o l’attrezzatura e il mare, ma ogni componente del tuo essere deve divenire tutt’uno con l’acqua.

  Willy The Kidd

 

 

 

Vi è anche la possibilità di organizzare Uscite in Mare

 

 

Non erano in pochi ad aver predetto che nel breve giro di qualche anno la caccia subacquea avrebbe segnato il passo, lasciando il posto ad altre più “nobili” attività quali la fotografia e la ricerca.

Molti erano i campanelli d’allarme che autorizzavano queste pessimistiche previsioni. Innanzi tutto la graduale rarefazione del pesce lungo le nostre coste e il parallelo infittirsi delle schiere dei subacquei sempre più costretti ad immergersi “gomito a gomito” in una ricerca spesso infruttuosa.

L’aumento dei costi delle attrezzature e la necessità di dover ricorrere obbligatoriamente ad un battello appoggio per guadagnare i posti buoni avrebbero dovuto fare il resto, disaffezionando l’esercito dei pescatori.

Le cose però sono andate diversamente. Sempre maggiore è infatti il numero dei neofiti di questo sport e abbastanza limitato quello dei cacciatori esperti che decidono una volta per tutte di appendere il fucile a un chiodo e di impugnare esclusivamente la macchina fotografica. La caccia in fin dei conti, nonostante si riduca spesso ad infruttuose passeggiate, mantiene a tutt’oggi invariato il suo fascino. Come potrebbe del resto essere altrimenti? In quale altro ambiente l’uomo può sentirsi al tempo stesso forte e indifeso, libero e dominato da leggi che non può controllare? Non certo quando ha la possibilità di muoversi nel suo mondo dove il suo istinto di cacciatore è ormai ridotto ad appagarsi in una rappresentazione rituale che non lascia margini di incertezza, non concede chances di salvezza a chi fugge né in fondo grandi soddisfazioni a chi può insidiare in un rapporto di forze tanto palesemente sbilanciato.

Sott’acqua è diverso, il muro insondabile del blu che si stende sotto di noi evoca fantasmi di mostri nei confronti dei quali ci sentiamo indifesi, mentre le limitate risorse dell’arma che sancisce il nostro ruolo di cacciatore ci costringono a lottare alla pari con il pesce che ha dalla sua la protezione di un ambiente in cui, al contrario di noi, può muoversi a suo piacimento.  

È il ritorno ad una dimensione diversa alla quale l’uomo - padrone non è più abituato, a quella frizzante sensazione di scoprire che il nostro dominio nei confronti della natura ha dei limiti e che dobbiamo riuscire a superarli da soli senza che l’onnipresente tecnologia snaturi il rapporto che abbiamo con l’ambiente. Un impegno quindi a ritrovare e misurare le capacità fisiche di cui disponiamo, ma anche e soprattutto una scommessa con noi stessi tesa ad affinare le astuzie, le tattiche e gli stratagemmi che soli possono garantirci il successo. Migliorarsi vuol però anche dire non perdere di vista una realtà in continua evoluzione che l’uomo stesso determina modificando l’ambiente e arrivando addirittura ad influire sul comportamento delle varie specie. Il loro atteggiamento nei confronti dell’uomo immerso è stato, negli ultimi decenni, oggetto di una vera e propria rivoluzione che ne ha modificato talvolta le abitudini.

(Daniele Olschki e Claudio Ripa)  

 

Poiché  altre attività come quella subacquea si prestano facilmente ad esaltarsi in gesti ed espressioni di sapore eroico, e basta a volte una prima discesa negli abissi per sentirsi i conquistatori dell’universo.

Mancano, quasi sempre le testimonianze e quindi è facile ingigantire la più piccola avventura cerando, attraverso favolose immagini, una sorta di trionfalistica avventura che a poco in comune con la realtà.

Un divismo di basso conio, non basato su una concreta maturità, svia spesso uomini e fatti su false strade e vicoli ciechi; ed è difficile che individui preposti a queste deformazioni recedano dai loro errori.

È altresì ovvio che il subacqueo della domenica non potrà mai accumulare l’esperienza di un professionista.

(Raimondo Bucher)

È necessario adeguarsi alla mutata situazione, studiare i nuovi comportamenti dei pinnuti, cercarli in posti inusuali, come sotto ai massetti isolati nell’alga, curare in maniera maniacale ogni componente dell’attrezzatura. E, soprattutto, non demordere, ma continuare ad andare in mare e, magari, andarci di più. Solo così arriveranno le soddisfazioni e cernie, saraghi, corvine, dentici e ricciole troveranno posto nei nostri carnieri.

(Luca Laudati)  

Inculcare bene in testa al cacciatore sub, pur esperto che si ritenga, che uccidere facile e uccidere quanto più possibile, non lo rende certamente bravo.

Sono invece le difficoltà, la vittoria sull’animale più scaltro con l’apporto tecnico il più ridotto possibile, a qualificare la sua attività, a renderla piacevole e... priva di rimorsi. E quindi anche rispetto per l’ambiente non spinto al parossismo da posizioni spesso di comodo, come ormai è d’uso.

(Marò - Rodolfo Betti)

La vita nel mare sta cambiando. L’inquinamento, la pesca industriale indiscriminata, le sempre più numerose imbarcazioni che ogni giorno incrociano lungo le nostre coste e, diciamolo pure, gli stessi subacquei hanno allontanato gli abitanti del sesto continente dai loro luoghi abituali e li hanno resi, per di più, estremamente furbi e diffidenti nei confronti dell’uomo immerso. Le tane zeppe di saraghi e di corvine in dieci metri d’acqua, le grosse cernie e i maestosi dentici sono ormai rari, presenti soprattutto nei racconti dei pionieri del nostro sport o dei più fortunati che possono andare a sfogare la loro passione in lidi lontani e incontaminati. Ora chi va a pescare sorvola spesso vasti tratti di fondale deserti, quasi inanimati, senza vedere un pesce. Rimangono, è vero, le spettacolari cadute nel blu, i grovigli di massi, le gole immerse nella penombra, le praterie di posidonia, ma sembrano scenari di un mondo che non c’è più, di un mondo, appunto, senza vita. Invece, scrutando attentamente tra le rocce, spiando nelle alghe, guardando bene nelle tane tortuose, ecco che si comincia a vedere qualcosa, ecco che quei pinnuti che credevamo scomparsi riappaiono come d’incanto. In effetti i pesci ci sono ancora, ma non sono più dove li cercavamo. I saraghi, quando si accorgono della nostra presenza, lasciano le fenditure in cui erano nascosti ed escono allo scoperto, in acqua libera, pronti ad allontanarsi verso il largo; le corvine interrompono le loro abitudini contemplative e si mimetizzano nei pertugi più impenetrabili; le cernie si dissolvono senza neppure farsi avvistare, oppure entrano ed escono dalle tane facendo perdere le loro tracce; i dentici appaiono come fantasmi al limite della visibilità; le ricciole se ne stanno lontane dai sommi delle secche. Persino i labridi, una volta facili prede, si mettono al sicuro con scatti brucianti, estranei alla loro indole. E poi c’è la consapevolezza che il mare con può più essere oltraggiato come una volta, che i tempi sono mutati, che la preservazione della natura è un fatto importante per la nostra stessa sopravvivenza  che la pesca subacquea ha ragione di esistere solo se viene praticata con buon senso e con quel rispetto del mare che non dovrebbe mai venire meno in uno sportivo degno di questo nome. Così, quelle che un tempo erano considerate le regole di un bravo pescatore oggi non sono più tali. Le tecniche si sono evolute e sono diventate più raffinate, le attrezzature sono più sofisticate e persino l’impegno fisico è aumentato.

(Guido Pfeiffer)

Molti di noi, di tanto in tanto almeno, pensano e sentono il bisogno di un qualcosa che sappia di avventura, di coraggio anche, ma non sempre sappiamo ciò che vogliamo fare per appagare quella che sentiamo come intima necessità. Questo libro tratta la pesca subacquea e il magnifico mondo sottomarino, avviando a quella che può essere considerata una magnifica avventura, forse di un tipo ineguagliabile per gli orizzonti che apre. Per questo lungo viaggio servono naturalmente entusiasmo, perseveranza, applicazione, tutte doti che, unite a un serio allenamento, permettono di gustare appieno la vita in un altro mondo.

L’uomo che si libera del peso, che prova per la prima volta la sensazione di sentirsi meno pesante dell’elemento in cui si trova e si muove, difficilmente riesce a staccarsi senza rimpianti da un mondo tanto diverso dal suo.

Come per ogni altro sport — qui con l’aggiunta di una bellissima avventura — una preparazione affrettata non conduce lontano, né si può cercare esperienza partendo da approssimative nozioni tecniche. L’acqua e il mondo sottomarino vanno affrontati con severa preparazione. Il “fatto perché visto” non ha nessuna possibilità di successo: semmai accentua il pericolo. Vorremmo concludere che nessuna precauzione deve essere considerata superflua, in un mondo dove il suono è quattro volte più veloce che nell’aria e si propaga infinitamente più lontano; dove l’ambiente è 780 volte più opaco dell’aria e gli oggetti vi appaiono ingranditi di un terzo, e dove infine la temperatura diminuisce con l’aumentare della profondità. Un mondo in cui nulla può essere lasciato al caso e nulla consente improvvisazione.

I problemi fisiologici e tecnici forniti dalla pressione richiedono addestramento e pieno possesso delle proprie facoltà, così come delle necessarie nozioni. Un solo consiglio: innestare la pratica alla base tecnica.

(Nino Leto)

Il pericolo delle immersioni in solitario si può evitare senza alcuna spesa: basta voler trovare bravi e seri compagni d’immersione. Compagni che non faranno mai scappare il pesce perché conosceranno le tecniche e i segreti della pesca. O compagni che, magari, faranno anche scappare un pesce ma che possono salvare la vita. Compagni, soprattutto, con i quali voler imparare a conoscere il mare, Cioè a rispettarlo.

Come faccio io. E come mi auguro di fare per sempre.

Francisco “Pipin” Ferreras

Abbiamo perso l’identità d’animali terrestri, il ruolo d’esseri viventi in lotta pur in equilibrio con le altre forme di vita. Il nostro cervello è cresciuto come un frutto irreale fino a diventare, alieno, sulla madre terra. Un processo evolutivo impazzito e irreversibile ci ha trasformato in creature troppo intelligenti, ma troppo stupide per capire le regole del pianeta.  Il corpo animale e la mente di un dio folle acuiscono il distacco dal “ naturale”. Infranta la legge della selezione naturale ci avviamo rapidamente al declino genetico. C’è un istante nella nostra evoluzione, segnata dal caso, che ha determinato questo processo, un punto di non ritorno: il primo animale addomesticato, il primo seme coltivato, la prima gerarchia, la prima città.  Non troveremo più l’equilibrio dell’uomo cacciatore della piccola tribù nomade, così vulnerabile, così immensamente felice. Un vago ricordo ancestrale sfugge all’indagine razionale del nostro intimo, nel circuito neurale più antico, dove la paura e la gioia toccano le oscillazioni più grandi e ci spinge sul sentiero di caccia dove i sensi provano ancora il brivido delle antiche emozioni. Degli umani, noi siamo gli ultimi a vivere lo spirito della terra, gli altri, i mutanti, guardano dal vuoto siderale, un pianeta che non è già più loro, segnati da un destino che li allontana verso le stelle.    

(Giorgio Dapiran)